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La Storia dei Celtics
La squadra campione si era rivelata una delle più forti di sempre, ma la “Fortuna dell’Irlandese” che per anni aveva accompagnato il Trifoglio sparì nell’estate 1986. All’alba del 19 giugno, nemmeno 48 ore dopo che i Celtics ne avevano fatto la loro prima scelta, nel dormitorio di Maryland University Leonard Kevin Bias andò in arresto cardiaco causato da un'overdose di cocaina assunta nel corso di una festa con gli amici.
Di lui ricorderemo solo come fosse stato definito “un Michael Jordan col tiro da fuori”, anche se in realtà Len aveva anche 5 centimetri e parecchi chili di muscoli in più di “MJ”. Fu come se nel corso dei festeggiamenti per il titolo qualcuno avesse inavvertitamente rotto uno specchio: Bill Walton si fratturò uno dei suoi fragili piedi mentre si stava allenando sulla “cyclette” ed a Scott Wedman venne diagnosticata la presenza di speroni ossei in un tallone. Per entrambi la carriera NBA praticamente finì a quel punto.
E Jerry Sichting venne messo fuori causa da un virus intestinale che lo avrebbe limitato per tutta la stagione. Improvvisamente il “Green Team”, composto dalle riserve dei Celtics che tanto avevano contribuito alla “cavalcata” del titolo, era stato “azzerato” dalla sfortuna. Coach K.C. Jones sarebbe stato costretto a tenere in campo i titolari per 38 minuti di media a partita, e tra le riserve solo il debilitato Sichting avrebbe messo assieme più di 15 minuti di media, mentre un minimo di spazio lo avrebbero trovato anche Fred Roberts (14.8 minuti) e Darren Daye (11.9).
Ma quale GM sano di mente avrebbe scambiato un componente del miglior quintetto base della Lega con un paio di riserve? Ecco perciò che i Celtics recuperarono un paio di “mestieranti” e si imbarcarono fiduciosi nell’ennesimo tentativo di “repeat”, convinti di poter ovviare con la classe e l’esperienza alle evidenti lacune d’organico. Larry Bird veniva da tre titoli di MVP e dimostrò ancora una volta di meritarli, cominciando da par suo: alla fine avrebbe fatto registrare medie di 28.1 punti, 9.2 rimbalzi e 7.6 assist con il 52.5% al tiro ed il 40% da tre.
Sulle ali della loro stella e di un incredibile Kevin McHale Boston partì vincendo 19 delle prime 28 gare. Il 30 dicembre, mentre in una trasferta a Seattle il punteggio era sul 102 pari e le squadre si avviavano vero le rispettive panchine per un timeout, "The Legend" mise in piedi un po’ di sano “trash talking”: predisse al suo avversario diretto Xavier McDaniel dove avrebbe preso palla per l’ultima azione, dove si sarebbe diretto in palleggio e da che punto avrebbe tirato allo scadere, segnando. Poi eseguì alla perfezione, evitò un raddoppio, realizzò il canestro vincente e tornò verso la panchina commentando ad uso e consumo dell’esterrefatto McDaniel: “Peccato, vi ho lasciato ancora due secondi”. Alla pausa per l’All Star Game di Indianapolis i Celtics erano 35-12 e McHale era ormai un “canestro automatico”.
Con il suo illimitato arsenale di ganci, passo-e-tiro, conclusioni in avvicinamento ed in “step back” e “turnaround jumper” risultava immarcabile: avrebbe chiuso la stagione col 60.4% e con medie di 26.1 punti, 9.9 rimbalzi e 2.2 stoppate ad allacciata di scarpe. Bird si aggiudicò la seconda gara del tiro da tre punti all’All Star Game mostrando la solita sbruffoneria quando, prima dell’evento, di fronte a tutti gli avversari domandò all’incaricato dell’NBA che spiegava le procedure di premiazione: “Per quanto tempo dovrò stare a centrocampo”? Purtroppo, però, di lì a poco la sicurezza nei propri mezzi avrebbe subìto un duro colpo: mentre stava raccogliendo le foglie nel giardino di casa sua a Brookline, venne colto da un terribile dolore alla schiena e fu costretto a mettersi a letto.
Non lo sapeva ancora, ma quello sarebbe stato l’inizio della fine della sua splendida carriera. Nella "Beantown" ormai pioveva sul bagnato: l’11 marzo 1987, durante l’incontro interno coi Suns, Larry Nance atterrò sul piede destro di McHale causandogli la frattura dell’osso navicolare, uno dei più delicati dell’intera struttura podale. Secondo buon senso il numero 32 avrebbe dovuto fermarsi allora, ma ai Celtics tutti si rendevano conto che la “finestra di opportunità” di quella squadra si stava chiudendo, e che un McHale a mezzo servizio sarebbe stato sempre più utile di tutte le riserve disponibili.
La decisione venne quindi lasciata al giocatore che dimostrò una volta per tutte quanto le accuse di essere un po’ “soft” che Bird gli aveva rivolto in passato fossero state fuori luogo. Nel frattempo, mentre i biancoverdi perdevano ulteriori pezzi del “puzzle” campione, i Lakers si rafforzavano spedendo a San Antonio una prima scelta ed i non eclatanti Frank Brickowski e Peter Gudmundsson in cambio dell’esperto centro Mychal Thompson. Nonostante la falcidia di infortuni ed una leggera flessione nella gare esterne dopo l’All Star Game, i Celtics riuscirono ad aggiudicarsi il primato all’Est in virtù di 59 vittorie e 23 sconfitte, lasciando gli Hawks a due partite di distacco ed i Pistons a cinque. Ad Ovest gli "angeleni" erano decisamente fuori portata per tutti (65-17) con i Mavericks di coach Dick Motta e del duo Mark Aguirre/Rolando Blackman al secondo posto ma a ben 10 lunghezze (55 vinte e 27 perse) dai leader.
Al primo turno di playoffs Boston trovò i Chicago Bulls, squadra in crescita che nella post-season di un anno prima, sebbene fosse stata eliminata con un secco 3 a 0, aveva fatto sudare il Trifoglio grazie ad un numero 23 versione “Dio travestito da Michael Jordan”. Il nuovo coach Doug Collins li aveva guidati a 10 vittorie in più rispetto al campionato precedente ed i biancoverdi per passare il turno fecero più fatica di quanto il nuovo 3 a 0 dicesse: si fecero rimontare 21 punti in gara 1 (vinta 108 a 104), 11 in gara 2 (vinta 105 a 96) e nella terza – giocata senza McHale - dovettero recuperare un -7 nel quarto quarto prima di chiudere sul 105 a 94. Jordan era stato monumentale nelle prime due partite (38.5 di media) ma a parte Charles Oakley il resto della squadra era decisamente di livello inferiore e i Celtics, seppur rimaneggiati, avevano avuto la meglio. Ancor più complicato si rivelò il secondo turno contro i Milwaukee Bucks di Don Nelson.
Boston scattò dai cancelli di partenza aggiudicandosi le prime due sfide (111-98 e 126-124), perse la terza nel Wisconsin (126 a 124) e si aggiudicò la quarta dopo un’incredibile battaglia da due tempi supplementari: 138 a 137 con Bird a quota 42. In condizioni normali il discorso sarebbe stato chiuso al Garden nella partita seguente, ma Bird e McHale avevano appena giocato 56 minuti, Johnson 54 ed Ainge 51. Una evidente dose di stanchezza e soprattutto una brutta distorsione alla caviglia patita da Parish diedero il “la” al successo dei Bucks per 129 a 124. Senza “The Chief” i Celtics vennero superati agevolmente in gara 6 per 121 a 111 e si preparò il palcoscenico per la fatidica gara 7 di cui il Boston Garden era uno dei classici scenari. Il 17 maggio 1987 i vecchi guerrieri sembravano spacciati. Il grande cronometro dietro alla panchina di sinistra segnava 5 minuti e 52 secondi da giocare nell’ultimo quarto, e se sotto la casella “Boston” il punteggio era “100”, quello sotto alla casella “Visitor” era a 108. Parish giocava su una caviglia gonfia come un pallone, McHale su un piede rotto, Ainge era stato portato fuori a braccia nel terzo periodo, con una distorsione al ginocchio che rappresentava l’ennesimo attacco al cuore dei campioni. Bird era stanco, come dimostrato dal 4 su 20 al tiro fatto registrare nelle seconde metà di gara 5 e 6: insomma, la Dinastia era pronta per essere spazzata via dalla “fame” dei Bucks di "Nellie"
Ed invece i Celtics reagirono: la difesa chiuse le maglie ed a 2’32” dalla fine Bird pareggiò con due tiri liberi. Il Garden era di nuovo una bolgia ed il numero 33 attaccò in successione Ricky Pierce e Sidney Moncrief guadagnandosi altri quattro tiri liberi. Ad 1’ e 15” dalla sirena l'episodio che mise fine alla gara: Jack Sikma si mosse in palleggio verso la linea di fondo, Parish ne anticipò le intenzioni e caricò su quelle caviglie di cristallo per andare a stoppare un tiro determinante. Sulla “smanacciata” del “Chief” Dennis Johnson seguì la traiettoria della palla che stava uscendo, si gettò su di essa deviandola contro una gamba di Sikma e guadagnando la rimessa laterale. Era una giocata eroica soprattutto perché – come dichiarò il Buck John Lucas – “ad ogni azione potevi sentire Parish sbuffare o gemere per il dolore”. Boston aveva vinto la battaglia costringendo Milwaukee a tre punti negli ultimi 5’ e 23”, ed a zero punti negli ultimi 3’ e mezzo, e tutto ciò senza Ainge e con Parish (23 punti e 19 rimbalzi) e McHale (26 punti e 15 rimbalzi) seriamente infortunati! Bird aveva chiuso con 31 punti e 10 rimbalzi, ed anche se aveva tirato sotto il par (9 su 21), la sua perfezione dalla lunetta (13 su 13) era stata determinante.
In finale di Conference i campioni si imbatterono nei Detroit Pistons: ma non erano più la squadra deboluccia superata agevolmente nella post-season del 1985: nel “draft” di quell’anno avevano acquisito il silenzioso Joe Dumars, ed in quello del 1986 si erano accaparrati gli atletici John Salley e Dennis Rodman. Oltre a ciò avevano scambiato Kelly Tripucka con Adrian Dantley, un’ala di 196 centimetri che era maestra nell’uno contro uno (in carriera avrebbe superato quota ventiquattromila punti segnati). Isiah Thomas, capitano e leader della squadra, da ospite ad uno show televisivo newyorchese predisse una “sweep” in quattro partite, ma il suo pronostico andò immediatamente a gambe all’aria quando i Celtics si aggiudicarono gara 1 per 104 a 91, con 31 punti di Parish.
Allora il simpatico Isiah obiettò che gli infortuni dei biancoverdi fossero immaginari, e McHale scosse la testa mentre rispondeva ai giornalisti: “Ditegli che ho i referti dei raggi X da mostrargli quando vuole”. In gara 2 Thomas partì forte e mise a segno 25 punti nei primi due quarti, ma lentamente ed inesorabilmente i ragazzi di coach Jones recuperarono gli 11 punti di scarto e, galvanizzati da una schiacciata del panchinaro Greg Kite, chiusero sul 110 a 101. Nella terza sfida, dopo un inizio equilibrato, Parish si slogò la caviglia sana ed era negli spogliatoi quando vide arrivare Bird: Laimbeer aveva commesso un fallo durissimo sul capitano dei Celtics che aveva reagito prima con un pugno e poi scagliandogli contro il pallone. Detroit vinse facile, 122 a 104. Il 24 maggio al Palace di Auburn Hills i padroni di casa ebbero vita facile, e quando all’inizio del terzo quarto Parish prese la via degli spogliatoi i Pistons infierirono chiudendo sul 145 a 119 davanti ad un pubblico record di 27,387 spettatori.
Per la quinta partita si tornò al Garden, e quel 26 maggio i tifosi poterono assistere ad una battaglia nel vero senso della parola. Laimbeer continuò a giocare “sporco” con un Parish che era già sofferente alle caviglie e non aveva nessuna voglia di prendersi pure le gomitate. “The Chief” lo avvisò, lo minacciò ed alla fine lo mise KO con quattro veloci diretti al volto che persino gli arbitri non videro. A tre minuti dal termine Detroit conduceva per quattro lunghezze, Boston reagì ma a 17” dalla sirena finale Thomas mise a segno un tiro difficilissimo con Sichting in faccia. Sul 107 a 106 per gli ospiti Bird (autore fino a quel momento di 36 punti) provò l’azione personale ma venne raddoppiato e stoppato e la palla tornò ai Pistons con 5” sul cronometro. Chuck Daly dalla panchina si sbracciò chiedendo un timeout, ma Thomas volle giocare la carta della sorpresa e tentò una rimessa veloce per far passare il tempo. Suo malgrado, "The Legend" (non a caso) “apparecchiò la tavola” per una delle giocate più belle della storia del Trifoglio. Appena la palla lasciò le mani del numero 11 di Detroit, Larry Bird si lanciò come un falco ed anticipò Laimbeer.
L’inerzia dello scatto rischiava di mandarlo fuori dal campo, e per un attimo soppesò la possibilità di effettuare un tiro fuori equilibrio. Poi con la coda dell’occhio vide una maglia biancoverde sfrecciare verso canestro e le servì un passaggio. Dennis Johnson aveva letto perfettamente la situazione e realizzò con la mano sinistra il canestro per il 108 a 107 finale. Danny Ainge sorrise davanti ai taccuini dei giornalisti: “Si sono dimenticati di Larry Bird, tutto qui”, ed il coach dei Pistons ammise amaramente “Ha fatto una gran giocata, non c’è dubbio”. Dopo aver visionato il filmato dei “cartoni” a Laimbeer, l’NBA annunciò la squalifica di Parish per la gara seguente e ad Auburn Hills non ci fu storia, 113 a 105 per la franchigia del Michigan.
Il 30 maggio il Garden fu teatro di un’altra storica gara 7: combattutissima e decisa da un tiro da tre punti dell’infortunato Danny Ainge dopo che i Celtics avevano conquistato cinque rimbalzi offensivi consecutivi. 117 a 114 il finale, con tanta amarezza per i favoriti Pistons che pensavano di vincere la serie in quattro partite. Thomas, avvelenato dalla sconfitta, non trovò di meglio che confermare una dichiarazione di Rodman che aveva dichiarato che “se Larry Bird fosse stato nero sarebbe stato uno come tanti”. La stampa “crocifisse” Isiah che, anche se “salvato” da Bird in una conferenza stampa, finì per la prima volta sotto i riflettori per un atteggiamento sbagliato. Ne sarebbero seguiti molti altri, negli anni.
Era tempo di Finale, anche se a quel punto i sani e riposati Lakers godevano dei favori del pronostico. Per arrivare allo “Showdown”avevano giocato 12 partite mentre Boston, oltre ad essere martoriata dagli infortuni, aveva dovuto disputarne ben 17. Los Angeles si aggiudicò facilmente le prime due sfide al Forum di Inglewood (126 a 113 e 141 a 122), e poi la serie passò in Massachussets. I biancoverdi lottarono con tutto ciò che avevano in corpo facendo loro gara 3 (109 a 103) grazie a 30 punti di Bird e soprattutto ad una grande prestazione difensiva del “panchinaro” Greg Kite.
Nove rimbalzi , una stoppata ed una grandissima difesa su Jabbar diedero respiro al malandato Parish che al rientro mise a segno dieci punti decisivi. Il Trifoglio prese la testa anche in gara 4: poi però arrivò la giocata da campione di “Magic” Johnson, quel “baby sky-hook” mandato a bersaglio con tre Celtics a contrastarlo, e quando Larry Bird fallì dall’angolo il tiro vincente il Garden rimase in silenzio, forse percependo che la dinastia era finita in quel preciso istante. La truppa di K.C. Jones ebbe un fremito d’orgoglio l’11 giugno quando si impose per 123 a 108 evitando che i Lakers conquistassero il titolo a Boston come avevano fatto due anni prima, ma poi i guerrieri finirono per arrendersi tre giorni dopo, in gara 6. Era la ventitreesima partita dei playoffs, ventitré gare giocate contro la “crema” dell’NBA nonostante distorsioni, fratture e stiramenti. Anche se i “Big Three” avevano imboccato la parte discendente della loro parabola sportiva, come si poteva non rimanere ammirati dal loro spirito guerriero e dalla loro dedizione?





Commenti
Grandissimo articolo Fabio
Beh, per me fu già una vittoria arrivare in finale in quel malaugurato anno (cui seguirono "puntulamente" altri).
D'accordo esser battuti dai lacustri di Magic, Jabbar e Worthy, ma non d'accordo a perdere contro quei bad boys dalla lingua lunga grandi quanto... lasciamola così va'
A differenza della tua conclusione, io già sapevo della sconfitta contro i lacustri. Troppo acciaccati in nostri e con un cammino di RS e di PO troppo più agevole quello dei gialloviola.
Eppure anche quella volta sempre grandi, forti ed impegnati fino all'ultimo respiro.
Allora ripresi da una novella un detto che ho poi fatto mio: "un morso di un lupo è più doloroso di un morso di un caprone, ma meglio esser morsi da un lupo perchè il morso di un caprone non ha proprio senso"
Ed anche quell'anno i pistoni rispetto a noi eran dei caproni.
IMHO in condizioni "normali" la semifinale sarebbe stata (2-0 + 1-1 + 1-0) 4-1 e poi in finale...
Cavolo, anche nel 1987 eravamo più forti... poi gli anni, gli acciacchi, i bad boys, AirJordan, i lacustri più giovani, questo quello, ma nel 1987...
Infortuni, vecchiaia, finestra in chiusura: tutto maledettamente troppo simile al presente? In parte, ma oggi abbiamo anche giovani validi quanto i Big Three e tanto altro nel roster per sperare che la storia non abbia i famosi cosri e ricorsi.
Annata davvero triste, purtroppo la prima di una lunga serie .....
IMHO (non toccatevi... dico solo la mia) quest'anno si vince ed il prossimo si piglia una "batostina" tipo quella del 2009 ma con tutti presenti in modo che, dal 2012 in poi, si riparte con 3/5 di squadra e metà roster cambiati.
Non verrà più pagato dazio al senso di gratitudine, al carisma degli atleti o qualsiasi altra cosa.
I C's e solo i C's prima di tutto.
E Danny la minaccia (che quell'epoca l'ha vissuta) lo sa bene
Interessante ricerca di analogie tra 1987 e 2011.
In sintesi mi sento di dire che nell'87 c'era maggior talento a disposizione perchè con tutto il bene che voglio ai Celtics di oggi DJ/Ainge/Bird/McHale/Parish mi sa tanto di "miglior quintetto di sempre"; il problema sta nel fatto che 4/5 di questo quintetto non hanno giocato al meglio cosa che invece auguro ai Celtics del 2011. In panchina poi oggi siamo messi molto meglio al di là della presenza di una tra Shaq e Perk; Kite e Sichting direi inferiori a "Shrek" e "Ciuchino" senza tener conto del buon Daniels. Certo che se Walton e Wedman avessero ancora giocato allora bisognava rivedere la classifica.
Col senno di poi quella squadra avrebbe dovuto essere smontata per permettere una transizione che non passasse dal baratro dei primi anni '90 e forse l'88 sarebbe dovuto essere il suo ultimo anno, però così come poche righe prima ho scritto che era la squadra più forte di sempre come si fa a distruggerla?
Riguardo alle analogie tra allora e oggi, aspetterei a dare sentenze del tipo "andavano ceduti", voi da GM li avreste ceduti i Tre in cambio di scelte ? E come li avresti visti con un'alta maglia addosso ? Sinceramente penso che i problemi degli anni 90, più che da una mancata cessione dei tre derivino prima di tutto dalle precosi scomparse di Bias e Reggie Lewis, e in seconda battuta da una gestione che dal 1992 in poi rasento la follia, con una lunga serie di trade tute a rimessa e una serie di scelte al draft totalmente sbagliate, oltre che una gestione dei giocatori troppo permissiva. In fin dei conti Pitino aveva una squadra valida, Pierce Walker nel "prime", Billups passato e mandato via in pochi mesi per un kenny Anderson che comunque era uno dei play più talentuosi degli anni 90, altri validi comprimari, io in quegli anni vidi una serie di errori clamorosi, che non credo potevano derivare dalla mancata cessione di Big Three originali.
La partita di Kite mi e' rimasta impressa nella mente, cosi' come, ahime', il grandissimo gancio di Magic su Parish e McHale. Fu la fine di quella dinastia celtica ma resta anche il marchio della grandezza di quella squadra e di quei giocatori, piu' grandi della sconfitta.
Forse perchè inconsciamente mi era chiaro che quella stagione sarebbe stata l'ultima al ballo delle pretendenti al titolo, ma le notti insonni passate a sentire la gracchiante radiolina sintonizzata su Armed Forces Radio, anche solo per ascoltare gli aggiornamenti parziali, in quell'anno aumentarono esponenzialmente.
Ci volle una LA formato deluxe per battere una squadra il cui cuore era proporzionale al numero di acciacchi delle sue stelle; e ci volle soprattutto il miglior Magic mai visto.
Gara 4 ovviamente fu la svolta, tutti ricordiamo il gancetto di Magic, ma la differenza la fecero soprattutto le bombe di Cooper e la solida partita sotto canestro di Thompson.
Resto convinto che se il tiro di Bird fosse entrato, in gara 7 ne avremmo visto delle belle, perchè quei Celtics veramente non erano mai morti, come imparò Thomas a sue spese.
ERANO I MIEI IDOLI.
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