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La Storia dei Celtics
Len Bias oggi sarebbe un distinto signore di mezza età. Tifosissimo dei Celtics, non perderebbe occasione per presenziare alle partite in programma al TD Garden, dove il pubblico lo saluterebbe con una poderosa "standing ovation". Lui, con un sorriso ad illuminargli il volto, risponderebbe alzandosi in piedi e lentamente, in segno di saluto, alzerebbe la mano sulla quale la luce dei riflettori fa involontariamente scintillare l'anello da campione NBA.

Tallonato dalle telecamere, si accomoderebbe nel posto a lui riservato mentre la regia fa scivolare l'inquadratura verso l'alto, dove il suo numero 30 è appeso a far compagnia a quelli degli altri grandi della storia del Trifoglio. E' così che avrebbe dovuto essere. Ed invece, in una notte da incubo, la notte dopo il draft 1986, tutto è svanito. Sogni, speranze, certezze. Tutto in polvere, in una polvere bianca che, subdola, sembra innocua ed invece può uccidere.
Anche a distanza di oltre vent’anni dalla sua morte, raccontare Len Bias è doloroso. Più doloroso che parlare di Reggie Lewis, e non perché una morte sia meno importante dell'altra, ma perché quella giovane vita spezzata ha rappresentato il momento in cui, cestisticamente parlando, i tifosi biancoverdi sono stati costretti a diventare "grandi", a fare i conti non tanto con il fatto sportivo che la Dinastia stava cominciando a tramontare (quello non era ancora evidente) ma soprattutto con il primo brusco faccia a faccia con la caducità della vita, con la forzata accettazione dell'esistenza di cose più importanti di una palla e di un canestro.
Eppure Leonard Kevin Bias era una roccia. Quanto forte? Fingiamo per un attimo di essere il Dio dei Canestri. Ed in uno dei capricci che ogni tanto ci piace fare (che senso ha essere il Dio dei Canestri se non possiamo incapricciarci e far uscire qualche tiro facile o entrare qualche tiro impossibile?), prendiamo Michael Jordan, lo allunghiamo un pochino, gli regaliamo una maggior forza fisica ed un tiro da fuori che spacca. Bene, aggiungiamo 97 centimetri di elevazione da fermo, la capacità di alzare un bilanciere da 135 chili in "bench press", e poi, su quel fisico statuario da 203 centimetri per 100 chili, infiliamo la casacca di Maryland: et voilà, abbiamo creato il giocatore dominante dei primi anni '90, quello in grado di dare fiato a Bird e McHale, il Predestinato pronto a raccogliere il testimone ed a mantenere i Celtics a livelli d’eccellenza.
La prima assoluta sarebbe troppo sfacciata, e poi sappiamo bene che a Cleveland si sbava per Brad Daugherty, centro tutto tecnica da North Carolina. E perché nella "Beantown" dovrebbero essere così contenti se la seconda chiamata è appannaggio di Seattle? Perché il 16 ottobre 1984 Jan Volk, GM bostoniano, in cambio di quella pallina aveva spedito sulla costa del Pacifico il razzente play Gerald Henderson, e quindi ora al draft “Seattle” si traduce con “Boston”. Bias viene invitato a vedere una partita delle Finali tra Celtics e Rockets, ed il Garden lo applaude calorosamente. A fine gara, conquistato da quella magica atmosfera, implora Volk: “Vi prego, sceglietemi”.
Ed il 17 giugno 1986, con i biancoverdi freschi campioni NBA per la sedicesima volta in trentanove anni di NBA, il suo desiderio viene esaudito quando dal “sacro pulpito” del Felt Forum David Stern annuncia: “Con la seconda chiamata del Draft NBA, i Boston Celtics scelgono Len Bias, Università di Maryland", aprendo una nuova probabile Dinastia con l’arrivo del nuovo Predestinato.
Red Auerbach, impassibile, lascia uscire un paio di sbuffi del suo sigaro, senza commentare. Ma dentro di sé è arcisicuro che quel ragazzo serio, posato e incredibilmente talentuoso incarni una parte importante del futuro dei prossimi grandi Celtics. Quanto spesso accade ad una squadra NBA di poter operare una ricostruzione senza perdere in competitività, rimanendo tra le tre/quattro compagini più forti dell’intera Lega? Ok, non vi fidate del cronista. Pensate: “Come fa ad affermare che Bias fosse allo stesso livello se non più forte di Jordan? Non è che il tifo influenza il suo giudizio”?
Ed allora eccovi qualche dichiarazione d’autore, e soprattutto “neutrale”: “La sua morte ha cambiato la storia dell’NBA – dice Michael Wilbon, del Washington Post – perché con lui in campo Detroit e Chicago non avrebbero vinto tutti quei titoli. Bird e McHale avrebbero potuto giocare meno minuti, allungando le loro carriere, e Boston avrebbe continuato a vincere. Michael Jordan avrebbe fatto qualsiasi cosa per avere un tiro morbido come quello di Bias”.
Non vi basta? Passiamo a Donnie Walsh, ex presidente degli Indiana Pacers ed ora General Manager dei New York Knicks: “I Celtics con lui era come se avessero già vinto almeno un altro titolo. Avevano Bird, McHale, Parish e Walton, e sceglievano Lenny Bias? Pensai che fosse un’ingiustizia”. Dopo stampa ed NBA, un’opinione anche dall’NCAA: “Ero sicuro che sarebbe diventato una delle stelle di prima grandezza dell’NBA. In quel periodo ricordo solo due atleti così dominanti: Michael Jordan e Len Bias. Bias trovava sempre un modo di fare canestro, non importava chi lo marcasse o come lo marcasse”. E se lo dice coach Krzyzewski, dall’alto dei suoi trent'annii e dei suoi 4 titoli sulla panchina di Duke, possiamo credergli...ma se non bastasse, possiamo addentrarci in “territorio nemico”, chiedendo un’opinione a Brad Daugherty, il centro di North Carolina che aveva giocato con Jordan e contro Bias, e che fu l’unico rookie ad essere scelto prima di Len al draft del 1986: “La cosa che mi rimane impressa nella mente è la sua elevazione durante il tiro in sospensione. Andava più in alto di chiunque abbia mai visto: molti, Jordan incluso, di solito tirano mentre stanno salendo, ma non Lenny. Ogni tiro veniva scoccato all’apice del salto. E di solito quel tiro fino ai cinque metri era infallibile”.
Bene, adesso che abbiamo acclarato che Len era della stessa pasta di Michael Jordan, torniamo alla storia, alle ore concitate che seguono la "chiamata" dei Celtics. Da New York, sede del draft, vola a Boston dove, in compagnia di papà James e dell’agente Bill Shelton, si reca presso il Royal Sonesta Hotel a firmare un contratto quinquennale per 1,6 milioni di dollari con la Rebook, marchio che vuole contrastare l’ascesa della Nike...di Michael Jordan. Il suo primo giorno in biancoverde prosegue al Blades and Boards Club, dove si accorda con la franchigia bostoniana su un contratto da 700,000 bigliettoni annui diventando improvvisamente miliardario. A chiudere ventiquattr’ore imbottite di emozioni, sorrisi, interviste e dollari, arriva finalmente il rientro a Washington assieme al padre sul solito aereo-navetta, ed una volta salutati i parenti in quel di Landover, salta a bordo della sua nuova Nissan facendo rotta verso il campus dell’Università di Maryland.
Festeggia con amici e compagni di squadra, risponde alle loro domande, mangia polpa di granchio e alla fine, stanco di essere costretto a fare la “superstar” e forse avvertendo il peso e la stanchezza del nuovo ruolo di campione, decide di andarsene. Quelle prime avvisaglie di pressione psicologica saranno forse una della cause di quanto accadrà in seguito? Alle 2 del mattino di quel 19 giugno 1986 visita degli amici che tengono un party a Cherry Hill, ma alle 3 è già di ritorno a Washington Hall dove trova Terry Long, David Gregg, Jeff Baxter e Keith Gatlin, quattro compagni di squadra, Keeta Covington, defensive end della squadra di football, ed uno dell’entourage, un individuo ambiguo di nome Brian Tribble. All’improvviso, Tribble fa girare un piccolo specchio con sopra delle “righe” di cocaina, dal quale i giovani “tirano” a turno. L’atmosfera è rilassata, i minuti passano, Bias assume più stupefacente degli altri, dopo tutto è lui quello più forte, più famoso ed ora anche più ricco.
Dopo tre ore di “festino”, intorno alle 6, Len improvvisamente chiude gli occhi e comincia a respirare affannosamente. E’ l’inizio della fine. Il possente fisico dell’atleta ora trema e sussulta violentemente, mentre gli amici sono in preda al panico. Long grida più volte il nome di Bias, mentre quest’ultimo sviene. Sono le 6:32 quando il centralino del 911 riceve la chiamata di un isterico Tribble che urla nella cornetta: “E’ Len Bias! E’ svenuto, ed il suo corpo è in preda alle convulsioni…dovete venire subito, bisogna salvarlo”! Long tenta la rianimazione cardio-polmonare, e l’ambulanza arriva solo 4 minuti dopo, alle 6:36. I paramedici si prodigano per riattivare il battito cardiaco senza risultato, mentre la barella viene spinta velocemente nei corridoi fino al mezzo di soccorso che poi parte a sirene spiegate alla volta del Leland Memorial Hospital.
Alle 6:45 Gatlin chiama casa Bias e mette mamma Lonise a conoscenza della situazione. All’Emergency Room dell’ospedale, intanto, il dottor Edward Wilson cerca disperatamente di rimettere in moto il cuore di Len, somministrandogli diversi cardiostimolanti, ma senza risultati di sorta. Si passa allora all’elettroshock, ma l’atleta non dà segni di vita, e nemmeno l’impianto di un pace-maker sortisce risultati utili. Alle 8:50 del 19 giugno 1986 Leonard Kevin Bias viene dichiarato morto per arresto cardio-respiratorio.
I familiari, giunti in sala d’aspetto, sono increduli. Auerbach viene messo al corrente dalla signora Lonise, e di primo acchito crede sia uno scherzo di cattivo gusto: saranno i notiziari televisivi a dargli la triste conferma che purtroppo è tutto vero. Larry Bird, che aveva già fatto sapere di voler partecipare al training camp delle matricole per conoscere meglio Lenny, dichiara che il destino ha giocato in modo crudele con la vita di quel ragazzo. Danny Ainge, pronto per una mattinata al club di golf, sente la ferale notizia mentre sta facendo il pieno ad un distributore. Le comunità dei Maryland Terrapins e dei Boston Celtics sono sotto shock, e lo scalpore aumenta quando la polizia divulga i particolari della morte dell’atleta, e rende noto di aver rinvenuto nella sua Nissan una borsa di plastica contenente cocaina. La perizia autoptica del dottor John Smialek, poi, conferma le notizie che erano state anticipate dai tutori dell’ordine:
“Leonard Bias è morto a causa di un’intossicazione da cocaina.
La droga ha interrotto le normali funzioni elettriche del cuore, causando una serie di convulsioni e quindi l’arresto cardiaco. Gli accertamenti tossicologici non hanno rilevato tracce di alcool o altri stupefacenti nel suo corpo al momento della morte”.
L’America si divide in due fazioni, tra quelli che lo definiscono “tossicodipendente” e quelli che sono arcisicuri che abbia usato la cocaina solo occasionalmente. Quattro giorni dopo che la bara di Len è stata tumulata al Lincoln Memorial Cemetery, all’arena di Cole Park accorrono 11,000 tifosi per ricordarlo, e dove tante volte il suo nome era stato chiamato in segno di giubilo o d’incoraggiamento, rimane spazio solo per le lacrime ed il dolore, mentre l’elogio funebre di mamma Lonise commuove tutti. Sull’onda emozionale creata dalla tragedia vengono emanate leggi straordinarie per colpire lo spaccio di droga (fino ad arrivare all’Anti-Drug Abuse Act del 1988), e si lanciano campagne di sensibilizzazione sui problemi derivanti dall’uso di sostanze stupefacenti utilizzando la morte dell’atleta come monito per i giovani.
La domanda che tutti, a venticinque anni di distanza ci poniamo ancora, è se Len vivesse una sorta di “doppia vita”, o se invece fosse un ragazzo modello che aveva commesso un solo imperdonabile errore. Forse la verità non la sapremo mai, ma la risposta in fondo non è poi così importante. Oggi come ieri e come domani, il mondo del basket rimpiangerà sempre il suo campione perduto, e continuerà a domandarsi cosa avrebbe potuto regalarci Leonard Kevin Bias se solo quella notte avesse avuto coscienza che per ogni Superman c'è una kryptonite.





Commenti
Da
"se negli Usa parli del piu' grande giocatore di pallacanestro che non abbia mai giocato tra i professionisti allora stai parlando di Len Bias"
Una storia veramente triste che testimonia come la droga sia una delle piaghe della nostra societa', come scrive Fabio non c'e' una morte piu' importante di un'altra ma ricordare quello che e' successo a Len Bias mi mette sempre addosso un senso di tristezza incredibile.
Complimenti come sempre per l'articolo, Fabio
Riposa in pace Len
Cal
Di fronte alla droga si ferma tutto, vita e basket compresi.
Sarebbe stato... sarebbe diventato...era più forte di... tirava meglio di... quasi certamente sarebbe vivo ed avrebbe giocato nei Celtics queste le uniche ragionevoli certezze che, da sole, bastano per ricordarlo come uno dei nostri.
Ringrazio questa organizzazione che ha riportato questo gruppo ai fasti di un tempo e mi auguro che si rifaccia ancora quel LAL contro Celtics senza infortuni e mancanze.
Ma mai porterà ad una Boston di Reggie e Len con i vecchi Bird, Mc Hale, Parish, DJ e Ainge contro LAL, Detroit e Chicago poi.. Quello che poteva essere non ci sarà mai più manco se credi che LEN possa rinascere così come era lui in nuova vita ed essere scelto, per poi dire davanti ad una striscia bianca: "No grazie, Sono un Celtics ora".
Te lo auguro se ci sei da qualche parte dell'universo, Caro LEN.
Ciao S.
Ho avuto la fortuna di recente di vedere due gare di Maryland con lui nell'anno prima di andare al draft. La prima cosa che ti viene in mente è che "era uno 20 anni avanti", non so per rendervi l'idea prendete Kevin Durant e infilatelo nel basket di metà anni 80 dove atletismo salvo Jordan Drexler e pochissimi altri non era certo il fattore dominante. Qualcuno aveva definito Bias "Un Jordan, di 2,08 con il tiro da fuori" (il tiro di MJ nei suoi primi 2 anni di NBA andava e veniva).
Prendete questo e mettetelo dentro a quella che era forse la frontline più forte di sempre, Bird Parish McHale, considerate che Bias avrebbe potuto tranquillamente giocare da ala piccola, fate voi.
Io credo che la finale dell'87 sarebbe finita in modo diverso e che i titoli dell'era Big Three sarebbe stati di più, forse il mini ciclo dei Pistons di fine anni 80 non ci sarebbe stato e forse MJ e Pippen il primo tree peath avrebbero dovuto strapparlo con il sangue.
E da li in poi Bias e Reggie Lewis avrebbero tenuto i Celtics in alto fino alla fine degli anni 80.
E' vero che con i "se" e i "ma" non si scrive la storia, ma forse mai come in quel maledetto giorno, la storia dei Celtics ha subito una svolta così drastica.
Ci crediate o no io questo articolo NON l'ho riletto (l'avevo letto un paio di settimane fa)...non credo di dover spiegare il perchè...
...e una lacrimuccia.
Personalmente ho fatto un'anno di volontariato in un centro di recupero, e l'aspetto psicologico e' fondamentale piu' di quello chimico in se.
E la rabbia aumenta ancora di piu' quando un giovane di talento viene stroncato in tal modo; la rabbia aumenta ancora quando c'e' gente che si fa conoscendo storie tipo quella di Len.
Avevi un dono che pochi hanno, avevi la possibilita' di sentire il talento scorrere nelle mani, una sensazione immagino incredibile al di la dei titoli e dei soldi; il sentire di poter fare cose che quasi tutti non riescono nemmeno a considerare.
Quindi tristezza certo ma anche tanta tantissima rabbia, per una vita spezzata non da un male oscuro ma da una "roba" di cui ben si conosce la subdola letale anima.
concordo sul discorso che qualche anello in più lo si aveva sicuramente, come penso che non sarebbe mai stato un celtic reggie.
e guardando i filmati e una partita sua contro la n.c. di jordan.... mamma mia che giocatore ci siamo persi....
p.s. da notare nella prima foto i muscoli del braccio, quello non è un fisico da universitario, ripeto, mamma mia cosa ci siamo persi
www.youtube.com/watch?v=y4u4MdSGSDo&feature=related
Le suggestioni non danno tregua, le emozioni si fanno tremolanti, ma quel tiro in sospensione non ha precedenti, non ha sucessori, ha solo il nome di Len Bias. Il concetto di sospensione nella sua massima espressione. Poi, ci sono salti, salti unici che per una frazione ti danno la sensazione del volo, un balzo dentro uno spazio infinito.
www.youtube.com/watch?v=1DGVlXxG2Pk&feature=related
e' stato l'inizio del lungo inverno bostoniano, terminato con il titolo del 2008...
resto convinto, ahime', della casualita' della sera...a quei livelli certi vizi si vangono sempre a sapere nell'ambiente.
Che sarebbe stato o potuto essere non lo sappiamo ma certo vedendo qualche raro frammento di youtube vediamo un Le Bron James nel 1986...
Che spreco e che tristezza.....
nessuno sa se Bias sarebbe diventato un campione oppure no; la storia della lega è piena di straordinari talenti che una volta al piano di sopra sono stati per svariati motivi triturati dal gioco o dalla tante conseguenze dell'essere un giocatore NBA; non è automatico leggere quel momento di debolezza o di irresponsabilità che è costata la vita a Len come il sintomo di una certa fragilità psicologica, anche se il dubbio viene.
Di certo un ragazzo dal talento come il suo, inserito in un gruppo come quello dell'86-87, avrebbe avuto ogni possibilità di trasformarsi in un campione vero.
Quasi sicuramente avremmo almeno un titolo in più semmai avesse giocato con la nostra maglia..l'avrebbe onorata come tutti i veri Celtic sanno fare, ma ha buttato via l'occasione della vita e non si può fare altro che provare rammarico per una perdita così importante e prematura..a più di 24 anni di distanza, rendiamo ancora omaggio ad un ragazzo che sarebbe potuto diventare una stella assoluta del firmamento NBA, ma che adesso ci guarda e ci sorride da lassù..lo ringraziamo per averci fatto sognare e per farci sognare ancora oggi come sarebbe stata la lega con un giocatore come lui e come sarebbe stato diverso il nostro destino se solo avesse solcato il parquet del Garden..ancora Addio Len
Peccato che, come tante altre volte, l'esempio sia stato inutile .....
Grazie per avercela raccontata!!!
Forse per questo non sono d'accordo con Michele quando dice che è stato "vittima della stupidità". Tutti a vent'anni abbiamo fatto qualche sciocchezza, e "liberarci" di questa morte scomoda regalandola alla "stupidità" non la esorcizza.
Bisogna invece provare a capire che non tutti hanno la fortuna di avere una famiglia, degli amici e - perchè no - un cervello che ti aiuti ad evitare i pericoli. A volte la vita è questione di fortuna, di un proiettile che ti passa ad un centimetro o di una macchina che ti sfiora. Len aveva tutto, meno che la fortuna.
erano in 7 ed e' morto solo lui..chiaro che ha avuto un comportamento rischioso ma il fattore sfiga e ingenuita' da ventenne in piena euforia hanno giocato un ruolo fondamentale
... mi ricordo di aver visto a FIRENZE un sosia di quel giovane universitario, forse un pelo meno esplosivo ... e con un po' di barbetta ...
l'esposività se n'e' andata..come la barbetta..
Non sbagli.
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