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La Storia dei Celtics
Per cominciare a raccontare la storia dei Celtics si deve per forza partire dal Boston Garden. Seppure indirettamente, infatti, è stato quel gigante polveroso ad infondere vita alla franchigia più vincente dell'NBA, ed il Trifoglio lo avrebbe ripagato con la moneta sonante costituita da mille vittorie, imprese ed un' aura di nobiltà.
Costruito nel 1928 ad immagine e somiglianza del Madison Square Garden da una cordata newyorchese guidata dal promoter pugilistico Tex Rickard, secondo i programmi avrebbe dovuto soppiantare nell'interesse dei tifosi la vecchia Boston Arena, allora amministrata dal bostoniano "doc" George V. Brown.

Nel 1934 Brown nominò il figlio Walter suo assistente-manager del Garden, e quest'ultimo si impegnò per cercare di allargare il più possibile il calendario con ogni tipo di avvenimento popolare, dagli incontri pugilistici a quelli di hockey, dagli spettacoli su ghiaccio alle gare di ballo. Nel 1939 George Brown morì e Walter divenne manager della "Garden-Arena Corporation" a soli 33 anni: l'opera del giovane imprenditore si fece frenetica, e per la fine della Seconda Guerra Mondiale le serate di utilizzo su base annua dell'impianto erano passate da 110 a 165.
Ma erano ancora poche, come Brown ebbe a raccontare in seguito: "Sentivo che bisognava sfruttare il Garden ancora di più. Avevamo una arena i cui costi di esercizio ammontavano a circa un milione di dollari l'anno, e la tenevamo aperta per meno di sei mesi complessivi. Le tasse stavano aumentando, e dieci differenti sindacati in rappresentanza dei dipendenti stavano diventando sempre più aggressivi".
Ecco perchè fu il Boston Garden ad avere un ruolo determinante nella nascita dei Celtics: perché fu per ammortizzare i suoi costi che la proprietà pensò di fondare l'odierna NBA. E cinquanta anni dopo, in una perfetta chiusura del cerchio, la NHL metterà sotto contratto un uomo dell'NBA e studierà salary cap e marketing della lega guidata da David Stern per cercare di risollevarsi dalla crisi, ma questa è un'altra storia. Brown dunque contattò i proprietari delle altre franchigie di hockey professionistico e propose loro la fondazione di una lega cestistica.
Nel giugno del 1946 all'Hotel Commodore di New York si ritrovarono Walter Brown, Arthur Morse di Chicago, il padrone di casa Ned Irish, Peter Tyrell di Philadelphia, John Harris di Pittsburgh, Lou Pieri di Providence, Emory Jones di St.Louis, Mike Uline di Washington e due rappresentanti delle squadre di hockey di Toronto e Cleveland. Vennero concordate le linee guida per l'attività e tutti si misero al lavoro per mettere in piedi delle squadre il più possibile competitive. A dire il vero la creazione di leghe professionistiche di pallacanestro non era una novità in America, visto che fin dal 1898 in poi si erano succeduti diversi tentativi, tutti falliti per motivi diversi.
Ma Brown sentiva che con la maggior comodità disponibile in impianti all'ultimo grido come il Garden e con la voglia di divertirsi una volta passata la paura della guerra, il bacino di utenza fosse ampio e l'americano medio fosse pronto per abbracciare un nuovo sport. In un incontro informale con l'addetto alle pubbliche relazioni Howie McHugh Brown dovette decidere il nome da affibbiare alla squadra, e per un po' tra i papabili ci furono anche "Unicorns", Whirlwinds" ed "Olympians".
Poi per fortuna Walter si affidò al nome "Celtics" che oltre ad inchinarsi simbolicamente alla matrice culturale preponderante in città, richiamava anche alla memoria la formidabile squadra newyorchese che aveva dominato le "barnstorming leagues" 20-30 anni prima. Ok: c'erano il nome e l'impianto, cosa mancava? La squadra! Ed è lì che nacquero i primi problemi. Brown aveva incaricato il "guru" del basket universitario Frank Keaney di Rhode Island di sfruttare le sue conoscenze per mettere in piedi un roster valido, ma in agosto il nuovo allenatore cominciò ad accusare problemi di salute e dovette ritirarsi. Mentre la prima stagione era alle porte, i Celtics dovettero trovare in fretta e furia un allenatore e chiedergli di mettere insieme una squadra, ed al neoassunto John "Honey" Russell, coach di Seton Hall, non rimasero che gli scarti altrui. In più Russell era legato ancora ad una mentalità vecchio stampo (che si sarebbe dimostrata nettamente sorpassata dal gioco veloce imposto da squadre come i Washington Capitals allenati dal giovane Red Auerbach) e mise sotto contratto giocatori come Ed Sadowski, Mike Wallace e Tony Kappen, dinosauri incapaci di adattarsi al cambiamento.
La città di Boston, poi, sembrava totalmente indifferente ad una squadra che del resto non faceva molto per attirare il pubblico sugli spalti del Boston Garden o dell'Arena: il freddo inverno era feudo dei Boston Bruins nei quali, anche per il clima rigido e per le frequenti risse sul ghiaccio, il lavoratore "blue collar" poteva identificarsi con facilità mentre durante l'estate cosa c'era di meglio di un tardo pomeriggio a Fenway Park, mentre i Boston Red Sox ed il Green Monster cercavano di battere l'avversario di turno?



Commenti
L'inizio è però dolente... la malinconia per me è molto alta... io il Garden l'ho sfiorato, avendo 26 anni ed essendomi innamorato di questo sport durante la finale del 92 a Barcellona. Ne ho intuito la miticità con le VHS ufficiali NBA, quelle tipo "Awesome endings", "NBA guts and glory", "Larry Legend"... ah, la giovinezza! E' stato qualcosa di più che un palazzetto, reso speciale da chi vi ha giocato, rendeva speciale chi vi giocava a patto che indossasse la maglia giusta. Bellissime le storie di Red che in pieno inverno faceva aprire le finestre nei piccoli spogliatoi degli ospiti durante i primi due quarti per farli trovare gelati all'intervallo. O le immagini del 1984 con Kareem e la bombola d'ossigeno visto la mancanza di aria condizionata. O i tifosi coperti con bianchi lenzuoli che fanno i fantasmi del passato... Episodi che oggi non sono più riproponibili e che, almeno personalmente, fanno sentire ancor di più la mancanza del Garden. In questo, i tifosi dei Red Sox con il loro Fenway sono un poco più fortunati di noi. Non me ne voglia il BankNorth Garden...
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