LAL sfrutta il fattore campo e...
Partita impressionante quella di San Antonio con i Clippes. ...
di Andrea Del Vanga
G4 2° Round : Philadelphia Vs ...
Ne avevano piu' di noi che non l'abbiamo chiusa al momento g...
di Andrea Del Vanga
G4 2° Round : Philadelphia Vs ...
Quoto in toto ciò che ha scritto Legend. ..E aggiungo che la...
di MalikSealy
LAL sfrutta il fattore campo e...
X Al73: non solo, ci giocano anche i Kings, in piena corsa n...
di MalikSealy
G4 2° Round : Philadelphia Vs ...
Certo, ma se anche una squadra di veterani non riesce a ges...
di Legend
LAL sfrutta il fattore campo e...
Vorrei sottolineare le prestazioni di Chris Paul nella serie...
di MalikSealy
LAL sfrutta il fattore campo e...
Ma lakers e clippers giocano tutti e 2 allo staples? Se si, ...
di al73
G4 2° Round : Philadelphia Vs ...
Consentitemi di avvalorare la mia tesi espressa nel post di ...
di Celtic Blast
G4 2° Round : Philadelphia Vs ...
Ray ha anche messo una tripla da campione, ma non è mai sta...
di Stefano Papa
G4 2° Round : Philadelphia Vs ...
ho rivisto la partita proprio ora ed è vero che tutto è pos...
di Celtic Blast
La Storia dei Celtics
I problemi alla schiena ed i fastidi al gomito preoccupavano il campione. Il fisioterapista di fiducia Dan Dyrek lo aveva ammonito: se non fosse rimasto in forma perfetta anche durante la pausa estiva, la sua carriera non sarebbe durata a lungo. Così, invece di limitarsi a lunghe sedute di tiro e di affinamento dei fondamentali, Larry cominciò a lavorare seguendo una tabella preparata da Dyrek, che proponeva l’alternanza di sedute atletiche al lavoro coi pesi. Il risultato fu un fisico così asciutto ed atletico che in pre-season lasciò tutti a bocca aperta.
Con McHale ancora in bacino di carenaggio per i postumi dell’intervento di ricostruzione dell’osso navicolare del piede destro, Boston aveva bisogno più che mai di un Bird in buona salute. E quando in una gara prestagionale il numero 33 schiacciò a canestro un tiro sbagliato da Sichting in un movimento degno di un Dominique Wilkins, tutti sulla panchina si diedero un cinque alto mostando la loro approvazione.
Dopo la vittoria su Milwaukee all’esordio (28 punti e 15 rimbalzi), Larry ne piazzò 47 ai Bullets, compresa la bomba del pareggio allo scadere ed il canestro vincente alla fine del secondo supplementare. Con 42 punti e 20 rimbalzi nella vittoria 120 a 106 sui malcapitati Pacers fu il primo ad ottenere un 40-20 nella storia dei Celtics. Nelle prime sei gare, tutte vinte, aveva mantenuto una media di oltre 32 punti, e sembrava inarrestabile. Dove sarebbe arrivato? Non lontano, purtroppo: nella gara seguente a Cleveland la sua formidabile serie s’interruppe a causa di un infortunio ai tendini d’Achille, e fu costretto a saltare cinque partite (3 vinte e 2 perse).
Il dolore non lo avrebbe più abbandonato. A quel punto i Celtics entrarono in crisi, e si ritrovarono con uno sconsolante bilancio di 11 vinte e 8 perse. Non appena McHale rientrò e si riacclimatò al gioco NBA Boston riprese a volare: 21 vittorie in 25 partite, con Bird sugli scudi. All’All-Star Game si prese il lusso di vincere la sua terza gara di tiro da tre punti consecutiva, superando a fatica un coriaceo Dale Ellis in finale in modo incredibile: mandò a bersaglio l’ultimo tiro per vincere il confronto, e mentre il pallone a righe bianche, rosse e blu era ancora in volo alzò il dito indice della mano destra a mostrare chi era il numero uno.
Il 17 febbraio a Denver, una gomitata di Blair Rasmussen gli fratturò il naso. Ma un naso rotto non poteva fermare il capitano: in pochi giorni “bruciò” i Blazers con 84 punti: 44 a Portland e 40 al Garden, per poi battere i Suns quasi da solo, con 49 punti e 15 rimbalzi. Nell’intera stagione, nonostante il dolore ai tendini, superò i 40 punti per ben 11 volte, e lo fece con il 52,7% al tiro ed il 91,6% ai liberi. E giocava mostrando sempre di avere “attributi”, come quando in uno scontro con Dell Curry di Cleveland subì una frattura allo zigomo: continuò a giocare con un paio di “goggles”, gli occhialoni alla Jabbar. Anche Dallas venne messa in ginocchio da Bird quando, con i Celtics in svantaggio di due punti, palleggiò in contropiede e segnò da tre il tiro della vittoria, mentre i commentatori televisivi inneggiavano alla “splendida arroganza di un uomo che, in svantaggio di due punti, decide di giocarsi tutto con un unico tiro”. Boston chiuse la stagione con un ottimo 57-25, cinque partite dietro ai Lakers, ma il problema era che dietro al quintetto base c’era poco o niente. Walton aveva praticamente detto addio al basket giocato a causa dell’ennesimo intervento al piede, e Mark Acres, il nuovo acquisto Jim Paxson (ottenuto in cambio di un Sichting spesso infortunato) ed un Artis Gilmore sul viale del tramonto non erano risposte sufficienti a contrastare lo strapotere dei Lakers e dei nuovi Pistons. Fred Roberts aveva giocato molto bene in assenza di McHale, ma da quando “Il Buco Nero” era rientrato in quintetto sembrava soffrire la panchina ed il suo apporto era considerevolmente diminuito. Darren Daye era un buon giocatore di complemento (lo abbiamo visto anche in Italia, a Pesaro), ma venne stranamente “tagliato” assieme a Greg Kite per fare posto ai nuovi arrivi. Così, nonostante avessero totalizzato ancora una volta il miglior bilancio della Eastern Conference, i Celtics erano chiaramente inferiori ai rampanti Detroit Pistons, che potevano contare su un quintetto base più giovane ed atletico (anche se tecnicamente inferiore) rispetto a quello dei biancoverdi, e su un "parco riserve" nettamente migliore.
I Celtics comunque iniziarono i playoffs con una agevole serie contro New York, che venne eliminata per 3 partite a 1 con Bird a quota 28.3 punti di media partita: il nuovo allenatore dei Knicks, un giovane Rick Pitino, aveva trovato il modo di portare la sua squadra ai playoffs, ma, pur sottoponendola ad una marcatura feroce, non aveva trovato il modo di fermare la Leggenda. Prima della terza partita di quella serie K.C. Jones comunicò a tutti che quella stagione sarebbe stata la sua ultima sulla panchina biancoverde e che avrebbe lasciato il posto al suo vice, Jimmy Rodgers. Nel secondo turno i Celtics si trovarono di fronte gli Atlanta Hawks, una formazione ormai matura e pronta al grande salto, con la macchina da canestri Dominique Wilkins e l’armadio Kevin Willis a controllare i rimbalzi. I Celtics vinsero agevolmente le prime due partite, ma poi persero altrettanto… agevolmente le due gare in programma ad Atlanta.
La quinta partita, al Garden, era tradizionalmente un feudo di Boston, ma questa volta le cose andarono diversamente. Willis giocò in maniera incredibile (27 punti e 14 rimbalzi), e “Doc” Rivers segnò il canestro decisivo per una vittoria a sorpresa degli Hawks (autori di 43 punti nell’ultimo quarto), 112 a 104. Atlanta aveva così l’opportunità di “chiudere” il discorso in casa, e per la sesta sfida un tifoso mostrò un cartello che riportava “Benvenuti alla festa d’addio di K.C.” Tanto bastò ai Celtics per riaccendere il “Pride”, l’orgoglio che in mille occasioni era stato il loro faro verso imprese incredibili. Lottarono duramente, e le difese furono protagoniste: alla fine Parish costrinse Levingston all’errore al tiro e Boston sopravvisse, 102 a 100. Larry, nel tentativo di automotivarsi per gara 7, dichiarò ai giornalisti: “Hanno avuto la loro opportunità di chiudere la serie e l’anno sprecata. Adesso si torna a Boston e noi non sprecheremo la nostra”. Ma ci volle il miglior Bird per vincere la gara decisiva: in quello che è ancora ricordato come “Il Duello”, il capitano dei Celtics si scontrò con Dominique Wilkins in un ultimo quarto da brivido. Le due squadre si ritrovarono gomito a gomito, e in quei fatidici minuti i due campioni mostrarono il meglio del loro repertorio: tiri da tre, penetrazioni di sinistro, tiri di “tabella”, sospensioni in avvitamento. Ogni arma era lecita per ottenere il vantaggio, ed alla fine i 20 punti di Bird (su un totale di 34) nell’ultimo quarto ebbero la meglio sui 16 di “Nique” (che però ne segnò 47 nell’arco dell’intera partita), e Boston riuscì a strappare un sofferto 118 a 116 ed una soffertissima qualificazione. La festa di addio per K.C. Jones era rimandata.
I Pistons, però, erano migliorati. Avevano aggiunto il centro James Edwards al nucleo che era andato ad una palla recuperata (di Bird) dalla finale NBA, ed apparivano nettamente superiori ai Celtics. K.C. Jones, poi, come sempre, aveva utilizzato pochissimo i panchinari sia nella “stagione regolare” che nei playoffs, ed i “nonnetti” (come cominciavano a venir chiamati, visto che Danny Ainge era l’unico atleta del quintetto base con meno di trent’anni) avevano ormai la lingua a penzoloni a causa dell’intensissima serie con gli Hawks. Eppure, ancora una volta, i campioni si rifiutarono di cedere senza combattere. Detroit si portò immediatamente sull’1 a 0, vincendo al Garden per 104 a 96 grazie ad un super-Thomas (35 punti). I giocatori di Daly, però, questa volta non festeggiarono negli spogliatoi, memori del passato: come disse il loro allenatore, “I Celtics sono un serpente che continua a mordere finchè non gli tagli la testa”, intendendo che solo la quarta vittoria avrebbe posto fine alla serie. Boston sembrò a tappeto in gara 2 quando Thomas infilò un tiro da 3 con pochi secondi da giocare, e sull’azione seguente Bird non riuscì a controllare la palla che gli passò oltre la testa. Ma in qualche modo la “spicchia” arrivò a McHale che segnò da tre il canestro del pari. Nel secondo “supplementare” i Celtics ebbero poi la meglio per 119 a 115, mentre i Pistons si lamentavano affermando che, nel tiro decisivo, un piede di McHale aveva pestato la linea.
Considerando che il numero 32 aveva infilato la sua unica “bomba” nel lontano novembre 1983 (era 1 su 21 dall’arco in carriera), tutti parlarono di miracolo, e Kevin, come di consueto, ci rise sopra commentando “Anche un maiale cieco può trovare una ghianda, di tanto in tanto”. Approfittando della pessima giornata di tiro di Bird e di un Parish gravato di falli, Detroit si aggiudicò gara 3 per 98 a 94, ed i Celtics compirono il miracolo nella quarta partita superando i Pistons per 79 a 78 grazie ad un tiro di Dennis Johnson. La serie era in parità, ma seguendo la quinta partita tutti si resero conto che quello era il cambio della guardia all’Est. I Celtics, infatti, in vantaggio di 16 punti nel terzo quarto, improvvisamente non trovarono più il canestro, e vennero sconfitti ai supplementari per 102 a 96. In gara 6, i biancoverdi lottarono caparbiamente, con un McHale come al solito ispirato, ma anche a causa di un infortunio al ginocchio subito da Parish nel primo quarto, non riuscirono a far altro che uscire a testa alta (95 a 90 Pistons).
Le prestazioni di Bird erano state nettamente sotto tono, ma la causa principale, oltre al dolore ai tendini che non lo aveva mai abbandonato in quella stagione e ad un’evidente stanchezza, era l’arcigna difesa attuata su di lui dai giovani leoni della “Motown”. “E’ la peggior serie ch’io abbia mai giocato”. Ed aveva ragione. McHale, con grande classe, strinse la mano ad Isiah Thomas dicendogli: “Non accontentatevi di questo. Giocate per il titolo. Siete abbastanza forti per vincerlo”. Chissà se Thomas si è mai ricordato della classe dimostrata da McHale nel momento della sconfitta: sicuramente non lo fece qualche anno dopo, quando nel 1991 il quintetto base di Detroit uscì dal campo prima della fine della quarta (ed ultima!) sfida pur di non stringere la mano a Michael Jordan ed i suoi Bulls. Ma la classe non si compra al supermercato. La sconfitta con i Pistons, oltre a sancire il passaggio di consegne dalle mani dei Celtics a quelle di Detroit, chiudeva anche la carriera di K.C. Jones sulla panchina biancoverde.
Macho man
Larry aveva avuto chiari ordini di riposarsi, quell’estate, ma la parola “riposo” non faceva parte del suo vocabolario. L’irritazione ai tendini che ne aveva limitato il rendimento dopo l’infortunio a Cleveland nel novembre 1987 era peggiorata nel corso della stagione, e l’ultima cosa che i Celtics volevano era di ritrovarsi con un capitano a mezzo servizio nell’ottobre seguente. Invece Bird continuò ad allenarsi: “Lui stava facendo il macho in Indiana, e noi non lo sapevamo” constatò Arnold Scheller, il medico sociale dei Celtics. Così, quando si ripresentò al “training-camp”, gli speroni ossei che infiammavano i suoi tendini erano diventati molto più grandi, ed il dolore era palese. La dirigenza comunque volle mettere nero su bianco un nuovo contratto, e dopo una trattativa nella casa di Longfellow Place di uno dei proprietari della squadra, Alan Cohen, Bird firmò un accordo sulla base di 12 milioni di dollari per i successivi 5 anni. L’abile negoziatore Cohen ammise che trattare con la Leggenda per lui era stato durissimo: “Era l’unico che potesse intimidirmi, perchè non c’era assolutamente modo di discutere il suo valore e la sua importanza. E’ come un inestimabile capolavoro d’arte”. E Larry si era comportato al tavolo delle trattative come faceva in campo: con onestà. “Signor Cohen – aveva detto ad un certo punto – so che lei deve fare ciò che ritiene opportuno per la Franchigia. Ma allo stesso tempo, so di essere degno di ogni centesimo che lei mi pagherà, e non voglio un centesimo di più”. Quattro anni dopo, al momento del ritiro, Bird avrebbe dimostrato la sua integrità ed onestà chiedendo a Cohen di far preparare un documento nel quale il capitano rinunciava al salario per la stagione 1992-’93 che chiaramente non avrebbe potuto disputare. La pre-stagione incombeva, intanto, e con essa l’obbligo del McDonald’s Open in programma a Madrid, in Spagna, tra il 21 ed il 24 ottobre 1988.
Bird avrebbe preferito giocarlo a Roma per visitare il Papa, ma dovette accontentarsi di Re Juan Carlos di Borbone, che accolse i biancoverdi con calore e simpatia. Il 21 ottobre i Boston sconfissero la nazionale jugoslava ricca di molti talenti che in seguito avrebbero fatto parte del circuito NBA: Toni Kukoc, Zarko Paspalj, Vlade Divac ed i due futuri Celtics Stojan Vrankovic e Dino Radja. Il punteggio di 113 a 85 non rende troppa giustizia ai “plavi” che soprattutto nel primo quarto furono all’altezza dei blasonati rivali. Poi Larry (27 punti) spense la luce e mise i “bambini” a nanna con un paio di conclusioni con la mano sinistra: una nuova arma nel suo repertorio.
Due giorni dopo nella finale Boston sculacciò i padroni di casa del Real Madrid (29 punti), aggiudicandosi il premio di miglior atleta della competizione nonostante le “merengues” fossero rafforzate dall’acquisto del talentuoso Drazen Petrovic, la sfortunata guardia che avrebbe giocato per Portland e New Jersey prima di trovare la morte su un’autostrada tedesca press rientrati nel Massachussetts, i Celtics ebbero una brutta sorpresa. L’infiammazione ai talloni era peggiorata, e Larry non riusciva a “sciogliere” le caviglie che risultavano sempre rigide ed intorpidite. Il capitano tentò comunque di giocare, ed esordì con 29 punti ai Knicks e 27 ai Sixers, ma la situazione continuava a degenerare. Giocò ancora quattro gare, poi alzò bandiera bianca: bisognava operare.
L’intervento ebbe luogo il 19 novembre, gli furono rimossi i fastidiosi speroni ossei causa del dolore, e gli vennero applicati due stivaletti gessati. Ed a Larry non rimase altro da fare che pedalare sulla cyclette e guardare Reggie Lewis e Brian Shaw prendere coraggio e guidare la squadra ad un insperato record di 42 vittorie e 40 sconfitte. Il gonfiore, infatti, non sparì completamente dalle caviglie, ed i tempi di recupero si allungarono di molto. A quel punto, con il rientro dell’asso che slittava e con Shaw e Lewis sugli scudi, l’allenatore Rodgers aveva “piazzato” Danny Ainge sulla panchina come sesto uomo, ma il combattivo “rosso” non sembrava gradire il ruolo e chiese di essere ceduto. Con Bird fuori i Celtics avevano bisogno di aiuto sotto canestro, ed anche se forse Ainge non voleva realmente mettere la dirigenza con le spalle al muro, il General Manager Jan Volk colse al volo l’occasione e scambiò Ainge ed il filiforme Brad Lohaus con Ed Pinckney e Joe Kleine dei Sacramento Kings; la squadra risentì negativamente della partenza di uno dei suoi “eroi” ed i Celtics vinsero solo 24 delle restanti 52 partite per poi venir sbattuti fuori dai playoffs dai Detroit Pistons al primo turno con un secco 3 a 0. Larry, che nei nove campionati in maglia biancoverde aveva saltato solo 27 incontri, in quella stagione ne perse 76, e fu per lui una cosa molto frustrante il vedere i compagni in difficoltà mentre non era in grado di dare il suo consueto apporto.
In seguito, ammise che l’intervento alle caviglie “...Aveva tolto tutta la potenza che avevo nelle gambe – semplicemente, non riuscivo più a muovermi come in passato. Potevo ancora segnare e catturare rimbalzi, ma era in difesa che si sentiva la differenza”. Eppure, sembrò completamente recuperato nel “Larry’s Game” la partita di beneficenza nella quale, assieme all’amico Magic Johnson, fece divertire tutti con passaggi spettacolari e canestri di tutti i tipi. I Celtics si erano complicati la vita nel draft, scegliendo un bravissimo ragazzo in Michael Smith: “Spero sia un nuovo Larry Bird” aveva dichiarato Red Auerbach. Il problema era che il giovane atleta della Brigham Young University non era così forte: una scelta sprecata proprio nel momento in cui Bird e gli altri “anziani” avrebbero avuto maggior bisogno di aiuto, ed altre squadre si assicurarono Tim Hardaway, Vlade Divac, Shawn Kemp con scelte più basse. Il 30 settembre 1989 Larry sposò la sua compagna a Terre Haute, Indiana. Lei, figlia di un agente dell’FBI, non aveva mai esercitato pressione sul giocatore, scottato dal primo matrimonio. In una cerimonia “alla Bird”, i due si presentarono in jeans davanti ad un pastore, ma a Dinah le apparenze non importavano. Donna di grande sensibilità ed intelligenza, ha sempre dimostrato un grande umorismo, come quando le chiesero perché alla fine Larry le avesse dato l’anello di fidanzamento: “Sapete – rispose – era appena morto Klinger – il doberman che Bird amava moltissimo – e Larry aveva bisogno di affetto” ...
Jimmy Rodgers usa la panchina?
La filosofia di Jimmy Rodgers era chiara: con le sue stelle in calo fisico, diversificare le soluzioni offensive ed utilizzare maggiormente i giovani per arrivare ai playoffs in condizioni migliori era l’unica cosa da fare. Ma andarlo a spiegare a Bird, abituato a non giocare mai meno di 40 minuti a partita era tutto un altro discorso. A peggiorare il tutto, Brian Shaw aveva firmato per Il Messaggero Roma: Boston aveva scambiato Ainge per dargli spazio, ed ora si trovava in braghe di tela. Dopo aver segnato 32 punti in soli 33 minuti nella gara d’apertura vinta contro Milwaukee (127 a 114), Larry si lamentò dello scarso utilizzo con la stampa, ed una voce interna ai Celtics pochi giorni dopo dichiarò sui giornali che il capitano stava uccidendo la squadra, visto che pretendeva di fare le cose (leggi giocare gli stessi minuti per partita del passato) che ormai non era più in grado di fare.
La “voce” venne identificata in McHale, ma Bird si rifiutò di credere che fosse lui il traditore, e puntò il dito su Paxson. In realtà, la “voce” aveva ragione. Larry non era in grado di modulare il suo sforzo perchè conosceva solo le...marce veloci. La prima, la seconda, la terza e la retromarcia a lui servivano solo prima delle partite. Così facendo non si curava della propria salute, e, di riflesso, danneggiava la squadra. Le grandi giocate del numero 33, poi, complicavano la vita al coach: nella seconda partita segnò in sospensione il canestro decisivo (era anche il 27° punto della sua partita).
Nella quinta gara di campionato (2 vinte – 2 perse fino ad allora) impallinò gli Hawks con 50 punti, e quattro giorni dopo segnò allo scadere il canestro della vittoria ad Hartford contro Philadelphia (96 a 94). Il 18 novembre, però, nella sconfitta per 103 a 86 a Detroit, rifiutò più volte di tirare, continuando, testardo, a passare la palla al pivot. McHale ricorda: “E’ stata l’unica volta che Larry mi ha fatto arrabbiare. Cercava di fare tutto, solo che il fisico non lo reggeva più. Ma è stata l’unica volta nella quale mi sono ritrovato a pensare che Birdy non stava giocando come avrebbe potuto”. Con calma, il capitano cominciò a rendersi conto che non era più il Bird degli anni d’oro, e cominciò ad adattarsi alla situazione, ma il processo di auto-coscienza non fu indolore. Segnò 40 punti a Seattle e 40 a Utah nel giro di una settimana. Sfidò il pubblico dei Los Angeles Clippers a fischiarlo e poi, con calma, insaccò i tiri liberi vincenti: 112 a 111. Realizzò 71 tiri liberi di fila prima di sbagliarne uno a Houston (comunque diede una ripassata ai Rockets: 38 punti). Abusò di Chicago (38 punti) e Philadelphia (41 punti). Segnò 46 punti ad Orlando, 20 nell’ultimo quarto, ed i Celtics espugnarono a fatica il campo dei Magic per 130 a 127. Poteva ancora essere la Leggenda, ma non ogni sera: Dan Dyrek aveva ragione, le sue gambe non erano più da MVP. In tutto ciò, l’assenza di Shaw bruciava. Dennis Johnson balbettava, e la riserva John Bagley dava maggiori garanzie (leggi vittorie a Houston e San Antonio). Inspiegabilmente, Dennis Johnson tornò in quintetto base, ed i Celtics vennero massacrati a Portland. Rodgers aveva apparentemente perso il polso della squadra, e Cohen sembrava intenzionato a silurarlo già in marzo. Nonostante tutto, Boston chiuse la regular season con 52 vittorie, ma quando venne sgambettata da New York al primo turno dei playoffs, Rodgers capì di essere al capolinea.
I biancoverdi avevano perso la quinta e decisiva partita in casa dopo aver dominato le prime due della serie, e l’evidente caos che regnava nella Franchigia fece perdere la pazienza ai proprietari. Rodgers venne scaricato senza troppe cerimonie, pagando anche al di là delle roprie colpe, ed il front office decise di cercare un operatore di grande esperienza che potesse gestire le operazioni. Fu così che Boston contattò Dave Gavitt, uno dei più potenti santoni del basket college a stelle e strisce, presidente tra l’altro del comitato di selezione delle squadre nazionali statunitensi. Gavitt accettò, consapevole delle difficoltà che avrebbe incontrato nel processo di ricostruzione, prima fra tutte l’impossibilità di scambiare una delle tre stelle sul mercato per avere un po’ di manovrabilità in termini di tetto salariale. “Se scambi Bird sul mercato, finisci nelle torbide acque del Porto di Boston” dichiarò tra il serio ed il faceto. Ma c’era un’altra motivazione che lo spingeva a non toccare i “Big Three”: “Loro non volevano andarsene, ed io non li avrei mai venduti. Per me erano come Russell, Heinsohn, Havlicek e gli altri grandi. Avrebbero finito la carriera qui”. Molti in seguito incolparono Gavitt per aver guidato un team degli anni ’90 con la filosofia degli anni ’70 ed ’80 lasciando che Boston diventasse una specie di “cimitero degli elefanti”, ma tutti i tifosi biancoverdi gli saranno sempre grati per aver regalato un tramonto dignitoso a quei grandi ed allo stesso tempo aver aggiunto l’ennesimo capitolo struggente alla grande storia dei Celtics.
In realtà non fu tutto rose e fiori: presto Auerbach e Gavitt arrivarono ai ferri corti; il nuovo arrivato voleva Mike Krzyzewski, allenatore di Duke, alla guida della squadra mentre Red voleva restare in famiglia affidando il timone all’ex giocatore Chris Ford. Mentre Dave cercava di convincere il tecnico dal nome impronunciabile, i suoi sforzi vennero resi pubblici dalla stampa, e Chris Ford rimase ferito dal fatto che lo si stesse lasciando ad aspettare le decisioni di coach K, quasi fosse un allenatore di serie B. Quando poi Krzyzewski rifiutò, i due dirigenti si affrettarono a ribadire che Ford era sempre stato in cima alla loro lista, e Chris ebbe il posto.
Ancora una volta il capitano era risultato il miglior realizzatore e l’uomo più impiegato dai Celtics (24,3 punti a partita in oltre 39 minuti di utilizzo medio): alle sue spalle McHale (20,9 punti) ed un sorprendente Reggie Lewis (17), sempre più a suo agio nonostante dovesse giocare come guardia pur essendo una ala piccola naturale. Nel frattempo un avvenimento estivo per beneficenza risultò fatale per la carriera di Larry Bird. Da sempre grande estimatore del cantante Kenny Rogers, era ormai da tre anni uno degli invitati ad una sorta di “olimpiade” nella quale quattro giocatori dell’NBA, quattro golfisti tra i migliori al mondo, quattro pescatori professionisti e quattro famosi tennisti si cimentavano nelle quattro discipline per raccogliere fondi. Nei minuti finali della gara di basket, Jordan gli cadde sulla schiena, e Bird capì immediatamente di essere nei guai. Non era stata una collisione violenta, ma per la schiena malandata era troppo: non riuscì a giocare a tennis, e fu costretto a telefonare a Dan Dyrek per un appuntamento nel suo studio di Boston. Il fisioterapista lo visitò e con aria preoccupata lo informò che con ogni probabilità un disco vertebrale era seriamente compromesso. Era l’inizio della fine. Ma il campione non avrebbe lasciato l’attività senza combattere. Un’altro pezzo del recente grande passato dei Celtics “crollò” quando Dennis Johnson, su consiglio del front office, decise di ritirarsi quell’estate. Rimase comunque nell’organizzazione prima come scout ed in seguito come assistente allenatore.
Gli Intoccabili
Avendo deciso di sacrificare parte del futuro della franchigia per salvaguardare i principi di lealtà ai tre… “Intoccabili” (principi da sempre alla base della politica dei Celtics), Gavitt e Ford decisero di mettere “gambe fresche” intorno ai tre assi. Brian Shaw venne richiamato dall’Italia, e dalle scelte arrivò il velocissimo Dee Brown, garretti da canguro ma un caratterino tutto pepe. Paxson, visto non troppo bene da Bird e Ford, venne lasciato andare, e Gavitt mise a segno un gran colpo quando si assicurò Kevin Gamble, un’aletta che veniva dalla lega minore CBA e che avrebbe lasciato molti addetti ai lavori a bocca aperta. Anche Chris Ford espresse il desiderio di far correre i suoi Celtics ad un perplesso Larry Bird, ma stavolta Boston aveva delle lepri nel roster, mentre Rodgers aveva avuto delle...lumache.
Bird avrebbe coperto lo “spot” di ala forte e McHale di buon grado si sarebbe accomodato in panchina, dove avrebbe rispolverato il suo vecchio ruolo di sesto uomo tattico. Chris Ford potè così utilizzare al meglio le doti dei suoi vecchietti: se Larry non poteva più correre, le sue qualità a rimbalzo gli permettevano di innescare il contropiede, e quando invece il gioco ristagnava a metà campo le sue soluzioni offensive erano sempre di prima qualità. Boston partì con 29 vittorie e 5 sconfitte, ed i loro “exploit” erano sulla bocca di tutti. Ma quando tutto sembrava procedere nel migliore dei modi, la schiena del numero 33 ricominciò a farlo impazzire. In parte congenito, in parte causato da anni di dura pratica problema alla schiena era dovuto all’eccessiva distanza tra le vertebre, che causava una innaturale pressione sui dischi intervertebrali.
Questi si gonfiavano a causa della pressione, ed ovviamente comprimevano le terminazioni nervose provocando dolori lancinanti. Tale problema era noto come “stenosi spinale”, e l’unica soluzione sarebbe stata quella di un intervento di fusione spinale preceduto da un ridimensionamento dei dischi tra le vertebre. Bird fu costretto a saltare quattordici partite e l’All-Star Game in programma a Charlotte, ma nel primo incontro della classica “gita” ad Ovest fu il turno di McHale: il 12 febbraio, cadendo sul piede di Sedale Threatt, si strappò i legamenti della caviglia sinistra e da quel momento in poi non fu più lo stesso. Il trainer Ed Lacerte si rese conto subito della gravità dell’infortunio: “Mi disse, fasciami stretto, che devo rientrare, e io gli risposi che non se ne parlava proprio. Era così determinato…” Ma la determinazione poteva davvero poco di fronte alle evidenti difficoltà fisiche di Larry e Kevin: “Consigliavo loro di riposarsi, di saltare quella partita, ma loro mi dicevano di no – ricorda coach Ford – e non c’era modo di convincerli. Amavano questo sport, e sentivano di dover giocare per i tifosi e per i compagni di squadra. Forse, inconsciamente si rendevano conto che ogni giorno che passava li vedeva più vecchi, e con una minor po il titolo, e per loro, che erano dei vincenti nati, il prezzo da pagare in termini di dolore ed infortuni era un prezzo equo”. Dopo la partenza a razzo, Boston rallentò, e chiuse la stagione con un tutto sommato imprevisto bilancio di 56 vittorie e 26 sconfitte, inferiore ad Est solo ai 61 successi dei futuri campioni di Chicago. Nel primo turno di playoff, dunque, si apprestavano ad affrontare gli Indiana Pacers, reduci da una stagione discreta (41 vittorie) ed artefici di un cammino diametralmente opposto a quello dei biancoverdi. Se i Celtics erano partiti forte per poi rallentare a causa degli infortuni, i Pacers avevano invece iniziato male, e questo fatto era costato il posto al coach Dick Versace, sostituito da Bob Hill. Il cambiamento aveva portato buoni frutti, ed Indiana aveva vinto 30 delle ultime 53 partite ma, soprattutto, era costantemente migliorata nel gioco, e le sue stelle (Reggie Miller, Chuck “The Rifle” Person, Detlef Schrempf e Rik Smits) si trovavano sempre più a loro agio. Una squadra giovane ed in crescita, dunque, sarebbe stata opposta ai malandati “Big Three”.
Nella prima partita, la mano di Bird si rivelò fredda come il marmo. Era rimasto a riposo per quattro giorni, fatto quasi “criminale” per lui, e semplicemente non riusciva a trovare il ritmo. Chuck Person, maestro del “trash-talking”, cominciò a prenderlo in giro e a dirgli che ormai era vecchio mentre il numero 33 sbagliava i primi sei tiri, e Larry rispose indicandogli le bandiere dei titoli, in alto, e chiedendogli: “Ehi, Chuck, io ne ho vinte tre. Ne vincerai mai una, tu?” Person non ne vinse mai una, e quando Larry segnò un canestro-chiave e poi gli rubò una palla decisiva, forse cominciò a rendersi conto che non sarebbe stato così facile. I Celtics vinsero per 127 a 120, e nonostante la pessima serata al tiro, Bird si ritrovò con la tripla doppia: 21 punti, 10 rimbalzi e 12 assist. Subito dopo la gara, però, la schiena gli si bloccò e passò la notte al New England Baptist Hospital in trazione per alleviare i dolori. Cosa ci faceva in campo un uomo che non poteva dormire nel proprio letto dopo una partita? E cosa lo spingeva a continuare a giocare? A stare disteso a terra per non soffrire? A mangiare come un cane, steso sul pavimento? A non piangere dal dolore perchè la moglie Dinah era vicino a lui e non voleva che si preoccupasse? L’amore per il basket era sufficiente? L’orgoglio del campione era una scusa valida? Person dominò la seconda partita fin dalla palla a due. Infilò sette tiri da tre punti, chiuse con 39 e non diede ai Celtics una sola possibilità di rientrare in partita. Il punteggio finale di 130 a 118 fece saltare il fattore campo, ma Boston era tutt’altro che morta, nonostante i problemi fisici dei suoi “vecchietti”.
La terza, combattutissima sfida venne decisa nel finale da una stoppata di McHale su Schrempf, e quando Person prese fuoco in gara quattro, segnando 12 punti consecutivi in faccia a Larry, lo scenario fu pronto per l’ennesimo “elimination game” al Boston Garden. Chi vince continua, chi perde va in vacanza. Ed il “match” fu degno dei grandi incontri del passato, con un ritmo indiavolato e le due squadre come del colpo del KO. Invece, l’unico KO sembrò toccare a Bird, che tentando di recuperare una palla vagante cadde pesantemente faccia in avanti verso la fine del secondo quarto.
I quasi quindicimila tifosi trattennero il fiato mentre il loro idolo giaceva immobile per alcuni secondi, poi il numero 33 si rialzò e lentamente si diresse verso gli spogliatoi. Nel terzo quarto, i Pacers presero il comando, mentre quindicimila paia di occhi scrutavano nervosamente in direzione del tunnel della “locker room”, in cerca del loro capitano. Bird, a quel punto, si tolse la borsa del ghiaccio dallo zigomo tumefatto e decise di rientrare in campo. Il pubblico letteralmente impazzì, ed una scarica di adrenalina percorse l’intero palazzetto. Larry realizzò 14 punti nei 12 minuti seguenti, riportando avanti la sua squadra e dandole un margine di sicurezza. Ford allora, consapevole delle condizioni della sua schiena, lo richiamò in panchina e questo fu sufficiente a dar vita ad una disperata rimonta di Indiana. Il pronto rientro in campo dell’asso da French Lick e quattro tiri liberi di Brian Shaw chiusero il discorso: 124 a 121 Boston (Bird 32 punti), e tanti saluti a Chuck Person. Al turno seguente, però, Larry arrivò in “riserva”.
Anche i Pistons erano in declino, ma arrivavano ai playoffs comunque in condizioni migliori dei biancoverdi ed i Celtics si fecero sorprendere in gara 1. Reagirono vincendo la seconda partita e nella terza “rullarono” Detroit per 115 a 83: sembravano avere la serie in pugno. I Pistons ad Auburn Hills pareggiarono il conto con una vittoria stentata, 104 a 97, e poi approfittarono di un infortunio alla caviglia di Robert Parish per ribaltare la situazione ed aggiudicarsi la quinta sfida (116 a 111 al Garden). Nel sesto incontro in programma di nuovo nel Michigan il 17 maggio, Bird giocò ancora una volta in modo anonimo. Sotto di 16, i Celtics rientrarono in partita grazie ad uno strepitoso McHale, che nonostante la caviglia fuori uso ne mise 34. L’assenza di Parish ed un incredibile errore arbitrale del veterano Jack Madden condannarono purtroppo Boston all’eliminazione, ma i biancoverdi lottarono fino alla fine e caddero in piedi, 117 a 113 dopo un supplementare. Larry era stato in difficoltà per tutta la serie: 38,2 % al tiro e 13,4 punti a partita non erano numeri degni di lui, ma con la schiena in quelle condizioni era di per sè un miracolo riuscire a camminare, figuriamoci giocare nell’NBA!
L’ultimo valzer
Nel maggio 1991 Bird si era sottoposto ad un intervento chirurgico da parte del dottor Alexander Wright presso il New England Baptist Hospital. Wright aveva liberato le terminazioni nervose che da troppo tempo erano rimaste compresse, e per farlo aveva dovuto ripulire la zona ossea vertebrale e rimuovere un disco. Non potendo correre, Larry si limitò a lunghe camminate giornaliere, e da luglio riprese a tirare a canestro. I Celtics, per facilitare il riposo del loro capitano durante le lunghe trasferte, affittarono per la prima volta un aereo e lo dotarono di un lettino nella zona della coda. Bird avrebbe potuto riposare in posizione distesa e sottoporsi ad eventuali sedute di massaggio. Anche il training camp diede ottime indicazioni sulla salute del numero 33, soddisfatto anche dalla scelta nel draft di Rick Fox, un canadese da North Carolina che sembrava in grado di contribuire immediatamente. Dopo pochi giorni dall’inizio del campionato, tutto il mondo fu scosso dalla conferenza stampa nel corso della quale Magic Johnson dichiarava di ritirarsi dal basket giocato a causa dell’HIV. Larry ne fu particolarmente colpito, visto che Magic è un suo grande amico. Il campionato 1991-92 per Bird iniziò comunque nel migliore dei modi. Fu il miglior marcatore dei Celtics in 11 delle prime 20 partite, ed al 13 dicembre il bilancio era eloquente: 14 vittorie e 6 sconfitte, con addirittura 9 successi nelle ultime 10 uscite.
Il 14 dicembre, però, ancora una volta la schiena del capitano andò fuori giri. Brian Shaw gli cadde sopra in allenamento, e di nuovo Dyrek cominciò a manipolare le vertebre di cristallo. In qualche modo, tra dolori terribili, riuscì a mostrare qualche sprazzo di classe, come il 27 dicembre, quando impallinò Seattle con 27 punti, o il giorno dopo, a Denver, dove seppur sconfitto, mise a tabellino 20 punti e 19 rimbalzi. Ormai per lui il gioco del basket era un vero e proprio calvario. La schiena era in condizioni disastrose, eppure il formidabile campione continuava a lottare. Anche lui però dovette arrendersi all’evidenza, e fu inserito in lista infortunati saltando tutte le partite dei primi due mesi del 1992, per poi rientrare il 28 febbraio nella sconfitta ad Atlanta. I Celtics senza di lui stavano zoppicando (13 vinte e 15 perse), ma con lo stimolo del suo rientro le cose migliorarono. Il 15 marzo aggiunse un altro capitolo alla sua incredibile carriera, pareggiando con un tiro da tre a tempo scaduto la partita interna con i Blazers e poi dominando letteralmente l’incontro. Boston vinse 152 a 148 ai supplementari, con il capitano a quota 49 punti, 14 rimbalzi e 12 assist. Il campione però fu costretto a saltare le ultime otto gare della regular season, otto partite che Boston riuscì a vincere per concludere con il record di 51 vittorie e 31 sconfitte. Bird aveva giocato solo 45 incontri, ma con medie tutto sommato più che dignitose: 20,2 punti a partita, 9,6 rimbalzi e 6.8 assist con il 46,6% al tiro, il 40,6% da tre (ottavo nell’NBA) ed il 92,6% nei liberi (2° nella lega).
Ma le ultime otto vittorie e soprattutto il secco tre a zero con il quale i Celtics si sbarazzarono di Indiana al primo turno dei playoff, cominciarono ad insinuare nelle teste dei giornalisti l’idea che forse Boston giocava meglio quando il campione se ne stava a casa. Il front office cercava chiaramente di limitare l’utilizzo di Bird solo ai momenti di reale bisogno, e quando i “media” posero l’ormai fatidica domanda a Chris Ford, “meglio senza Bird?”, lui rispose: “Vi sembro un idiota?” Per Chris era fuori discussione: Boston era nettamente più forte anche con un Larry a mezzo servizio. La verità però stava nel mezzo. Un Bird sano era un’arma terrificante, ma in quelle condizioni ed in un momento in cui la squadra aveva trovato una sua dimensione anche senza il suo apporto, la domanda era legittima. Nella prima partita del secondo turno, con il capitano ancora fuori, i Cleveland Cavaliers abusarono dei Celtics, ed il centro Brad Daugherty dominò Parish. Nella seconda partita il “Chief” (27 punti) si vendicò e Boston passò per 104 a 97, espugnando il Richfield Coliseum. La terza partita vide i Celtics prevalere di misura al Garden, 110 a 107 grazie a 36 punti di Reggie Lewis (26 nella seconda metà di gara), e quando a Larry venne dato il permesso di rientrare, tutti si prepararono. Gara 4, anche a causa di una prestazione incolore dell’asso biancoverde, fu appannaggio dei Cavaliers che, guidati da un immenso Larry Nance (32 punti, e 13 su 16 al tiro), vinsero ai supplementari per 114 a 112 e ripresero l’inerzia della serie. Ripresero nuovo vigore le critiche a Bird, reo secondo qualcuno di aver mandato fuori giri il motore bostoniano.
La quinta fu una sfida solo di nome, poichè Cleveland dispose a suo piacimento di Boston fino al 114 a 98 finale, e le malelingue continuarono a fare a pezzi il baffo dell’Indiana. Bird non si scompose, ma preferì far parlare i fatti: il 15 maggio guidò i Celtics ad una vittoria per 122 a 91, segnando 16 punti, catturando 12 rimbalzi ma cosa più importante servendo puntualmente con 14 assist ogni compagno smarcato. La moglie di Larry, Dinah, alla fine scaricò tutta la frustrazione per le amarezze che aveva dovuto ingoiare negli ultimi tempi, domandando ad alta voce ai giornalisti: “Dove sono ora quelli che dicevano che era meglio se non avesse giocato?”. La realtà, però, era che Cleveland aveva ancora i serbatoi pieni, mentre quelli delle stelle di Boston (34 anni per McHale, 35 per Larry, e 38 per Parish) erano agli sgoccioli. Mentre il pullman li portava al Richfield Coliseum per la settima partita, i Celtics videro un cartello con la scritta “L’ultima gara di Larry”, e con una freccia ad indicare la direzione. Nel primo attacco Parish si palleggiò sul piede, e l’intera gara fu all’insegna del “voglio ma non posso”. Bird segnò 12 punti, ma la serataccia terminò con la vittoria dei padroni di casa col punteggio di 122 a 104. Anche se molti si rifiutavano di ammetterlo, era chiaro che quella era stata l’ultima partita di Larry Bird con la maglia dei Boston Celtics. Il campione disse che avrebbe deciso a settembre, ma ci si rendeva conto che la decisione era già stata presa. Bird era stato convocato nella prima formazione professionistica statunitense che avrebbe giocato le Olimpiadi di Barcellona, ed era evidente che voleva farlo da giocatore ancora in attività: proprio per questo avrebbe atteso prima di comunicare il suo ritiro.
Torneo delle Americhe
In quelle Olimpiadi, gli atleti dell’NBA avrebbero potuto fare per la prima volta quello che i cestisti professionisti di Italia, Spagna, Russia e Jugoslavia già facevano da tempo immemore: difendere i colori della loro nazione. Alla fine l’assurdo regolamento della FIBA era stato emendato, e la lega professionistica americana aveva deciso di far giocare la crema delle sue stelle: Larry Bird, Magic Johnson (nonostante i suoi problemi con l’HIV), Michael Jordan, Charles Barkley, Patrick Ewing, David Robinson, Clyde Drexler, Karl Malone, John Stockton, Scottie Pippen, Chris Mullin ed il giovane Christian Laettner (appena uscito dall’Università di Duke). Larry a dire il vero aveva nicchiato un po’ all’inizio, ma poi le insistenti pressioni di Dave Gavitt (al quale sarebbe sempre rimasto grato per l’opportunità) ed il suo forte istinto patriottico avevano avuto il sopravvento sui dolori alla schiena, e la consapevolezza di partecipare a qualcosa di storico era stata più forte di tutto. Il raduno per il torneo di qualificazione avvenne il 21 giugno a La Jolla, in California, e subito la squadra venne battezzata “Dream Team”. Fin dal primo “scrimmage” il tono fu dei più competitivi, ma allo stesso tempo i campioni, che parlavano la stessa lingua di una classe sopraffina e di un talento ineguagliabile furono capaci di cementare il gruppo e di renderlo coeso. Significativo un episodio accaduto nel primo allenamento: mentre Magic Johnson e Larry si allenavano nel tiro in una metà campo, si avvicinò Patrick Ewing, ma Magic lo cacciò via dicendo che non era il suo canestro, quello. Alla richiesta di spiegazioni del povero Pat, Magic rispose che quello era il canestro dei vincenti, e che Ewing non aveva vinto titoli NBA mentre lui e Larry insieme ne avevano otto. Anzi, se Michael Jordan e Scottie Pippen (allora a quota due) volevano passare da questa parte, sarebbero stati bene accetti. Larry si stava letteralmente sbellicando dal ridere quando Magic suggerì a quel perdentaccio di Charles Barkley di starsene dall’altra parte… uno spasso.
Tra allenamenti e conferenze stampa, Bird trovò il tempo di rafforzare i vincoli di amicizia che lo legavano agli altri campioni, soprattutto a Pat Ewing, ed era evidente che Larry in quel gruppo rivedeva molto dei Celtics del 1986. Il 28 giugno, dopo essersi spostati a Portland, sede del “Tournament of Americas”, gli Stati Uniti demolirono Cuba per 136 a 57, e Larry soffrì nuovamente di problemi alla schiena.
Fu costretto a saltare tutte le partite di qualificazione: Canada (105 a 61), Panama (112 a 52), Argentina (128 a 87) e Portorico (119 a 81). Voleva stare a guardare anche la finale contro il Venezuela il 4 luglio, Festa dell’Indipendenza americana, ma Magic “aizzò” il pubblico che cominciò a gridare il suo nome. Larry fu “costretto” ad entrare in campo nella facile vittoria (127 a 80). A fine gara il campione regalò una copia autografata del suo libro ad Oscar Schmidt, il cannoniere brasiliano che aveva dichiarato di essere da sempre un suo estimatore. Nella dedica lo sfidò uno contro uno a French Lick, ma Oscar non capì l’inglese e...perse l’occasione della sua vita.
Nonostante la "comparsata", purtroppo la schiena era nuovamente fuori uso, e Larry si rese conto che le sue speranze di giocare in terra di Spagna erano ridotte al lumicino.
Si precipitò nell’ufficio dell’amico fisiatra Dan Dyrek e gli disse che lo voleva a Barcelona, perché era l’unico in grado di tenerlo in piedi, grazie alle sue capacità di massaggiatore. L’amico gli rispose che per farlo avrebbe dovuto annullare un mucchio di appuntamenti già presi, e scherzando suggerì a Larry di comprare delle rose per la sua segretaria, che sarebbe stata costretta a fare gli straordinari. Immaginatevi lo stupore della signora, quando si vide recapitare duecento rose rosse…Larry Bird era un All-Star anche quando ringraziava.
In Barcelona!
La comitiva del Dream Team (che comprendeva quindi anche Dyrek ed il massaggiatore dei Celtics Ed Lacerte) si imbarcò il 17 luglio alla volta di Montecarlo su un volo charter in cui nella zona della coda era stato allestita una specie di camera, con tanto di lettino per permettere a Bird di non affaticare la colonna vertebrale. Appena sbarcata all’aeroporto, la comitiva a stelle e strisce si installò presso lo stupendo Hotel Loews, che oggi si chiama Grand Hotel: un’incredibile albergo di lusso che sembra sorgere dal mare ed appoggiarsi sulle propaggini della Alpi Marittime. A fianco dell’hotel è situato il Casinò Monte Carlo, e Michael Jordan sembrò gradire la coincidenza. Larry, invece, appena gli chiesero sette dollari per una birra, rispose che con sette dollari lui a French Lick di birrette ne avrebbe comprate cinque, e tornò in albergo disgustato. Grazie a Dyrek la schiena stava meglio, ed il capitano dei Celtics potè allenarsi a pieno regime e giocare l’amichevole con la nazionale francese il 21 luglio, vinta facilmente dal Dream Team per 111 a 71. Dopo tre giorni di intensi allenamenti e di splendido relax nella piscina riscaldata del Loews, il gruppo fece le valigie per imbarcarsi a Nizza sul volo che li avrebbe portati a Barcelona: ormai le Olimpiadi stavano per iniziare. La selezione statunitense prese alloggio all’Hotel Ambassador, il fantastico albergo che era stato costruito proprio in occasione dei Giochi e che si affaccia sulla “Calle del Pintor Fortuny” e quindi sulle famose Ramblas, nel Barrio Gotico. A Bird dispiacque non poter partecipare alla sfilata della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, ma stare per qualche ora in piedi avrebbe sicuramente riacutizzato il dolore causato dalla stenosi e probabilmente gli avrebbe precluso qualche partita, per cui preferì guardarla in TV.
Domenica 26 luglio 1992, a 16 anni di distanza dal giorno in cui aveva vestito per l’ultima volta la maglia della nazionale statunitense alle Universiadi di Sofia, Larry indossò il numero 7 e scese in campo al Palau Sant Jordi di Barcelona. Il risultato della sfida con l’Angola non fu mai in discussione (116 a 48), e Bird mise a segno 9 punti infilando l’unica “bomba” tentata. Il giorno dopo tocco alla Croazia di Petrovic e Kukoc subire la dura legge del Dream Team: nel 103 a 70 finale Bird realizzò solo 3 punti, tirando piuttosto male. Si consolò l’indomani all’idea che avrebbe potuto andare a vedere la Nazionale statunitense di baseball impegnata contro il Giappone: presenziò alla gara, e tornò spesso in seguito anche se la selezione statunitense con mazza e guantone non era propriamente un Dream Team, nonostante la presenza di futuri campioni come Giambi, Garciaparra e Varitek. Il 29 luglio toccò alla Germania di Detlef Schrempf subire il “tostone” da parte della compagine a stelle e strisce: 111 a 68 con Bird a disputare la sua miglior partita delle Olimpiadi, come testimoniato pure dai 19 punti in 21 minuti, sufficienti comunque a farne il miglior marcatore della gara.
Dopo un’altra giornata di riposo allietata dall’esibizione – invero non eclatante – della selezione di mazza e guantone, il 31 le stelle statunitensi schiacciarono il Brasile di Oscar per 127 a 83, con un Larry poco incisivo al tiro (1 su 5 da tre) ma presente a rimbalzo (6 in 21 minuti). Il 2 agosto fu la volta dei beniamini locali, “scherzati” con un eloquente 122 a 81 anche grazie alla buona partita di Bird, autore di 14 punti. Il Dream Team stava dimostrando a tutto il mondo di essere la più forte squadra di basket mai allestita, con atleti che pur essendo parte della storia della pallacanestro, non avevano problemi a mettersi al servizio della squadra ed a rinunciare a bottini personali copiosi. Gli scarti esagerati che infliggevano ad ogni avversario erano solo la dimostrazione “numerica” di qualcosa di più profondo, di un dominio totale in ogni fase del gioco, e le difficoltà incontrate dalle selezioni statunitensi in futuro – impropriamente chiamate “Dream Team” anche quando non meritavano nemmeno di allacciare le scarpe ai giocatori della Selezione del 1992 – avrebbero sottolineato ancor più marcatamente quanto gli olimpionici di Barcelona fossero superiori non solo a tutti gli avversari, ma anche agli epigoni.
Il 4 agosto, nei quarti di finale la vittima sacrificale fu Portorico, sotterrato da 38 punti di scarto (115 a 77, con 5 punti di Larry Legend), e questa vittoria preparò un’interessante semifinale con la Lituania dei Marciulionis (primo atleta dell’ex Unione Sovietica a calcare i parquet NBA) e dei Sabonis. Ma neppure in questa occasione ci fu storia: gli americani schizzarono via praticamente subito, e con una difesa soffocante non permisero agli avversari nemmeno di rendersi conto di cosa stesse accadendo. Il basket, quando è giocato in maniera pressoché perfetta, può diventare quasi noioso: ed è esattamente quello che accadde in USA-Lituania 127-76, con i baltici a fare la figura dei bambini in gita turistica di fronte allo strapotere avversario. Bird giocò una partita solida, segnando 10 punti ed accompagnandoli a 6 rimbalzi e 6 assist.
Nella finale del 10 agosto al Palau Sant Jordi, il Dream Team si ritrovò di fronte la selezione croata di Petrovic e Radja, e mentre tutti rimanevano a bocca aperta, Larry in riscaldamento si mise schiacciare in tutti i modi. “Air” Jordan lo prese in giro chiedendogli se voleva rubargli il mestiere, ma Bird sapeva benissimo che quella sarebbe stata con ogni probabilità l’ultima gara della sua carriera, e cercò di sfogare quello che sentiva dentro.
Poi, però, Chuck Daly “dimenticò” Larry in panchina per tutto il primo tempo, e si scusò immediatamente con la stella. Dove agli inizi della carriera il giovane Bird si sarebbe infuriato (come era accaduto nell’incontro tra All Star liceali degli stati di Indiana e Kentucky nel 1973), ora il Bird di fine carriera sorrise a Daly e rispose “Non è un problema, coach”. Giocò 12 minuti in quella finale, sbagliò un tiro, e chiuse l’Olimpiade a 8.3 punti e 3.8 rimbalzi a partita.
La gara terminò sul 117 a 85 per gli statunitensi, che imposero agli avversari passivi tremendi: segnarono 117,3 punti a partita, e vinsero con uno scarto medio di 43,8, e a coach Daly non restò che immortalare l’esperienza con la storica frase: “Vedrete altre squadre professionistiche americane alle Olimpiadi, ma non credo vedrete mai più una squadra come questa. Perché questo è stato un gruppo maestoso”.
Poi fu tempo di premiazioni, la stretta di mano, la medaglia con la vittoria alata che impugna il lauro e con la scritta “XXV Olimpiade”, il nastro multicolore attorno al collo. E mentre tra le volte del palazzo dello sport catalano risuonavano le note del “Star Spangled Banner”, il capitano dei Celtics quasi si commosse pensando a suo padre e a quanto teneva alla bandiera americana, che aveva onorato nella guerra di Corea. Ed in un attimo tutto fu finito: i componenti della squadra più forte di ogni tempo si affrettarono a rientrare a casa, e Larry si prese una settimana per meditare sul suo futuro.
Il ritiro
In una piovosa sera d’agosto, un campione era solo nella sua casa del quartiere di Brookline a Boston. E mentre il picchiettare delle gocce gli faceva compagnia, prima impercettibili, uno ad uno, e poi intensi, ad ondate, cominciarono ad arrivare i ricordi. Il primo “training camp”, con i veterani a saggiare il suo talento, i primi successi, le grandi battaglie con Sixers e Lakers. I titoli, le sconfitte, le grandi giocate e le grandi partite. Red Auerbach e K.C. Jones, Kevin McHale e Larry Bird, ed i grandi avversari da Julius Erving a Magic Johnson, da Isiah Thomas a Michael Jordan. E poi gli infortuni, i tifosi biancoverdi che lo incoraggiavano, l’orgoglio che ti spinge a continuare anche quando la schiena è troppo malandata per farlo. Non era triste, no, ma sapeva che il momento era arrivato, come sempre arriva per tutti, ineluttabile. Il 18 agosto, erano tre giorni che pioveva a catinelle, a Boston. E la cosa probabilmente aveva un suo significato recondito: che gli Dei del basket volessero suggerire quanto stava per succedere? Che volessero segnalare con un evento atmosferico che la pallacanestro, da quel giorno, sarebbe cambiata per sempre? Nel corso di una conferenza stampa di 45 minuti al Boards and Blades Club del Boston Garden, Larry Joe Bird annunciò il suo addio ai parquet, ed anche se la voce del ritiro ormai girava da tempo, il mondo del basket rimase comunque attonito. Era la fine di un’era, forse l’ultima goccia di romanticismo presente nel tritacarne NBA, l’ultimo baluardo ad una realtà fatta d’interesse dove i colori della propria squadra sono meno importanti del verde dei dollari. Arrivarono centinaia di attestati di stima da compagni, amici, ma anche dai grandi rivali di un’intera carriera come Michael Cooper e Magic Johnson, il cui ritiro entro breve avrebbe completato la fine del periodo di rinascita della Lega dopo i bui anni ’70. Pat Riley, l’allenatore degli arcirivali Lakers, dichiarò: “E’ stato qualcosa di unico. Non solo il migliore dei migliori, ma il solo ad arrivare a quel livello. Un guerriero”. Red Auerbach fece un salto nel passato: “Quando arrivò a Boston, sembrava un contadinotto. Ma bastava guardarlo negli occhi per un attimo, e ti rendevi conto che era tutt’altro che sprovveduto. Sapeva quello che voleva, e sapeva come ottenerlo”. “Quando si scriverà la storia di questo gioco – aggiunse Dave Gavitt – tutti sappiamo che Larry Bird occuperà un posto nel quintetto dei migliori di sempre”. Per Larry, però, quel giorno fu tutt’altro che triste: era davvero arrivato al limite della sopportazione, dato che la schiena non solo non gli permetteva di allenarsi e quindi di giocare come sapeva, ma lo costringeva ad una vita quasi subumana. A volte non poteva piegarsi, o tenere in braccio il piccolo Conor, o addirittura era costretto a mangiare steso a terra, come un animale. Era spesso di cattivo umore, ed in seguito ringraziò Dinah per averlo sopportato in quei lunghi mesi. Ed è per questo che quando uscì dal Boards and Blades Club andò a festeggiare con Dyrek ed altri amici: era come se un peso enorme gli fosse stato tolto dalle spalle. Era quello il momento in cui terminava una carriera, ed iniziava una Leggenda...
La notte di Larry
Lo stesso giorno in cui annunciò al mondo il suo ritiro, a Larry venne offerta l’opportunità di continuare a far parte della famiglia dei Celtics con l’incarico di assistente speciale di Dave Gavitt. Bird sapeva che il suo ruolo all’interno dello staff bostoniano sarebbe stato limitato almeno fino a che non avesse risolto i suoi problemi fisici, e d’altro canto l’idea di risparmiare dei bigliettoni facendo pagare all’assicurazione della franchigia biancoverde le cospicue spese mediche che stava per affrontare non era da buttare, così accettò.
Anche perché l’intervento a cui si sarebbe sottoposto il 5 marzo 1993 era decisamente delicato: l’operazione di fusione spinale, infatti, prevedeva l’applicazione di due “guide” ossee (i “distrattori di Harrington”) prelevate dal bacino per tenere allineate le vertebre, ed avrebbe visto il dottor Alexander Wright del New England Baptist Hospital impegnato per ben cinque ore nel rimettere in sesto la schiena del campione. Ma prima di questo, Dave Gavitt volle fare uno splendido regalo ai tifosi biancoverdi e soprattutto a Larry Bird: l’organizzazione di una serata speciale al Boston Garden dedicata esclusivamente al numero 33 dei Celtics.
Il campione dapprincipio era titubante – le luci del proscenio avevano da sempre un effetto urticante su chi non aveva problemi a professarsi sempre “il Contadino di French Lick” – ma alla fine la voce suadente di Gavitt, come era riuscita a spingere Larry a Barcelona, riuscì anche a fargli non solo accettare ma abbracciare una serata tutta per lui. I biglietti al prezzo di 45 dollari andarono a ruba, e vennero vendute anche 1,033 (il 33 finale ricordava il numero di Bird, ovviamente) litografie di Larry eseguite da Leroy Neiman e firmate dall’artista e dall’atleta per l’occasione. Il prezzo? 1,033 dollari l’una, ovviamente devoluti in beneficenza assieme agli altri proventi della serata fino ad arrivare alla discreta somma di 1 milione. A dire il vero Gavitt voleva che Larry tirasse per l’ultima volta a canestro, ma il capitano rifiutò dicendo “Dave, ho già tirato più di quanto dovessi”. Ma Gavitt l’ebbe vinta sull’abbigliamento: tutti gli atleti avrebbero dovuto indossare i “warmups”, le tute dei Celtics.
E così il 4 febbraio 1992 il Boston Garden diventò un salotto dedicato a tifosi ed amici del numero 33. Per 150 minuti da un palco rialzato con il logo del leprechaun in bombetta l’anchorman Bob Costas raccontò la storia di un ragazzo, di un pallone e di un canestro, di come il ragazzo era diventato uomo, di come l’uomo era diventato leggenda. Sottolineò come pochi siano riusciti ad essere straordinari realizzatori, tiratori mortiferi, rimbalzisti dominanti. Rimarcò come ancor meno siano stati in grado di eccellere in due o tre aspetti del gioco, e di come solo una manciata sia stata in grado di dominare in ogni aspetto del gioco. 
E tra questi dominatori, Larry Bird era quello che più di tutti riusciva ad aggiungere un ulteriore ingrediente, quello dell’atleta che si eleva al di sopra degli altri quando la partita è in bilico, “in the clutch”. Compagni di squadra, allenatori, persino Mister Celtic al secolo Arnold “Red” Auerbach, tutti condivisero con i tifosi storie, scherzi, imprese e aneddoti e cercarono di spiegare ancora una volta che cosa facesse di quel signore alto e col naso aquilino un atleta ed un uomo unico.
Alla fine arrivò pure l’eterno rivale (ma grande amico) Magic Johnson, che, oltre ai meritati applausi, si prese un bel po’ di fischi a causa della sua tuta gialloviola da Laker. Ma quando sfoggiò il suo sorriso brevettato e cominciò a parlare, anche il più rude tifoso biancoverde fece silenzio: “Larry, mi hai costretto a notti insonni, eri l’unico giocatore che temessi. Perché se mancavano pochi secondi alla fine ed il punteggio era in equilibrio, sapevo che avresti trovato il modo di vincere”. Applausi a scena aperta.
“In tutti questi anni sei sempre stato sincero e leale. Solo in un’occasione mi hai mentito, quando mi hai detto che prima o poi ci sarebbe stato un altro Larry Bird. Larry, non ci sarà mai un altro Larry Bird. Ti voglio bene, ti rispetto e ti ammiro, grazie”. Ed ecco che per la prima volta il ruvido pubblico del Boston Garden si alza in piedi e riserva ad un Laker una standing ovation. Ed anche questa va tra le mille imprese, i mille record ed i mille trofei della bacheca di Larry Joe Bird. Poi Magic regalò all’amico un pezzo del parquet del Forum di Los Angeles, una maglietta Lakers col nome Bird sulla schiena (che Larry finse di gettare) ed una sua maglietta numero 32 gialloviola con la dedica a pennarello “Al più grande giocatore di sempre, ma soprattutto, ad un amico per sempre”.
Dopo, fu il turno di Red Auerbach, che raccontò un aneddoto sulla firma del primo contratto, la famosa “Guerra dei Cento Giorni”: “Siamo lì che ci confrontiamo, ed il suo agente dice che dovremmo pagare Larry altri 10,000 dollari se verrà selezionato per il Quintetto delle Matricole. Al che gli chiedo se gli sembro uno stupido: stiamo accordandoci per il salario più alto mai pagato ad un rookie, e voglio ben vedere che non sia scelto nel Quintetto delle Matricole”! Boato di risate. Dopo qualche altro scambio di battute, Red, Larry, la compagna Dinah ed il piccolo Conor si avviarono verso un lato del campo, su cui pendeva una lunga fune. E con il Garden illuminato solo da una lama di luce che mostrava il campione, la sua famiglia, ed una bandiera bianca col numero 33 che saliva lentamente, il frastuono divenne assordante.
Quando il numero fu in mezzo a quelli di coloro che, come Larry, avevano cambiato la storia dei Celtics, il capitano affrontò la parte più difficile per ogni campione, quella del commiato finale, dell’ultimo abbraccio virtuale ai tifosi. Ringraziò tutti, ma le parole più belle le riservò ai tifosi: “Lascio stasera lo sport che amo, dopo aver dedicato la mia vita sportiva ai Celtics. E’ stato fantastico. Ringrazio voi, Magic, l’organizzazione dei Celtics per avermi spinto a vette che non avrei mai pensato di aggiungere”. E quella splendida notte in agrodolce ebbe la sua degna conclusione.
Epilogo
Larry Bird ha insegnato al mondo del basket che si può volere una cosa così tanto, da renderla realtà. Ci ha insegnato che si può diventare ricchi e famosi senza perdere il rispetto di sé stessi, e che si può entrare nella Leggenda amando i tifosi più di quanto si ama la compagnia che produce le tue scarpe da gioco. Oggi, mentre gli anni passano, un velo di polvere comincia a coprire i trofei di casa Bird così come i ricordi dei tifosi. Il numero 33 viene ridimensionato non da giocatori dei giorni nostri, ma dalla memoria, che, vigliacca, allontana i ricordi di quanto è accaduto tempo fa, li ridimensiona, li rimpicciolisce e ci porta a pensare che Dwyane Wade e Kobe Bryant siano più o meno forti come Michael Jordan. “Dirk Nowitzki è il nuovo Larry Bird”, si sente dire, con sicurezza, da alcuni addetti ai lavori. E così, mentre guardo il tedescone di Wurzburg piantare palloni nel canestro degli Heat in una notte di giugno, anch’io, seppur fanatico seguace della “religione birdiana” vacillo, e sento qualche timido dubbio insinuarsi nella mia mente. Il teutonico brucia la retina, il tiro sembra quello di Larry Legend, ed a rimbalzo ci va pure bene. Difesa e passaggio non sono propriamente di seta, ma, diavolo, è un NBA più atletica, e quindi...Il dubbio di rafforza: sarà stato il mio cuore bostoniano ad esagerare la portata delle imprese del 33? Ma poi, quando vedo il numero 41 di Dallas avvicinarsi alla lunetta con un tiro libero che potrebbe decidere l’intera serie di Finale, mi trovo, senza cattiveria e con una certa dose di curiosità, a pensare: “Ecco, alla fine ci siamo arrivati, adesso mi dimostrerai se sei il nuovo Bird”. Il tiro libero finisce sul ferro, così come le speranze dei Mavericks di agguantare il loro primo trofeo NBA. No, Dirk, per quanto tu sia un grande, aveva ragione Magic Johnson: non ci sarà mai, mai e poi mai un altro Larry Bird.





Commenti
Ti ringrazio di cuore,mi hai fatto rivivere momenti bellissimi (compreso il ricordo di Oscar che sembrava uno scolaretto al cospetto di Larry Legend).
Grazie.
Forse l'unica delusione/speranza è stato quello di non poterlo edere seduto sulla panchina e vincere un titolo anche li. sono sicuro che ne sarebbe stato capace, come dimostrato a Indiana
idolo
Anche un tifoso come me, che non l'ha mai visto giocare dal vivo, non può non considerarlo un Idolo assoluto della nostra Leggenda.
Grazie Larry per le emozioni che ci hai regalato e ci regali ogni volta che leggiamo una tua biografia, gustiamo un video che ti riguarda o ripercorriamo la tua (e la nostra) storia in qualsiasi modo...
...e grazie al solito Fabio, che riesce a rendere "tutto questo" ancora più unico.
Mi dispiace non traspaia che Nowitzki rappresenta le ali "caucasiche" alle quali è stato o verrà appioppata l'etichetta di "nuovo Larry Bird"... a me pareva evidente quando l'ho scritto ma probabilmente non mi sono espresso in modo così chiaro.
Larry Bird: "(...)Dirk Nowitzki in Dallas reminds me of myself. He can run the floor, shoot and rebound."
Nowitski/Bird, confermo: mi ricordo anch'io di diversi litri di inchiostro sprecati sul paragone. Così come (se andrà avanti così) fra poco ci faremo grasse risate sul paragone tra LBJ e MJ.
Purtroppo uno dei vizi dello sport in generale (si pensi ai tanti eredi di Maradona, da D'Alessandro - giuro - a Messi) è di cercare tracce del presente nel passato.
Questo per nobilitare gli attori dello showbiz e, in fin dei conti, vendere di più e meglio il prodotto
Difficile fare paragoni, ma sto con Fabio, Larry fu un vincente e Dirk per ora no e questo fa la differenza per essere un grandissimo.
Sul fatto che i Celtics tardarono a voltare pagina, da un punto visto pratica e' vero; ma ai Celtics c'e' uno stile ed una filosofia che spesso vanno al di la del alto pratico. Qui i tifosi amano la loro "gente", si attaccano come l'edera, e forse succede un po' anche oggi. KG, Ray e Pierce li vorremmo sempre vedere con la casacca del trifoglio.
Beh forse anche per questo siamo una franchigia unica, forse anche per questo non ci capiscono e forse anche per questo molti ci odiano.
Col ritiro di Magic e Larry finisce veramente un'epoca da loro stessi aperta e portata a livelli paradisiaci durante gli anni '80: quella, probabilmente, del miglior basket giocato nella storia di questo sport. Nel frattempo se ne apriva un'altra con MJ come indiscusso monarca, ma fatta, a mio giudizio, di un basket meno puro e meno bello che purtroppo ha però influenzato anche i tempi attuali.
Un giorno poi spero potremmo discutere anche dell'uomo Bird e non solo del giocatore, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Premetto che mi sarebbe sempre piaciuto davvero vederlo a Boston in altra veste, ma, evidentemente, gli dei del basket non hanno voluto: ciò nonostante, è forse stata una fortuna non rovinare il grande ricordo che ha lasciato con una carriera da allenatore o dirigente inferiore a quella da giocatore.
Insomma, signor Larry Bird, dopo che per anni ho letto e seguito le tue statistiche, le tue partite e le tue vittorie, ogni volta che ti vedo fotografato, intervistato o inquadrato, nonostante il passare degli anni provo sempre un brivido!
Volevo solo ringraziare Fabio che ha permesso ( a chi come me è troppo giovane e non ha potuto ammirare il 33 ) di vivere i momenti della mitica carriera di Bird , ho visto molti video su Larry ma questi articoli sono di sicuro uno dei modi migliori per ricordare ee conoscere meglio una leggenda dei nostri mitici BOSTON CELTICS !!!
GRAZIE A TUTTO LO STAFF!!!
Beh, Earvin ci starebbe stato da Dio, ai Celtics, mentre quello che c'è adesso non lo vorrei proprio. Se mi chiedessero una lista dei Lakers che avrei voluto a Boston, Johnson sarebbe al primo posto seguito da Shaq, Jerry West, Elgin Baylor e Kareem Abdul-Jabbar.
e..... SHAQUILLE O'NEAL!
Confermo, Magic l'ho odiato durante le sfide epiche ma a bocce ferme mi è sempre stato simpatico a differenza di quasi tutti gli altri lacustri
Bhè Shaq lo adoro talmente che l'ho scelto al fantaNBA al secondo giro......un tantino azzardato visto il mio attuale record (forse avrei fatto meglio a prendere qualche titolare prima di lui....) ma ci sono cose che non hanno prezzo
RSS feed dei commenti di questo post.