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La Storia dei Celtics
I Celtics si misero al lavoro con determinazione, rendendosi conto di dover riconquistare prima di tutto il cuore dei propri tifosi e la fiducia in sé stessi. Il nuovo corso” apparve evidente nell’incontro prestagionale del 17 ottobre. Al Garden erano di scena i Philadelphia 76ers, e la gara fu subito “calda”. A qualche secondo dal salto a due Malone placcò Maxwell con conseguente scambio di reciproche cortesie, e poco dopo sempre Maxwell non si trovò completamente d’accordo con Iavaroni.
Entrambe le “scintille” non ebbero seguito, cosa che non si può dire di quanto accadde di lì a poco con Marc Iavaroni e Larry Bird come protagonisti: i due si sgomitarono, si spinsero, e poi si presero per la maglietta. A questo punto, un cazzotto del baffo dell’Indiana terminò la discussione, ma diede il via ad una classica “bench-clearing brawl”, una rissa svuotapanchine che a varie riprese vide protagonisti anche Malone, l’allenatore dei Sixers Cunningham e…...RED AUERBACH!!!! Red scese dal suo posto riservato negli “stands” e sfidò Malone a colpirlo: “Coraggio, colpiscimi, grosso figlio di p*****a!”
Dopo la partita le multe fioccarono, mentre il proprietario dei Sixers Harold Katz ed Auerbach si lanciavano reciproche accuse di tentare di guadagnare vantaggi psicologici sull’avversario in vista della stagione entrante. In quel quarantotto, Boston si fece sorprendere a Detroit nella prima gara di campionato, ma poi infilò la serie vincente più lunga dell’anno, aggiudicandosi nove partite.
L’approccio mentale di K.C. Jones era più tranquillo, gli atleti si sentivano trattati come professionisti e non come marines in una caserma d’addestramento, ed i benefici erano evidenti. A fine dicembre il bilancio di 24-8 li vedeva secondi solo ai Lakers, ed il meglio doveva ancora venire. Bird infilò una serie di prestazioni incredibili, e la sua squadra vinse 11 gare su 12, guadagnando la vetta della classifica.
In febbraio Boston rallentò un po’ accusando 6 battute a vuoto, ma si riprese in marzo e aprile chiudendo con un impressionante parziale di 19 vittorie a fronte di 5 sconfitte che le regalarono un 62-20 complessivo e con esso la poltrona più comoda nell’NBA. Larry sembrava vicino al suo primo titolo di miglior giocatore della stagione, e le pur eclatanti cifre di 24.2 punti, 10.1 rimbalzi e 6.6 assists a partita davano solo una vaga idea di come ormai dominasse le partite. Per la prima volta la squadra col miglior record non aveva più diritto ad un turno di riposo nei playoffs, e gli uomini di Jones affrontarono gli spigolosi Bullets di Gene Shue.
In breve tempo Bird e compagni chiusero il conto, anche se Washington riuscì a “segnare” il punto della bandiera in gara 3 prima di capitolare definitivamente, ma la vera sorpresa giunse dai New Jersey Nets, che spinti da Michael Ray Richardson e dall’ex Darryl Dawkins vinsero la quinta partita allo Spectrum . Ma non c’era molto tempo per sorridere al Boston Garden: stavano per arrivare i New York Knicks del superrealizzatore Bernard King, una vera macchina da canestri. Nel primo incontro i Celtics vinsero facilmente, 110 a 92, ma già nella seconda partita fu necessario un Bird stratosferico (16 su 22 al tiro e 37 punti) per sbrogliare la matassa. Al Madison Square Garden, davanti ai rumorosissimi tifosi della Grande Mela, King si esaltò e guidò i suoi a due tonificanti vittorie per 100 a 92 e 118 a 113. Tornati a casa, Bird e compagni schiacciarono i Knicks per 121 a 99, ma nella sesta sfida King ne siglò 44 e rimandò tutti alla settima e decisiva partita. Larry non aveva intenzione di riprovare l’amarezza dell’eliminazione patita a Milwaukee l’anno prima. Sin dalla palla a due fece la voce grossa, mettendo in ginocchio la difesa di New York: 15 punti nel primo quarto e 28 all’intervallo, per poi chiudere con 39, suo massimo in carriera nei playoffs. Nelle sette partite il numero 33 aveva volato alto, alla strabiliante media di 30.4 punti (con il 58.5% al tiro!), 10.6 rimbalzi e 7.1 assists, ma nuovamente non c’era tempo per cullarsi sugli allori: alle porte c’era la “rivincita” con i Bucks. La voglia di vendicarsi era fortissima, e le prime due gare a Boston furono senza storia: 119 a 96 a 125 a 110 i due parziali. Poi i Celtics espugnarono la “Mecca” per 109 a 100, facendo intendere chiaramente che le cose erano radicalmente cambiate dall’anno prima. Il quarto incontro vide i Bucks segnare il punto della bandiera, ma di ritorno a Boston per Sikma e compagni non ci fu scampo: 115 a 108 e serie in cassaforte. Larry, nel 4 a 1 su Milwaukee, aveva viaggiato a medie di 27.5 punti, 10 rimbalzi e 6 assists, e tirato col 50%. Era chiaramente in ottima forma, e non vedeva l’ora di iniziare a giocare la Finale. E quando i Lakers si sbarazzarono di Phoenix il mondo dell’NBA ebbe lo “Showdown” dei sogni: Magic contro Larry, infatti, non era solo la riedizione della finale dei college di qualche anno prima.
Era allo stesso tempo il ritorno di una grande classica (Boston aveva superato gli allora Minneapolis Lakers in ben sette occasioni), lo scontro tra gli stili di due squadre che rappresentavano le loro città anche nel modo di giocare (lo “Showtime” tutto schiacciate e contropiede di L.A. opposto al duro lavoro a metà campo di Boston), e persino la battaglia tra due interpreti totalmente diversi come carattere: i sorrisi dell’estroverso Magic di fronte alla timidezza e cocciutaggine del contadino dell’Indiana.
Una serie epica
Tutto era dunque pronto per la grande battaglia, anche se i Lakers erano stanchi per aver chiuso la serie contro i Suns solo 34 ore prima e Kareem Abdul Jabbar lamentava una delle sue fortissime emicranie. In campo, invece, la battaglia non ci fu. I gialloviola californiani semplicemente annichilirono i padroni di casa, lanciandosi in contropiede come frecce e dominando nel gioco a metà campo proprio grazie a Kareem ed al suo mortifero gancio-cielo fino al 115 a 109 finale. Nella seconda sfida i Celtics partirono meglio, consci di non poter commettere altri errori. I Lakers però rientrarono lentamente, ed in un finale equilibratissimo le due squadre si giocarono punto a punto l’esito dell’intera serie. Magic mise a segno i due personali del 113 a 111 Lakers, e quando McHale fallì entrambi i liberi a sua disposizione a 22” dal termine, sembrò proprio che i giochi fossero fatti: mai e poi mai quei Lakers avrebbero perso due partite in casa. Su un pigro passaggio trasversale di Worthy, però, la guardia Gerald Henderson compì un miracolo alla Havlicek e si involò a canestro infilando il pareggio. Poi Magic ebbe quello che Dan Peterson definì un “blocco mentale”: lasciò passare gli ultimi secondi di gioco senza nemmeno tentare una conclusione, e fu supplementare. Nell’overtime i Celtics la spuntarono per 124 a 121 grazie a due splendide giocate di Wedman e Parish, ma l’incubo si ripresentò in gara 3. Al Forum della Città degli Angeli, Magic e compagni ripresero a svolazzare su e giù per il campo, ed i Celtics poterono solo guardare il tabellone elettronico raggiungere il fatidico 137 a 104 finale. Nel terzo quarto i californiani avevano piazzato un 18 a 0 frutto di 10 errori al tiro e cinque palle perse dei Celtics, e Bird, l’unico a salvarsi nel naufragio, era livido di rabbia. “Abbiamo giocato come delle signorine, e finchè non rimetteremo i nostri cuori al loro posto non avremo speranze”.
Ecco fatto. Pochi avevano decifrato il reale significato delle parole di Larry, ma quando all’inizio della quarta partita il capitano biancoverde con un colpo di...sedere sbattè tra il pubblico Michael Cooper che cercava di ritardare la rimessa in gioco, tutto fu più chiaro. Bird aveva mandato un messaggio cifrato ai suoi compagni ricordando loro che da un Celtic ci si aspetta sempre il 100% dell’impegno e dell’intensità. Il loro leader li aveva strigliati, ed i biancoverdi non si tirarono indietro. E fu una gara leggendaria. Los Angeles a folate innescava il suo mortifero contropiede, ma i Celtics ribattevano colpo su colpo. Non c’erano più signorine in campo, e quando Kurt Rambis partì in contropiede McHale lo rincorse e lo stese da dietro con un braccio intorno al collo. La rissa che si innescò venne subito sedata, ma poco dopo Kareem ficcò un gomito sulla tempia di Larry, ed i due vennero quasi alle mani. A 100” dalla fine, però, Boston era sotto di cinque. Ancora Parish si rivelò determinante, con un gioco da tre punti su un rimbalzo offensivo, e Larry pareggiò con due tiri liberi ed una tonnellata di sangue freddo in un caos infernale.
Nel supplementare Magic sbagliò due tiri liberi, Worthy mancò quello del pareggio mentre Maxwell gli faceva capire che ormai ai Lakers mancava l’aria, e Bird mise al sicuro il successo con una sospensione dopo uno splendido uno contro uno in cui ebbe la meglio sul “Magico” Johnson. 129 a 125 per Boston, con i Lakers che non riuscivano a capacitarsi di ciò che accadeva. Avevano dominato le due gare vinte, e nelle altre due non si erano mai trovati ad inseguire nei 48 minuti, ma le avevano perse ai supplementari!! Il controllo della serie stava sfuggendo dalle loro mani, e se ne rendevano conto. La quinta partita venne dichiarata proprietà di Larry Joe Bird. La città di Boston era attanagliata da un’incredibile ondata di caldo, e nel vetusto Garden, privo di aria condizionata, la temperatura sul campo raggiunse i 36°. Mentre Jabbar faceva ricorso alla maschera ad ossigeno per rinfrancarsi, il contadino di French Lick cominciò a……mettere fieno in cascina, ed alla fine di quell’incredibile partita, mentre i ventilatori ronzavano ancora vicino alla panchina vuota dei Lakers, gli scout poterono contare 34 punti e 17 rimbalzi per la “Leggenda”, che aveva messo a segno 15 dei 20 tiri tentati. Pat Riley ammise: “Chi ha fatto la differenza è stato Bird. Ha fatto funzionare tutto il meccanismo dei Celtics”. Anche McHale e Parish misero a referto una doppia-doppia (almeno dieci punti e dieci rimbalzi), e Boston chiuse sul 121 a 103.
La sesta partita al Forum vide Jabbar di nuovo alle prese con l’emicrania, ma i Celtics sembrarono in grado di chiudere la serie in California, con un vantaggio di 11 lunghezze nel terzo quarto. Di colpo, però, oltre ad uno stratosferico Jabbar (30 punti e 10 rimbalzi), anche Byron Scott cominciò a fare male. Dopo aver segnato 13 punti nelle precedenti 4 gare, ne mise a segno 10 in quella partita ribaltandone l’esito e guidando i Lakers al 119 a 108 finale. Bird (28 punti e 17 rimbalzi, 3 stoppate ed 8 assist) si lamentò di non aver ricevuto la palla nel momento del recupero dei Lakers, e disse che la squadra avrebbe dovuto cercarlo con maggior continuità. Anche nella sconfitta i biancoverdi erano sembrati più pronti, più “tosti” e pronti mentalmente a far loro la serie. Con i Lakers ancora scossi, l’inerzia della serie era definitivamente nelle mani degli uomini di K.C. Jones, che potevano contare anche sul fattore “cabala”. Nella storia dei playoffs, infatti, le due squadre si erano incontrate in sei occasioni con altrettanti successi dei Celtics. E nelle due serie risolte alla settima partita, gli uomini di Auerbach avevano imposto la loro legge. Maxwell negli spogliatoi del Garden prima della gara disse ai compagni di saltare sulle sue spalle, perché si sentiva in giornata di vena e ci avrebbe pensato lui. Ed in campo dimostrò che le sue parole non erano frutto della classica spacconata, segnando 24 punti con 8 rimbalzi ed 8 assist. A 7’ e 58” dalla fine Boston era in vantaggio sul 99 a 85, ma i Lakers fecero un estremo tentativo, ed a poco più di un minuto dalla fine Worthy segnò il canestro del 102 a 105.
Bird sbagliò, ma ancora una volta Robert Parish, il Capo silenzioso, ci mise una pezza: bloccò un passaggio di Magic e s’impossessò della palla. Dennis Johnson subì un fallo e realizzò i tiri liberi della sicurezza. I Celtics erano riusciti a vincere quella settima partita dominando sotto canestro (52 a 33 il computo dei rimbalzi a loro favore) nonostante la pessima giornata di tiro: solo il 39.5%!! Auerbach aveva così ottenuto il suo quindicesimo titolo superando i Lakers per l’ottava volta in altrettante Finali NBA, ed era l’immagine della felicità. Zuppo di champagne spruzzato per festeggiare, rivolgendosi ai cronisti della CBS, Red gridò: “Hey, voi continuate a parlare della dinastia dei Lakers. Ma che dinastia? Ce n’è solo una qui. Questa squadra”. Larry venne eletto MVP dei playoffs e della stagione regolare, il quarto ad ottenere l’accoppiata nella storia della lega (dopo Willis Reed, Kareem Abdul- Jabbar e Moses Malone, tutti centri). Ottenne anche un altro record: fu il primo vincitore a ricevere il premio in t-shirt, ma era già tanto che si fosse recato nello Utah per la premiazione. Dopo tutto, c’era l’erba da tagliare nella sua casa dell’Indiana…..
A caccia del “repeat”
Nel corso di quell’estate Larry lavorò instancabilmente per migliorare i fondamentali offensivi, convinto che le sue capacità non fossero sufficienti per poter contare su un “repeat”. L’ultima squadra in grado di ribadire la propria superiorità nell’NBA nella stagione seguente alla conquista di un titolo erano stati proprio i Celtics di Bill Russell, ed il numero 33 voleva a tutti i costi ripetere l’impresa. Nel frattempo Gerald Henderson, l’eroe della seconda partita delle Finali appena concluse, era stato scambiato con la prima scelta dei Seattle Supersonics. Coach K.C. Jones aveva deciso di affidarsi a Danny Ainge in cabina di regia, ed ovviamente Henderson non avrebbe più trovato molti minuti di gioco.
Il campionato prese il via con un capitano in versione...Uccello da preda, e Boston vinse agevolmente le prime quattro partite per presentarsi il 9 novembre 1984 al primo banco di prova contro i classici rivali di Philadelphia. Fu un massacro. Mentre i Celtics dominavano e Larry stava segnando a ripetizione, Erving non riusciva a trovare la via del canestro, ed era pure costretto a sopportare gli sfottò di Bird. La goccia che fece traboccare il vaso fu il 42° punto (in 30 minuti, con 17 canestri su 23 tentativi) del baffo dell’Indiana (il Dottore era fermo a quota 6 con 3 su 13 al tiro) condito dall’ennesimo “trash-talking”: dalle spinte reciproche si passò alle vie di fatto, e mentre Moses Malone e la matricola Charles Barkley trattenevano l’avversario, Erving gli scaricò addosso due potenti cazzotti.
I Celtics vinsero comunque per 130 a 119, ma fece scalpore la rissa tra due stelle (sapientemente multate dalla lega: 7.500 $ a testa) che oltre a tutto avevano girato insieme un bel po’ di spot pubblicitari per la “Converse”, la nota compagnia produttrice di calzature sportive. Bird si scusò indirettamente, dichiarando che la voglia di vincere giocava brutti scherzi: anche coi suoi fratelli aveva dato vita a qualche scazzottata, ma questo non significava che non volesse loro bene.
Così anche il suo rispetto per Erving rimaneva immutato. Doctor J non commentò, ma la sera dopo i Washington Bullets sorpresero Boston schiacciandola per 112 a 95. Da lì iniziò però una terrificante serie dei Celtics, che vinsero le successive dieci gare con uno scarto medio di 17 punti. Contro Chicago, Bird raggiunse nuovamente quota 40, e contro Dallas ne realizzò 43. Il 9 dicembre Dominique Wilkins sfidò il capitano dei Celtics in un duello di realizzazione: Bird segnò 48 punti con 20 su 32 al tiro, mentre “Nique” mandò a bersaglio 18 dei suoi 31 tiri per 47 punti personali. La gara venne però decisa da un “tip in” di McHale, una correzione su un tiro sbagliato che diede ai Celtics il successo per 128 a 127.
Il 12 dicembre Philadelphia si vendicò della sconfitta precedente con una vittoria per 110 a 107, ma la cosa passò in secondo piano di fronte alla stretta di mano tra i capitani delle due squadre. Boston perse l’ultima partita dell’anno a Milwaukee, anche se continuava a guidare la Eastern Confercence grazie ad un bilancio di 26 vittorie e 6 sconfitte. Il 1985 si aprì con sette vittorie consecutive a dilatare il vantaggio in classifica sulle inseguitrici, ed a fine gennaio Bird si preparò a dare nuovo vigore alla sua leggenda. Il 27, con i Celtics in svantaggio di un punto su Portland e solo 2 secondi sul cronometro, ricevette la palla nell’angolo sinistro del campo e, con due uomini a raddoppiarlo, scoccò da sette metri il tiro della vittoria, a condire una prestazione da 48 punti, 17 su 28 al tiro e 12 su 12 dalla lunetta. Solo due sere dopo erano i Pistons ad avere il vantaggio, un 130 a 129 sul campo di Hartford, a tempo quasi scaduto.
E Larry, cosa combina? Riceve la palla dietro la lunetta, palleggia e lascia partire un tiro ad una mano che si appoggia al tabellone e scivola dolcemente nella retina al suono della sirena. Nessuno aveva mai vinto due gare consecutive all’ultimo secondo nella NBA, ma la concentrazione e l’allenamento costante avevano dato a Bird la sicurezza in sé stesso necessaria all’impresa. Il rullo continuava a schiacciare gli avversari: dopo una serata no a Philadelphia, l’inizio di febbraio regalò ai Celtics altre quattro vittorie che garantirono un 41 vinte -9 perse: il miglior bilancio della lega alla pausa per l’All Star Game di Indianapolis.
Anche se la selezione dell’Est venne superata da quella occidentale per 140 a 129, Bird giocò un’ottima gara facendo registrare 21 punti ed 8 rimbalzi in 31 minuti di impiego. Subito dopo la partita delle stelle, però, sul capo dei Celtics precipitò una brutta tegola: nella partita del 17 febbraio persa al Forum con i Lakers per 117 a 111 (Bird 33 punti e 15 rimbalzi) si infortunò Cedric Maxwell, vero e proprio “collante” del gioco biancoverde.
Il giorno seguente, con i Celtics di scena a Salt Lake City, Larry si produsse nell’ennesima partita strabiliante della sua carriera. La squadra quel giorno era priva di Maxwell, Parish, Carr e Buckner, ed il suo capitano sapeva di dover fare gli straordinari. Oltre a ciò, l’ala dei Jazz Pace Mannion lo aveva sfidato, e lui aveva risposto: “Ma dai, Pace, lo sai che in squadra non avete nessuno che possa marcarmi…” Partì alla grande, mise la partita in ghiaccio e dopo tre quarti di gioco aveva all’attivo 33 punti, 12 rimbalzi, 10 assists a 9 palle recuperate. Si fermò ad una sola “steal” da un’incredibile quadrupla doppia, e quando K.C. Jones sul 90 a 66 gli chiese se volesse rientrare per fare un’altra cosa che nessuno aveva fatto prima, rispose: “Ho già fatto abbastanza danni. Che senso avrebbe rientrare in vantaggio di 30?” C’erano già troppi infortunati, e rischiare di farsi male solo per una palla recuperata non era la cosa più saggia. L’infortunio di Maxwell aveva spinto coach Jones a mettere Kevin McHale in campo dall’inizio, e se la cosa toglieva profondità alla panchina, d’altro canto dava ai Celtics un’altra arma offensiva coi fiocchi. Domenica 3 marzo McHale ottenne la definitiva consacrazione al ruolo di “superstar”: demolì i Detroit Pistons realizzando 22 dei 28 tiri effettuati e 12 dei 13 “liberi” a disposizione per un totale di 56 punti, il record di segnature in un incontro per la franchigia del Massachusetts. Il record precedente della regular season era stato stabilito proprio da Bird il 30 marzo 1983, quando aveva bombardato i malcapitati Indiana Pacers con 53 punti, mentre quello complessivo apparteneva a John Havlicek che come “pesce d’Aprile” nei playoffs 1973 ne aveva appioppati 54 agli Hawks. Nello spogliatoio il capitano (tra l’altro autore quel giorno di una tripla doppia con 33 punti, 15 rimbalzi e 10 assists) sorrise a McHale, dicendogli che aveva fatto male a non impegnarsi fino in fondo per segnare ancora, visto che 56 non erano poi così tanti ed il nuovo record sarebbe stato in pericolo.
Ed il 12 marzo, a New Orleans (dove gli Atlanta Hawks giocavano alcune partite casalinghe), il numero 33 dimostrò il suo spirito competitivo, le sue teorie sullo “scarso impegno” di McHale e la sua immensa classe. Nel corso di una gara incredibile, ne mise a segno 60, realizzando gli ultimi 16 punti di Boston (che vinse per 126 a 115). Con 22 canestri su 36 tentativi, 12 tiri liberi su 13 e quattro “bombe”, risultò il primo Celtic (e finora anche l’unico) a raggiungere quota 60 grazie ad un tiro dalla lunetta sulla sirena, ma il canestro più incredibile fu uno che non venne convalidato per un fallo antecedente: dopo aver ricevuto si era girato immediatamente lasciando partire una conclusione che si era appoggiata al tabellone. La palla si era insaccata mentre due Hawks in panchina si lasciavano scivolare a terra ridendo increduli di fronte alle irreali giocate del numero 33. Il commento di uno stanco ma felice Bird? “E’ colpa di Kevin. Gli avevo detto di darsi da fare per metterne 60, l’altra settimana”. Quella era la seconda vittoria di una serie di 10 in fila che portò il bilancio a 59 vinte e 14 perse, ma altri problemi fisici continuarono a martoriare i biancoverdi. Nonostante ne avesse messi 48 a Houston al Garden, Larry cominciò ad accusare dolori lancinanti al gomito, ed i medici gli consigliarono l’intervento chirurgico. A quel punto della stagione, però, ciò avrebbe significato arrivare ai playoffs in condizioni forse peggiori, ed il giocatore, in accordo con lo staff medico bostoniano, decise di ricorrere al classico “ghiaccio + riposo”.
Così Boston vinse solo quattro delle ultime nove gare, in una delle quali il capitano volle rimanere in campo più del dovuto per tentare di battere i rognosi Bucks. Non ci riuscì (115 a 113 per Milwaukee), ma mise a segno 47 punti. Nonostante il finale in sordina, i Celtics avevano terminato la stagione con un probante 63 vinte – 19 perse che rappresentava il miglior bilancio all’Est, e gran parte del merito andava a Bird, protagonista di una stagione da incorniciare. Classificandosi nei primi dieci nelle più importanti graduatorie di rendimento (secondo nella media punti a partita con 28,7, ottavo nei rimbalzi, sesto nei “liberi” e secondo nel tiro da tre punti) destò pochi dubbi alla giuria che doveva decidere su chi fosse il miglior giocatore della NBA, aggiudicandosi il trofeo di MVP per il secondo anno consecutivo.
Tempo di playoff
I playoff iniziarono con due risicate vittorie sui Cleveland Cavaliers che quell’anno potevano contare su un team quadrato. Coach Gorge Karl aveva fatto un ottimo lavoro, e dopo un disgraziatissimo inizio (2 vinte e 19 perse) i Cavs si erano ritrovati grazie alla splendida stagione di Roy Hinson, Phil Hubbard e del “solo attacco” World Free, ottenendo 34 vittorie e 27 sconfitte nel resto della stagione. Il loro bilancio di 36 vinte e 46 perse li presentava come una sorta di agnello sacrificale di fronte ai feroci Celtics, e quando Boston al Garden vinse le prime due partite, destò non poche meraviglie il fatto che avesse dovuto impegnarsi al massimo per vincere di misura (126 a 123 e 108 a 106).
Ma ecco l’imprevisto: dopo gara due il gomito di Bird si bloccò, e privi del loro capitano, i Celtics vennero sconfitti per 105 a 98. Mentre il cronometro stava esaurendo la sua corsa ed il tabellone elettronico indicava la vittoria dei Cavaliers, i tifosi cominciarono a cantare "We want the Bird", “vogliamo Bird”, a sottolineare che anche con il numero 33 in campo la loro squadra avrebbe passato il turno. Punto sull’orgoglio, il campione dichiarò ai giornalisti: “Mi vogliono? Ebbene, mi avranno, e sarò pronto a colpire”. Per rilassarsi andò poi a fare un po’ di jogging vicino all’albergo, trovando anche il modo di insegnare come usare i vermi a mò di esca ad un pescatore sulla sponda di un laghetto artificiale. Quella sera, Cleveland era pronta a riceverlo: i “boo” partirono già durante il riscaldamento, ma Larry trovava quelle situazioni particolarmente stimolanti. E quando incontrò Phil Hubbard, il suo diretto avversario, lo terrorizzò con un “Sarò la tua ombra”, quasi ad alzare la posta in gioco. Nonostante i Cavs fossero in vantaggio di 5 punti a quattro minuti dal termine, i biancoverdi trovarono la forza di ribaltare la situazione grazie ad un paio di giocate di lusso da parte di Bird e Ray Williams (fondamentale in quella partita) . La terza e decisiva vittoria arrivò così col punteggio di 117 a 115, e Bird salutò i tifosi dell’Ohio con 34 punti, 14 rimbalzi e 6 assist. Avevano voluto Bird? Lo avevano avuto.
L’ostacolo successivo era rappresentato dai Detroit Pistons in quello che sarebbe stato il primo di una lunga ed aspra serie di scontri. Ancora una volta il Garden si dimostrò un “tabù” per gli ospiti che si trovarono sotto 2 a 0 con due prestazioni incredibili di Larry: 31 e 42 punti rispettivamente, con una gomitata assassina di Laimbeer a colpire il mento del capitano nel terzo quarto di gioco della seconda partita. In gara 3 l’ala dei Pistons Terry Tyler mise a segno 16 punti nell’ultimo quarto e guidò i suoi alla vittoria, mentre in gara 4 fu il turno di Vinnie Johnson: alzò il volume della radio e imbucò 22 punti nell’ultima frazione nonostante il coach biancoverde K.C. Jones avesse provato tutti gli uomini possibili in marcatura su di lui. Nella quinta partita lo staff tecnico si prefisse di sfruttare il “missed-match” tra Bird e Tripucka con continuità, ed il risultato furono 43 punti di Larry in una vittoria per 130 a 123. Ad Auburn Hills per gara 6 era stata preannunciata la presenza di Red Auerbach, ed i Celtics sapevano che il “Grande Vecchio” si muoveva solo per le grandi occasioni. Boston prese subito il comando delle operazioni, e sebbene con un capitano non in grande serata, stava conducendo tranquillamente quando Isiah Thomas mise in piedi la rimonta. Bird gli chiese: “Hai finito?”, e quando Thomas gli rispose di no, il numero 33 ribattè: “Beh, secondo me hai finito, perché adesso è il mio turno”. Palla a lui, partita vinta e turno superato.
Dal nuovo avversario (Detroit) si passò all’avversario più classico, i Philadelphia 76ers di Erving, Barkley e Malone. I Sixers però non erano più quelli di qualche anno prima, ed i biancoverdi si portarono subito sul 3 a 0. Quando Philadelphia segnò il “punto della bandiera”, un tifoso locale si rivolse a Larry: “Ci vediamo venerdì”. Ma i Celtics non avevano nessuna intenzione di perdere in casa e tornare a Phila, per cui Bird rispose: “Hai più probabilità di vedere Dio”. Anche se non giocò una gran partita, il capitano rubò la palla decisiva ad Andrew Toney e la serie si chiuse sul 4 a 1. Ma un repentino calo delle prestazioni della punta di diamante biancoverde mise a galla una scomoda verità: una stupida rissa al “Chelsea”, un bar di Boston, e due dita slogate che ne avrebbero condizionato il rendimento anche nelle Finali. Questa volta, poi, i Lakers erano differenti. Mentre i loro rivali dell’Est erano vittima di una miriade di fastidiosi infortuni, i californiani sprizzavano energia e voglia di vincere e di dimostrare tutto il loro valore. James Worthy e Byron Scott erano maturati, e l’asse portante Kareem-Magic era al top. I favori del pronostico erano tutti per Los Angeles, anche se il “Pride” biancoverde non era in discussione. Ed il 27 maggio al Boston Garden i Celtics diedero vita a quello che in seguito venne ricordato come “Memorial Day Massacre”, il Massacro del Giorno della Rimembranza.
Scott Wedman fu perfetto, realizzando 11 tiri su altrettanti tentativi (con 4 bombe!), ma anche McHale (26 punti) e Bird (19) diedero il loro contributo al 148 a 114 finale. Chi pensava che i Lakers fossero spezzati, però, dovette ricredersi tre giorni dopo quando, nonostante 30 punti e 12 rimbalzi di Larry, i Lakers espugnarono il Garden per 109 a 102, togliendo ai Celtics il vantaggio del fattore campo. Jabbar aveva dominato, segnando 30 punti e strappando 17 rimbalzi, ma la vera arma in più erano stati i 22 punti di Michael Cooper, sapientemente imbeccato da Magic. Quel che più contava era che l’inerzia della serie era passata ai Lakers, che nella terza gara, la prima tra le mura amiche del Forum, “rullarono” Boston per 136 a 111. Nonostante un super-McHale, i Celtics avevano avuto poco da Bird (8 su 21 al tiro) e Dennis Johnson (3 su 14), mentre Magic aveva riacceso lo “Showtime” e Jabbar faceva vedere i sorci...verdi a Bobby Parish.
I Lakers, inoltre, a differenza del passato avevano dimostrato di poter giocare “fisico”, e queste erano indubbiamente cattive notizie per i biancoverdi, anche perchè questi stavano dando preoccupanti segnali di cedimento. Il 5 giugno, Boston fece appello a tutto il suo “Pride”: riuscì a restare in partita fino all’ultimo e poi Larry, raddoppiato, diede a Johnson il pallone della vittoria. “D.J.”, che nelle tre partite precedenti aveva fatto segnare un preoccupante 15 su 46 complessivo al tiro, quella sera sembrava ispirato. Non fallì il tiro vincente, raggiungendo quota 27 (Bird 26) e regalando alla sua squadra il 107 a 105 che significava il pareggio nella serie. Nel serbatoio dei Celtics non era rimasto più molto, però, e Los Angeles infilò due vittorie tutto sommato agevoli, la seconda delle quali, al Garden, aveva il sapore della rivincita e valeva il titolo NBA. Lo scambio di Henderson, l’infortunio ed i malumori di Cedic Maxwell, tutto aveva congiurato per dividere lo spogliatoio bostoniano, ed a tutto ciò si erano aggiunti i problemi di Larry al gomito: sia quando, infiammato, lo piegava per tirare, sia quando lo aveva alzato al “Chelsea”, finendo per farsi coinvolgere nella rissa.
La miglior squadra di sempre
L’estate 1985 non era stata dunque una delle migliori per Larry. Per la prima volta, anche se velatamente, considerato irresponsabile dalla critica che lo aveva sempre osannato, con i primi problemi al gomito ed alla schiena (mentre lavorava a casa sua nell’Indiana era rimasto bloccato, e dovette passare a letto due settimane), il campione cominciava a fare i conti con l’età non più... verdissima e con il suo stile di gioco aggressivo. “All way out”, “Sempre al massimo”, ma il suo fisico stava entrando nella fase di declino che inevitabilmente conduce alla fine della carriera. La dirigenza dei Celtics, intanto, insoddisfatta del modo in cui Maxwell aveva gestito l’infortunio al ginocchio e delle eccessive richieste contrattuali di “Cornbread”, stava accarezzando l’idea di scambiarlo sul mercato per far giocare in quintetto in pianta stabile McHale e dare più spazio così a Wedman dalla panchina. Così Red Auerbach un giorno chiese al capitano: “Che ne pensi di Bill Walton?” Larry rispose: “Prendiamolo, se è possibile. Robert (Parish) era stanco per i troppi minuti giocati in regular season, e Jabbar ne ha approfittato”. Bird aveva sempre ammirato il “rosso” californiano, lo aveva visto mitica UCLA ed aveva pensato: “E’ così che vorrei giocare. Il suo coach deve essere orgoglioso di lui”. Per accaparrarsi Walton, i Celtics dovettero cedere Maxwell, che non ebbe fortuna nè con i San Diego Clippers nè a Houston in seguito. L’esordio di Walton in maglia biancoverde non fu dei migliori, però: avanti di 19 in casa dei Nets, i Celtics si fecero riprendere e, mentre Bill ne combinava di tutti i colori, New Jersey prese in mano la partita nel tempo supplementare. Appena rientrati nello spogliatoio, Walton si scusò con tutti, ma il capitano lo rincuorò dicendogli di non sforzarsi a tutti i costi di fare bene ,e di lasciarsi coinvolgere nel flusso del gioco.
Il risultato fu una serie impressionante di 17 vittorie nelle successive 18 gare, con l’unica sconfitta ad Indianapolis per 111 a 109. A quel punto, l’unico che non stava giocando ai suoi livelli era proprio il numero 33. La schiena lo faceva impazzire, ghiaccio e riposo non miglioravano la situazione ed il medico sociale Tom Silva non riusciva ad aiutarlo. Per fortuna qualcuno ebbe la brillante idea di chiamare il fisioterapista Dan Dyrek, che da allora è diventato uno dei migliori amici di Larry. Dyrek accertò un problema vertebrale, ed impose al campione una serie di esercizi per migliorare l’elasticità e diminuire l’infiammazione. Già che c’era, poi, da autentico “mago”, in una sola seduta risolse i problemi al gomito di Bird, che rimase stupefatto di fronte alle indubbie capacità del suo nuovo terapeuta. Per tutta la stagione il capitano dovette sottoporsi ai trattamenti alla schiena subito dopo ogni allenamento, ed i viaggi in aereo o in autobus erano una vera e propria condanna per la sua schiena. Anche i nuovi acquisti Jerry Sichting e Rick Carlisle stavano ora giocando bene, e quei Celtics si stavano dimostrando una delle squadre più forti di sempre. Il 6 dicembre vennero battuti in casa da Portland per 121 a 103: pochi si immaginavano che sarebbe stata l’unica battuta d’arresto interna per il team biancoverde nell’intera stagione.
La squadra stava diventando sempre più sicura di sè, forse troppo per come perse la partita il giorno di Natale del 1985: i Celtics avevano vinto a quel punto 21 delle 27 partite disputate, e si presentavano al Madison Square Garden per una classica sfida con i Knicks. Tra l’altro, la partita era trasmessa sul circuito nazionale, per cui gran parte dei tifosi americani l’avrebbe guardata mentre scartava i regali o si faceva gli auguri. Boston partì bene fino a guadagnare 25 lunghezze di vantaggio, ma dal quel punto fu semplicemente orribile. Bird segnò 8 tiri su 27 tentativi, ed anche gli altri diedero il massimo per...perdere: alla fine i Knicks ebbero la meglio per 113 a 104 ai supplementari. Jerry Sichting interpretò il pensiero di tutti una volta tornati a Boston, chiedendo a Larry se quello non fosse il momento più imbarazzante delle loro vite. Quanto era successo fu un punto di partenza per i Celtics, che in gennaio migliorarono vincendo 17 delle 18 partite dopo l’imbarazzo “natalizio”, 13 in fila.
Il momento decisivo dell’intera stagione fu forse la partita di Atlanta, una squadra in crescita che contava su quel successo per costruirsi una reputazione di formazione solida. Avevano perfino ingaggiato l’antipatico “Dancin’ Barry”, il tifoso occhialuto che ballava alle partite interne dei Lakers vantandosi di aver vinto sei delle otto partite contro Boston, e per un po’ sembrò che fosse proprio lui il “portasfortuna” di Boston. I Celtics erano sotto di 22 a metà gara, e lo spogliatoio sembrava un funerale. Coach Jones, sapendo di avere una squadra di campioni, rimase seduto in silenzio, e quando suonò la sirena che richiamava le squadre in campo disse solo “Okay”. A quel punto molti giurarono di aver visto uscire del fumo dalle narici dei giocatori del trifoglio, e Bird si assicurò che gli arbitri non considerassero la partita chiusa: “Noi non molleremo di sicuro, vedete di non mollare pure voi”.
I Celtics si avventarono sulla partita, il “33” segnò 17 punti nel terzo quarto ed anche Wedman risultò ispirato. Sul 112 pari, Dominique Wilkins ebbe due tiri liberi a disposizione, ma Bird gli fece il segno dello strangolamento, quasi ad indicare che la tensione era alta, e “Nique” li sbagliò entrambi. Ai supplementari Boston prese il comando e vinse per 125 a 122. La corrente era cambiata. Tutti in squadra si divertivano moltissimo, e gli scherzi mantenevano alto il morale almeno quanto le vittorie. Larry e Kevin telefonavano a Walton prendendolo in giro, e ad un certo punto anche la moglie del “rosso”, Susan, si mise a partecipare agli scherzi ai danni del marito. Ma quando scendevano sul parquet, gli affari erano davvero seri e le sfide tra il “White Team” ed il “Green Team” (dal colore della canotta reversibile utilizzato in allenamento da titolari e riserve) erano accesissime. Non di rado erano le riserve ad avere la meglio, ma comunque andasse, l’esito alimentava nuove prese in giro e nuovi scherzi che rendevano l’ambiente tranquillo e rilassato. Il 22 gennaio Boston espugnò il Forum di Los Angeles impartendo ai Lakers una significativa lezione: 110 a 95 il risultato. Ma stavolta non fu la buona partita di Bird (21 punti, 12 rimbalzi e 7 assists) a catturare l’attenzione. Bill Walton fu letteralmente superbo, facendo registrare 11 punti, 8 rimbalzi, 7 stoppate e 4 assists in soli 16 minuti, sufficienti però per imprimere una svolta all’incontro.
Sulle ali dell’entusiasmo, i Celtics si presentarono alla pausa per l’All-Star Game con un ruolino di 38 vittorie e 8 sconfitte, abbondantemente il migliore dell’NBA. La lega americana aveva deciso di sperimentare una nuova competizione parallela alla gara delle schiacciate per alzare l’attenzione nell’All- Star Saturday, il giorno precedente la partita. Si trattava del “Long-Distance Shootout”, una gara di tiro da tre punti contro il tempo e gli avversari che avrebbe fruttato al vincitore un assegno da 10,000 dollari. Appena venne informato della cosa, conoscendo il profondo affetto che legava il capitano ai verdi bigliettoni con l’effigie dei presidenti statunitensi del passato, Kevin McHale non ebbe dubbi nell’indicare in Larry il favorito.
Ma in allenamento Bird sembrava avere problemi a “pescare” il pallone dai carrelli, ed allora decise di lavorarsi gli avversari in spogliatoio per avere un piccolo vantaggio. Disse al “cecchino” Leon Wood che i palloni erano scivolosi, e chiese a Norm Nixon e Trent Tucker chi di loro sarebbe arrivato secondo. Poi, al momento di tirare, non si scompose: eliminò “Sleepy” Floyd e Trent Tucker ed arrivò in finale con Craig Hodges. Il grande Celtic del passato John Havlicek gli consigliò di togliersi la giacca della tuta, e Larry obbedì, per poi “distruggere” la guardia di Chicago con un 24 a 12 che non ha bisogno di aggettivi. Incassò l’assegno, ed al giornalista che gli chiedeva a chi avrebbe devoluto la vincita rispose: “Al fondo Larry Bird”. Nell’All-Star Game del giorno seguente realizzò 23 punti aggiungendovi 8 rimbalzi, 5 assist e 7 palle recuperate in una comoda vittoria della selezione dell’Est (139 a 132 il risultato). La partita delle stelle, poi, fu utile per controllare che McHale fosse perfettamente a posto dopo un noioso infortunio che lo aveva immobilizzato per alcune gare, e Kevin tranquillizzò tutti con 8 punti e 10 rimbalzi in 20 minuti di utilizzo. I Celtics si rituffarono nel campionato, vincendo quattro delle sette partite in trasferta nella consueta “gita” sulla costa occidentale, compreso un successo per 105 a 99 in casa dei Lakers, con Magic a secco di canestri in azione.
Nel corso di quel viaggio, Danny Ainge fu costretto a portarsi dietro il figlioletto Austin di quattro anni con tanto di zainetto in spalla. Forse la colpa non era di Austin, ma nelle prime tre gare della serie sul Pacifico, la guardia da Brigham Young University aveva realizzato solo 3 dei 17 tiri tentati. Ovviamente, Ainge divenne il bersaglio principale delle prese in giro dei compagni, specie quando disse al bimbo “Austin, vorrei tanto ritrovare il mio tiro in sospensione…”, e lo sveglio frugoletto gli rispose “Papà, lo giuro, non l’ho preso io”. La pantomima continuò anche a Portland (Larry aveva appena messo KO i Blazers con 47 punti, 14 rimbalzi e 11 assists), quando all’aeroporto avvolto nella nebbia Ainge fu visto parlare al telefono. “Danny sta chiamando in tutti gli Stati Uniti chiedendo se qualcuno ha visto il suo tiro in sospensione” disse McHale al “branco”, che eruppe in risate e fischi di approvazione. E qualche un giorno dopo, sempre McHale, chiamò Austin e si mise a frugare nello zainetto: “Vediamo un po’, Austin. E qui che è nascosto il tiro di papà?” Una serie di otto vittorie venne interrotta da uno stop a Dallas (116 a 115, il primo successo di sempre per i Mavericks sui Celtics nonostante i 50 punti di Bird), ma Boston ripartì a razzo con 14 ulteriori successi in fila. I biancoverdi vinsero “solo” tre delle ultime cinque partite, ma approfittarono per far giocare a lungo anche gli uomini del fondo panchina.
“Dio travestito da Michael Jordan”
Il primo avversario dei playoffs era noto da tempo: quei Chicago Bulls che avevano recuperato Michael Jordan dopo un infortunio al piede sinistro che lo aveva tenuto lontano dai campi da gioco per 61 partite. Nonostante un fallimentare record di 30 vittorie e 52 sconfitte li avesse portati alla “postseason” per puro miracolo, dal rientro di Jordan i “Tori” di Stan Albeck avevano vinto sei gare su 10 e sembravano ansiosi di dimostrare che la loro stagione storta era dovuta solo alla lunga assenza dell’asso. Nella prima partita al Boston Garden l’impressione fu proprio che i Bulls fossero arrivati ai playoffs per sbaglio, visto che i Celtics li stesero con un eloquente 123 a 104 nonostante i 49 punti di MJ. Dennis Johnson aveva dominato le guardie dei Bulls realizzando 24 dei suoi 26 punti nella ripresa, e Bird ne aveva messi a segno 30. La seconda partita, però, fu tutta un’altra storia. Perchè? Semplicemente perchè da quel giorno Michael Jordan diventò Michael Jordan, l’Alieno, il miglior giocatore di tutti i tempi. Con una prestazione incredibile, arrivò a tanto così da battere la più forte squadra dell’NBA quasi da solo, segnando 22 tiri su 41 tentativi e 19 tiri liberi su 21 per un totale di 63 punti, ancor oggi record NBA nei playoffs.
Boston, però, era una delle migliori squadre di sempre, e neppure una partita ispirata di Jordan poteva piegarne l’orgoglio facilmente: seppur dopo due tempi supplementari, i biancoverdi la spuntarono per 135 a 131. Negli spogliatoi, Bird fu il primo ad elogiare l’avversario: “Era Dio travestito da Michael Jordan”, commentò, e da quel giorno il numero 23 dei Bulls fu qualcosa di diverso. Ma nella terza gara, di fronte ai “caldi” tifosi del Chicago Stadium, i Celtics misero subito in chiaro che erano stanchi di veder svolazzare la giovane stella da North Carolina. Lo raddoppiarono costantemente, facendolo faticare al di là dell’immaginabile per ogni canestro: dopo aver segnato 14 punti nei primi 12 minuti, Jordan andò gradualmente spegnendosi, mentre il vantaggio Celtics aumentava fino a 28 punti. Non ci fu più storia, ed Ainge alla fine segnò più punti di MJ, raggiungendo quota 20. Dopo il 3 a 0 a Chicago, era ora il turno degli Atlanta Hawks che avevano sorprendentemente battuto i Detroit Pistons. La prima partita si giocò nel giorno del cambio dell’ora legale, e gli Hawks sembrarono essere ancora un’ora indietro: non furono mai una minaccia e Boston si aggiudicò “l’opener” della serie con un 103 a 91 frutto di una rimonta finale degli ospiti.
Anche la seconda partita sembrava in pieno controllo, quando gli Hawks rimontarono 18 punti di svantaggio e si ritrovarono sul 108 a 109 con quattro minuti da giocare. Come al solito, fu San Ilario a fare il miracolo, segnando 8 punti e fornendo a Parish l’assist per i restanti due che misero il lucchetto alla partita: 119 a 108. Bird non era quello che 12 mesi prima si trascinava per il campo con un gomito in fiamme: sembrava ringiovanito ed il fuoco nei suoi occhi trascinava tutta la squadra. Privo di Walton, infortunatosi ad un ginocchio in uno scontro con “Tree” Rollins, K.C. Jones si affidò quasi sclusivamente ai suoi titolari per portarsi sul 3 a 0, ed i veterani gli regalarono il 111 a 107 finale. In gara 4 “Spud” Webb, il play “tascabile” degli Hawks, dominò le guardie bostoniane e con 21 punti e 12 rimbalzi rimandò la fine della serie, innescando spesso “Nique” Wilkins (37 punti) ed approfittando della serata storta degli avversari per ottenere un 106 a 94 alla sirena.
Il più impressionante quarto di sempre
Ma non c’era alcuna speranza di rubare ai Celtics due partite di fila, anche se gli spettatori che facevano la fila per i biglietti di gara 5 al Garden non erano consci di quanto stavano per vedere. Nulla faceva presagire che Boston avrebbe raggiunto il paradiso dei canestri quel giorno. All’intervallo il punteggio era di 66 a 55, e la partita sembrava tutt’altro che decisa. Ma i Celtics accesero i retrorazzi con un parziale di 12 a 6 nei primi 7 minuti. E negli ultimi 5 minuti e 17 secondi, accadde l’incredibile: Boston segnò 24 punti senza subirne, in quello che molti hanno definito il più impressionante quarto di gioco mai visto nell’NBA. Lo sconsolato coach ospite Mike Fratello commentò che l’NBA ti permette solo le sostituzioni, durante le partite, non gli scambi di giocatori con altre squadre. Ma quel giorno neppure acquistare Magic e Jabbar lo avrebbe aiutato, come testimoniava il 132 a 99 finale che chiudeva la serie. Milwaukee fece sensazione eliminando Philadelphia in sette partite. I Celtics avevano sempre il dente avvelenato con i Bucks: nel 1983 era stata proprio la squadra di Don Nelson a regalare ai biancoverdi la prima “scopa” (“sweep”, 4 a 0) della loro storia, e le polemiche create ad arte dal coach Don Nelson (un ex-Celtic) avevano dato molto fastidio all’entourage bostoniano, particolarmente a Red Auerbach. Così, nella prima partita, gli uomini di K.C. Jones partirono volando e non si voltarono più indietro: 29 a 12 alla fine del primo quarto, e +29 a metà gara. Punteggio finale? 128 a 96 con 26 punti di Larry. Gara 2 vide i cinque Celtics titolari segnare 20 o più punti, ed anche se Milwaukee resistette un po’ più a lungo, i padroni di casa chiusero sul 122 a 111. Walton venne nominato quella sera Sesto Uomo dell’Anno, e la squadra celebrò l’avvenimento seppur senza esagerare: l’obiettivo finale era ben preciso, e nulla li avrebbe distratti. Sotto di 13 punti nel terzo quarto di gara 3 a Milwaukee, ancora una volta i Celtics non si persero d’animo. Bird guidò la rimonta e la concluse con un tuffo per strappare la palla a Paul Mokeski e, da terra, servire un assist decisivo a McHale: punteggio finale 111 a 107 Boston. I Bucks erano ora in guai grossi, anche perchè l’avversario non sembrava voler concedere loro tregua: “I Celtics sono venuti qui per la “scopa”, non per vincerne una” dichiarò Bird ai giornalisti. Milwaukee cercò il gioco sporco fuori dal campo, quando vennero chiamati i poliziotti per esaminare delle pillole sospette trovate sotto la panchina biancoverde al termine di gara 3. Il laboratorio della polizia accertò che le “pillole” contenevano della semplice ammoniaca, che alcuni giocatori “sniffavano” per schiarirsi le idee prima della gara, niente di illecito, insomma.
Ma la polemica bastò per far infuriare Larry Bird, che tormentò i Bucks in gara 4 infliggendo loro 33 punti, 16 rimbalzi e 13 assists. Sul 103 a 94 Boston, il numero 33 sparò un missile da distanza siderale che trovò solo la retina, spezzando le residue speranze dei padroni di casa, ed allo scadere ne lanciò un altro che si infilò mentre lui correva negli spogliatoi con l’indice destro alzato ad indicare chi erano i numeri uno. Boston-Milwaukee 111 a 98 e Celtics in Finale. I biancoverdi avevano a quel punto vinto 11 dei 12 incontri disputati nei playoffs, ed attendevano di vedere chi sarebbe stata l’altra finalista: i Los Angeles Lakers o gli Houston Rockets? In gara 5, con i Houston sorprendentemente in vantaggio nella serie per 3 a 1, i californiani sembravano poter vincere, ma un tiro da tre di Reid rimise il punteggio in parità a quota 112. Scott ebbe il match ball tra le mani, lo sbagliò, e sul rimbalzo Allen Leavell chiamò timeout con un secondo da giocare. Sampson ricevette la rimessa di metà campo con i giocatori californiani attenti a non commettere fallo, ed in un unico movimento catturò il pallone e lo diresse verso il canestro. Lo strano tiro si infilò e consegnò le chiavi della finalissima ai Rockets, mentre Mike Cooper giaceva steso sul parquet in preda allo choc.
Non si può dire che Houston non meritasse quel risultato: alla incredibile versatilità delle “Twin Towers” Ralph Sampson ed Akeem Olajuwon, poteva aggiungere l’atletismo di Rodney McCray, la difesa di Robert Reid e la velocità di Lewis Lloyd, al quale a volte nel ruolo di play veniva preferito Mitchell Wiggins. In marzo avevano dovuto fare i conti con la sospensione del play titolare John Lucas, in riabilitazione per problemi di droga, ma le seconde linee si erano dimostrate all’altezza e Houston aveva chiuso la stagione con 51 vittorie e 31 sconfitte, il migliore nella Midwest Division. La prima partita si giocò al Garden, e l’allora signora Parish, Nancy Saad, cantò l’inno nazionale. Se la signora Parish cantò, Olajuwon sembrò essere intenzionato a suonarle ai Celtics, con 25 punti nella prima metà di partita. Quando il centro nigeriano commise il quinto fallo a poco meno di 5 minuti dalla fine del terzo quarto, però, le cose si decisero. Boston passò dal +5 al +11 in due minuti, ed alla fine del periodo i Celtics conducevano per 91 a 76.
La partita a quel punto rimase nelle mani di Bird e compagni, che chiusero tranquillamente sul 112 a 100. Il quintetto base biancoverde era stato assolutamente strepitoso: Ainge, 18 punti e 7 assists, Johnson, 19 punti ed un team-high di 11 rimbalzi, Bird (21), McHale (21) e Parish (23) avevano semplicemente giocato di squadra. Fitch, ex allenatore dei Celtics ora sulla panchina texana, commentò: “Sapevi cosa stavano per fare, ma lo facevano così bene che era impossibile impedirglielo”. Ed Olajuwon: “Uomini contro ragazzi, ecco cos’è stato”. Larry Bird dichiarò sua proprietà privata gara due fin dal primo minuto. Portando vicino a canestro lo sventurato McCray, gli inflisse una severa lezione che alla fine avrebbe contato 31 punti (con 12 canestri su 19 tentativi, e 3 bombe su 5), 8 rimbalzi e 7 assists. Boston, in vantaggio di 10 lunghezze a metà gara, prese di nuovo il volo nel terzo quarto e chiuse sul 117 a 95. Secondo la nuova formula in vigore dall’anno precedente, adesso ai Celtics toccavano 3 incontri in trasferta, ed Olajuwon fu deciso a riguardo: “Non c’è alcun modo per loro di vincere una partita al Summit”. E la terza gara fu combattuta dal primo minuto. I Rockets… decollarono, ma le stelle biancoverdi rientrarono in partita per poi prendere un vantaggio di 8 punti (102 a 94 a 3 minuti e 14 secondi dalla fine). Uno sforzo disperato riportò a contatto i texani, ed un tap-in di Wiggins diede loro il vantaggio sul 105 a 104. Sull’errore dall’altra parte, l’arbitro Jake O’Donnell fischiò, tutti si volsero verso di lui, che segnalò una palla a due: gli era sfuggito un fischio. Sampson, il più alto in campo, conquistò la palla sul salto a due, Olajuwon subì fallo e segnò uno dei due liberi.
Boston ebbe ancora un’occasione per pareggiare, ma un disastroso Parish mise il piede sulla linea, fissando la partita sul 106 a 104 finale. Bird non aveva giocato bene, mettendo a segno solo 10 dei 26 tiri tentati, ed ora tutti indicavano in Robert Reid l’uomo che poteva fermarlo. Larry si dimostrò annoiato dall’eccessiva attenzione prestata al suo diretto avversario, e nella quarta partita fece quello che nella gara precedente non era riuscito a fare: segnò i canestri determinanti. Rockets e Celtics rimasero a stretto contatto per 45 minuti, con il capitano in evidenza. A 2 minuti e 25” dalla fine, sul punteggio di parità, Bird infilò la “tripla” decisiva. Da quel momento in poi, McCray mise a segno un canestro, e Walton gli rispose con una splendida giocata: rimbalzo offensivo, e canestro rovesciato ad eludere il tentativo di stoppata di Olajuwon per il 106 a 103. La quinta partita fu abbastanza equilibrata fino a quando, dopo poco più di due minuti nel secondo quarto, Ralph Sampson si girò e colpì con un pugno un incolpevole Jerry Sichting, al quale rendeva 35 centimetri in altezza. Si sfiorò la rissa, ed il centro dei Rockets venne prontamente espulso dai direttori di gara. Sembrava che l’incontro fosse ormai deciso in favore degli ospiti, ma i Celtics incredibilmente si sgonfiarono mentre la riserva di Sampson, Jim Petersen, segnava canestri decisivi e catturava 12 preziosi rimbalzi.
Bird dopo il 111 a 96 per Houston, suggerì a Sampson di portarsi dietro un casco, perchè al Garden ne avrebbe avuto bisogno, ma la delusione tra i Celtics era palpabile. Nel viaggio di ritorno in aereo non ci fu traccia dei classici scherzi o giochi mentre il silenzio regnava assoluto. L’allenamento del giorno dopo fu ancora più eloquente. I titolari in maglia bianca cominciarono a pressare le riserve che spesso non riuscirono nemmeno a superare la metà campo: DJ, Larry e Kevin giocavano così “fisico” che K.C. Jones decise di interrompere l’allenamento: aveva visto abbastanza, i suoi uomini erano pronti per la sesta partita. Prima di quella gara, Bird era uno dei “papabili” per il titolo di MVP della serie, ma dopo la vittoria per 114 a 97 non ci furono dubbi su chi fosse il vincitore del trofeo. “Non ho mai provato nulla di simile – ammise – ma quando sono uscito dal campo dopo aver giocato con tutto me stesso, il cuore batteva così forte che pensavo di avere un infarto. Non ho mai provato una sensazione simile, e non c’è nulla di più bello uscire dal campo dopo aver vinto un titolo al Garden”. E dal campo ci era uscito, ma non prima di aver demolito i Rockets con 29 punti, 11 rimbalzi e 12 assist. “La nostra intensità in difesa è stata fenomenale – sottolineò K.C. Jones – abbiamo contrastato ogni passaggio ed ogni palleggio. Li abbiamo messi sotto pressione non appena avevano la palla in mano”. Nello spogliatoio, tutti avevano i loro motivi per festeggiare, ma chi guardava gli occhi di Bill Walton vi vedeva brillare qualcosa di speciale. Dopo gli allori universitari ad UCLA ed un titolo a Portland nel 1976, gli infortuni al piede lo avevano martirizzato, e la speranza di vincere ancora era andata scemando. Poi era arrivata la chiamata dei Celtics e con essa le vittorie: “Quando ci metti tutto il tuo impegno e le cose funzionano, beh, non c’è niente che possa eguagliare quella sensazione”. Boston aveva vinto 82 partite delle 100 disputate, ed al Garden il record era di 50 vittorie ed una sconfitta, incredibile! Bird, all’apice della sua carriera dopo il terzo trofeo NBA ed il terzo premio come miglior giocatore della NBA, commentò nel solito modo: “Non sono ancora a mio agio quando vado verso canestro. Per il prossimo autunno voglio avere quattro o cinque nuovi movimenti, ed allora sarò veramente immarcabile”. Per il resto dell’NBA già lo era…..
Quindici anni di disgrazie
“The luck of the Irish”, la tradizionale fortuna degli irlandesi si esaurì a Boston con il sedicesimo anello. Fu come se qualcuno, nel corso dei festeggiamenti per il titolo del 1986, inavvertitamente avesse rotto non uno, ma due specchi belli grandi, condannando la franchigia a quindici anni di sfortuna. Il primo luttuoso segno di questa incredibile serie accadde durante il draft del mese di giugno. I Celtics avevano a disposizione la seconda scelta assoluta, frutto dello scambio che aveva mandato Gerald Henderson a Seattle e della pessima stagione disputata dai SuperSonics. Auerbach non aveva dubbi sulla scelta: il suo ragazzo era Leonard Kevin Bias, “Len” per gli amici e per tutti i tifosi che ne avevano seguito l’incredibile ascesa a Maryland University. Era stato definito un “Michael Jordan con il tiro”, ma in realtà Len era più alto ed atletico del fenomeno di Chicago. Auerbach lo seguiva da anni anche perchè il ragazzo era nativo della zona di Washington, storicamente “territorio di caccia” del Grande Vecchio del basket bostoniano, e nessuno dubitava sulle sue capacità di segnare 15/20 punti a partita con 10 rimbalzi già dal suo primo anno nell’NBA.
Boston avrebbe avuto una nuova arma potente nel suo arsenale, e Bird aveva già preparato tutto in modo da poter essere presente al training camp per la classica accoglienza che i veterani riservavano sempre alle matricole particolarmente valide. Ma il 19 giugno 1986, una notizia esplose come una bomba, e come una bomba ferì profondamente l’intero staff bostoniano: Len Bias era morto per arresto cardiocircolatorio a seguito dell’assunzione di una eccessiva quantità di droga. I Celtics si strinsero attorno alla famiglia, alla quale fu pure regalata una maglietta originale con il numero 30 ed il nome dello sfortunato atleta. Auerbach, a causa di un delicato intervento chirurgico, non potè partecipare alle esequie, alle quali prese comunque parte una nutrita delegazione della franchigia.
Una stagione d’infortuni
La disgrazia rappresentava un duro colpo per il futuro dei Celtics, ed in quel caso l’NBA non “aiutò” i biancoverdi, non regalando loro un’ulteriore prima scelta per l’anno seguente, così come non li avrebbe aiutati dopo la morte di Reggie Lewis, continuando a contare il suo ingaggio nel totale salari – poco tempo dopo per i Knicks sarebbe stata fatta un’eccezione. Il futuro della franchigia era stato intaccato, ma anche se i campioni cominciavano ad invecchiare, non avevano nessuna intenzione di abdicare al loro trono. Il 31 ottobre cominciò la nuova stagione, e dopo aver alzato la sedicesima bandiera tra le volte del Garden, i Celtics festeggiarono frantumando Washington per 120 a 102. Cominciò però subito una sinistra serie di infortuni: Walton prima si fratturò un dito e poi si storse la caviglia, Wedman si ritrovò subito in lista infortunati con un tallone fuori uso, Ainge lamentava problemi alla schiena. Poco dopo, mentre si eneva in allenamento su una cyclette, ancora Walton accusò un dolore al piede che gli ricordò i gravi problemi avuti in passato: il fragile osso navicolare del piede si era rotto, ed era l’inizio della fine di una luminosa e sfortunata carriera. I Celtics partirono bene con 10 vittorie nelle prime 14 partite, ma la sfortuna continuava a bersagliarli. Sichting si prese un brutto virus intestinale che quasi azzerò il suo contributo: il campionato era tutto in salita. Boston perse anche un paio di partite in casa, interrompendo a 48 la serie di vittorie interne consecutive, e Bird dovette saltare tre gare a causa di un infiammazione al tendine d’achille. Il 30 dicembre, con i Celtics a quota 19 vinte e 9 perse, Larry aggiunse un altro capitolo alla sua leggenda. Sul campo dei Seattle Sonics, col punteggio sul 102 pari a pochi secondi dalla fine, disse a Xavier McDaniel, la potente ala che aveva l’ingrato compito di marcarlo: “Prenderò la palla in questo punto e poi ti segnerò in faccia”. Il cronometro riprese a correre, e Bird ricevette la palla sul lato destro del campo, fintò, evitò un raddoppio di Nate McMillan e sparò dritto nel bersaglio. +2 Celtics, ed uscendo dal campo per il timeout della disperazione di Seattle, incrociò ancora “X” McDaniel. “Peccato – gli disse – vi ho lasciato ancora due secondi, volevo tirare quando il cronometro era a zero”. Alla pausa per l’All-Star Game i Celtics avevano vinto 35 delle 47 partite disputate, e gran parte del merito era di Larry e Kevin McHale. Quest’ultimo, poi, era diventato una vera e propria macchina da canestri nei pressi dell’area dei 3 secondi, e con una vasta gamma di conclusioni dal gancio al passo e tiro, dallo “step-back jumper” (il tiro con un passo indietro per eludere la stoppata), al “turn-around”, teneva tutti i suoi avversari in scacco.
All-Star Game di Seattle: Bird vinse ancora la gara del tiro da tre punti, dopo aver fatto lo “spaccone” come al solito. Quando un membro dell’organizzazione stava spiegando la cerimonia della premiazione a tutti i partecipanti, Larry gli chiese: “Quanto tempo dovrò stare a centro campo?” Poi, seppur a fatica, si qualificò per la finale dove ebbe la meglio sull’idolo locale, il tedesco Detlef Schrempf. All’improvviso i Celtics cominciarono a perdere fuori casa. “Con tutti quegli infortuni, la panchina era troppo corta, e le avversarie avevano l’occasione per vendicarsi di anni di sconfitte” ammise il capitano – “e poi la mia schiena ricominciò a farmi impazzire”. Larry aveva appena finito di raccogliere le foglie dal giardino e stava mettendo a posto gli attrezzi, quando improvvisamente il dolore riesplose lungo la sua spina dorsale. Dinah gli aveva preparato una cena succulenta, ma tutto quello che il campione riuscì a fare fu salire a fatica i gradini e stendersi sul letto. Dyrek lo visitò e gli proibì di giocare la sera stessa contro i Clippers.
Rimase steso a letto, a guardare come McHale schiantava quasi da solo i californiani ed a pensare come dalla morte di Bias in poi, la sfortuna sembrava aver imboccato Merrimac Street, la via della sede dei Celtics a Boston. L’11 marzo, in una vittoria interna contro Phoenix, Larry Nance ricadde sul piede destro di McHale causando una frattura. Kevin avrebbe dovuto chiudere la stagione quel giorno, ma con i playoffs così vicini e con molti giocatori già in abiti civili, decise di stringere i denti e continuare a giocare. Nonostante la falcidia di infortuni, Boston si assicurò il primato all’Est con 59 vittorie e 22 sconfitte, e Larry per ben tre volte superò i 40 punti nell’ultimo scorcio di campionato: contro Seattle (42), New Jersey (40) e New York (47).
Verso l’ultima finale
Al primo turno di playoffs Boston eliminò Chicago agevolmente, mentre il dolore al piede di McHale aumentava. La politica del front office biancoverde in relazione agli infortuni era di lasciare l’ultima decisione al giocatore, ma in quell’occasione il numero 32 continuando a giocare caparbiamente, si procurò danni irreparabili, danni che ne avrebbero limitato l’apporto anche in futuro. Nel secondo turno, quando i biancoverdi si portarono sul 3 a 1 con una vittoria per 138 a 137 a Milwaukee (42 punti di Larry), la qualificazione sembrò cosa fatta. Invece i Celtics si fecero sorprendere al Garden (129 a 124) quando Parish subì una brutta distorsione alla caviglia. La stampa sottolineava la stanchezza di Bird, che però smentì di essere esausto, forse per non dare ulteriori stimoli ai suoi avversari. Senza Parish, Boston continuò a dimostrarsi debole fuori casa, e Milwaukee si aggiudicò la sesta gara per 121 a 111. Il 17 maggio al Boston Garden, nella settima e decisiva partita, la situazione sembrò disperata: a meno di sei minuti dalla fine i Bucks stavano conducendo per 108 a 100, McHale e Parish zoppicavano stoicamente da un canestro all’altro, mentre Ainge era rientrato negli spogliatoi con un ginocchio fuori uso. I “Big Three” però, come leoni triplicarono gli sforzi fino a ribaltare incredibilmente il risultato: 119 a 113 con 31 punti e 10 rimbalzi di Bird, 26+15 di McHale e 23+19 di Parish.
L'avversario successivo erano i Detroit Pistons. Grazie al sapiente lavoro di Chuck Daly e del GM Jack McCloskey, della squadra eliminata dai Celtics nel 1985 erano rimasti solo Bill Laimbeer, Isiah Thomas e Vinnie Johnson. Daly aveva poi scambiato Tripucka con Dantley, e nei “draft” si era accaparrato Dumars nel 1985 e la coppia Salley/Rodman nel 1986. I Pistons erano atletici, tosti in difesa ma con qualità offensiva, e di lì a qualche anno il loro gioco duro ai limiti del regolamento avrebbe dominato l’NBA. I Celtics, nell’altro angolo, erano una squadra in ginocchio. Solo l’infinito orgoglio dei suoi giocatori misto ad un set fasciature e bende tenevano insieme fratture, distorsioni e gonfiori: sarebbe stato abbastanza? Isiah Thomas credeva di no, e in uno show televisivo a New York predisse una vittoria dei Pistons in quattro partite. I Celtics lo smentirono subito, aggiudicandosi la prima grazie ad una superprestazione dello scavigliato Parish (31 punti, 104 a 91 il punteggio finale): Thomas obiettò che gli infortuni lamentati dai suoi avversari erano immaginari.
McHale, scuotendo la testa, rispose: “Ditegli che avrei delle lastre ai raggi X da fargli vedere quando vuole”. Nella seconda partita Thomas iniziò forte, e portò Detroit sul 65 a 56 con 25 punti nei primi due quarti. Boston reagì riportandosi a contatto. Fortunatamente i Pistons sbagliarono 17 tiri liberi, e quando anche il panchinaro Greg Kite mise a segno un’importante schiacciata, l’inerzia passò ai biancoverdi: 110 a 101 e due a zero nella serie. Gara tre, dopo un inizio equilibrato, vide la fuga dei Pistons che con un parziale di 22 a 6 presero il largo. Parish si procurò una una distorsione anche alla caviglia sana, ed era negli spogliatoi quando Laimbeer commise un fallo durissimo da dietro su Bird. Il capitano reagì con un pugno e poi gli scagliò il pallone in testa (come al solito i suoi...passaggi erano precisissimi), e venne espulso. Quando Parish lo vide entrare nello spogliatoio gli chiese: “Già finita, la partita?” Bird rispose di sì, ed il “Chief” cominciò a sospettare: “E dove sono gli altri?” Larry gli disse che stavano parlando con K.C. Jones, ma Parish insistette: “Cosa hai combinato?” Il capitano ammise l’espulsione, ed il “Doppio Zero” comprese la causa: “Laimbeer?” chiese. “Indovinato”. Detroit vinse facile, 122 a 104.
Il giorno seguente Bird prima della palla a due si rifiutò di stringere la mano a Laimbeer, ma la cosa non sembrò preoccupare i Pistons, che davanti al record di spettatori in una gara di playoffs (quel giorno ad Auburn Hills c’erano 27,387 tifosi) dominarono la partita. Quando ancora una volta Robert Parish dovette lasciare il campo all’inizio del terzo quarto, si aprirono le cateratte e Detroit chiuse sul 145 a 119. Bird commentò che l’unica cosa positiva di quel weekend era stato il pugno a Laimbeer: la situazione appariva molto seria. E come sempre nella loro storia, quando il gioco si faceva duro, i Celtics cominciarono a giocare. La quinta partita era tirata e le squadre a contatto, quando Parish non sopportò più lo sgomitare di Laimbeer. Lo avvisò. Lo minacciò, ed alla fine esplose rifilandogli quattro cazzotti così veloci che gli arbitri incredibilmente non se ne accorsero. Detroit non si scompose, ed a tre minuti dalla fine conduceva di 4 lunghezze. I Celtics reagirono, ma a meno 17 secondi Thomas mise a segno un difficilissimo tiro con Sichting in faccia: 107 a 106 Pistons. Lo scenario era pronto per una delle giocate memorabili nella storia della franchigia biancoverde: Bird, autore fino a quel momento di 36 punti, partì in palleggio ma il suo tiro venne stoppato e Sichting non riuscì a controllare la palla. Mancavano cinque secondi, Chuck Daly voleva un time-out ma Isiah Thomas decise che era meglio non far preparare una difesa ai padroni di casa e passò velocemente a Laimbeer. Bird sembrava non badare alla rimessa, ma appena la palla lasciò le mani di Thomas, si gettò sul passaggio come un… uccello da preda.
L’inerzia dello scatto lo stava per portare fuori dal campo, nell’angolo sinistro, quando dovette decidere se tirare o passare. Vide con la coda dell’occhio una maglia bianca tagliare verso canestro, e sparò un passaggio che consentì a Dennis Johnson di segnare il canestro vincente con la mano sinistra. Ancora una volta i due si erano intesi alla perfezione, ed il Boston Garden sembrava impazzito. Ainge commentò: “Si sono semplicemente dimenticati di Larry Bird, tutto qui”, e Chuck Daly ammise “Ha fatto una gran giocata, non c’è dubbio”.
Subito dopo la NBA rese noto che Parish era squalificato per la partita seguente, e nella sesta non ci fu storia: Detroit vinse per 113 a 105. Ancora una volta il Boston Garden sarebbe stato teatro di una settima e storica partita. Il 30 maggio 1987, i Pistons subirono la loro dose di sfortuna quando Vinnie Johnson ed Adrian Dantley si tuffarono su un pallone sbattendo le teste uno contro l’altro. Dantley fu portato al Massachusetts General Hospital, e Johnson non giocò bene come al solito. A quattro minuti dalla fine la gara era ancora aperta, ma Ainge la chiuse con un tiro da tre dopo cinque rimbalzi offensivi consecutivi da parte dei Celtics: quella partita la volevano ad ogni costo. E la vinsero per 117 a 114, al termine di una serie nella quale il pronostico li aveva visti nettamente sfavoriti. Rodman, dimostrando la stessa classe che lo avrebbe in seguito portato ad indossare un bianco abito da sposa, disse che Larry se fosse stato nero sarebbe stato un giocatore come tanti, e Thomas sottoscrisse la dichiarazione, creando un vespaio e venendo sommerso dalle critiche dei media. Tanto che l’NBA si preoccupò di indire una conferenza stampa nella quale Isiah si scusava e Larry dichiarava di non essere minimamente preoccupato dalle dichiarazioni: “Se io non mi sento offeso da queste affermazioni, non vedo perchè altri dovrebbero. Eppoi ognuno può pensarla come vuole, non siamo mica in Russia”. Thomas venne “grigliato” dai giornalisti, ma Bird stava pensando solo ai Lakers.
Los Angeles era più forte che mai (aveva acquistato pure Mychal Thompson, valido e brillante centro dei Blazers), mentre Boston stava cadendo a pezzi. L.A. si aggiudicò le prime due partite al Forum, e Boston accorciò le distanze al Garden (109 a 103). La quarta partita, dominata dai Celtics, venne vinta dai Lakers con un gancio di Magic in faccia a McHale, La quarta partita, dominata dai Celtics, venne vinta dai Lakers con un gancio di Magic in faccia a McHale, Bird sbagliò dall’angolo ed a quel punto la serie era decisa. I Celtics ebbero un fremito d’orgoglio quando vinsero la sesta partita per 123 a 108, ma al Forum i padroni di casa espletarono le formalità di rito e vinsero il titolo. Eppure i tifosi biancoverdi non poterono fare a meno di affezionarsi ancora di più ad una squadra che, in mezzo a mille infortuni e puntando solo sull’orgoglio era riuscita nell’impresa di vincere tre serie di playoffs e di portare i nuovi campioni NBA alla sesta partita. Ma la verità era ormai chiara: i Boston Celtics stavano cominciando ad apparire sui bollettini medici più spesso che non nella cronaca sportiva.





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ho il dubbio che abbia segnato di destro in sottomano, seppur dal lato sinistro... mannaggia a DJ, sti fondamentali proprio non li ha mai avuti!!!
Sublime Larry...
è sempre un piacere leggerti.
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