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La Storia dei Celtics
Kevin McHale ha vissuto la sua parabola sportiva nella gigantesca ombra proiettata dalla luce di Larry Bird. Dire che il numero 32 fosse l’esatto contrario della “Leggenda” da French Lick è forse un’iperbole, ma rende l’idea: fuori dal campo uno era estroverso dove l’altro era introverso, ed in campo uno si concentrava in primis sulla conclusione personale dove l’altro era più portato alla manovra corale.
Bird però, a differenza del compagno, viveva ogni ora della sua vita in funzione del basket e non perdonava a nessuno un diverso ordine nelle priorità della vita. Quando Kevin decideva di arrivare con mezzi propri ad una partita solo per aprire i regali di Natale con la famiglia, Larry non poteva capirlo. Quando Kevin scherzava con i giornalisti, Larry – che vedeva la maggior parte dei reporter col fumo negli occhi – non poteva capirlo. Quando Kevin si accontentava dopo il cinquantaseiesimo punto segnato ai Pistons, Larry non poteva capirlo. Eppure è dalla “chimica” che si sviluppò tra i due campioni – e tra di loro ed il silenzioso Robert Parish – che nacque la leggenda dei “Big Three” sui quali poggiò la “Terza Dinastia” del Trifoglio.
Quello del 1957 fu uno degli inverni più lunghi del secolo scorso, nel Minnesota: la prima nevicata era arrivata in anticipo, ad ottobre, e due mesi dopo, il 19 dicembre una spessa coltre imbiancava i campi e le strade. Fuori il paesaggio era lunare, mentre Josephine Starcevich McHale dava alla luce Kevin Edward, il secondo di quattro fratelli. Paesaggio lunare causato si dalla coltre di neve, ma anche dalle ferite che la terra mostrava a testimonianza della quotidiana lotta contro l’uomo: la vita nel “Mesabi Iron Range” non era facile, lì “il pane” si estraeva dalla roccia delle miniere più grandi del mondo. Ferro, ematite, silicio, polvere che faceva marcire i polmoni, freddo, a scavare i minerali che poi, tramite il porto di Duluth sul Lago Superiore venivano spediti a sud nelle grandi fornaci di Pittsburgh e Detroit.
Era la vita di tanti uomini duri ed anche di Paul McHale. Dal padre Kevin fin da piccolo imparò il significato più vero delle parole “dedizione” e “sacrificio”. Dal fratello maggiore John invece imparò il gusto della competizione e l’avversione per le sconfitte che spesso la barriera fisica dei sedici mesi di differenza gli imponevano. Per fortuna ereditò i “geni” da Josephine e non da papà: come testimoniato dalla desinenza del nome “Starcevich”, la mamma era di origine croata e portava nel DNA di famiglia la sequenza di un gigantesco trisavolo dinarico che aveva fornito al discendente il codice genetico per una struttura fisica da superuomo. In realtà all’inizio il ragazzo non sembrava portatissimo per lo sport.
Dotato di mente brillante e battuta pronta, al sudore preferiva le ragazze, le gite estive sulle Black Hills, una pizza da “Rudi’s”, la caccia ai topi o una capatina a “The Dump”: Hibbing non era “l’ombelico del mondo” ma a lui come agli altri figli dei minatori bastava. Nello sport si divideva tra hockey e basket fino al giorno in cui si recò nel negozio locale per comprare un paio di pattini e lo guardarono storto: fu allora che capì che forse il ghiaccio non faceva più per lui. Del resto aveva ormai raggiunto quota 196 centimetri, e dei pattini numero 47 erano decisamente poco comuni. Nel corso della parabola sportiva liceale Milan Knezovich gli insegnò i rudimenti del post-basso e del gioco “vecchio stile” e coach Gary Addington gli fece conoscere i segreti del “passing game”, ma Kevin rimaneva sempre uno spirito libero con un carattere forte. Per lui il basket era un gioco, ed anche se ci metteva tutto sé stesso, tra i suoi valori personali non era certamente archiviato alla voce “questione di vita o di morte”.
Il coach dell’anno da “junor high”, Terry Maciej, sperimentò sulla sua pelle la “verve” del suo atleta quando alla fine di un allenamento sentì i suoi giocatori ridere e scherzare parlando di ragazze e drive-in: si rivolse loro serio serio dicendo “Ai miei tempi il basket era la vita e non pensavo mai alle pollastrelle”. Proprio in quel momento in palestra entrò la moglie del coach, Kevin alzò lo sguardo e sentenziò: “Ecco perché ha sposato la prima che passava”…inutile dire che scoppiarono tutti a ridere, Maciej compreso. In quei quattro anni il “brutto anatroccolo” diventò uno splendido cigno. Continuava a crescere in altezza – negli anni di liceo sarebbe passato da 175 a 211 centimetri - ma allo stesso tempo la sua tecnica si raffinava e nell’anno da “senior” venne votato “Mister Basketball” dello stato del Minnesota.
La gente di Hibbing pregustava un titolo statale, ma rimase a bocca asciutta quando le “Blue Jackets” nella gara per il titolo sprecarono un vantaggio consistente ed i Bloomington Jefferson Jaguars capitanati dal coriaceo Steve Lingenfelter (67 minuti in NBA, visto a Desio, Mestre e Udine) riuscirono ad interrompere i “rifornimenti” a McHale ed a vincere per 60 a 51. Il giorno dopo sul giornale locale “Daily Tribune” apparvero le fotografie di Kevin e Lingenfelter mentre lottavano sotto canestro, e di una giovane e disperata “cheerleader” di Hibbing, Lynn Spearman: la futura signora McHale. La delusione nella cittadina era palpabile, ed anche “Kev” ci rimase proprio male.
Il “Mucker” (dal soprannome coniato sul “Mc” del suo cognome da dei parenti di Duluth) si consolò con l’offerta di una borsa di studio da parte di Utah, anche se in realtà il suo cuore batteva solo per Minnesota University da quando era rimasto stregato dalle imprese dei vari Jim Brewer e Ron Behagen nel porpora ed oro della maglia Golden Gophers. Quando gli osservatori della “U” (nello stato Minnesota University veniva familiarmente chiamata così), colpiti dalla “performance” del ragazzo nella finale statale si fecero avanti e gli “girarono” l’ultima borsa di studio disponibile, non ci fu storia. Kevin quella sera si sedette sul letto dei genitori e disse loro “Andrò alla U”. Minneapolis era una grande città ma lui non fece fatica ad integrarsi in una squadra che – nonostante fosse “on probation” per delle irregolarità nel reclutamento commesse dal precedente allenatore, Bill Musselmann – poteva contare sui vari Mychal Thompson (onorata carriera ai Blazers e due titoli ai Lakers), Ray Williams e soprattutto.. “Flip” Saunders. Il lato giocoso era sempre presente: dopo la vittoria contro Nebraska dell’8 dicembre 1976 coach Jim Dutcher lo vide salire sull’autobus indossando un vistoso cappello rosso da cowboy con una grossa “N”, si volse verso gli assistenti allenatori e concluse: “Saranno quattro lunghi anni”.
Quella stagione fu fantastica, con i “Golden Gophers” a vincere 24 delle 27 partite ed a raggiungere il terzo posto nel “ranking” nazionale. E a dover lasciare a squadre meno forti la vetrina della “March Madness”. Il numero 44 di Minnesota University aveva segnato 12 punti di media col 55% di realizzazione ed il suo nome cominciò ad attirare l’attenzione degli addetti ai lavori. Nel suo anno da “sophomore” a Minneapolis si cominciò a sentire il peso delle sanzioni imposte dall’NCAA: i “senior” Ray Williams e “Flip” Saunders si erano laureati e la mancanza di borse di studio così come la mancanza di esposizione ai media allontanarono potenziali giovani talenti. McHale e Thompson potevano fornire una solida “frontline” ma i dietro a quei due c'era ben poco e l'annata 1977-78 iniziò con quattro sconfitte nei primi cinque incontri.
Dutcher però continuò a tenere sotto pressione i suoi ragazzi che da quel momento infilarono un positivo 16-6 compresa una bella striscia di otto vittorie in fila. Anche se la voluminosa presenza di Mychal Thompson – di lì a poco il simpatico centro originario delle Bahamas sarebbe stato prima scelta assoluta al draft NBA – gli toglieva tiri e punti, il “Mucker” continuò a migliorare. Il campionato 1978-79 fu decisamente quello più difficile per coach Dutcher, costretto a schierare McHale e quattro “matricole”: nonostante Kevin avesse portato la sua media di realizzazione a 17.9 punti a partita, nessuno dei compagni riuscì a raggiungere la doppia cifra (il futuro Knick Trent Tucker si fermò a 9.9) ed i “Golden Gophers” vinsero solo 11 delle 27 partite disputate. Alla fine di quel torneo Kevin venne convocato per la nazionale statunitense che, agli ordini del vulcanico Bobby Knight, avrebbe partecipato ai Giochi Panamericani in programma a luglio a San Juan di Puerto Rico. Il coach di Indiana gli insegnò come usare meglio il corpo sotto canestro sia in fase di conclusione che in difesa, lezioni che si sarebbero dimostrate preziosissime nelle dure lotte della “Big Ten”. Nel frattempo i ragazzotti americani vincevano tutte e nove le gare disputate, si aggiudicavano la medaglia d’oro ed il coach finiva in una mezza rissa con un poliziotto locale. Subito dopo McHale fece parte della selezione universitaria che vinse i Giochi Universitari a Mexico City, e se ne tornò a casa con la seconda medaglia d’oro ed un bagaglio di ricordi. Nel campionato da “senior”, nonostante la “fuga” di Leo Rautins a Syracuse, Kevin ebbe maggior aiuto dai compagni e fu il leader di un gruppo che vinse 21 partite perdendone 11. Il 24 gennaio 1980 Minnesota ospitò Indiana e quando Bobby Knight prima della partita si imbattè nel centro da Hibbing gli puntò il dito indice contro intimandogli: “Hey, figlio di buona donna, non permetterti di usare contro di me nessuno dei trucchetti che ti ho insegnato quest’estate”. Lui sorrise e guidò la sua squadra al successo per 55 a 47. Il secondo posto nella “Big Ten” – la “probation” era per fortuna finita – non fu sufficiente a raggiungere il Torneo NCAA, e nel “NIT” di consolazione al Madison Square Garden di New York i Gophers vennero sconfitti in finale da Virginia dell’asso Ralph Sampson.
Quella partita fu amara per McHale, che nell’ultimo atto della sua carriera cestistica universitaria giocò malissimo. Ma la più grossa delusione arrivò dai vertici politici americani quando il presidente statunitense Jimmy Carter decise di boicottare i Giochi Olimpici di Mosca per protestare contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Kevin faceva parte dei convocati e commentò con la solita sincerità: “Credo sia sbagliato lasciare che la politica influenzi lo sport. E’ solo questione di potere, siamo appena tornati dal Vietnam eppure trinciamo giudizi su quello che altri fanno in Afghanistan”. Era quello il pensiero di un uomo che ragionava con la sua testa e che era capace di vedere ciò che accadeva anche al di fuori del campo da basket.
Dell'arrivo a Boston grazie ad un colpo di genio di Red Auerbach abbiamo già parlato tante volte: la prima scelta assoluta 1980 “spillata” ai Pistons, lo scambio della stessa ai Warriors in cambio della terza e di Robert Parish, la trepidazione fino alla chiamata del peraltro valido Darrell Griffith da parte dei Jazz che si traduceva nella possibilità di mettere le mani sul gioiello proveniente dal Minnesota. Poco invece si sa del rischio corso dal Trifoglio quando le offerte contrattuali del front office biancoverde non soddisfecero il giocatore: McHale fece i bagagli e prese il primo aereo verso quello che – allora – era il secondo campionato più bello al mondo, quello italiano. A Milano venne accolto dal playmaker dell’Olimpia “Bevi Billy”, tale Michael Andrew D’Antoni, che gli illustrò i piaceri della “dolce vita”.
I Celtics finsero di non essere preoccupati - famosa fu la frase del coach Bill Fitch “Let him eat spaghetti”, “lasciamo che mangi gli spaghetti” - ma il “bluff” venne scoperto e poco prima che “l’ultimatum” dell’agente scadesse, Boston si piegò. La telefonata arrivò al “Mucker” nel mezzo della notte, una voce con chiaro accento americano che scherzosamente gracchiava “Pronto, pronto” e gli intimava di tornare nella “Beantown”. All’aeroporto Logan lo aspettava Red Auerbach che portandolo al primo allenamento attentò alla sua vita sia con il puzzolentissimo sigaro che con una guida spericolata. Cominciò così una storia di 13 stagioni ricche di successi, e gratificazioni che avrebbero riportato i biancoverdi sul tetto del mondo e McHale nell’empireo dei migliori di sempre, tra gli “Dei del Basket” onorati nel Tempio di Springfield, Massachusetts.
Eppure gli inizi non furono facilissimi: nonostante Bill Fitch conoscesse lo spirito-Minnesota avendo allenato i “Golden Gopher” sette anni prima che Kevin saltasse a bordo, i due erano agli opposti come filosofia di vita. L'uno era un ex-sergente dei Marines votato alla disciplina e la applicava ai canestri: respirava, dormiva, viveva basket e – come Larry Bird che del resto lo avrebbe sempre considerato il suo miglior coach – pensava che un professionista dovesse dedicarsi totalmente alla palla a spicchi. L'altro era diverso. Vedeva il lato comico dell’essere pagato profumatamente per correre su e giù per un campo da basket in pantaloncini corti, e non lasciava mai che il suo lavoro – per quanto trattato con enormi rispetto e dedizione – prendesse il sopravvento sui più importanti valori della vita. “Il basket dovrebbe essere divertente, ma a vedere Bill in allenamento sembra che si stia preparando la Terza Guerra Mondiale. Il fatto che noi ci alleniamo bene o male non determinerà il destino del mondo”.
Fitch non aveva accolto queste dichiarazioni con grande favore, ma quando dopo una breve pausa d’allenamento al primo training camp vide che dove fino a qualche istante prima era stato seduto il giocatore c’era una macchia di sangue causata da fastidiose emorroidi, capì la forza interiore della matricola e cominciò a rispettarlo un po’ di più. La sfida alla visione “basket-centrica” del coach era per l’atleta un modo per affermare la propria personalità all’interno del gruppo, oltre che di spezzare la tensione causata da metodi d’allenamento draconiani, ma non era mai una sfida all’autorità di Fitch. Il 1 ottobre 1980, il ruolo di Kevin nei Celtics cambiò improvvisamente: Dave Cowens annunciò infatti il ritiro ed automaticamente il minnesotiano si trovò a far parte della “rotazione”. La stagione iniziò e chi pensava che Boston potesse accusare il colpo dovette ricredersi, perché la squadra cominciò a mietere successi. La “frontline” vedeva evoluire il trio Maxwell-Bird-Parish con Rick Robey e McHale ad uscire dalla panchina, ed anche se limitato a 20.1 minuti ad allacciata di scarpe quest'ultimo fu in grado di farsi notare da subito. Fitch non era uno stupido e comprese immediatamente il valore del “rookie” come “arma tattica” in grado di cambiare le partite.
In pieno rispetto della tradizione della Franchigia, nei tre anni in cui rimase al timone lo usò sempre come “sesto uomo”, a rinverdire il ruolo reso famoso dai vari Ramsey ed Havlicek. Quella stagione fu una corsa contro i Sixers che si risolse all’ultima partita: Philadelphia “se ne andò” presto ma Boston non mollò mai e rimase a tre/quattro partite di distacco anche grazie alle prestazioni del giovane lungo. Un paio di settimane dopo una gara coi Bucks “girata” dalle sue 6 stoppate, i Celtics nell’ultimo quarto di un sfida coi Washington Bullets si trovarono sotto di 14. Il ragazzo stoppò un tiro di Kevin Grevey e segnò tre canestri decisivi, compreso quello del +4 con 10 secondi sul cronometro. Diciassette giorni dopo ad Atlanta fu ancor più impressionante, realizzando 17 punti nell’ultimo periodo e guidando i compagni al successo per 112 a 107: fu in quell’occasione che il grande Johnny Most gracchiò nel microfono il soprannome “Sir Kevin the Fourth”, riconoscendo l’abilità del “Mucker” di timbrare il cartellino nei momenti decisivi. Superando i Sixers nell’ultima gara stagionale il Trifoglio si presentò ai playoffs col miglior bilancio dell’intera lega grazie anche ai 10 punti, 4.4 rimbalzi e 1.8 stoppate di media del “rookie” che venne meritatamente inserito nel quintetto delle migliori matricole. Nei playoffs i biancoverdi si sbarazzarono facilmente di Chicago ma nella sfida coi rivali di Philadelphia si trovarono sotto per 3 partite a 1. Riuscirono a vincere gara 5 e poi, in vantaggio di una lunghezza a 16 secondi dal termine, videro materializzarsi il peggiore degli incubi: la palla nelle mani di Andrew Toney, lo “Strangolatore di Boston” pronto a far partire la conclusione vincente. Dal nulla si materializzò McHale che stoppò Toney, recuperò la palla e regalò ai suoi la terza vittoria nella serie. La settima partita fu epica ed i Celtics rimontarono uno svantaggio in doppia cifra per vincerla su un tiro di tabella di Larry Bird: quando un lungo alley-oop per Julius Erving si spense dietro al canestro Boston tornò in finale dopo cinque anni di astinenza. La serie per il titolo con Houston fu più dura del previsto e Kevin non brillò particolarmente, come del resto non brillò Bird. Ma il Trifoglio era troppo superiore e fu Cedric Maxwell a guidare i compagni alla vittoria. La mattina dopo i festeggiamenti per il quattordicesimo titolo biancoverde Kevin, che aveva fatto conoscenza con i fiumi di champagne, si avvicinò all’autobus di squadra, e mentre Fitch se la rideva, commentò: “Non mi avevano avvisato che vincere facesse così male”.
Nella seconda stagione da professionista continuò a mostrare miglioramenti (13.6 punti e 6.8 rimbalzi) tali da spingere il coach a dargli maggior fiducia, portando i minuti di utilizzo da 20 ad oltre 28. Quando Bird rimase infortunato McHale venne “sparato” in quintetto base e Boston non patì l’assenza del suo asso. Dal 12 febbraio al 28 marzo furono 18 le vittorie consecutive, record di franchigia, nonostante “Larry Legend” fosse “fermo ai box” in cinque occasioni. Il perché? Il general manager di Philadelphia Pat Williams lo riassunse nel migliore dei modi: “Tutti i giocatori dell’NBA sono terrorizzati da McHale”. I Celtics arrivarono alla post-season col miglior bilancio della lega, 63 vittorie che, assieme al titolo vinto l’anno prima, davano loro i favori del pronostico. Dopo aver eliminato Washington nel primo turno, però, si trovarono nuovamente sotto per 3 partite a 1 coi soliti Sixers: come un anno prima lottarono fino a pareggiare la serie per giocarsi gara 7 al Garden, ma questa volta Philadelphia prevalse e raggiunse la Finale. Nei playoffs Kevin aveva fatto un ulteriore salto di qualità: 16.2 punti e 7.1 rimbalzi col 57.5% al tiro erano numeri che, seppure nella tristezza della sconfitta, facevano ben sperare per il futuro.
Il campionato 1982-83 però fu di quelli da dimenticare. Una partenza da 37 vittorie e 10 sconfitte venne vanificata da un progressivo scollamento dimostrato dal parziale di 19-16 e dall’eliminazione per 4 a 0 ad opera di Milwaukee nel secondo turno di playoffs. Fitch aveva perso il controllo della squadra, e la “fronda” si era estesa da Parish a Maxwell e Carr che avevano “giocato contro” il coach. McHale aveva confermato le cifre del campionato precedente, ma contro i Bucks era stato anche lui “travolto” dalla mareggiata, segnando solo 8 punti totali nei quarti quarti della serie. Come tutti i compagni lasciò Boston subito dopo l’eliminazione preferendo tornare a casa nel Minnesota a leccarsi le ferite. Oltre a ciò, il suo contratto da rookie era in scadenza e l’agente John Sandquist aveva ricevuto un’offerta da quattro milioni di dollari per quattro stagioni da parte dei New York Knicks. Il braccio di ferro fu cruento e non si risparmiarono i colpi bassi, e la cosa assunse tinte ancor più spiacevoli quando il numero 32 venne raffigurato in una vignetta del Boston Globe come un maiale che grufolava in uno stabbio colmo di dollari. Alla fine Auerbach giocò una delle sue “mani”: spedendo tre offerte ad altrettanti free agent dei Knicks di fatto li costrinse a rinunciare al “Mucker” e potè con calma rinnovare il contratto al minnesotiano. Nel frattempo il front office aveva scambiato Rick Robey sul mercato ricevendo Dennis Johnson dai Phoenix Suns, e la Franchigia aveva pure cambiato proprietà passando da Harry Mangurian alla “cordata” composta da Donald Gaston, Paul Dupee ed Alan Cohen.
Nuovi proprietari, nuovo coach (l’ex-assistente K.C. Jones), nuovi compagni, ed una rinnovata determinazione a tornare in alto. I Celtics partirono alla grande vincendo nove delle prime dieci partite e non si voltarono più indietro. Con tre “strisce” da nove vittorie e tre da sei si aggiudicarono facilmente il miglior bilancio dell’NBA (62-20) mentre Kevin legittimava gli zeri del nuovo contratto facendo lievitare le sue cifre a 18.4 punti e 7.4 rimbalzi a partita, veniva convocato per il primo di sette All Star Game ed a fine stagione riceveva il premio per il Miglior Sesto Uomo dell’NBA. Coach K.C. Jones non aveva dubbi: “E’ come Ramsey ed Havlicek, può giocare in due posizioni e segnare e difendere bene in entrambe. Ma oltre a ciò ci aggiunge la dimensione dell’intimidatore, dello stoppatore”. I playoffs non furono facilissimi, ed anche se le sfide con Washington e Milwaukee si rivelarono agevoli, i biancoverdi dovettero faticare sette partite per risolvere il rebus dei New York Knicks del “Re” Bernard King. In finale dopo quindici anni ritrovarono l’avversario storico, quei Los Angeles Lakers che dall’infusione di atletismo dei vari “Magic” Johnson e James Worthy avevano sviluppato un gioco veloce e spumeggiante. Boston aveva fatto registrare il miglior bilancio di regular season ed i californiani si erano aggiudicati i due confronti diretti, ma chi si aspettava una serie equilibrata venne subito smentito. L.A. si aggiudicò abbastanza agevolmente la prima partita (nonostante i 25 punti di McHale), perse la seconda solo grazie ad un miracolo di Gerald Henderson e ad un “blocco mentale” di “Magic”, e rullò gli avversari nella terza (137 a 104), spingendo Larry Bird a commentare irosamente “abbiamo giocato come delle signorine”. Prima di gara 4 Kevin confidò a Danny Ainge “Dobbiamo fare un fallaccio”, e quando nel terzo quarto Kurt Rambis si lanciò in contropiede con il pallone del +8 tra le mani, venne “livellato” da McHale. Quell’episodio, unico momento “sporco” in una carriera all’insegna della tecnica e del talento, cambiò la storia delle Finali che si risolsero in sette partite con la vittoria del Leprechaun.
Dal quindicesimo titolo, uno dei più epici della storia, i Celtics uscirono caricati a dovere per inseguire il “repeat” che nell’NBA mancava da tre lustri. L' ex "Golden Gopher" era ormai una sicurezza sia in attacco che in difesa: le sue braccia lunghissime gli permettevano di controllare sia le penetrazioni che i tiri di avversari diretti più veloci, mentre in attacco aveva sviluppato dei movimenti offensivi senza eguali: maestro del “up and under” - la finta che poi veniva seguita da un passo e tiro letale - abbinava ad un fisico da centro la velocità di un’ala e negli spazi brevi era praticamente immarcabile in uno contro uno. Il suo ruolo all’interno della squadra, complice anche una serie di problemi fisici di Cedric Maxwell, aumentò ulteriormente: nel febbraio del 1985, quando “Cornbread” subì un infortunio al ginocchio, Kevin venne inserito in quintetto base. Il 3 marzo distrusse i Detroit Pistons praticamente da solo: mettendo a segno 22 dei 28 tiri tentati e 12 tiri liberi, stabilì il nuovo primato di franchigia con 56 punti. Bird lo rimproverò, però, dicendo che avrebbe dovuto impegnarsi allo spasimo per segnarne altri… Due sere dopo toccò a New York subire “l’ira funesta” del “Mucker”, che con 42 punti smantellò i Knicks e diventò il primo Celtic della storia (ed ancora l’unico) ad aver segnato 98 punti in due gare consecutive. Ma il 12 marzo il suo record venne superato da Larry Bird che a New Orleans raggiunse quota 60. Nessun problema per il carattere “vivi e lascia vivere” di McHale, che ormai era riconosciuto come una delle stelle di prima grandezza dell’NBA. “E’ diventato il giocatore più difficile da marcare in post basso nell’intera storia della lega – dichiarerà Hubie Brown – e l’impossibilità di fermarlo è dovuta alla sua velocità, al suo arsenale di movimenti ed a quelle lunghissime braccia che gli permettono di tirare sopra ad avversari più alti o dotati di maggior elevazione”. Anche se le cifre (19.8 punti e 9 rimbalzi di media) ed il secondo premio di “Sesto Uomo dell’Anno” consecutivo testimoniavano il suo “status” di stella, la stagione si concluse con una delusione quando i biancoverdi vennero superati dai Lakers in Finale. Nei playoffs Kevin era stato superlativo (22.2 e 9.9), ma i suoi exploit non erano stati sufficienti a guidare Boston al “repeat”.
In estate il front office scambiò Cedric Maxwell con il centro dei Clippers Bill Walton, e con altri aggiustamenti di mercato mise la Franchigia sulla rampa di lancio per il sedicesimo titolo. In quella fantastica squadra (47 vittorie al “Garden” su 48 partite disputate, 82 vittorie in 100 incontri tra regular season e playoffs) McHale fu decisamente uno dei protagonisti nonostante un infortunio al tendine d’achille lo avesse tenuto fermo per 14 partite ad inizio campionato. Nella postseason mantenne medie di 24.9 ed 8.6 rimbalzi e Boston schiantò le avversarie aggiudicandosi 15 delle 18 gare disputate in una delle prove di forza più clamorose della storia NBA. Nel campionato 1986-87 il “Mucker” – incredibile ma vero – migliorò ancora, e le sue medie si fecero surreali: 26.1 punti ad allacciata di scarpe, 9.9 rimbalzi di media ed un 60.4% col quale si aggiudicò la “corona” di tiratore più preciso nella lega. Divenne anche il primo atleta nella storia della pallacanestro a stelle e strisce a segnare con più del 60% in azione e con più dell’80% (83.6%) dalla lunetta. Le cifre ma anche il contesto in cui le aveva ottenute gli valsero la convocazione al secondo All Star Game e per la prima ed unica volta l’inserimento nel Primo Quintetto dell’NBA. Purtroppo, però, l’11 marzo 1987, durante l’incontro interno coi Suns, Larry Nance atterrò sul suo piede destro causandogli la frattura dell’osso navicolare, uno dei più delicati dell’intera struttura podale. Non sarebbe stato più lo stesso giocatore. Anche perché secondo buon senso avrebbe dovuto fermarsi allora, ma la “finestra di opportunità” di quella squadra si stava chiudendo, e Kevin volle dimostrare una volta per tutte quanto le accuse di essere un po’ “soft” che Bird gli aveva rivolto in passato fossero state fuori luogo.
Nel frattempo, mentre i Celtics perdevano ulteriori pezzi del “puzzle” campione, i Lakers si rafforzavano spedendo a San Antonio una prima scelta ed i non eclatanti Frank Brickowski e Peter Gudmundsson in cambio della vecchia conoscenza minnesotiana di McHale, il centro Mychal Thompson. Boston fu protagonista di una delle pagine più leggendarie della sua storia: con McHale, Parish ed Ainge infortunati e priva di Walton, Wedman e Sichting nei playoffs riuscì comunque a superare Chicago, Milwaukee e Detroit prima di cedere in Finale al “baby sky-hook” di Magic Johnson. Giocando su un piede rotto il numero 32 mantenne medie di 21.1 punti e 9.2 rimbalzi e tirò col 58.4%! Per i "Big Three" era iniziata la parabola discendente, quella del dolore, degli antinfiammatori e degli interventi chirurgici. Kevin la definì “la stanza della tortura”, e dopo quello che sarebbe diventato un rito post-stagionale – l’operazione al piede destro – ritornò ad “impilare” canestri. I Celtics vinsero 57 partite con il "Mucker" nuovamente al 60.4% di realizzazione che gli valse la seconda corona consecutiva, e nei playoffs tenne una media di 25.4 punti ad allacciata di scarpe mentre il Trifoglio eliminava New York ed Atlanta per poi arrendersi ai più forti Pistons in quella che sarebbe stata l’ultima finale di Conference di Bird-Parish-McHale. Il 3 giugno 1988, mentre i 39,000 tifosi presenti al Pontiac Silverdome festeggiavano la prima vittoria di Detroit su Boston, all’uscita dal campo Kevin si avvicinò al Piston Isiah Thomas e gli disse: “Zeke, non accontentatevi di aver raggiunto le Finali, giocatevele e vincete”. Era un gesto che dimostrava ancora una volta la classe di un uomo: battuto ma non sconfitto.
Nel campionato 1988-89 i Celtics dovettero sopperire all’assenza di Larry Bird, infortunato alle caviglie, e McHale nonostante gli ormai frequenti problemi fisici continuò a fornire oltre 22 punti ed oltre 8 rimbalzi a gara. Dennis Johnson in crollo verticale ed una panchina un po’ troppo giovane, ed ecco una regular season da solo 42 vittorie: la stagione perciò terminò presto, quando al primo turno di playoffs i biancoverdi si imbatterono nei Detroit Pistons in rotta verso il loro primo titolo. Tre a zero e tutti a casa. Nella stagione seguente il minnesotiano ritrovò un po’ di salute e riuscì a giocare in tutte ed 82 le partite: anche se il suo apporto cominciò a calare (20.9 punti), rimaneva una formidabile arma sia in attacco che in difesa. Ma uno spogliatoio turbolento causò l’imprevista eliminazione ancora alla prima tornata della postseason per mano dei Knicks, sconfitta che costò il posto a coach Rodgers. Nonostante nella serie con New York avesse segnato 22 punti di media e tirato col 61%, il numero 32 soffriva e fu costretto a sottoporsi ad un altro intervento chirurgico soppesando persino la possibilità del ritiro. Decise di tornare per il campionato 1990-91 e quando i Celtics del nuovo allenatore Chris Ford partirono 29-5 le cose parvero mettersi bene. Ed invece nuovi problemi alla caviglia – infortunata in una trasferta a Seattle – limitarono McHale a 68 partite giocate mentre Bird veniva “stoppato” dalla schiena malconcia. Cominciarono a circolare insistenti voci di una sua trade a Dallas, ma il GM bostoniano Dave Gavitt preferì tenerlo nella “Beantwon”. Boston vinse 27 delle ultime 48 partite e nei playoffs dovette fare miracoli per avere la meglio sui rampanti Pacers di Chuck Person, compresa una stoppata del “Mucker” su Detlef Schrempf a “salvare” gara 3. Poi arrivarono i soliti Pistons che eliminarono i biancoverdi per la terza volta consecutiva. Il 17 luglio 1991 si era sottoposto ad un intervento alla solita caviglia: i risultati non erano stati all’altezza delle aspettative ed il logico risultato fu un campionato 1991-92 da soli 56 incontri disputati un regular season, minimo in carriera. Kevin cominciò a sottoporsi a lunghe sedute di terapia col trainer Ed Lacerte ma la sua odissea si perse ancora una volta nei titoli cubitali che raccontavano quella di Larry Bird. Per la postseason tornò in forma decente ed assieme al numero 33 guidò i Celtics ad uno “sweep” di Indiana nel primo turno. Boston diede vita ad un’altra serie epica contro i rampanti Cavs, ed i “leoni in inverno” combatterono per sette partite prima di alzare bandiera bianca in quello che fu l’ultimo incontro del capitano. Il campionato 1992-93 fu il "canto del cigno" per McHale, che decise di calcare un'altra volta il palcoscenico per permettere ai tre figli più grandi – Kristyn, Mikey e Joey – di fare i “ballboy” (o nel caso di Kristyn la “ball girl”). Fu una stagione difficile e contrassegnata da problemi ad una gamba ed alla schiena e dal limitato utilizzo da parte di coach Chris Ford. Per la prima volta tirò con meno del 50% (45.9) e la sua media di realizzazione crollò a 10.7 punti. Ad inizio aprile Boston infilò una serie di cinque sconfitte, e dopo aver giocato solo 12 minuti in una partita persa coi Pistons, Kevin alla fine sbottò: “Mi ha imbarazzato, e non ho idea di cosa stia facendo. Giocando cinque minuti alla volta non avrei combinato niente nemmeno quando ero un All Pro”. Il giorno dopo Dave Gavitt lo incontrò e gli chiese di pensare alla squadra. Don Casey, vice allenatore, aggiunse: “Non uscire così, nel giro di qualche anno lo rimpiangeresti”. Ed allora il giocatore fece qualcosa di nuovo, per lui: si scusò pubblicamente. Attese il suo momento, e nei playoffs “tornò” da vecchio guerriero: portando indietro le lancette del suo orologio biologico, nella serie con i Charlotte Hornets fece registrare 19.6 punti e 7.3 rimbalzi di media col 58% al tiro. I Celtics avrebbero probabilmente vinto quella serie, ma nel primo incontro il loro miglior realizzatore, Reggie Lewis, crollò a terra a causa di un problema cardiaco che qualche mese dopo lo avrebbe ucciso. Gli Hornets si aggiudicarono le tre partite seguenti ed alla fine della quarta sfida, tenendo fede al suo carattere poco conformista, McHale annunciò il suo ritiro al tavolo dei segnapunti del Charlotte Coliseum. In un’NBA diluita dalle continue franchigie d’espansione e sempre più lanciata verso un futuro in cui la schiacciata e l’hip-hop erano i vettori usati da David Stern per vendere il prodotto ai giovani, il "vecchio leone" era una sorta di dinosauro e preferì “estinguersi” con classe. In 13 stagioni aveva ammassato 17.355 punti, 7.122 rimbalzi e 1.690 stoppate tirando col 55.4%. Era stato, assieme a Robert Parish e Larry Bird, parte dei “Big Three”, la miglior “frontline” della storia dell’NBA. Aveva vinto tre titoli, partecipato a sette All Star Game ed era stato inserito per tre volte nel miglior quintetto difensivo della lega e per una in quello assoluto.
Nel 1993, alla fine della carriera di giocatore, il “Mucker” tornò nel suo Minnesota dove cominciò a lavorare come analista televisivo delle gare NBA. Glen Taylor, proprietario dei Timberwolves, lo ingaggiò come assistente speciale e nel giro di due stagioni gli fece salire tutti i gradini del front office: l’11 maggio 1995 prese il posto del general manager Jack McCloskey, “convinto” a ritirarsi. Fino ad allora i T’wolves avevano vinto 126 partite perdendone 366 (25.6%) senza mai raggiungere la post-season: nei quattordici anni seguenti si sarebbero aggiudicati il 49% degli incontri di regular season qualificandosi per i playoffs in otto occasioni. La prima mossa di Kevin fu quella di prendersi a fianco il vecchio amico “Flip” Saunders, ed a questa scelta seguì quella di Kevin Garnett nel draft del 1995. Oggi sembrerebbe una decisione scontata, ma allora non tutti erano convinti che il segaligno figlio del South Carolina fosse materiale da NBA. Persino il famoso “scout” Marty Blake aveva sentenziato “Non è pronto per l’NBA, lo mangerebbero vivo”. McHale e Saunders invece giocarono d’azzardo e vinsero. L’NBA però stava cambiando, e quando nel 1997 Garnett dovette essere "bloccato" con un contratto da sei anni e 126 milioni di dollari si alzarono le proteste di critici e moralisti. In effetti il valore dell’accordo di “The Kid” superava la somma di quelli dei compagni e rischiò di mandare a gambe all’aria la lega che reagì con il “lockout” del 1998, il braccio di ferro tra proprietari di franchigia e giocatori che si risolse in un nuovo contratto collettivo e con regole più ferree sul salary cap. Nelle stagioni seguenti per i T’wolves diventò estremamente difficile operare per rafforzare la squadra: il salario di Garnett “mangiava” gran parte del monte stipendi ed impediva di fatto l’acquisizione di altri pezzi pregiati.
Nonostante ciò McHale era riuscito ad accaparrarsi anche Stephon Marbury, ma le dinamiche di spogliatoio in breve tempo spinsero il newyorchese verso altri lidi: era invidioso del contratto di Garnett e non voleva capire che le nuove regole sul “cap” rendevano impossibile per il front office minnesotiano pareggiarlo. Il "Mucker" nel corso degli anni provò tutte le strade per circondare “The Big Ticket” con un cast di supporto da titolo, da quelle lecite (acquisizione di Malik Sealy, Laphonso Ellis, Sam Cassell, Latrell Sprewell) a quella illecita di un accordo sottobanco con Joe Smith che violava le regole sul “cap”. Quando il “misfatto” venne scoperto, i Timberwolves vennero puniti con la “cancellazione” di tre prime scelte, 3.5 milioni di dollari di multa ed una sospensione proprio a McHale (anche se pare che a firmare l’accordo fosse stato Taylor).
Intendiamoci, l’ex-Celtic commise anche degli errori: la scelta di William Avery nel draft del 1999 o lo scambio della scelta di Brandon Roy con quella di Randy Foye nel 2006 sono svarioni incontestabili. Sicuramente avere a disposizione Roy e Ron Artest o James Posey avrebbe aiutato, ma va anche detto che in diverse occasioni itrovò giocatori sottovalutati, svalutati o non ancora da NBA ed assieme a Saunders li fece “esplodere”: Chauncey Billups, Joe Smith, Trenton Hassell, Rasho Nesterovic, Malik Sealy e Gary Trent solo per citarne alcuni. Dopo il campionato 2003-04, terminato con una lusinghiera eliminazione nella finale di Conference, i malumori del duo Sprewell-Cassell avvelenarono l’ambiente e coach Saunders perse il controllo della squadra. Il proprietario dei T’wolves allora decise di licenziare il coach e di mettere in panchina proprio Kevin per le restanti 31 partite della stagione: questi ottenne un valido 19 vinte – 12 perse ma per la prima volta in nove anni la squadra mancò i playoffs. Nelle due stagioni seguenti il “trend” fu decisamente negativo e la decisione di cominciare a ricostruire fu scontata: Taylor, anche se McHale non era d’accordo, per accelerare il processo di rinnovamento decise di scambiare il pezzo più pregiato, Kevin Garnett e l’ex-Celtic venne ingiustamente accusato di aver favorito la squadra bostoniana che di lì a poco sarebbe tornata al titolo. I due coach impiegati successivamente a Minneapolis ebbero poca fortuna: Dwane Casey (53 vinte – 69 perse) e Wittman (38-105) non riuscirono ad invertire la rotta e quando Taylor mise nuovamente il suo GM in panchina nella stagione 2008-09 fu chiaro che quella per Kevin fosse l’ultima occasione. Rassegnò le dimissioni dall’incarico di GM ed i suoi Timberwolves partirono vincendo 10 delle prime 14 gare e regalando al loro allenatore il titolo di “coach del mese” di gennaio. Ma l’8 febbraio a New Orleans Al Jefferson si strappò il legamento crociato anteriore del ginocchio destro, e quando anche Corey Brewer subì un infortunio la squadra ovviamente affondò scivolando in fondo alla graduatoria. Come prevedibile, il 17 giugno 2009 David Kahn, nuovo GM di Minnesolta, annunciò che McHale non sarebbe tornato. E nel mese di agosto, in un curioso scherzo del destino, 25 anni dopo sulla panchina si sedette la “vittima” del famoso “fallaccio” delle Finali NBA, Kurt Rambis.
E così Kevin Edward McHale tornò al suo ruolo di analista televisivo: vuoi perchè il suo numero 32 garrisce al Garden dal 1994, perché è stato selezionato tra i primi cinquanta giocatori della storia NBA nel 1996, o perchè è stato ammesso alla Hall of Fame nel 1999, vuoi perchè la sua intelligenza, la sua carica di umorismo e la sua conoscenza del Gioco sono “asset” facili da “monetizzare”, la stazione televisiva TNT capì che lasciarlo a casa sarebbe stato un delitto. Tuttavia il richiamo del campo si fece presto sentire e dopo una sola stagione passata "dietro al microfono", a fine maggio del 2011 il "Mucker" accettò un nuovo ruolo da head coach agli Houston Rockets, a sostituire Rick Adelman, finito, ulteriore scherzo del destino, proprio a Minneapolis.
I “Big Three” negli Anni Ottanta sono stati il simbolo della terza “Età dell’Oro” della Franchigia bostoniana. Tre personalità diverse, ma che con intelligenza hanno trovato il modo per interfacciarsi ed ottenere grandi risultati: Larry Bird è stato il leader, il trascinatore che vince perché non si risparmia e Robert Parish il killer silenzioso, la “presenza” dominante sia in spogliatoio che in campo. Kevin McHale è stato il loro perfetto complemento: tecnica sublime, amore sconfinato per il basket ma allo stesso tempo la consapevolezza che, anche se per vincere si è disposti a soffrire giocando persino su un piede fratturato, alla fine da vittoria e sconfitta non dipendono la vita e la morte. Per fortuna.





Commenti
Scherzi a parte, una figura mitica per la generazione dei quarantenni di questo sito: è vero che l'ombra di Bird lo ha coperto, ma senza Larry sarebbe arrivato alle stesse vette di rendimento? Non lo sapremo mai, ma la sua personalità frizzante avrebbe fatto la nostra gioia nell'era di internet e di twitter.
Tecnicamente un esempio quasi irripetibile, a livello di Akeem e Duncan nella storia tecnica dei lunghi dell'era moderna (Jabbar per me è di un'epoca precedente), e la HOF un riconoscimento meritato al 100%.
Un grande, un Celtic, un uomo che mi provoca ricordi dolcissimi.
Lo adoro anche come commentatore pure se non capisco un'acca di ciò che dice!
Mi basta vederlo in giacca e cravatta magari al fianco di Parish e... mi aveva fatto diventare simpatici pure i Timberwolf!
Quoto in pieno Michele (cosa peraltro più che mai rara!
Grandissimo number 32!
Certo, negli ultimi anni, diciamo dopo la famosa finale di conference contro i lakers, i problemi sono stati molti, ma è anche vero che senza l'infortunio a Cassell forse i Wolves non avrebbero perso e il giudizio su chi aveva costruito quella squadra sarebbe stato diverso.
Insomma, magari solo per affetto, ma io McHale lo riporterei a casa.
Grandissimo giocatore che se avesse avuto la metà della grinta di Bird sarebbe stato una macchina da guerra perfetta e probabilmente adesso dal soffitto del Garden penderebbero almeno altri 2 titoli.
Ma va bene così perchè anche con tutti i suoi difetti McHale è uno di quei giocatori che quando sono nati è stato buttato via lo stampo.
Per me il miglior giocatore in post basso di ogni epoca.
Quelli che hai citato sono dei grandissimi ma Kevin lo era di più (in post basso). Jabbar dietro a lui nonostante l'immarcabile sky hook, poi Duncan e Akeem.
Concordo, ma non solo per affetto perchè uno come lui può solo essere utile ai Celtics.
Secondo me Ainge lo accoglierebbe a braccia aperte.
Per quanto riguarda il suo lavor da GM è presto detto: tutti lo colpevolizzano perchè non è riuscito a vincere un titolo con Garnett... diciamo anche che la fortuna non lo ha favorito perchè nell'anno buono Cassel si infortunò ai PO e persero con i Lakers che poi, a loro volta, finirono bastonati dai Pistons. Indipendentemente da ciò McHale non ha fatto certo male ed anche la cessione di KG è stata un'operazione che poteva dare i suoi frutti visto il pacchetto ricevuto in ritorno. Non molto distante da lì pochi mesi dopo qualcuno ha regalato ai Lakers Gasol solo per fare un esempio.
Su questo non sono d'accordo, Alberto. Bird aveva una forma di insicurezza che lo portava ad allenarsi sempre per paura che qualcuno lo superasse, McHale invece nella scala delle sue priorità della vita metteva il basket DOPO gli affetti personali, ed è chiaro che questo lo portasse a "destinazioni" diverse.
Ma in campo, sia in allenamento che in partita, dava il 110% per vincere, "rallentando" solo quando la vittoria era in tasca.
Allo stesso modo potremmo dire "Bird avrebbe giocato tre anni di più se si fosse curato la schiena prima, invece di gettarsi sui palloni anche quando la gara era vinta"... ma erano fatti così, ognuno a suo modo, eppure due grandi campioni che si integravano perfettamente.
P.S. Un grazie all'attento Cravino!
Forse è vero ciò che dici anche perchè Kevin ha dimostrato anche di saper giocare sul dolore.
Il mio errore è confrontare Kevin o altri giocatori con Bird; semplicemente non è giusto farlo.
Mi pare possa completare il discorso sulla "persona Kevin"
Concordo con Piero.Vederlo giocare in post basso è stata una delizia per gli occhi.Maestro del piede perno.Non me ne vorrà Larry.Ma io ho amato lui, come nessuno dei nostri eroi biancoverdi.E l'apoteosi di questo amore l'ho raggiunta in occasione del leggendario fallo su Raimbis, col quale lanciava un messaggio molto chiaro:"Cari Fakers, questo titolo non ce lo portate via..per nessuna ragione al mondo"
D'accordo con Michele..uomo da riportare a Boston.A tutti i costi...in qualunque ruolo.E non mi interessa quello che abia fatto da GM o da coach.Il numero 32 è stato e sempre sarà..LEGGENDA!!!
Cal
Ma se vi fa piacere, possiamo programmare una "ristampa" anche qui...
personalmente lo metto tra i primi 10 nella storia della NBA. Un talento unico.
CELTICS A VITA.
Era un'altro della serie "con le lacrime agli occhi e un groppo in gola arrivo fino alla fine e svengo".
Un grazie a Fabio x questo articolo su un giocatore x me “Speciale“...
Non ho ancora avuto il tempo di immergermi in questo racconto, ma sul fatto per Luca con Kevin ci sia un legame speciale lo si vede anche dal fatto, e lui lo ricorda spesso, non ci sia stato un giocatore dell'era moderna dei Celtics che l'abbia emozionato come Big Al, il cui uso del perno è uno dei pochi che siano rapportabili a quello del mitico 32
vero AJ mi emoziona ancora oggi, anche se con una maglia diversa :)...
Sul fatto che fosse un “buco nero”....beh, alla fine in questo gioco infilare la boccia nel cesto ha una sua certa importanza, e se lo fai con percentuali maggiori del 60%, allora è il tuo coach e i tuoi compagni che vogliono che tu tiri spesso.
Credo anche io che Kevin sia stato il migliore giocatore in post basso che abbia mai visto, soprattutto in relazione al suo infinito repertorio di movimenti e di finte; il suo difetto era quello di non essere un grande passatore (da questo punto di vista inferiore ai citati Duncan, Olajuwon e Jabbar), mentre la sua abilità in attacco ha spesso oscurato le sue eccellenti qualità di difensore.
Duncan, invece, mi pare abbia qualche movimento in meno, ma forse sia davvero IL giocatore da cui a SA andavano sempre quando serviva davvero.
Però sono solo sensazioni personali.
E siccome nei miei non eccelsi trascorsi di cestista al massimo in serie C giocavo da "4" e da "5 nano", è sul "Mucker" che ho mutuato alcuni dei miei movimenti. Quello prediletto era un "passo e tiro", o "up and under", come lo chiamano di là dell'Atlantico, e sì, era la copia sbiadita di quel principesco piede perno usato dal ragazzone di Hibbing...
Per quanto riguarda il post basso è stato sicuramente il migliore della sua epoca, secondo forse nella storia dell'NBA solo ad Olajuwon (Duncan è più completo su altri aspetti ma quel passo d'incrocio con cui Kevin abusava di tutti i difensori non c'è la mai avuto, o perlomeno ai livelli di Kevin).
Onestamente il discorso leadership si fa male a giudicarlo, che la squadra fosse di Larry è chiaro, ma guardate che l'importanza strategica di quest'uomo gli è dietro di un soffio, quante volte abbiamo visto partite importanti letteralmente cambiate dal suo ingresso in campo.
Al di la dello "schienamento" di Rambis, la cosa più bella che mi ricordo di lui fu l'eroica finale del '87 dove giocò tutta la serie con una caviglia distrutta senza un cambio decente, e se Magic non pesca lo "skyhook junior" quella finale i nostri la vincono pure.
E che McHale sia un personaggio amatissimo lo dimostra il fatto che in solo 4 giorni questo articolo è già diventato quello più letto della storia dei Celtics con quasi 1500 visite. E di questo va reso un immenso merito al nostro sommo Fabio.
In realtà difendeva ottimamente in TRE ruoli! In difesa infatti spesso si prendeva l'ala piccola che sarebbe stata "pertinenza" di Bird, meno veloce di piedi. E con quelle lunghe braccia poteva permettersi anche di arrivare un attimo dopo, ammollando stoppate in recupero o facendo alzare improbabili parabole ai vari Dominique Wilkins della lega. Lo stesso Charles Barkley (mica Marquis Daniels) lo definì "il giocatore più forte che io abbia mai incontrato". E si sa che la bocca di "Sir Charles" non è mai stata tenera nei confronti degli avversari...ma "Kevin The Fourth" lo metteva in soggezione.
Era impossibile non gasarsi per quel "passo incrociato" con cui faceva ammattire i malcapitati avversari diretti.
"Che giocatore è lui" soleva ripetere un ben più "sveglio" e simpatico Dan Peterson all'epoca...
Fabio, difficile fare un "ranking" dei tuoi articoli, ma si nota che questo l'hai "sentito" in modo molto particolare, ed il risultato è davanti agli occhi di tutti...
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