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La Storia dei Celtics
Daniel era una peste. Tipico bambino dai capelli rossi e dall’argento vivo addosso, andava matto per gli scherzi e fin da piccolo dimostrava un cervello sveglio, troppo sveglio per la sua tenera età. In un’occasione, su un “Greyhound” che portava la sua famiglia da Eugene a Salt Lake City, aveva stretto amicizia con un giovane passeggero e quando papà e mamma erano andati a riprenderlo a fine viaggio aveva cominciato a strillare e piangere dicendo che loro non erano i suoi genitori e che suo padre era quello che lo teneva in braccio. Immaginatevi le occhiatacce ed i commenti dei bacchettoni che affollavano l’autobus!
Alla fine, di fronte agli imbarazzatissimi mamma e papà, in un attimo Daniel era passato dal pianto al riso tra il sollievo dei suoi e le risate del pubblico non pagante. Già questo aneddoto rende giustizia ad una mente estremamente brillante che, come i giocatori di scacchi, è abituata a prevedere le mosse altrui. Nato il 17 marzo 1959 ad Eugene, Oregon, aveva potuto contare sulla presenza del papà Don, un discreto atleta (aveva giocato a football all'università) che però non lo aveva spinto ma si era limitato ad assecondare il suo spirito fiero e competitivo e ad incanalarlo nella pratica degli sport.
E poi i due fratelli Doug e David, rispettivamente più vecchi di Danny di quattro e tre anni, frequentavano i campetti da basket, baseball e football...ed il piccoletto era sempre lì ad accompagnarli, prima come semplice spettatore e poi ad un certo punto a fare da “spalla”. Anzi, fu proprio grazie a loro che potè misurarsi da subito contro avversari superiori e sviluppare doti di forza e resistenza che lo avrebbero reso uno dei migliori atleti dell’intero panorama sportivo a stelle e strisce. “Era già un talento – ricorda David – e ce ne rendemmo subito conto. Non eravamo gelosi, anzi. Andavamo ai playground e tutti si chiedevano chi fosse quel gamberetto, ma poi cominciava a giocare ed allora…” Dai fratelli Danny riuscì a “carpire” il meglio: da Doug, un ottimo atleta a livello locale, aveva imparato il controllo del corpo e la plasticità nei movimenti, mentre da David, che compensava la mancanza di "classe" con una voglia di vincere fuori scala, aveva attinto la determinazione e la grinta che avrebbero contraddistinto la sua carriera sportiva.
Al liceo apparve chiaro come ad un talento esorbitante fosse abbinato anche un enorme atletismo: non era difficile prevedere per lui un futuro da professionista in uno degli sport a cui si dedicava. Si, perchè Daniel Ray Ainge a North Eugene High cominciò a farsi notare "a trecentosessanta gradi". Nel football guidò i suoi a due titoli statali consecutivi (1976 e 1977) e si guadagnò un posto nei Parade All Americans, i migliori prospetti della palla ovale americana mentre il compagno di squadra tra le end zone e futuro avversario tra i canestri Joe Dumars passava inosservato. Era un marziano anche nel baseball: nell’anno da senior al liceo battè con una media di .507 assolutamente irreale, e diventò l’unico essere umano nella storia degli Stati Uniti ad essere votato All American in football, basket e baseball.
La scelta dell’università fu difficile, ma alla fine si decise per Brigham Young. Un po’ perché era mormone, un po’ perché il programma gli permetteva di “spaziare” tra sport diversi. Ma la sua struttura longilinea avrebbe potuto soffrire nella rude pratica del football, ed allora decise di concentrarsi solamente su baseball e basket. I Toronto Blue Jays lo scelsero nel draft del 1977 ed incredibilmente Danny cominciò a giocare a basket da universitario in inverno, ed a baseball da professionista in estate. Nel frattempo anche le sue performance tra i canestri stavano creando molto interesse, e nella sua stagione da senior i Cougars misero insieme un ottimo 22 vinte – 6 perse qualificandosi per il torneo NCAA.
Nel primo incontro BYU si sbarazzò di Princeton abbastanza agevolmente, e Danny realizzò 21 punti nonostante un forte mal di schiena lo avesse tenuto a letto nelle ventiquattr’ore precedenti. Nel secondo turno dei Regionals i Cougars affrontarono UCLA, uno dei pochi college che avevano a suo tempo fatto sapere di non essere interessati ad elargire ad Ainge una borsa di studio. Lui fu educato, e ringraziò i Bruins con 37 punti in una eloquente vittoria per 78 a 55 mentre un signore col sigaro sugli spalti sembrava piuttosto interessato. Una settimana dopo ad Atlanta erano in programma le finali dei Regionals, e Brigham Young si trovò di fronte una delle favorite per la vittoria finale, quella Notre Dame che tra le sue fila contava stelle come John Paxson, Kelly Tripucka ed Orlando Woolridge.
Con il punteggio sul 50 a 49 per i “Fighting Irish” ed 8 secondi sul cronometro, l’oregoniano si lanciò in un coast to coast coronato da un morbido tocco che diede ai suoi l’incredibile successo. Tutte le televisioni mostrarono “ad nauseam” il replay della giocata che venne subito battezzata “the Stormin’ Mormon Dash”, “la corsa del Mormone d’Assalto”, ed ancor oggi molti sono quelli che la ricordano ad Ainge… compreso chi scrive. BYU deragliò nella finale dei Regional contro Virginia di Ralph Sampson, ma Danny si consolò con il “John Wooden Award”, il premio al miglior cestista dell’anno nell’NCAA.
Dopo dieci giorni di riposo si presentò al camp dei Blue Jays: improvvisamente il baseball cominciò a sembrargli meno divertente. Il campionato cominciò male, Ainge prese a battere a .187 e la consapevolezza di essere stato appena scelto da Red Auerbach (il draft è quello del 1981, con la trentunesima "pick") e che quindi avrebbe potuto far parte della squadra campione NBA cominciò a deprimerlo, finchè non prese il coraggio a piene mani e decise di passare al basket. Le battaglie legali furono sanguinose, ed alla fine i Celtics lo strapparono ai Blue Jays in cambio di mezzo milione di dollari.
Ma l’inizio nella “Beantown” non fu dei più facili, visto che i compagni lo guardavano con sospetto e che non perdevano occasione per metterlo in difficoltà. Nella prima stagione il numero 44 tirò con un misero 35.7%, mentre la barzelletta più in voga era che stava facendo del suo meglio per mantenere le stesse cifre fatte registrare a Toronto. E siccome ai Blue Jays in carriera aveva battuto a .220, è chiaro che non si trattava di un complimento. Poi però, dal secondo anno il suo apporto cominciò a farsi sentire. Aveva capito che il gioco era diverso rispetto al college e che dove prima doveva “forzare” certe situazioni, adesso ai Celtics in mezzo a tanti campioni doveva lasciare che il gioco fluisse e prendere le conclusioni giuste quando arrivavano. Danny Ainge fu una delle poche note liete in una stagione 1982-1983 peraltro poco felice: anche in funzione di un maggior utilizzo, la sua percentuale di tiro salì di ben 14 punti percentuali (al 49.6%) e la media di realizzazione passò da 4.1 a 9.9 punti ad allacciata di scarpe.
Dal 1984 in poi si attestò sempre su valori in doppia cifra nei punti e superiori ai 5 assist di media, e fornì un “supporto di fuoco” da lontano ad una forza d’invasione che faceva del suo gioco “in the paint” una delle risorse principali. I biancoverdi vinsero il titolo del 1984 con Danny da riserva, e poi cedettero Gerald Henderson in una mossa magistrale che avrebbe dovuto portare l’ex seconda base nel primo quintetto ed allo stesso tempo assicurare a Boston il campioncino di Maryland Len Bias. Sappiamo tutti come andò a finire, ma Ainge mantenne fede alle aspettative risultando fondamentale nella conquista del titolo del 1986.
Poi tutto andò a catafascio, con infortuni assortiti a spingere il Trifoglio sempre più lontano dal trono che aveva conquistato contro i Rockets. Nel frattempo, però, il "mormone" era sempre una presenza positiva nel roster sia per le sue doti di realizzatore e difensore arcigno, sia per le sue capacità all’interno dello spogliatoio che lo rendevano il perfetto “trait d’union” tra i caratteri diametralmente opposti di Larry Bird e Kevin McHale.
Nel 1988 trovò anche un’insperata gratificazione quando venne invitato all’All Star Game, che onorò nel migliore dei modi segnando 12 punti in 19 minuti di utilizzo. Boston però aveva iniziato la sua lunga e lenta parabola discendente: all’inizio del 1989 la squadra faceva fatica e coach Jimmy Rodgers aveva giocato la carta Brian Shaw in quintetto base al posto di Danny, mentre Larry Bird era infortunato. Ainge non era contento del suo nuovo ruolo e chiese pubblicamente di venir scambiato sul mercato: non si sentiva ancora pronto per diventare una riserva, e soprattutto voleva essere in campo a dare il suo contributo nel momento in cui la squadra stava facendo fatica. La franchigia però, con Bird ai box, aveva bisogno di muscoli sotto canestro e il numro 44 era un pezzo pregiato, come testimoniato dai 45 punti che aveva messo a segno l’8 dicembre contro Philadelphia. Così il 23 febbraio i Celtics lo mandarono a Sacramento assieme a Brad Lohaus in cambio di Ed Pinckney e Joe Kleine.
Seppure non fosse felicissimo di essere finito ai Kings, fece registrare medie di realizzazione superiori ai 17 punti a partita, i “numeri” migliori della sua carriera NBA. Giocò ancora una stagione in California ed alla fine riuscì a convincere il front office a cederlo ad una “contender”. Il 1 agosto 1990 fu mandato a Portland, una squadra in ascesa che voleva sfruttare l’esperienza di Danny nelle partite che contavano. E poi per il giocatore l’occasione era buona per un ritorno a casa tra tifosi che lo idolatravano, e per un'altra puntatina nei playoffs.
Nella postseason del 1991 i Blazers vennero eliminati dai Lakers nella finale Ovest, ma l'anno dopo strinsero le fila e si presentarono alle Finali. Chicago, però poteva contare su tale Michael Jeffery Jordan, e si aggiudicò la serie per 4 a 2. Nonostante la sconfitta, Ainge riuscì a ritagliarsi un pezzetto di gloria il 5 giugno, quando segnò nove punti nel tempo supplementare, pareggiando il record di realizzazione durante una “extra-session” delle Finals. Al termine di quella stagione divenne free-agent, ed anche se aveva fatto capire che avrebbe rifirmato volentieri per Portland, alla fine trovò un accordo con i Suns. Questi, sulle ali dell’entusiasmo per il nuovo allenatore (l’ex-Celtic Paul Westphal) e per l’acquisizione di Charles Barkley, si involarono in una stagione da sogno (62 vittorie e 20 sconfitte, miglior record nell’NBA) ed arrivarono sino all' ultimo atto, per giocarsi il titolo nuovamente contro i Chicago Bulls.
Danny giocò una serie da 11.8 punti (ed il 66,6% da tre su 12 tentativi!) ma non riuscì ad evitare l’ennesimo successo per “Air”. Phoenix non fu in grado di ripetere quella stagione magica, e Ainge, che cominciava a sentire il peso dell’età, si ritirò nel 1995. Ricevette incarichi di allenatore da Minnesota (il suo amico McHale…), da Los Angeles sponda Clippers e persino dalla sua “alma mater” Brigham Young e li rifiutò per dedicarsi al commento delle partite su TNT. Un anno dopo, nel 1996, i Suns gli offrirono l’incarico di assistente allenatore con la promessa di affidargli la panchina entro due anni. Le cose però andarono diversamente: la squadra partì con un orribile 0 vinte ed 8 perse ed il front office esonerò l’allenatore Cotton Fitzsimmons, promuovendo il "rosso" a head coach.
Questi cambiò completamente le sorti del campionato guidando Phoenix ad un record di 40 vittorie e 34 sconfitte e ad un’onorevole eliminazione per 2 a 3 nella serie contro i Seattle Sonics di Payton e Kemp. Rimase sulla pachina dei Soli d’Arizona fino al 13 dicembre 1999 “compilando” un record di 136 vittorie e 90 sconfitte e tre viaggi ai playoffs (tutte sconfitte al primo turno) prima di tornare a fare l’analista televisivo, ancora per la TNT. Alla base della sua decisione di abbandonare l’attività di allenatore c’era la constatazione che il lavoro era diventato una sorta di droga, un’ossessione che lo stava allontanando dalla sua famiglia. Però tutti sapevano che un suo ritorno nei posti dell’NBA che conta non era una questione di “se” ma una questione di “quando”.
Ed infatti, QUANDO i nuovi proprietari dei Celtics Grousbeck e Pagliuca lo contattarono per verificare se fosse disposto a lavorare per loro, Danny vide di fronte a sé un’occasione unica per mantenere una vita “bilanciata” nel rapporto lavoro/famiglia ed allo stesso tempo per soddisfare il suo enorme fuoco competitivo, da troppo tempo soffocato. L’impresa era difficile, da far tremare le vene ed i polsi. Riportare la Celtics Mystique a Boston: un compito che si era dimostrato superiore alle forze dei vari M.L. Carr, Rick Pitino, Chris Wallace, e che persino il migliore di sempre, Red Auerbach, non era riuscito risolvere per la quarta volta, nemmeno con l’aiuto del bravo Jan Volk. La situazione trovata dal “rosso” nella sua Boston era poco propizia.
Flessibilità salariale a zero, una squadra in parabola discendente dopo la finale Est 2002 e solo due “asset” a destare l’interesse delle altre squadre: Antoine Walker e Paul Pierce. Ainge decise di partire con la cessione di Walker anche perché non aveva un grande “feeling” col giocatore e lo reputava incapace di guidare la squadra al titolo.
Quando lo spedì ai Mavericks una fetta della Nazione Celtica insorse in uno “tsunami” di critiche che in qualche modo era stato fomentato anche dagli articoli di una parte della stampa. Ainge però continuò per la sua strada che dichiaratamente era quella di acquisire giocatori come “pedine” in grado di risultare i nuovi re del TD Banknorth Garden o come merce di scambio per trade decisive. La sua filosofia cestistica gli alienò pure le simpatie del coach Jim O’Brien: dopo che Danny gli aveva esteso il contratto, l’allenatore se ne andò a metà della stagione 2003-2004 ed altri anatemi piovvero sul capo del general manager, il quale si affidò allora a “Doc” Rivers, in cerca di riscatto dopo aver fatto vedere cose buone ai Magic dove però aveva anche chiuso nel peggiore dei modi, venendo esonerato dopo un disastroso inizio da 1 vittoria e 10 sconfitte nella stagione 2003-2004.
Puntellò quindi il lavoro del coach affiancandogli degli ottimi insegnanti di basket: da Kevin Eastman a Clifford Ray, e si lanciò in una girandola di scelte nelle quali spesso dimostrò un occhio più lungo degli altri general manager.
Fino all’estate del 2007, però, non si può dire che Ainge avesse raccolto molto, a Boston: il record della squadra da lui gestita (se si eccettua l’ultimo scampolo della stagione 2003 nella quale, di fatto, la squadra in campo non era uma sua "creatura") era un triste 138 vinte – 190 perse, un perentorio 42% che era ben lontano dai fasti del passato. Anche il 3 vinte – 8 perse dei playoffs con due eliminazioni al primo turno per mano degli Indiana Pacers era difficile da digerire, ma lo "Stormin’ Mormon" adesso era pronto a sferrare il suo attacco. L’acquisizione di Ray Allen e quindi di Kevin Garnett all’improvviso misero i Celtics “sulla mappa” delle pretendenti al titolo, ma il lavoro oscuro di Danny continuò con le firme di James Posey, Eddie House e Scot Pollard e, a metà stagione, di Sam Cassell e P.J. Brown.
Il resto è storia recente: la conquista del titolo 2008, la finale persa per un soffio nel 2010, gli arrivi di Rasheed Wallace, Jermaine O'Neal, Nate Robinson, Shaquille O'Neal a dimostrare il ritrovato "appeal" di Boston agli occhi dei free agent dell'NBA. Ed oggi, alla vigilia di una nuova ricostruzione, pur con tutte le incertezze del caso, i tifosi sanno che le loro speranze sono riposte nell' "uomo giusto".
Dopo il trionfo del 2008 la proprietà si dichiarò intenzionata a ritirare al più presto tra le volte del Garden il numero 44. Ainge umilmente lasciò cadere la cosa, ma sarebbe così scandaloso premiare un atleta che vinse due titoli ed un GM che è l’unico ad aver costruito una squadra vincente oltre al Padrino?





Commenti
grande giocatore, sempre molto sottovalutato in quella squadra di campioni. La sua partenza anticipo' la fine del ciclo di quei grandi Celtics...per giunta era anche il piu' giovane di quel gruppo.
Grandissimo general manager...io lo considero anche un grande caoch...i suoi Suns giocavano molto bene. Credo che il 44, non ora...tra qualche anno, lo vedremo appeso su quel famoso soffitto...
Probabile, anche se altri hanno vinto più di lui, ma la sua testa è da grandi sfide e non è comunque un soggetto che si accontenta della mediocrità.
Ma anche un uomo intelligente seppur non facile da gestire prima e adesso.
Immagino che Fabio abbia omesso decine di aneddoti soprattutto del periodo da giocatore: a me è rimasto impresso quello relativo ai rimproveri - scherzosi - di Auerbach sulle carte, considerato che l'azzardo è vietato ai mormoni; ebbene, Ainge rispondeva che vincere contro i suoi compagni era una certezza e, quindi, di azzardato non c'era nulla .....
Il suo capolavoro è senz'altro l'era che viviamo insieme, la faticosa ma lungimirante costruzione di questo gruppo nonostante lo scetticismo di moltissimi, la scelta di un allenatore capace e di un uomo unico come Rivers, il titolo al primo tentativo.
Possiamo sperare che ancora non sia finita? Per non sbagliare, io resto sintonizzato
Cosa tra queste è la più importante? Non lo so ma a ben vedere i giocatori sono tanti, l'allenatore ha il vice e gli aiutimentre Ainge è piuttosto soletto...
Senza di lui non avremmo vinto il titolo e tutto ciò che ne è seguito. Potrei arrivare a dire lo stesso per KG e Rivers ma non con la stessa sicurezza.
E se qualcuno adesso se ne viene fuori col fatto che i giocatori sudano e faticano e l'allenatore si sgola, la mia domanda è la seguente? Chi è quello a cui è arrivato l'infarto?
Vorrei solo dire che secondo me Ainge potra fare ancora meglio in futuro poiche , come si dice nell'articolo, quando arrivo ai Celtics trovo una situazione abbastanza disastrata e ha dovuto fare le cose con cio che aveva (poco e ha fatto un capolavoro ) puntando soprattutto a risvegliare l'attrattiva verso i mitici Celtics . Quando finira questo ciclo (con il 18 ovviamente
Verissimo alla fine la pressione maggiore e' proprio sull'"uomo solo al comando"; senza contare il fatto che alcune decisioni si ripercuotono non solo su una stagione ma anche per le successive.
In piu' ti trovi ad operare a Boston in una franchigia con una storia unica con tanta gente "appesa ai muri" che ti guarda ed un pubblico e critica dal palato piuttosto fine.
Qui oltre a vincere, devi mettere in mostra un certo carattere se vuoi che il Garden sia con te; non a caso la gente si infiamma quando i giocatori finiscono in prima fila per recuperare un pallone o si buttano in tre per recuperare una vagante.
Uomo di spessore che deve per forza anche apparire scontroso o difficile, visto il ruolo che ricopre, ed il dovere di prendere decisioni anche impopolari per il bene della franchigia.
In ultimo doveroso come sempre il ringraziamento a Fabio ed al team della storia per l'immane e splendido lavoro.
Capisco lo spirito ma perchè il ciclo dovrebbe finire con il 18?
Voglio dire: se l'anno prossimo non c'è lo sciopero generale la squadra c'è e le motivazioni non credo vadano a sud di colpo, specie per dei campioni abituati a vincere, che si cibano di vittorie e per i quali potrebbe essere veramente l'ultimo "shot" (Shaq in primis).
Quali sono le squadre che potrebbero prendere il legittimo posto dei Celtics? Ad est vedo solo Miami che però deve sistemare le cose e mettere qualcuno a fianco di Bosh. Chicago ha ancora parecchia strada da fare ed Orlando deve ricominciare daccapo. NY potrebbe diventare contender non prima di 3 anni con una serie di operazioni mirate sul mercato. Ad ovet Lakers, Spurs e Dallas non hanno upside ovvero avrebbero le stesse nostre difficoltà a mantenersi ad altissimo livello, OKC la vedo bene.
Ovviamente mai mi sarei immaginato che 15 anni dopo sarebbe stato proprio lui la pietra angolare della ricostruzione.
Insomma, questo signore si ritrovó tra le mani un'armata brancaleone con un salary cap ingolfatissimo e nel giro di tre anni, lavorando con molta pazienza e "resistendo" ai mille dubbi (se non autentiche critiche) di tifosi ed addetti ai lavori, creó le basi per la sua "visione", cioè quello che abbiamo potuto ammirare dal 2007 fino ad oggi...direi che non è poco (anzi, di poco c'è solo un titolo, perchè Salt Lake City permettendo staremmo forse parlando di ben altri successi...).
Ora la tentazione è di "osannare" ogni sua mossa e per ciò direi che è sempre importante cercare di mantenere un certo equilibrio; però è innegabile oggi la tendenza del tifoso Celtic al "In Danny I trust", una fiducia suffragata da troppi fatti per non essere vera, sentita ed ampiamente meritata.
E per questa ragione aggiungerei che dovremmo ringraziare anche l'accortezza e la pazienza della proprietà Celtics, perchè Wyc & Co. forse hanno prima di tutti saputo aspettare pazientemente e credere nel progetto-Ainge (e magari lo stesso discorso va fatto per il Doc).
Sul Danny Ainge giocatore invece posso solo dire che ho amato la sua "cattiveria" agonistica e le sue triple assassine; ogni tanto mi faceva incazzare quando si avventurava in penetrazioni suicide (ricordate il "entra ma non conclude" di petersoniana memoria?) ma alla fine lo ricordo soprattutto per essere parte dello "starting five" celtico più forte di tutti i tempi (almeno per me), quello del 1986...
Tendenzialmente sfaterei anche l’idea che Ainge sia solo. A fianco ha consiglieri piuttosto esperti quali Michael Zarren, Leo Papile e Ryan McDonough (pare che a far “alzare le antenne” ad Ainge su Powe sia stato proprio Papile), gente che è in grado di “coprire” sia gli aspetti economici relativi ai contratti ed il “salary cap” che quelli tecnici. Lo stesso Rivers è parte integrante dei processi decisionali nelle scelte sui giocatori. Poi alla fine le decisioni le prende sempre lui e ne è responsabile, però non è solo.
Michele, confermo di aver “saltato” molti episodi della sua vita, e di materiale divertente e triste ce n’era parecchio. Magari un’altra volta, magari un articolo in cui cerchiamo di dimostrare che l’uomo sa divertirsi e divertire…
Ultima postilla, infine, su un aspetto che nella biografi a ho tralasciato: quello delle critiche che Ainge ha dovuto sopportare nel corso degli anni. Dapprincipio non ero un “Aingiano”, nonostante fosse uno dei Celtics del passato. Di lui non mi piaceva (e non mi piace) l’eccessiva ruvidità e la difficoltà a gestire i rapporti con la stampa e con i tifosi, aspetti che lo fanno sembrare in po’ “paraculo” quando tenta la “sviolinata”.
Però fin dal primo giorno ho notato che il “rosso” era facile da odiare. Qual’era la ragione? Il fatto che non era un mostro sacro come Bird? Il fatto che era figlio di quei Celtics percepiti come razzisti? Il fatto che quando giocava era un “osso duro”? Forse tutte e tre, o forse anche altro, ma a me sembrava corretto garantirgli “libertà di manovra”, anche perchè tempo per giudicare ce ne sarebbe stato, in seguito. Dal “fire Ainge” si passò al “i suoi obiettivi sono confusi, anche se al draft sceglie bene”, e poi arrivò l’estate 2007… qualcuno tentò ancora di sminuirlo: “McHale gioca ancora coi Celtics”… come se Jefferson, Gomes, Telfair, Ratliff, Green e due prime scelte per Garnett fossero fuffa (e nessuno appulcrò verbo per il passaggio scandaloso di Gasol ai Lakers!). Ma gli arrivi di Posey, Brown, Cassell, Wallace, O’Neal 1 e 2, Robinson, Daniels ed il ritorno di West hanno finito per zittire anche i più facinorosi.
Se sono orgoglioso di poter dire di essere stato “dalla sua parte” fin dall’inizio? Certo. Ma scambierei volentieri questa “medaglia di cartone” con un futuro in cui i tifosi Celtics non si fanno menare per il naso da quanto scrivono i reporter o quanto dicono i commentatori televisivi, da Tranquillo a Peterson. E spero che la figura rimediata nel lanciare guano a Rivers ed Ainge – tra commentatori e tifosi - serva da lezione a chi pensa di capire basket più di quanto sappiano fare personaggi che in un modo o nell’altro sono nell’NBA da più di 25 anni.
Ma comunque parliamo di professionisti pagati per controvertire le critiche, Ainge e Rivers ci sono riusciti, semplicemente lavorando in maniera professionale.
Gli sarò sempre grato, non per i titoli (si spera di poter usare il condizionale) vinti, ma per aver finalmente ridato un'anima ai Celtics, per il gioco espresso in questi anni non avrei chiesto di meglio, una squadra cazzuta, ma anche di classe, dei giovani perfettamente inseriti nel contesto e in grado di aiutare i veterani e poi soprattutto KG, heart and soul,il giocatore che più ha cambiato la mentalità di questa squadra.
a me il persanaggio Ainge e' invece sempre piaciuto molto, proprio per i contrasti della personalita', ruvida, sarcastica, terribilmente decisa (mi sa che mi ci rivedo). La sua grinta da giocatore, deciso, sfrontato, senza paura di nulla e nessuno. Da GM ha avuto forse il difetto di voler sembrare "sempre il piu' furbo di tutti"...fino a che lo fa con gli addetti ai lavori puo' andare bene..non mi e' piaciuta la gestione mediatica della salute di Garnett ma puo' anche darsi che la strategia sia stata decisa anche con Rivers e la proprieta'. Miglior GM della NBA (io stimo molto anche Presti e Buford)
Detto questo ricostruire quasi completamente la grammatica di una squadra rovinata dall'insegnamento del Prof. Pitino ha comunque il sapore dell'impresa.
OT: alle 21:00 su Sky 312 c'è un film con Denzel Washington e con un promettente attore esordiente di cui si sono perse le tracce. Qualcuno sa che fine ha fatto
Rivisto per la milionesima volta, però anche Denzel Washington sembra avere un piazzato niente male
Unica pecca del Film, la presenza di quel rinnegato di Rick Fox, e di quell'infedele di Pitino.
Sinceramente tra una Jovovich e una Rosario Dawson, il piazzato di Malcom X non è che si faccia notare più di tanto ... per tacere del "provino" a U Tech
Comunque leggenda narra che nell'one-to-one finale abbia dato parecchio da fare a Rayray. Sarà vero?
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