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La Storia dei Celtics
Dall’estate del titolo 1984 i Celtics non tornarono con la determinazione di chi avrebbe dovuto migliorarsi per ottenere il “repeat” che nell’NBA mancava dal canto del cigno di Russell, nel lontano 1969. Dal draft era arrivato Michael Young, un texano che era stato parte della congrega “Phi Slama Jama” all’Università di Houston perdendo le Finali NCAA 1983 e 1984 al fianco di Hakeem Olajuwon.
Soprannominato “Silent Assassin”, “Assassino Silenzioso”, a Boston fu solo “silenzioso” perché non riuscì a “fare la squadra” venendo allontanato senza troppe cerimonie. Rick Carlisle, guardia da Virginia, fu più fortunato, visto che riuscì a rimanere nel giro del Trifoglio fino a far parte della compagine campione 1986 nonostante fosse stato scelto solo alla terza “tornata” da “Red” Auerbach, in quell’occasione affiancato per la prima volta da Jan Volk.
Nel draft dei vari Jordan, Olajuwon, Barkley e Stockton i Celtics erano rimasti a bocca asciutta, anzi, il roster si era persino indebolito: la crescita di Danny Ainge aveva reso superfluo il “trottolino” Gerald Henderson, che era stato mandato a Seattle per la prima scelta più jellata della storia NBA, quella che nel 1986 avrebbe portato Len Bias. E poi Cedric Maxwell stava facendo irritare il management biancoverde mentre, in scadenza di contratto, cercava di capitalizzare il “Climb on my back, boys” con cui aveva preso per mano la squadra nella settima partita delle Finali a giugno. Nonostante tutto la stagione iniziò nel migliore dei modi, con 15 vittorie nei primi 16 incontri, una delle quali fu la partita divenuta famosa per la rissa tra Julius Erving e Larry Bird.
Boston quella sera dominava e “Larry Legend” in particolare stava surclassando il diretto avversario, segnandogli in faccia (17 su 23 per 42 punti in quasi tre quarti di gioco) a piacimento e dedicandosi al più sfrenato “trask talking”, mentre “Doctor J” tirava male (3 su 13) e stava chiaramente perdendo la pazienza. “Faresti meglio a ritirarti, se questo è tutto quello che sai fare”… “Chiama qualcun altro in aiuto, perché non riesci a marcarmi”. Alla fine, dopo qualche altro scambio di cortesie, Erving e Bird si presero per il collo e nella rissa susseguente il Dottore “operò” il capitano dei Celtics mentre gli “infermieri” Moses Malone e Charles Barkley lo tenevano fermo.
Fu una cosa della quale entrambi si sarebbero vergognati: due “bandiere” dell’NBA che danno vita ad una rissa da angiporto? Il 24 novembre, dopo la vittoria sui Mavericks (114 a 99), Bird stava sorseggiando una birra al bar dello Hyatt Regency Hotel, quando vide passare centinaia di persone dirette alla Reunion Arena per il concerto di Bruce Springsteen.
Notando il clamore, Larry chiese chi tenesse il concerto, ed un giornalista gli rispose “Ma è Springsteen, il Boss…rappresenta per il rock quello che tu sei per il basket”! “Dev’essere abbastanza bravo, allora” fu la risposta che entrò nel Mito senza passare per il via. La stagione continuò con i Celtics a comandare la lega, anche se i Lakers erano sempre lì ad un soffio dalla vetta.
Nonostante gli ottimi risultati, alcuni problemini angustiavano coach K.C. Jones. Quinn Buckner non si stava dimostrando all’altezza del ruolo di play di riserva, ma la tegola peggiore fu quella che rovinò definitivamente i rapporti tra Cedric Maxwell e “Red” Auerbach: “Cornbread” continuò a lamentare problemi al ginocchio che secondo il management erano esagerati, ed alla fine si sottopose ad un intervento chirurgico che in pratica lo rese indisponibile per la fine della stagione.
McHale entrò in quintetto base il 18 febbraio a Salt Lake City nella vittoria per 110 a 94 sui Jazz, e vi sarebbe rimasto per oltre tre stagioni. Senza Kevin ( e Henderson) la panchina era improvvisamente corta, e nel corso di una trasferta ad Atlanta mentre l’autobus li portava all’Omni, Bird vide un cartello pubblicitario con sopra scritto “Affitta una Panchina”. Il “sense of humour” del numero 33 è leggendario quasi quanto il suo basket: si rivolse al coach e disse: “Hey, K.C., abbiamo bisogno di aiuto dalla panchina, svelto, chiama quel numero”. Tutti risero, ma qualche mese dopo i sorrisi si sarebbero trasformati in smorfie.
Le prime due settimane del marzo 1985 nella Storia dei Celtics vengono ricordate soprattutto per due record di franchigia battuti nel breve volgere di nove giorni. Il 3 marzo, a due sole settimane dal suo ingresso nello starting five, McHale torturò i Pistons mettendo a segno 56 punti ed infrangedo la barriera che apparteneva a Bird (53 punti ai Pacers il 30 marzo 1983). Larry favorì il compagno con passaggi deliziosi, ma dopo la gara lo riprese: “Avresti dovuto puntare ai 60, e non mollare”.
Ma anche in questo caso era evidente come il carattere dei due fosse diverso: due sere dopo, al Madison Square Garden, il "lungo" dal Minnesota affossò anche i Knicks segnando 15 tiri su 21 per 42 punti, e quando Ray Williams lo incitò a battere il record, rispose “E perché mai”? Il perchè glielo spiegò Larry Joe Bird il 12 marzo 1985 nel corso di una partita contro gli Hawks giocata alla Lakefront Arena di New Orleans.
Segnando 22 dei 3
6 tiri e 15 dei 16 tiri liberi tentati, il capitano dei Celtics raggiunse quota 60 punti e diede vita ad uno “show” di tale portata che persino gli avversari in panchina si “diedero il cinque” dopo un canestro particolarmente difficile. Nell’ultimo mese di campionato il Trifoglio approfittò del “crollo” dei Sixers (persero otto degli ultimi quindici incontri) e si issò “in solitaria” sul trono dell’NBA a quota 63 vittorie e 19 sconfitte.
A ruota i Lakers (62 vinte), e proprio sullo striscione d’arrivo anche i Bucks (54 vinte) riuscirono a sopravanzare Philadelphia. "The Legend" in finale di stagione dimostrò una forma invidiabile: segnò 48 punti al Buck Paul Pressey e 47 punti a quello che era stato definito “Bird-stopper” Robert Reid. Purtroppo però cominciò a soffrire di lancinanti dolori al gomito destro, tanto che i medici gli consigliarono l’intervento chirurgico.
A quel punto però l’intervento lo avrebbe portato ai playoffs in calo di forma per cui, in accordo con lo staff medico, decise di affidarsi al tradizionale sistema del ghiaccio e del riposo. Boston senza di lui vinse solo quattro delle ultime nove partite ma riuscì comunque a mantenere l’esiguo vantaggio sui Lakers. Gomito o non gomito, la giuria che assegnava il titolo all’MVP stagionale ebbe pochi dubbi: capitano della squadra col miglior bilancio, secondo realizzatore dell’NBA (28.7 a partita), ottavo nei rimbalzi (10.5), sesto nei liberi (88.2%) e secondo nel tiro da tre punti (42.7%)…cifre sufficienti a ricordare a qualche smemorato la grandezza di un giocatore unico.
Nel primo turno di playoffs i biancoverdi si trovarono ad affrontare gli interessanti Cleveland Cavaliers di George Karl. Il giovane coach aveva fatto un ottimo lavoro: dopo un inizio allucinante (2 vinte e 19 perse) la squadra aveva vinto 34 delle restanti 61 partite mostrando degli ottimi Phil Hubbard e World Free. Ecco perché i Celtics dovettero impegnarsi al massimo per far loro le prime due gare (126 a 123 e 108 a 106), ed ecco perché nella terza partita i Cavs, sfruttando il riacutizzarsi del dolore al gomito di Bird e la sua conseguente assenza, si imposero per 105 a 98.
Il numero 33 udì i canti dei tifosi al Richfield Coliseum: “We want the Bird, we want the Bird”… sorrise e sentenziò: “Mi avranno, e sarò carico”. Prima della gara terrorizzò Hubbard dicendogli che sarebbe stato la sua ombra, e poi giocò un’ottima partita guidando i suoi alla vittoria per 117 a 115. Avevano voluto “The Bird”? Trentaquattro punti, quattordici rimbalzi e sei assist: lo avevano avuto. Era ora il turno deI Detroit Pistons, che non erano ancora la squadra atletica in grado di lì a qualche anno di metter fine al dominio bostoniano ad Est del Mississippi, eppure Isiah Thomas, Vinnie Johnson, Kelly Tripucka, Bill Laimbeer e Terry Tyler erano comunque clienti da non sottovalutare.
Il problema principale per la squadra di Chuck Daly era il fatto di non avere nessuno che potesse limitare Bird, il quale infatti mise a segno 31 e 42 punti nei primi due incontri guidando Boston al 2 a 0 nonostante una gomitata assassina di Laimbeer nel terzo quarto di gara 2 lo avesse fatto infuriare. La serie si spostò al Pontiac Silverdome dove i Pistons, guidati da un incredibile Terry Tyler (16 punti nell’ultimo quarto) sorpresero i Celtics (125 a 117). Il 5 maggio invece fu il turno di Vinnie Johnson: “Microwave” si accese nell’ultima frazione e “cucinò” 22 punti che pareggiarono la serie a quota 2.
Il capitano biancoverde riprese il controllo delle operazioni nella quinta sfida mettendo a segno 43 punti nel successo per 130 a 123, e poi chiuse il discorso fuori casa in maniera memorabile: Boston era in tranquillo vantaggio quando Isiah Thomas mise in piedi una rimonta praticamente da solo. Bird allora si avvicinò all’avversario e gli domandò “Hai finito”? Alla risposta negativa di “Zeke”, commentò: “Beh, secondo me hai finito perché adesso è il mio turno”. E poi chiuse partita e serie, 123 a 113 e 4 a 2.
L’avversario seguente, i Sixers, erano in chiara difficoltà, e nemmeno l’iniezione di un futuro Hall of Famer come Barkley sembrava in grado di riportarli ai livelli del passato. Un po’ se l’erano pure cercata, scegliendo Leon Wood con la numero 10 del draft 1984 invece di John Stockton o Kevin Willis, ma del resto nessuno è perfetto e la numero 5 indirizzata correttamente a Charles “The Round Mound of Rebound” Barkley in parte equilibrava l’errore. Oltre a “Sir Charles” (in quintetto molto presto ed a quota 14 punti e 8.6 rimbalzi già come “rookie) lo “starting” filadelfiano contava le guardie Maurice Cheeks ed Andrew Toney, una coppia che nonostante l’età stesse avanzando (28 anni per “Mo”, 27 per lo “Strangolatore di Boston”) era sempre estremamente pericolosa.
Toney era relativamente giovane aveva subito il primo di una lunga serie di infortuni che lo avrebbero portato al ritiro: una caviglia in disordine lo aveva “appiedato” per 12 gare. Ma nella "Beantown" si ricordavano bene delle sue performance del passato, e di come avesse vinto praticamente da solo gara 7 al Garden nel 1982, quella in cui i tifosi biancoverdi avevano cantato per la prima volta “Beat L.A.”. Oltre a Barkley, la “frontline” era completata da Julius Erving e Moses Malone, due Hall of Famer che stavano cominciando a sentire il peso delle mille battaglie. La panchina poi era se vogliamo pure peggiore di quella dei Celtics, con i soli Bobby Jones e Clint Richardson in grado di contribuire in modo costante.
Ecco quindi spiegato perché il Trifoglio si impose in modo imperioso. Vinse agevolmente le due partite interne (108 a 93 e 106 a 98), ed espugnò lo Spectrum (105 a 94) lasciando attoniti gli avversari e la stampa che già pregustavano l’ennesimo capitolo della rivalità. I tifosi locali però, da sempre erano inclini alla sfida verbale, e quando i 76ers si aggiudicarono la quarta partita (115 a 104) uno di loro fece l’errore di gridare a Bird: “Ci vediamo venerdì”, la data prevista per l’eventuale sesta sfida. Il numero 33 rispose “E più facile che tu veda Dio”, e tre giorni dopo negli ultimi secondi di gara 5 rubò ad Andrew Toney il pallone del potenziale pareggio, preservando il vantaggio (102 a 100) e la vittoria nella serie con un secco 4 a 1. Parish aveva letteralmente dominato Malone facendo registrare medie di 17.4 punti e 13 rimbalzi a partita, e quel successo mise la parola fine alle grandi sfide tra Boston e Philadelphia, che si sarebbero ritrovate nei playoffs solo diciassette anni dopo.
Ci fu molto tempo per festeggiare l’ennesimo titolo di Conference: Celtics e Lakers avevano “chiuso” le serie di semifinale il 22 maggio, e la prima partita di Finale era prevista per il 27 maggio 1985, “Giorno della Memoria” in cui si ricordano tutti i caduti delle guerre statunitensi. Il “Giorno della Memoria” in casa "angelena" non sarebbe stato mai dimenticato: i biancoverdi partirono forte ed inflissero agli avversari una durissima lezione. All’intervallo erano avanti di 30 punti, e la riserva Scott Wedman aveva messo a segno tutti ed undici i tiri tentati.
Quello che sarebbe stato ricordato come il “Memorial Day Massacre”finì 148 a 114 per Boston, e lasciò una ferita nell’animo dei Lakers. L.A. era squadra decisamente più “profonda” visto che il coach Pat Riley in regular season aveva ruotato i suoi uomini alla grande portando ben dieci giocatori a scendere in campo per 15 o più minuti dove i Celtics si fermavano a soli sei atleti. Ed il “totem” Jabbar, nonostante avesse ormai 38 anni, prima della seconda partita radunò la squadra nello spogliatoio e la motivò con uno sferzante discorso. Poi scese sul parquet del Garden e segnò 30 punti, catturò 17 rimbalzi e stoppò 3 tiri, facendo dimenticare l’immagine del vecchio giocatore che un anno prima si era attaccato alla bombola ad ossigeno per sopportare l’orrenda calura dell’estate bostoniana.
I californiani a metà gara conducevano di 18 lunghezze e nella ripresa difesero il vantaggio dai violenti tentativi di Bird e soci di rientrare in partita. Il filiforme Michael Cooper infilò otto delle nove conclusioni tentate, ma era evidente che Los Angeles stava giocando “fisico”, sfruttando i contatti come non aveva mai fatto prima. Con il nuovo formato 2-3-2 la serie, dopo le due gare a Boston si spostò al Forum di Inglewood, dove i Celtics partirono bene prendendo il comando delle operazioni in gara 3. Avanti per 48 a 38 nel secondo quarto, improvvisamente si trovarono davanti un James Worthy formato imperiale che guidò i Lakers al +6 all’intervallo, 65 a 59. Larry, in difficoltà per i problemi al gomito e per la marcatura di Cooper, non riusciva ad essere un “fattore” ed i padroni di casa se ne andarono lentamente ed inesorabilmente fino a chiudere sul 136 a 111.
La quarta sfida assumeva perciò il sapore di un’ultima spiaggia, ed i biancoverdi lottarono con tutte le loro forze. Fu una battaglia durissima che si risolse solo negli ultimi due secondi quando Bird attirò un raddoppio e quindi servì Dennis Johnson sul “gomito” sinistro: “Deejay” infilò il “jumper” e pareggiò la serie. Mike Cooper dichiarò tutta la sua ammirazione: “Sembra che le partite punto a punto le vincano sempre loro, sono quelle in cui vedi il cuore di una grande squadra. Dobbiamo darci dentro e vincerne una pure noi”. Ma a quel punto Boston era semplicemente senza benzina. In gara 5 McHale infilò 16 punti all’inizio e costrinse Riley a mettergli addosso Jabbar: la mossa diede i suoi frutti e prima dell’intervallo i Lakers piazzarono il 14 a 3 che li mandò al riposo sul 64 a 51.
Nella ripresa i padroni di casa toccarono anche un vantaggio di 17 punti, ma i Celtics provarono a rientrare con tenacia ed a sei minuti dal termine il punteggio era di 101 a 97 per i californiani. A quel punto il Trifoglio si “sciolse”: sei punti di Magic Johnson ed otto di Jabbar (36 alla fine) crearono il “gap” decisivo fino alla sirena che trovò Los Angeles avanti per 120 a 111 e sul 3 a 2 nella serie. Trentotto ore dopo i tifosi bostoniani accorsero in massa: i loro beniamini non avevano mai perso un titolo sul “sacro” parquet del Garden e forse con l’aiuto del pubblico avrebbero potuto trovare il “fuoco” delle grandi occasioni. I Lakers partirono bene, ma i biancoverdi non mollarono.
McHale fu fantastico mentre Bird aveva ancora problemi al tiro. A metà gara il punteggio era sul 55 pari, poi Jabbar (29 punti, 18 nella seconda metà) e compagni approfittarono del solito calo degli avversari che per tutti i playoffs avevano ruotato praticamente solo sette giocatori. Riley continuava a tenere il ritmo alto, e quando McHale (autore di 36 punti) uscì per falli a più di cinque minuti dal termine, i giochi furono fatti. Il Garden diventò una cattedrale silenziosa mentre i Lakers chiudevano sul 111 a 100 e Jabbar si guadagnava il quarto titolo personale ed il secondo trofeo di MVP delle Finali. Il 33 aveva segnato solo 12 dei 29 tiri tentati e la frustrazione sul suo viso era evidente, mentre il proprietario della franchigia californiana, Jerry Buss, dichiarava “abbiamo rimosso una delle più brutte espressioni della lingua inglese, quella che diceva che i Lakers non hanno mai battuto i Celtics”. Mentre gli avversari festeggiavano Auerbach stava già pensando come fare a ritornare in possesso del Larry O’Brien Trophy: i titolari in gara 6 avevano giocato 214 dei 240 minuti disponibili, ed urgeva aiuto dalla panchina.





Commenti
Ci siamo rifatti l'anno dopo...
Da
Benone. Grazie mille!
Da
difficile dire se LA fosse superiore; probabilmente con Bird sano e Max ancora giocatore (e non ex giocatore come fu in quella stagione) la storia sarebbe andata diversamente, anche se Jabbar giocò divinamente, Magic e Worthy non rifecero gli errori dell'anno prima e la panchina LA era oggettivamente superiore alla nostra.
Sono molto legato alle due vittorie nella serie finale, anche perchè furono le prime partite trasmesse in diretta (in lieve differita) con Peterson a bordo campo; segnalo poi i primi 5-6 minuti del quarto periodo di G. 4 in cui Bird domina letteralmente la partita prendendo ogni rimbalzo, recuperando palloni, segnando ovunque: e meno male che giocava infortunato!
quel pugno lo tirò di sinistro......
almeno così disse.......
vent'anni dopo....
Tornando a quella stagione,Celtics sempre più forti,gli altri più profondi e soprattutto allenati meglio dal signor Riley.Questo fece la differenza.
A sentire Cedric Maxwell non fu così. E del resto Larry una bugietta qualche volta l'ha detta, qua e là, per preservare il proprio mito.
che dire di quei Celtics. Che, come pensavo gia' all'epoca, con una panchina perlomento decente avrebbero fatto un gran filotto di vittorie perche' il quintetto bostoniano era oggettivamente molto superiore a quello Lakers. I problemi di salute resero meno vincente una squadra che almeno nei primi 5 era paragonabile alla leggenda dei suoi illustri predecessori dell'epoca di Russell.
Auerbach in quegli anni non fu poi meritorio della sua fama nelle scelte.
La mano di Bird e l'infortunio di Maxwell, e negli anni successivi altri problemi sempre di natura fisica avrebbero limitato questa squadra.
Grande serie e grandi ricordi, comunque.
http://www.youtube.com/watch?v=QlwQw2cavM0
LET'S GO CELTICS!!!!!!!!!!!!!!
Se ci ripenso anche oggi mi innervosisco .....
La prima parte della biografia di Larry Bird, èil prossimo articolo in pubblicazione per la storia dei Celtics e sarà pubblicato domenica 31 ottobre. La biografia sarà divisa in 4 parti.
Assolutamente d'accordo.
Dopo tutti questi anni è una sconfitta che brucia ancora.
E confesso che non sono nemmeno riuscito a leggere l'articolo.
Di fatto, non ho ancora assorbito QUESTA, di sconfitta, figurarci quella dell'ultimo campionato...
www.boston.com/sports/basketball/celtics/articles/2011/01/23/with_a_few_assists_former_celtic_pulls_his_life_together/?page=1
In sostanza, già un paio di mesi fa il Globe aveva raccontato dei grossi problemi finanziari di Williams (peraltro comuni anche ad altri ex colleghi), ridottisi a vivere in una vecchia auto in Florida e affetto da diabete.
Ma perchè ne scrivo? Pare che adesso Williams sia stato aiutato a venirne fuori e abbia una casetta e un lavoro nella sua città natale di Mount Vernon NY (della quale sono originari anche il fratello Gus campione NBA a Seattle e i fratelli McCray) e i due ex compagni che più si sono adoperati rispondono ai cognomi di Bird e McHale, quest'ultimo anche suo compagno a Minnesota quando era un freshman.
Insomma, forse noi esageriamo la mistique dei Celtics, ma loro non perdono occasione per dimostrarci che qualcosa di speciale c'è davvero.
Il cuore celtico e' veramente grande
Benchè non servisse davvero alla squadra campione in carica, le scelte così alte avevano altri significati e, in questo caso, un omaggio alla scuola di Trant.
Ma perchè ne scrivo? Quel ragazzo che durante l'estate ebbe comunque l'opportunità di allenarsi con Bird e compagnia è una delle vittime dell'11 settembre 2001 e, nel giorno del ricordo, mi faceva piacere condividere con voi la notizia.
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