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La Storia dei Celtics
Dopo la sua morte, di Dennis Wayne Johnson è stato scritto praticamente tutto. Il ragazzo irrequieto di Compton, California, il giovane ribelle di Seattle e Phoenix, il campione disciplinato e vincente di Boston.
E sono stati scavati anche i particolari meno felici della sua vita, i rapporti difficili con Lenny Wilkens e John MacLeod, il risentimento nei confronti dell’amico Larry Bird reo di non averlo preso in considerazione per gli incarichi di allenatore ai Celtics e vice allenatore ai Pacers, e soprattutto la lite domestica in una nera notte che per lui terminò con un paio di manette ai polsi.
Il mondo dell’informazione ormai è un avvoltoio, ed ecco che subito alcuni si sono lanciati sul corpo dello sfortunato Dennis e l’hanno usato come un manifesto contro la violenza in famiglia, quasi lo facesse ogni giorno. Altri invece, per una forma di pudore nei confronti di chi non c’è più o semplicemente perché pensavano che un uomo non si possa giudicare da un singolo errore, hanno completamente ignorato la cosa. Ecco, se c’è una cosa che non mi piace del giornalismo è il modo in cui si presentano verità parziali e di comodo al fine di tirare acqua al proprio mulino.
Alcuni, forse per il rispetto che genera sempre una morte prematura, ha taciuto le ombre della vita dell’atleta, altri invece le hanno sottolineate, forse con lo scopo peraltro nobile di dar maggiore enfasi alla lotta contro i maltrattamenti alle donne. In entrambi i casi, è stata informazione parziale, perché Dennis Johnson è stato un campione ed un uomo che a volte ha sbagliato ma ha sempre saputo trarre dai suoi errori la forza per risalire e per diventare un uomo migliore.
E poi, se Donna Johnson lo ha perdonato ed ha continuato ad amarlo nonostante quella notte, chi siamo noi per lasciare una spada di Damocle sulla testa di Dennis, e negargli quel posto tra i grandissimi che gli spetta di diritto? Ecco perciò che la ammissione alla Hall of Fame, seppure in colpevole ritardo, non è che un atto dovuto ad un campione che, ne siamo sicuri, ha già trovato il suo posto nell’empireo degli Dei del Basket.
Di lui Larry Bird ha detto che è stato il miglior cestista col quale abbia mai giocato, e Larry ha giocato assieme a grandi campioni…. Una cosa ha colpito però l’immaginario dei tifosi, soprattutto quelli dei Celtics: nonostante le sue percentuali di realizzazione fossero pericolosamente vicine al 40%, riusciva sempre a segnare il tiro importante, a centrare la conclusione decisiva. E la sua difesa? Braccia lunghe e gambe velocissime lo hanno aiutato a mettere il bavaglio ai giocatori più forti del periodo, compreso Magic Johnson. Dei cestisti afroamericani che hanno militato nei Celtics, Dennis "Deejay" Johnson è sicuramente stato il più "bostoniano": non è facile trovare un "blood", un fratello nero, con capelli rossi e lentiggini. Ma Dennis si è fatto ricordare anche e soprattutto per le sue gesta sul campo: due esempi? Il canestro vincente di Gara 4 al Forum nelle Finali del 1985, o l’entrata della vittoria contro Detroit sull’incredibile palla recuperata da Bird nella quinta partita nei playoffs del 1987. Dennis nacque a Compton, un sobborgo di Los Angeles, il 18 settembre del 1954 da una numerosa (è l’ottavo di ben 16 figli) famiglia della "middle-class" con padre muratore e madre assistente sociale. Da bambino era il baseball ad attrarre il piccolo Dennis, e solo qualche anno dopo cominciò a provare interesse per i canestri.
Ma al liceo era ancora uno scaldapanchina e metteva piede in campo solo per due o tre minuti ad incontro. Ragion per cui quando terminò gli studi alla Dominguez High School nel 1972, il giovane californiano pensava all’eventualità di giocare a basket da professionista nello stesso modo in cui prendeva in esame una carriera da astronauta. Soldi per pagarsi l’università non ce n’erano, e cominciò così a lavorare prima come cassiere in un negozio di liquori, e poi come addetto al sollevatore. Ma fu qui che il brutto anatroccolo si trasformò in cigno: Dennis in pochi mesi crebbe di una dozzina di centimetri fino ad arrivare al metro e 92, e cominciò a riappassionarsi al gioco tra i canestri. Disputando una partita di summer league a San Pedro con la squadra allenata da uno dei suoi fratelli contro l’Harbor Junior College, impressionò l’allenatore avversario Jim White, che in seguito raccontò: “All’inizio, non è che fosse un fenomeno. Saltava, prendeva rimbalzi e giocava con intelligenza. Ma già allora qualche suo movimento era immarcabile”.
Coach White lo volle al suo college, dove in due anni lavorò duramente alla formazione tecnica del giocatore. “Con lui ebbi un bel po’ di scontri – ricorda ancora White – perché era poco disciplinato dentro e fuori dal campo. Quando le cose non andavano come voleva a volte esplodeva. E considerando che anch’io sono un ‘sanguigno’, le esplosioni furono decisamente tante”. Nonostante le controversie, però, Johnson ammirava White, ne seguì i precetti e la squadra cominciò a vincere. Nella seconda ed ultima stagione con Harbor JuCo, infatti, DJ guidò i suoi al titolo di stato con un record di 29 vinte e 4 perse, e con una media di 20.2 punti a gara e 13 rimbalzi fu eletto MVP alle finali di Fresno. Anche a quel punto White ebbe però difficoltà a trovargli una borsa di studio in un college di Prima Divisione: “I coach di Division I semplicemente non hanno tempo o voglia di fare da psicologi a ragazzi come Dennis e risolvere i loro problemi emotivi”.
Così Southern California e Cal State-Fullerton non richiamarono (neanche pensare ad UCLA!); chi invece chiamò fu Greg Colson di Pepperdine che aveva visto “DJ” vincere un salto a due contro un centro di 2 metri e 20. La stagione a Pepperdine fu esaltante, vide la squadra ottenere un record di 22 vittorie e 6 sconfitte e culminò con la partita del torneo NCAA contro….UCLA! Il piccolo Davide non riuscì nell’impresa di eliminare il Golia del basket college, ma riuscì a spaventarlo a morte e cedette solo nel finale per 70 a 61. “DJ” giocò una partita magistrale, difendendo come un ossesso e stoppando a turno le tre star di UCLA (Richard Washington, Marques Johnson e Ralph Drollinger) sotto gli occhi di Bill Russell, allora coach e general manager dei Seattle SuperSonics. Ovviamente al draft seguente, quello del 1976, Johnson venne scelto proprio dai Sonics al secondo giro, ed entrò nella squadra anche se con un ingaggio di soli 27,500 dollari.
Nella stagione d’esordio, nonostante giocasse come riserva dei solidi “Slick” Watts e “Downtown” Brown, riuscì a ritagliarsi il proprio spazio. In soli 20 minuti di impiego medio, realizzò 9.2 punti di media e smazzò 2 assist. I Sonics chiusero con 40 vinte e 42 perse, e Bill Russell si fece da parte come allenatore. Il nuovo coach Bob Hopkins fece peggio di Russell, e dopo un inizio disastroso (5 vinte e 17 perse), i dirigenti lo silurarono per dare spazio a Lenny Wilkens.
Il nuovo allenatore come prima mossa piazzò Johnson nel quintetto d’inizio e fu ripagato adeguatamente, visto che i Sonics raggiunsero la Finale NBA. Ma la settima gara di quelle Finali rimane il momento più difficile della carriera di “DJ”: con 0 canestri su 14 tentativi il nostro eroe praticamente consegnò il titolo nelle mani dei Washington Bullets, stabilendo un triste primato delle Finals. “A volte qualcuno mi ha chiesto quale fosse stato un momento importante della mia carriera – ha dichiarato poi Dennis – ed io parlo di quella partita. In quella gara ho completamente abbandonato la mia squadra, e quella è stata la molla che mi ha spinto a migliorarmi, la sorgente che mi ha ispirato a dare tutto perché questo non accadesse di nuovo. Quel giorno sono veramente diventato un giocatore di squadra”. La vendetta non tardò ad arrivare.
Nella campionato seguente, dopo aver ottenuto 52 vittorie e 30 sconfitte, Seattle eliminò Lakers e Suns per ritrovarsi di fronte Washington nello “Showdown”. E stavolta il giocatore non ebbe pietà, guidando i suoi ad un perentorio 4 a 1 e meritandosi il titolo di MVP delle Finali 1978. Ma la lezione imparata l’anno prima gli era servita: “Sono solo un buffo ragazzo nero coi capelli rossi e le lentiggini” dichiarò accettando il premio un umilissimo Dennis, girando tutto il merito ai compagni. E come festeggiò il suo primo anello? Facendo involontariamente capire quale sarebbe stato il suo futuro si ficcò in bocca un sigaro alla Auerbach ed aspirò il fumo a grosse boccate.
A quel punto c’erano pochi dubbi sul fatto che fosse diventato una delle guardie dominanti della lega, e molti preconizzavano una serie di grandi successi per la franchigia di Seattle: con Johnson ed il velocissimo Gus Williams come guardie, il giovane Jack Sikma e l’esperto ex-Celtic Paul Silas in mezzo, Wilkens poteva legittimamente aspirare al "repeat". “Prima dell’arrivo di ‘Magic’ nella lega, ‘DJ’ era la miglior guardia in circolazione – ammise Bill Walton, allora a Portland – visto che sapeva muoversi, difendere, passare ed aveva doti innate di leader”.
Invece il giocattolo si ruppe: nonostante un ottimo campionato (56 vinte-26 perse) culminato nella sconfitta coi Lakers di "Magic" per 4 a 1, l’annata fu contrassegnata da dispute salariali sotterranee tra Johnson ed i dirigenti dei Sonics e da qualche battibecco con coach Wilkens. Nell’estate del 1980, mentre era in una base militare delle Filippine in visita ai genitori della moglie, Dennis accese la televisione e scoprì di essere stato ceduto ai Phoenix Suns in cambio di Paul Westphal. “Non avevo mai provato la sensazione di essere indesiderato solo per non essere completamente d’accordo con un coach, e rimasi malissimo.
E durante il viaggio di ritorno in aereo feci una promessa a me stesso: se un domani avessi dovuto essere trasferito nuovamente, sarebbe stato perché una squadra mi voleva, non perché la mia non sapeva che farsene di me”. La prima stagione a Phoenix fu ottima. I Suns andarono a vincere 57 gare (miglior record ad Ovest) grazie alle performance di Johnson (inserito nella selezione del primo quintetto assieme a Gervin, Jabbar, Erving e Bird) e del centro Len "Truck" Robinson. Vennero però imprevedibilmente eliminati per 4 a 3 dai Kansas City Kings, ma sembrò fosse stato un caso. Invece nelle due annate seguenti il "caso" si ripetè ed i "Soli" dell’Arizona furono estromessi dai playoffs senza troppi complimenti. Il coach John McLeod a quel punto dichiarò di aver bisogno di un big-man da centro area, e Dennis era in scadenza di contratto.
E fu allora che il genio di "Red" Auerbach colpì per l’ennesima volta: Rick Robey, pivot dei Celtics, "trascinava" il giovane Larry Bird in giro per i bar ed insieme facevano le ore piccole davanti a qualche birra di troppo. Lo stesso Bird ammise in seguito che non era stato un caso se dopo la partenza di Robey era riuscito a vincere tre MVP di seguito…. Il 27 giugno 1983 DJ venne scambiato senza indugio con Robey, e Boston spuntò anche una prima scelta.
Così Auerbach ottenne due piccioni con una fava, liberandosi di quella che era una "distrazione" per la sua stella ed acquisendo un leader motivato abile in difesa e pronto a dare fil da torcere allo "strangolatore di Boston" Andrew Toney ed a "Magic" Johnson. I Celtics avevano acquisito sicuramente un fuoriclasse, ma il suo passato irrequieto non era una garanzia.
E nel corso della prima stagione Johnson ebbe un aspro scambio di opinioni con il coach K.C. Jones, solitamente gentilissimo. In una gara pre-stagionale coi Sixers Johnson appariva distaccato, quasi in letargo, e quando il coach lo riprese in spogliatoio, la guardia californiana esplose. "Davanti ad Auerbach ed ai proprietari alzammo proprio la voce l’uno con l’altro. Allora decisi di lasciar perdere per il momento ed attendere gli sviluppi", ricorda K.C. Il giorno dopo DJ presentò le sue scuse, e da allora K.C. Jones non ebbe più problemi con lui. Nella prima stagione in biancoverde, Johnson si accontentò di….. riportare l’anello a Boston al termine di una durissima quanto memorabile serie Finale contro i Lakers. Innescò le bocche da fuovo della più forte "frontline" della storia del basket, ed i Celtics volarono a 62 vinte e 20 perse, guadagnandosi il diritto a giocare eventuali "belle" nei playoffs sul parquet incrociato del Garden. E ciò fu di grande utilità sia nella Semifinale Est contro i Knicks che nello "Showdown" contro Los Angeles, visto che entrambe le serie furono decise solo alla settima partita.
La finale, poi, fu memorabile, con i Celtics sull’orlo del baratro salvati da imprese incredibili (la palla rubata da Henderson in Gara 2) o da errori degli avversari. DJ crebbe col passare delle partite e fu determinante segnando 86 punti negli ultimi 4 incontri. L’MVP della Finale fu Bird, ma i tifosi si resero conto di avere un nuovo "eroe silenzioso", pronto a mettere il bavaglio a "Magic" ed allo stesso tempo capace di produrre in attacco.
Anche nella stagione seguente i Celtics continuarono a viaggiare ad alti ritmi, ottenendo 63 vittorie nella stagione regolare e cancellando dai playoffs Detroit e Philadelphia. Ad attenderli in finale trovarono ancora i Lakers. DJ giocò ancora una volta bene e trovò modo anche di realizzare il canestro vincente di Gara 4 al Forum. Ma il quintetto dei Celtics non disponeva di cambi validi come quelli dei Lakers, ed il fatto che K.C. Jones avesse spremuto troppo i titolari nelle 92 partite fin lì disputate si fece sentire. Il "Tragic" Johnson della stagione precedente ridiventò "Magic", e nonostante una dura lotta i Celtics dovettero arrendersi in sei partite.
Lo staff di Boston non stette con le mani in mano: cedette Maxwell in cambio di Bill Walton e "firmò" il tiratore dell’Indiana Jerry Sichting, completando quella che è stata definita la più forte squadra di sempre. E la stagione 1985-’86 si dimostrò un completo successo: 67 vittorie con solo 15 sconfitte furono il preludio alla cavalcata nei playoff che si concluse 11 successi (a fronte di sole 3 battute a vuoto) e con la conquista del titolo nelle Finali contro gli Houston Rockets. Ma quello fu anche lo zenit dei Celtics di Bird, che a causa della morte della prima scelta Len Bias e degli infortuni che cominciarono a martoriare i "Big Three" (Bird, McHale e Parish) non furono più in grado di ripetersi.
Così, mentre Boston perdeva la Finale ’87 contro i Lakers e veniva eliminata nei playoffs da Detroit nell’88 e nell’89, Johnson vide le sue statistiche calare sensibilmente. Dopo la stagione 1989-’90, nella quale aveva realizzato solo 7 punti a partita ed i Celtics erano stati estromessi dai playoffs al primo turno (2-3 contro i New York Knicks), nella Beantown c’era odore di cambiamenti. Una sera Johnson ricevette una telefonata dal suo agente Fred Slaughter, che gli disse che i Celtics avrebbero allungato il contratto di un anno se avesse accettato di non partire in quintetto base.
Dennis non era uno stupido: a 35 anni si rendeva conto che la squadra doveva dare spazio ai giovani, e così disse che per lui non era un problema. Slaughter gli disse di prendere il primo volo per Boston (DJ si trovava a casa sua, a Santa Monica in California), ed il numero 3 lo fece senza indugio. Quando però arrivò negli uffici della squadra e si trovò di fronte il General Manager Jan Volk, il nuovo coach Chris Ford ed il nuovo Direttore delle operazioni Dave Gavitt, Johnson capì che per lui non ci sarebbe stata un’altra stagione col trifoglio sulla spalla. "Mi dissero che mi lasciavano libero, ed io dissi che sbagliavano. Lasciai l’ufficio non arrabbiato, ma sicuramente un po’ deluso.
Mi sarei aspettato un trattamento migliore. Continuò ad allenarsi, mentre Bucks e Magic esprimevano interesse nei suoi confronti. "Ma un giorno mi sono detto – aggiunse DJ – finiamola qui. Il mio orgoglio non mi permetteva di finire la mia carriera in quel modo. Non voglio essere costretto a firmare un decadale (contratto di soli dieci giorni, n.d.t.)". Johnson terminò così la sua esperienza NBA con le sette stagioni ai Celtics, ed il suo numero 3 venne ritirato nel 1991 ed appeso proprio a fianco di quello di Larry Bird, che tanto lo aveva apprezzato come compagno. Nel 1993 anche la ruggine col direttivo dei Celtics venne a sparire quando gli fu proposto l’incarico di assistente allenatore di Chris Ford, ruolo che DJ accettò con entusiasmo.
Quando però nel 1997 arrivò Rick Pitino, l’intero coaching staff venne giubilato, e Dennis si prese un po’ di riposo. Nel 2003 rientrò nel mondo dell’NBA come vice allenatore dei Clippers, e dopo il licenziamento di Alvin Gentry rivestì la carica di “interim coach” nelle ultime 24 partite della stagione. Successivamente lavorò come scout per i Portland Trail Blazers e quindi come allenatore degli Austin Toros della lega sviluppo dell’NBA. E fu proprio dopo un allenamento dei Toros che incontrò la morte, il 22 febbraio 2007: venne stroncato da un attacco cardiaco mentre usciva dall’Austin Convention Center.
Nella sua lunga esperienza NBA (14 stagioni) tenne una media di 14.1 punti a partita, fece parte del quintetto dei migliori della lega nel 1981 e del secondo quintetto nel 1980. Dal 1979 al 1987 fu sempre inserito nel primo o nel secondo quintetto dei migliori difensori. Un curriculum da "primo della classe" che gli valse (con un certo qual ritardo rispetto allo spessore dell'atleta) la doverosa inclusione postuma nell' Empireo dei Grandi di Springfield, il 13 agosto del 2010. Il valore di Dennis Johnson per i Celtics trascende però ogni numero ed ogni statistica: era semplicemente un "clutch player", un giocatore che dava il meglio di sé quando la pressione era elevata. Non ebbe mai paura di tirare nei momenti caldi, anzi, come Bird, voleva la palla per vincere la gara. L’unico dato che riflette appieno il suo valore è quello relativo agli anelli conquistati: tre. Come Larry Bird.





Commenti
Un giusto tributo per un grande Celtics tragicamente scomparso qualche anno fa.
Rondo un po' me lo ricorda perchè nonostante giochi in una squadra con 3 stelle conclamate riesce ad essere comunque decisivo proprio come lo era DJ in quei Celtics dove il palcoscenico era per lo più occupato da altri.....
Clamorosa la sua difesa nella finale del 1984 contro Magic Johnonson ribattezzato per l'occasione Tragic Johnson, ma oltre ad essere un difensore tra i migliori della sua epoca, era un regista di una lucidità clamorosa, e soprattutto a ritmi lenti davanti alla difesa schierata, riusciva sempre a sbrogliare la matassa con una incredibile naturalezza.
Peccato si sappia poco o nulla della finale del 1979 vinta con Seattle e in cui venne eletto MVP.
veramente troppo tardiva la sua elezione nella Hall of Fame.
Probabilmente meritava la Hall Of Fame già da un po' e l'inclusione è poco più di un fatto dovuto.
Anche io, come fabio72 ho pensato alle analogie con Rondo: tre "big" da supportare, non un grandissimo tiratore...certo, DJ nel pieno della sua carriera era un difensore più completo e possedeva un carisma che Rajon (pur avendo tutto il tempo) non ha e non può ancora avere.
Un signore in campo ma anche un guerriero pronto ad affondare la lama nel momento importante.
Un grandissimo che merita il posto nell'arca della gloria e che, purtroppo come tanti, è scomparso troppo presto.
Leader silenzioso di quella grande squadra, che con qualche cambio all'altezza avrebbe ulteriormente dominato il decennio...
D'accordo con Fabio sulla questione delle campagna stampa. Distruggere una persona per un errore non e' proprio una bella cosa.
Ma la palla passa da Dj a Bird, Bird, DJ per poi andare dal buco nero o dal capo indiano.
Grandissimo DJ, onore e gloria a te, numero 3!!
Io sin dall'anno da rookie di Rajon, avevo segnalato per chi ci seguiva già a quel tempo la similitudine di Rajon con DJ, paragone che a quel tempo appariva quasi blasfemo.
Non ho visto il DJ con gambe fresche pre Boston, però ci sono molte similitudini. spero che Rajon (che avrebbe impressionato tanta gente al camp del TEam USA per un tiro dalla media migliorato) riesca a toccare i vertici di lucidità di DJ in quanto a capacità di regista in senso stretto, sarebbe un equivocabile segno che il nostro attuale numero 9, sarebbe vicino al top.
Dennis Johnson era MOLTO più potente fisicamente ed anche un po' più lento di Rajon. Non era un grande tiratore, questo è vero, ma nell'NBA non veniva MAI "battezzato" dalle difese perchè quando contava li metteva sempre, quei "jumper" (cosa che il trottolino odierno non fa ancora con sufficiente continuità).
E Rondo non avrebbe mai potuto marcare uno come Magic, fidatevi: non perchè non sia forte, ma perchè se se lo trovasse davanti il fenomeno da Michigan State lo porterebbe fisso in post basso, e li lo distruggerebbe. Con Dennis questo non lo poteva fare perchè il numero 3 era cresciuto giocando anche da "4", all'occorrenza.
Un grandissimo che merita di stare a Springfield.
P.S. Piccola precisazione (a rischio di passare come conoscitore dei Lakers in un sito dei Celtics): Mychal Thompson passò ad LA nella stagione 86-87.
No, grazie invece per la correzione. Qui non si tratta di essere "storici" dei Lakers, ma di conoscere la storia NBA. Eccoti il mio pollicione verde!
Dennis come Rondo ?, il motore di DJ era molto meno potente ma a differenza di Rondo non andava mai fuori giri, secondo me con Ainge ha formato una coppia di guardie veramente forte e rognosa per gli avversari.
Non conosco bene i giocatori di quella franchigia che ora evoluisce in California del sud, però mi pare che siano ancora abbondantemente sotto i dieci
I tuoi conti NON sono giusti, dovremmo aver superato i 20.
ti dirò, un errore che ho fatto anche io, sottovalutare DJ, a me non piaceva eh poi così tanto, non so spiegarmi il perchè, ma lo ammetto ben sapendo di dire una bestialità.
forse perchè mi son visto il DJ peggiore dei celtics, quello in fase calante del dopo secondo titolo(il secondo titolo me lo ricordo, avevo 16 anni, il primo no, ero troppo piccolo e non penso facessero già vedere le partite in tv, non ricordo)
men che meno ho idea del DJ di seattle!
secondariamente la motivazione è che io sottovaluto sempre i giocatori con spiccate doti difensive, è un errore che faccio tutt'ora e da giovinastro probabilmente ero ancora più talebano e legato solo alla fase offensiva del gioco(la cosa che più mi fa godere resta sempre un sano tiro da tre eh...più d'una schiacciata
Allora, una ricerca più approfondita porta al risultato che ci sono 15 giocatori "storicamente" associabili a Boston (tra i quali anche Archibald, per esempio, che ci ha giocato solo cinque stagioni) e altri 9 con una piccola parte di carriera a Boston (vedi McAdoo o Maravich).
Gli angelini? Arrivano a 15, ma devono anche considerare Malone (un solo anno), Mikan e Mikkelsen che il pacifico l'hanno visto solo da turisti
Comunque, per chi volesse un'altra lettura oltre a questa eccellente di Fabio, vi segnalo Bob Ryan sul Globe www.boston.com/sports/basketball/celtics/articles/2010/08/13/the_inimitable_celtic/, gli anni passano, ma Ryan è sempre piacevole da leggere: DJ è stato per lui un giocatore unico, a partire dai tratti somatici (rossiccio e con lentiggini) fino a quelli tecnici.
Questa la lista degli Hall of Famer che hanno lavorato per i Celtics :
www.celticstats.com/misc/hof.html
Nate Archibald
Red Auerbach
Dave Bing
Larry Bird
Walter Brown (Owner)
Bob Cousy
Dave Cowens
Dave Gavitt (CEO)
Wayne Embry
John Havlicek
Tom Heinsohn
Bob Houbregs
Bailey Howell
Dennis Johnson
KC Jones
Sam Jones
Alvin Julian
Clyde Lovellette
Ed Macauley
Pete Maravich
Bob McAdoo
Kevin McHale
Bill Mokray (PR Director)
Robert Parish
Andy Phillip
Frank Ramsey
Arnold Risen
Bill Russell
John Russell
Bill Sharman
John Thompson
Bill Walton
Dominique Wilkins
E' anche vero che gente come McAdoo, Bing, Maravich e Wilkins si sono guadagnati i gradi lontano da Boston.
Su DJ penso sia stato un grande veramente, sottovalutato ma difensore come pochi e in grado di farsi sentire in attacco quando serviva.
Concordo al 100% con Fabio sul fatto che molte volte i giornali riportino solamente mezze verita' per far notizia comportandosi come avvoltoi, e questa cosa mi riempie di tristezza ma e' la realta'... L'uomo non lo giudico, il giocatore si ed e' stato un campionissimo, unico e immenso uomo squadra
John Havlicek, Tom Heinsohn , Sam Jones e Frank Ramsey.
Poi è chiaro Auerbach nella HoF c'è per il suo trascorso da Celtics e non per quello ai Washington Capirlas, così come Cousy Bird McHale e molti altri per quanto fatto vedere da giocatore e non per le successive evoluzioni da Coach o Gm altrove.
In effetti è difficile (e forse anche ozioso) trovare una discriminante per definire se un giocatore è un "Hall of Famer dei Celtics" piuttosto che di St.Louis o dei Bulls. Facciamo così, prendiamoli tutti e 33 e via!
Grande DJ.
...tranquilli, tra qualche anno lo daranno anche ad Ainge.
Diciamo che Clyde pero' non fu un protagonista nei Celtics, completo la panchina arrivando a carriera finita, si e' guadagnato la HOF a Minneapolis prima (campione 1954) e nei St.Louis Hawks poi (all star 1960 e 1961), certo ha vinto 2 dei suoi 3 anelli in biancoverde (1963 e 1964)e se proprio vogliamo essere pignoli e' stato il primo a vincere con maglia Lakers e Celtics (ma non diciamolo a Shaq) ... Bill Walton invece fu un vero e proprio protagonista a Boston, arrivando a vincere anche il premio come Miglior Sesto Uomo dell'anno nel 1986
Ma dai, Leo! L'idea dei "purissimi" è quasi razzistica, che colpa ne ha Bird se dovette andarsene a causa di Pitino? O Ainge se lo scambiarono? Io parto dal concetto "Celtic per un giorno, Celtic per sempre": per me Russell, Auerbach, Bird, McHale, Cowens, Cousy, K.C. Jones sono molto più "Celtic dentro" di Sam Jones, ad esempio.
E gente come Westphal, Silas o M.L. Carr non ha colpa se venne scelta da altri, o mandata via in seguito: erano Celtics puri e continuano a guardare al loro periodo bostoniano come al momento più alto della carriera.
Era solo per dovere di cronaca ovviamente.
Per carità, so benissimo quando e come Lovellette vinse i suoi titoli a Boston, a naso anche i minuti che giocò (non è autismo, è merito esclusivo dell'impegno sugli articoli "storici", anche se quelli in questione deve averli fatti Samuele
Citazione:
Diciamo che si può andare dalla definizione di Fabio (Celtic per un giorno, Celtic a vita) fino a considerare esclusivamente coloro che vestirono la casacca biancoverde per gran parte della propria carriera sportiva. Certo, in effetti se un tifoso di Golden State (che lo ha "regalato") o Chicago si vantasse della presenza a Springfield del "Bull" Robert Parish mi girerebbero un po' le balle...
Il mio pensiero è che un Wilkins ha guadagnato l'accesso lontano dai Celtics ed è stata una casualità che sia poi capitato a Boston e quel passaggio nulla ha aggiunto alla sua fama, al contrario di un Walton.
Per Ainge, temo che servirà molto tempo, l'elezione tiene conto di aspetti tipo i titoli vinti, ma anche di riconoscimenti in carriera tipo MVP vinti, quintetti All Star o difensivi, migliore marcatore e altre cose simili e lui non ne ha; potrebbe puntare a qualcosa tra alcuni anni se vincesse altro come GM, un qualcosa di cumulativo per la carriera ...
Approfitto per augurare un buon ferragosto a tutti!
Che aggiungere ancora...la mia mente ritorna alle telecronache di Dan Peterson ed ai suoi "Deennniisss Giaunson...che intelligente questo giocatore!"...quello che faceva la cosa giusta al momento giusto, soprattutto quando la partita era decisiva ed i momenti finali "tirati".
Perchè è vero, DJ non sempre ti dava l'idea di essere infallibile, di tenere tutto sotto controllo (per questo c'era Larry Bird), ma poi, "in the clutch" era un mostro.
Anch'io, come altri, sento la "lacuna" di non aver potuto ammirare la versione più "dirompente" di DJ, negli anni a Seattle e Phoenix, quando colpiva e sorprendeva anche per le sue doti atletiche e per la potenza.
Ma dopo i 30 anni, a Boston, la sua intelligenza e la sua apparente tranquillità nei momenti più decisivi, sopperivano alla mancanza di velocità od al minore atletismo perchè la sua mente "correva" anche per le gambe...
Grande DJ, da lassù ti meriti questo giustissimo riconoscimento.
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