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La Storia dei Celtics
Quella che si presentò ai nastri di partenza della stagione 1983-84 era una versione “speciale” dei Boston Celtics: un roster rinnovato, dinamico e molto molto arrabbiato. La pesantissima “scoppola” ricevuta da Milwaukee negli ultimi playoffs era ancora ben presente nella testa e nell’animo dei giocatori e quella squadra che agli occhi di tutti i tifosi bostoniani doveva trasformarsi in una macchina trita-tutto dopo il titolo del 1981 non aveva saputo, per un motivo o per l’altro, mantenere le attese.
Secondo previsioni, il più inferocito per lo “sweep” subito dai Bucks era Larry Bird che a questa umiliazione aveva reagito nell’unico modo che conosceva: isolandosi come un eremita nella sua casa di French Lick dove passò tutta l’estate a lavorare, lavorare e ancora lavorare...
Fu in questo contesto “bucolico” dell’Indiana natìa che il biondo ventiseienne decise che un’altra stagione senza titolo sarebbe stata inaccettabile e che piuttosto che aspettare le eventuali mosse di mercato od aggiustamenti al roster da parte di Red Auerbach, prima di tutto lui avrebbe reso il suo gioco ancora più completo, “all around” e, possibilmente, infermabile.
Passò i mesi estivi a migliorare lo “step back”, quel rapido movimento che gli permetteva di creare spazio tra sè e l’avversario per permettere il rilascio del tiro “in caduta” o per approffittare dello spazio stesso e penetrare a canestro; sarebbe divenuto un suo “marchio di fabbrica”. Ma non solo: l’arte del passaggio era ormai completamente affinata come pure l’utilizzo pressochè perfetto della mano sinistra, tanto da farlo apparire completamente “ambidestro”. Larry era pronto...lo sarebbero stati gli altri?
Uno dei motivi per cui ai Celtics non era girata per il verso giusto nelle due stagioni precedenti, inutile nasconderlo, era la presenza di Bill Fitch sulla panchina bostoniana: l’ex U.S. Marine, con i suoi metodi dittatoriali era stato il perfetto condottiero nel corso della stagione 1980-81, culminata con il quattordicesimo banner, ma il sergente di ferro, ora, nonostante il continuo appoggio di Bird, era mal sopportato quando non apertamente detestato da diversi componenti del roster che, con Cedric Maxwell a capo dei “rivoltosi”, aveva letteralmente cominciato a “remargli” contro.
Fortunatamente Auerbach possedeva in casa la soluzione più logica per la panchina: K.C. Jones, oltre ad essere una delle bandiere della Dinastia biancoverde, nel corso degli anni aveva maturato un “coaching style” che per forza di cose era tanto lo specchio del suo carattere mite ed aperto al dialogo quanto la perfetta antitesi al “guerrafondaio” predecessore. Naturale e sensata fu la scelta di "Red" di concedere un “upgrade” all’ex guardia celtica che venne subito accolta con entusiasmo e soddisfazione da tutto l’ambiente (nonostante Bird la considerasse comunque anche “una sconfitta da parte dei giocatori”, rei di non aver profuso tutto l’impegno necessario durante la precedente gestione).
K.C. era il più classico dei “players’ coach”: era stato uno di loro, li capiva, ascoltava le loro opinioni e, soprattutto, li trattava come adulti e non come semplici “soldatini”. La truppa però aveva bisogno di nuovi “effettivi” e, ancora una volta, Auerbach fece tutto il possibile per garantire la completezza e profondità di un roster che voleva essere “condannato” a vincere. Imperativo, innanzitutto, era procurarsi una guardia difensiva capace di arginare quelle minacce e “mismatch” irrisolti che nelle precedenti due stagioni avevano rappresentato Sidney Moncrief dei Bucks ed Andrew Toney dei Philadelphia 76ers. E Dennis Johnson, ex MVP delle finali del 1979 con i Seattle Supersonics, rappresentava questo ed altro, perchè alle spiccate doti difensive abbinava un’intelligenza invidiabile nelle “letture” del gioco ed un discreto, anche se non infallibile, tiro dalla media. Al Patriarca biancoverde non pareva preoccupare troppo l’unico difetto riconosciuto all’allora 29enne guardia da Compton, L.A., cioè quello di essere un’autentica “testa calda” che aveva in passato fatto ammattire allenatori del calibro di Lenny Wilkens e John MacLeod.
Al GM bostoniano infatti interessava molto di più la fama di combattente e “lock-down defender” che accompagnava Johnson e per lui fece fare le valigie a Rick Robey, destinazione Phoenix dove “D.J.” aveva giocato le ultime tre stagioni ad alti livelli, portando la squadra a due Finali di Conference, prima di vedere completamente deteriorato il proprio rapporto con coach MacLeod ed il GM Jerry Colangelo.
Con quest’addizione il “backcourt” dei Celtics appariva più solido che mai: Gerald Henderson e Dennis Johnson erano i titolari in una rotazione che poteva permettersi il lusso di “rincalzi” del calibro di Quinn Buckner, Danny Ainge ed il veterano M.L. Carr, sempre pronti non solo a far rifiatare il duo di partenza ma anche a dare un contributo diretto quando chiamati in causa. L’autentica forza del Trifoglio era però rappresentata da quel “frontcourt” da sogno formato da Robert Parish, Cedric Maxwell e Larry Bird con nientepopodimenoche un certo Kevin McHale uscendo dalla panchina a rinverdire quel concetto di Sesto Uomo “brevettato” Auerbach che tante soddisfazioni aveva garantito nei decenni precedenti (Ramsey, Nelson, Havlicek solo per citarne alcuni). Se a questi aggiugiamo l’esperto Scott Wedman e quel solidissimo “falegname mormone” chiamato Greg Kite, pescato direttamente dall’Università di Brigham Young al draft del 1983, ecco che risulta difficile pensare ad un reparto più completo, eterogeneo, potente e talentuoso di quello messo a disposizione dello staff tecnico bostoniano.
Pareva tutto facile per l’imminente inizio della stagione regolare. E invece no, perchè i sottili equilibri e l’amalgama di un gruppo di atleti pur di prim’ordine in una competizione lunga e logorante come quella di un campionato NBA sono sempre un gioco perverso e dispendioso, raggiungibili solo dopo un prolungato periodo di “rodaggio” che anche in questo caso parve necessario. Boston arrancò nella prima parte del campionato e quando il 23 novembre del 1983 il record recitava 9 vittorie e 5 sconfitte il caro vecchio “gioco al massacro” degli addetti ai lavori fu immediatamente servito, nonostante proprio le nove vittorie fossero state ottenute in modo consecutivo. Fu in particolare il doppio passo falso in quattro giorni al cospetto dei New York Knicks, all’interno di una “striscia” di 4 sconfitte filate, a far storcere il naso ai perenni scettici che, ancora memori del “fallimento” delle due stagioni precedenti, non risparmiavano le critiche alla squadra di K.C. Jones.
Le accuse più frequenti mosse ai biancoverdi erano quelle di essere un team “overrated”, cioè sopravvalutato in quanto troppo dipendente dalla precisione al tiro di Larry Bird e sostanzialmente privo dell’intimidazione necessaria per sopraffare gli avversari, caratteristica quest’ultima che veniva direttamente collegata allo stile del precedente allenatore, Bill Fitch. “È una cosa psicologica” – dicevano Marvin Webster e Rory Sparrow dei Knicks– “In passato quando affrontavamo Boston eravamo intimoriti, ma ora non è più così ed anche le altre squadre della lega non sono più in soggezione di fronte alla presunta Mistica Celtica perchè essa è scomparsa.” Ed ancora, recitava il Daily News all’epoca, attraverso la “penna” di Harvey Araton: “Ora tutti sanno che i Celtics sono battibili e se ci sono riusciti Detroit, Utah e New York anche gli altri acquisteranno la fiducia necessaria per sconfiggerli”.
Certo, c’era qualcosa da aggiustare soprattutto per trovare le giuste rotazioni ed adattarsi allo stile molto più “conciliante” professato dal nuovo coach nei confronti dei giocatori, ma K.C. Jones non ci mise troppo tempo a farsi capire: al panettone natalizio i suoi ragazzi infatti arrivarono dopo aver inanellato un “filotto” di 13 vittorie e 2 sole sconfitte e quando gli immancabili dubbiosi fecero notare che di quelle 15 partite ben 10 erano state giocate tra le mura amiche del Garden, i Celtics pensarono bene di dimostrare alla lega il loro vero valore, anche fuori dalla Beantown: nel mese di gennaio infatti, impegnati per lo più lontani da Boston, chiusero con lo stesso identico ruolino di marcia: altre 13 vittorie con 2 sole sconfitte, una delle quali, a Houston, impedì loro il sempre ambito “Texas sweep”.
Passato di poco l’equatore della stagione, arrivò il tradizionale appuntamento con l’All Star Game, per l’occasione organizzato alla McNichols Sports Arena di Denver, Colorado: alla Partita delle stelle il Trifoglio si presentò non solo con “Tridente” dei sogni (Bird, McHale e Parish) ma ci aggiunse pure l’allenatore K.C. Jones che "bagnò" subito il proprio esordio sulla panchina della selezione dell’Eastern Conference con una vittoria per 154-145, commentata in diretta nazionale per la CBS da un altro celebre Celtic della Dinastia: Tommy Heinsohn. Per la cronaca, un Isiah Thomas sempre molto incline allo spettacolo si aggiudicò il premio di MVP della manifestazione mentre Larry Nance dei Phoenix Suns vinse la prima gara delle schiacciate organizzata all'interno della "Kermesse"
Il neo “Commissioner” della lega (e quarto della storia) David Stern potè godersi lo spettacolo offerto da Bird e Magic, gli autentici “salvatori” di quella rinnovata NBA che ora cominciava ad alimentare i sogni dei suoi “seguaci” sperando in una finale proprio tra i due nuovi acerrimi rivali.
Quando si tornó alla competizione “vera” della regular season, Larry e compagni, forti di un record di 35-9, misero subito in chiaro a tutti che la sfida lanciata per tornare sul tetto del mondo era autentica; ad Est ormai Boston manteneva già gli avversari a distanza di sicurezza (con i campioni in carica 76ers distaccati di cinque vittorie), mentre ad Ovest i Lakers di Magic e Kareem, usati come metro di paragone, si attestavano su un meno convincente ma pur sempre “minaccioso” record di 28 "W" e 16 "L". La prova che gli "angeleni" rappresentassero un pericolo fu palese nel mese di Febbraio quando, a distanza di due settimane, questi si aggiudicarono, seppur di misura, entrambe le sfide stagionali al cospetto dei Celtics.
Bird si arrabbió molto e questo fu, manco a dirlo, il viatico per una corsa finale condita da 20 vittorie e 6 sconfitte che permise ai biancoverdi di presentarsi alla post-season con un “tabellino” finale di 62 partite vinte ed appena 20 perse. Era il miglior record dell’intera lega ed ovviamente il migliore ad Est dove comunque Philadelphia (52 vittorie), Milwaukee (50), Detroit (49) e New York (47) rendevano bene l’idea dell’altissimo livello esistente. Ad Ovest, pur rimanendo piuttosto distanti dalla performance bostoniana, i Lakers cambiarono completamente ritmo nella seconda parte della stagione e riuscirono a presentarsi ai playoffs davanti a tutti: 54 vittorie e 28 sconfitte che li facevano chiaramente prevalere sulle dirette inseguitrici che erano Portland e Utah (con rispettivamente 48 e 45 vittorie).
Anche alla voce “Premi individuali” i Celtics erano in prima fila: Bird vinse il suo primo trofeo come Most Valuable Player, non tanto per i numeri, comunque impressionanti (oltre 24 punti, 10 rimbalzi e quasi 7 assist ad incontro), quanto per la leadership, l’intelligenza, l’incredibile visione di gioco, il dominio dei “fondamentali” e la pallacanestro “all around” che costantemente mostrava sul parquet e che gli permettevano di fare qualsiasi cosa con e senza palla. E poi come “clutch player” ormai era un’autentica sentenza; come avrebbe avuto modo di dire Dominique Wilkins: “Guardi Larry nei momenti decisivi di un incontro e vedi gli occhi di un killer”. Kevin McHale, dal canto suo, trionfò a mani basse per il riconoscimento come Miglior Sesto Uomo con numeri altisonanti (18 punti, più di 7 rimbalzi ed 1,5 stoppate con il 56% in 31 minuti d’impiego) ed un impatto sulle partite, uscendo dalla panchina, senza eguali nella lega. Il biondo da French Lick, ben accompagnato da Dennis Johnson, trovò anche posto nel “Secondo quintetto difensivo della lega” lasciando così a bocca asciutta di premi il solo “The Chief”, al secolo Robert Parish, comunque autore di una stagione straordinaria su entrambi i lati del campo (per lui 19 punti, quasi 11 rimbalzi ed oltre 1 stoppata e mezza a partita con il 55% di realizzazione dal campo). A livello statistico Maxwell ed Henderson si mantennero costanti per quasi tutta l’annata facendo registrare cifre “solide” (quasi una dozzina di punti ciascuno con percentuali di efficacia ben oltre il 50%) che li collocavano al posto 5 e 6 nella “classifica marcatori” di squadra appena dietro ai 13 a partita di un Dennis Johnson molto positivo al suo primo anno in casacca biancoverde.
Infine la panchina (senza contare McHale), nei non troppi minuti a disposizione, si fece comunque trovare spesso pronta e, guidata da Danny Ainge, ebbe in Quinn Buckner e Scott Wedman validi contributi trovando pure supporto “ad hoc” dal veterano M.L. Carr (grandissimo uomo-spogliatoio ed impavido “trash talker”) e dal rookie Greg Kite, tanto “rozzo” quanto efficace e sempre determinatissimo nelle rare volte in cui fu chiamato in causa.
I playoffs cominciarono con la novità dell’espansione da 6 ad 8 squadre in ciascuna Conference: i Celtics si ritrovarono così ad affrontare i mediocri Washington Bullets, detentori di un non certo impressionante record di 35 vittorie e 47 sconfitte, in una serie “al meglio delle 5 partite”. Non fu esattamente la passeggiata che tutti si aspettavano dato che dopo due vittorie casalinghe con scarti comunque piuttosto contenuti, Boston nel terzo incontro cedette in trasferta all’overtime sotto i colpi dell’All Star Jeff Ruland, per chiudere poi la serie con un risicato 99-96 ancora nella capitale.
Se il primo turno non fu agevole, la semifinale di conference contro i Knicks si trasformò in una mezza maratona in cui il fattore campo fu predominante e permise al Trifoglio di aggiudicarsi la serie alla settima partita contro un Bernard King magistrale trascinatore degli ostici e combattivi Newyorchesi. Intanto nella sponda occidentale i Losangelini passeggiarono agevolmente prima sui Kansas City Kings (3-0) e poi sui Dallas Mavericks (4-1) con il loro basket spumeggiante fatto di corsa e “showtime”. Ciò che l’America cestistica stava aspettando da ormai 5 anni, una finale Bird vs. Magic, dopo la leggendaria finale NCAA del 1979, era ora in fase di piena materializzazione; Milwaukee Bucks e Phoenix Suns infatti furono le vittime designate nelle rispettive finali di Conference, troppo inferiori per poter pensare di creare grossi grattacapi a Celtics e Lakers.
Boston non aveva dimenticato l’onta subita dai Bucks nella stagione precedente ed era fermamente intenzionata a restituire il “favore”: 4-1 fu il risultato finale della serie, con un Larry Bird tanto vendicativo quanto “infastidito” per non essere riuscito a completare lo “sweep”. Ad Ovest invece i gialloviola dovettero tardare un paio di giorni in più per disfarsi dei Suns in sei partite; il 25 Maggio del 1984, finalmente, dopo un completo lustro di attesa il mondo cestistico otteneva la tanto desiderata sfida tra i due “mondi opposti” rappresentati da Larry e Magic. Era Boston contro LA, era la città dei lavoratori contro Sunset Boulevard, era il gioco duro ed aggressivo contro lo “showtime” ed i luccichii di Hollywood...
A quindici anni dall’ultima sfida tra le due storiche rivali (i “palloncini rimasti appesi al Forum”), Magic Johnson aveva un motivo in più, oltre a quello “personale” per provare a ri-sconfiggere Larry Bird: il “contatore storico” delle finali tra le due squadre era fermo sul 7-0 in favore dei Celtics, e Johnson non vedeva l’ora di cancellare quell’ignobile “zero” dagli almanacchi del basket NBA. Non sarebbe certo stato solo nel suo tentativo; i Lakers, reduci dalla pesante bastonata subita ad opera dei 76ers nelle finali per il titolo 1983, erano una squadra “frizzante” composta da un roster variegato: durante la pre-season il GM Jerry West aveva spedito la popolare guardia Norm Nixon e la riserva Eddie Jordan ai Clippers (alla loro ultima stagione a San Diego) per il centro di riserva Swen Nater ed i diritti al draft 1983 della scelta che si sarebbe materializzata in Byron Scott. Velocità e spettacolo erano garantiti dalla rapidissima ala James Worthy, dotata di un primo passo micidiale che, servita magistralmente in “post-basso” da Magic, assicurava pericolosità costante e parecchi punti. Con un “front-court” completato dall’eterno Kareem, dal solido Kurt Rambis e dal talentuoso Bob McAdoo ed un reparto guardie arricchito dall’ostico difensore Michael Cooper (famoso anche per le sue triple “piedi a terra”) e dagli eclettici Jamaal Wilkes e Mike McGee, gli "angeleni" possedevano la “self-confidence” necessaria per provare a mettere fine a quell’umiliante striscia di sconfitte che la storia aveva loro riservato fino ad allora contro gli odiatissimi avversari. Addirittura si vociferò negli anni che lo stesso K.C. Jones avesse ammesso ad “orecchie fidate” che “I Lakers avevano molto più talento di noi”.
E di talento se ne vide subito molto in gara 1 al Boston Garden, soprattutto quello sciorinato da Kareem Abdul Jabbar: il 37enne capitano dei gialloviola, nonostante avesse dovuto farsi sistemare dal trainer Jack Curran una vertebra che appena un’ora prima della partita gli stava procurando tremendi dolori alla schiena, al collo ed alla testa, “maltrattò” avversari e tifosi sugli spalti con 32 punti, 8 rimbalzi, 5 assists e 3 stoppate che risultarono decisivi nel trionfo di LA per 115 a 109. La seconda sfida rappresentò invece lo spettacolo personale di James Worthy, almeno per 47 minuti...La rapidissima “ala” con un quasi “immacolato” 11 su 12 dal campo per 29 punti aveva trascinato i suoi alla rimonta fino al vantaggio per 115 a 113 con 18 secondi da giocare. McHale sbagliò incredibilmente due volte dalla lunetta e, con la serie pronta a trasferirsi all’altro oceano, dolci e vendicativi pensieri di “sweep” cominciarono a popolare le menti dei giocatori dei Lakers.
Peccato veniale ma allo stesso tempo mortale fu quello di Magic Johnson che, non avendo capito bene le direttive di coach Riley di chiamare time-out SOLO nel caso in cui McHale avesse realizzato i liberi, chiese ugualmente agli arbitri "tempo", dando cosí a K.C. Jones l’opportunità di organizzare la difesa sull’ultimo possesso degli avversari
Nella successiva rimessa in gioco a metà campo Magic consegnò la palla nelle mani di Worthy, che con una certa superficialità provò a passarla a Byron Scott al lato opposto; Gerald Henderson intuì subito l’intenzione “maldestra” e con un balzo felino si catapultò sulla palla afferrandola per poi terminare la sua corsa con il più facile degli appoggi a canestro. Con il punteggio in parità Johnson non riuscì ad orchestrare una giocata che si concludesse con un tiro a canestro e la sirena del Garden decretò “Overtime”.
L’inerzia era ora tutta dalla parte dei Celtics e nonostante un finale tiratissimo ancora Gerald Henderson si rese protagonista quando costruì deliziosamente la giocata che avrebbe liberato la riserva ed “eroe improbabile” Scott Wedman per il “jumper assassino” che fissò il risultato sul 124 a 121 per i padroni di casa. “Sarò sempre ricordato per quella palla rubata” – avrebbe ricordato anni più tardi Henderson – “ma io preferisco l’assist a Wedman che ci permise di vincere l’incontro al supplementare”. Di diverso avviso, ancora ai giorni nostri, è Pat Riley il quale può “ancora vedere le cuciture della palla roteare a rilento senza poter far nulla per evitare quello che sarebbe accaduto”.
Pensare che anche l’inerzia dell’intera serie sarebbe da quel momento cambiata fu un errore fatale ai biancoverdi; gara 3 al Forum di Los Angeles si trasformò infatti subito in un massacro orchestrato, stavolta a mente lucida, da Magic e compagni che al ritmo di corsa e “showtime” umiliarono gli avversari con un pesantissimo 137 a 104 che fece proferire nel post partita ad un imbarazzatissimo Bird le ormai storiche parole “We played like a bunch of sissies” (“abbiamo giocato come delle signorine”).
Per fortuna le parole del capitano, unite all’arroganza fuori luogo della stampa losangelina (che aveva già “battezzato” James Worthy come MVP delle Finali) infuriarono a tal punto lo spogliatoio celtico che i giocatori non videro l’ora di scendere sul parquet nella quarta partita per dimostrare al mondo che di “signorine? Manco a parlarne”.... Il più arrabbiato era Dennis Johnson, reduce da una prestazione assolutamente incolore in cui aveva totalizzato la pochezza di 4 punti: “Avevo solo voglia di sprigionare nel campo tutta la mia aggressività, mentale e fisica”. Ed il resto della squadra aveva tutta l’intenzione di andargli dietro.
Ma i Lakers presero subito un buon vantaggio e sembrarono essere in grado di “scappare via” verso un’altra agevole vittoria quando, un esagitato M.L. Carr dalla panchina “ordinò” ai suoi compagni di diventare più “physical”. Kevin McHale materializzò le parole del veterano collega quando, nel secondo quarto, si rese protagonista di un altro di quegli “epici” momenti che saranno destinati ad entrare nella storia delle sfide tra le due storiche rivali: ad un Kurt Rambis lanciato a canestro per la più comoda delle conclusioni, “The Black Hole” si oppose con un “laccio californiano” che stese letteralmente al suolo il malcapitato occhialuto lacustre. Ne nacque subito un’ovvia “zuffa” che coivolse persino panchine e relativi staff tecnici. Ma appena ristabilita una certa calma apparve subito chiaro che il pur brutto episodio aveva svegliato i Celtics ed intimorito un po’ i sino ad allora spavaldi gialloviola.
“i Celtics sono una banda di teppisti” – tuonò ancora coach Riley verso gli acerrimi nemici - ma Cedric Maxwell fece capire, con una similitudine strepitosa, che in quell’occasione il fine giustificava i mezzi: “Prima del fallaccio di Kevin i Lakers correvano come dei matti e attraversavano la strada quando volevano, ma subito dopo quell’episodio cominciarono a fermarsi all’incrocio, premere il pulsante, aspettare la luce verde e guardare da entrambi i lati prima di fare alcun movimento”
Ovviamente i momenti di tensione si susseguirono; Bird, con un colpo di “fondoschiena” mandò Cooper a terra sulla linea di fondo e nel terzo quarto toccò ancora ad un aggueritissimo Larry venire alle mani, stavolta con un Jabbar insolitamente violento. Ma ciò che più conta è che la partita si “livellò” e le due squadre arrivarono ad un altro finale punto a punto dopo che il Trifoglio recuperò uno svantaggio di cinque lunghezze per forzare eroicamente, per la seconda volta dopo gara 2, un tempo supplementare, anche grazie a due clamorosi errori di Magic Johnson dalla lunetta.
Una certa tensione dalla “linea della carità” si impossessò pure di James Worthy quando, in pieno overtime, mancò un tiro libero cruciale a seguito dell’interferenza provocatoria di M.L. Carr il quale, dalla panchina bostoniana, sbraitò: “Lo sbagli!”. Cedric Maxwell, non meno “guascone” del compagno Carr, pensò bene di “festeggiare” l’errore attraversando il “pitturato” e mostrando a Worthy le braccia attorno al collo come a voler dire che la pressione lo stava “soffocando”.... I Celtics dovevano far loro la partita per evitare a tutti i costi di ritrovarsi sotto 3-1 nella serie; avevano scelto l’intimidazione come arma per raggiungere il loro scopo ed il risultato finale diede loro la ragione: 129-125 e tutti di nuovo a Boston in perfetta parità!
Dennis Johnson, dopo 3 partite alquanto contradditorie, emerse come “clutch player” mettendo a referto rispettivamente 22, 22, 20 e 22 punti nelle successive quattro contese mentre Larry Bird entrò in “trance agonistica” nel quinto incontro quando, con un 15 su 20 dal campo e 34 punti seppellì i Lakers con un chiaro 121-103 in quello che venne definito “The Heat Game”: in un Garden con oltre 40 gradi di temperatura interna ed in piena assenza di aria condizionata furono necessarie le bombole d’ossigeno per mantenere Jabbar in vita. “Fu come entrare in una sauna, fare 100 flessioni con i vestiti addosso e poi dover correre avanti e indietro per 48 minuti. Mi muovevo al rallentatore, mi sembrava di nuotare in una palude di fango”.
Ma l’impianto dell’aria condizionata funzionò benissimo in gara 6 al Forum di Inglewood ed i padroni di casa con esso: nel primo quarto un vendicativo James Worthy spinse Maxwell contro il supporto del canestro e da lì in poi i gialloviola “cavalcarono” un rigenerato Kareem che con 30 punti trascinò i suoi alla vittoria per 119 a 108. La storia si ripeteva e sarebbe stata ancora una gara 7 a decidere le sorti di una finale Celtics vs. Lakers.
L’atmosfera a Boston era elettrica. Quel martedì 12 giugno 1984 l’intera città sembrava “posseduta”, non si parlava d’altro e non si aspettava altro che LA PARTITA in cui Larry Bird avrebbe preso la sua rivincita su Magic, a cinque anni di distanza. L’autobus di LA dovette ricorrere alla scorta della polizia per poter raggiungere il Garden mentre Maxwell, all’interno dello spogliatoio, si rivolgeva ai compagni con le profetiche parole : “Oggi sono pronto a caricarvi sulle spalle”. E così fece. I suoi movimenti in “post-basso” si rivelarono un enigma mai risolto per i gialloviola. Ridicolizzò la “front-line” avvversaria sotto le plance, prese una marea di falli (arrivando all’intervallo con 11 su 13 dalla lunetta) e quando provarono a raddoppiarlo li tramortì con gli scarichi per Bird e compagnia. Maxwell chiuse l’incontro con 24 punti, 8 rimbalzi ed 8 assist mentre Larry “scrisse” 20 punti e 12 “carambole”. Un solidissimo Parish contribuì con la doppia doppia (14 + 16) e nonostante i Lakers avessero ridotto a soli 3 punti con un minuto da giocare il deficit che era stato di 14 lunghezze,“clutch” DJ sentenzió con due tiri liberi una partita da 22 punti dopo una magistrale palla “sporcata” ancora da Maxwell su un passaggio di Magic per Worthy.
111-102. Banner numero 15. Celtics 8 Lakers 0 nel computo storico delle serie con il titolo in palio. Larry Bird MVP delle Finali con medie di 27.4 punti, 14 rimbalzi e 2 recuperi: “Abbiamo lavorato duramente per questo. C’è qualcuno pronto a dire che non ce lo meritavamo?”





Commenti
Anche rivedendola 25 anni dopo, partita che mette i brividi. McHale idolo assoluto !
Ancora complimenti all'autore.
Ma ora che stiamo ripercorrendo quei fantastici anni 80, quasi non riesco a scovare la differenza tra le gesta eroiche di Maxwell e McHale, la classe e la forza di Bird, e di quei supereroi americani che adoravamo da bambini: invincibili!
Ma quelle finali sono state giocate davvero? Le abbiamo viste davvero? Si?
Io so solo che quando cala la sera, se ci chiudiamo in silenzio in un angolo di casa nostra, chiudiamo gli occhi e lasciamo scorrere i ricordi possiamo quasi assaporare l'atmosfera irreale, magica e animalesca del Garden in gara 7 e allora si, si li abbiamo visti giocare e vincere e trasformare una partita di basket in LEGGENDA!
Grazie Samuele!
Si, non c'è problema: è a buon mercato e l'ha inventata uno che all'epoca già girava in NBA con il n. 44. Basta che quest'anno ci giochiamo la terza finale in 4 anni con i Lakers!
A parte gli scherzi fra 20 anni i tifosi oggi 20enni (o giù di lì) guarderanno alle sfide di oggi come noi lo stiamo facendo con quelle di ieri. Non c'è più Bird ma c'è Pierce, McHale si è scurito ed è diventato KG, Parish ha preso la faccia di Perk, Walton quella di Sheed o di Shaq, Ray è il tiratore che era Ainge e Rondo ha preso il posto del compianto DJ: è sempre Boston contro LA, Celtics e Lakers, è qualcosa di diverso da tutto il resto.
Ed allora quando piazzo nel lettore il DVD di gara 4 delle Finali 1984 il primo pensiero è "questa partita è Leggenda, questo era Basket"?
Grande Sam.
Da brividi, e poi la bolgia del Garden, unica e indescrivibile.
Ero diventato un Celtic da poco e la "pedata" la faceva ancora da padrone nella mia testa ma quella serie mi trafisse per sempre il cuore e a tutt'oggi ancora non sono guarito.
"CLIMB ON MY BACK BOYS"
non solo per te, ma per molti dei tifosi celtici della nostra generazione, ossia inizio anni '70.in quegli anni, anni '80, si vedeva il basket italiano sulla rai, ed era un bel vedere, non quello schifo di adesso.
poi è apparsa la nba, e c'era sta squadra, maglia verde, con sti cestisti bianchi con fisici quasi imbarazzanti(soprattuttoo se confrontati a quelli di adesso)
larry bird in primis, e fu amore a prima vista, ma anche il resto di quella squadra m'è rimasto nel cuore.
viva il capo indiano, the chief robert parish!
che spettacolo di squadra che erano quei celtics, mamma mia.
Che titolo!!!
Cal
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