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La Storia dei Celtics
Dopo la bruciante sconfitta nella serie con i Sixers nei playoffs 1982 i Celtics non erano rimasti con le mani in mano. Anche se dal draft non era arrivato granchè, con la scelta del “prospetto” Darren Tillis - un 2 e 10 buono per l’Europa - a settembre Auerbach aveva sfruttato un “ritorno di fiamma” di Dave Cowens per arricchire il “roster”. Il centro aveva deciso infatti di tornare a giocare coi Bucks dell’amico Don Nelson, e Red aveva approfittato dell’occasione per farsi dare in cambio la guardia Quinn Buckner.
I biancoverdi erano dunque solidissimi: il solito “frontcourt” con Bird, Maxwell e Parish, le guardie Danny Ainge e “Tiny” Archibald e Rick Robey, Kevin McHale, Gerald Henderson, Quinn Buckner ed M.L. Carr ad intervenire dalla panchina. Gli arci-rivali di Philadelphia si erano però laureati re del mercato estivo quando avevano “firmato” il centro All Star Moses Malone. Malone era il miglior rimbalzista dell’NBA, un atleta da 30 punti e 15 carambole a partita che automaticamente faceva dei Sixers i favoriti ad Est, dopo che nel campionato precedente avevano dovuto inchinarsi ai Lakers ed all’incredibile sesta partita di Finale di Magic Johnson.
La lotta tra le due rivali tradizionali della Eastern Conference si preannunciava comunque serrata, ed infatti entrambe si presentarono al primo confronto diretto con uno “score” immacolato: quattro vittorie e zero sconfitte. Il 6 novembre 1982 allo Spectrum di Philadelphia le due squadre diedero vita ad uno scontro fantastico: ci vollero due tempi supplementari per stabilire chi avrebbe mantenuto la testa della classifica ma alla fine la vittoria arrise ai padroni di casa per 119 a 115. il Trifoglio però non si arrese ed infilò una serie di 14 successi nelle successive 17 gare: ad un quarto di campionato L.A., Phila e Boston, le tre stelle dell’NBA, si trovavano appaiate in testa alla graduatoria con un bilancio di 18 vinte e 4 perse.
Per i Celtics i protagonisti di tale partenza lanciata erano senza dubbio Larry Bird e Kevin McHale. Il primo stava giocando il miglior basket di sempre, ed in una quarantina di minuti di utilizzo medio viaggiava a 25.5 punti di media, 12 rimbalzi e 5.5 assist. McHale dal canto suo proseguiva la grande tradizione bostoniana del “Sesto Uomo” ed entrando in campo garantiva il “turbo” in grado di “spezzare” le partite: a fine stagione avrebbe mostrato medie di 14.1 punti, 6.7 rimbalzi e 2.3 stoppate in soli 28.6 minuti ad allacciata di scarpe! Il 14 gennaio 1983 Auerbach aggiunse un’altra perla alla sua già mirabile collezione.
Approfittando delle cattive condizioni economiche in cui versavano i disastrati Cleveland Cavaliers, spedì nell’Ohio Darren Tillis, una prima scelta e del denaro in cambio di Scott Wedman, ala All Star che in carriera stava viaggiando a 15.6 punti di media. Ma con Bird a monopolizzare i minuti di gioco, al povero Wedman non sarebbero rimaste che le briciole, mentre in allenamento soffriva la forte personalità del capitano che ovviamente lo vedeva come un avversario da battere. Forse spronato dallo scambio, Larry non mollò nemmeno quando patì una brutta distorsione alla caviglia, anzi continuò a giocare senza dire nulla. Il 23 febbraio il Forum di Los Angeles fu espugnato per 113 a 104 grazie ad una prestazione superba del numero 33, capace di mettere assieme 32 punti, 17 rimbalzi, 9 assist e 4 recuperi.
I biancoverdi pagarono quella vittoria la sera dopo, quando caddero a San Diego di fronte agli imbarazzanti Clippers di Gene Shue, compagine che avrebbe chiuso la stagione con sole 25 “W”. Due giorni più tardi in Arizona Boston si trovò sotto di un punto con un secondo da giocare e la prospettiva di perdere la seconda in fila. La matricola dei Suns David Thirdkill (che nell’autunno 1985 sarebbe arrivato ai Celtics) irrise Bird dicendogli che lo avrebbero bloccato, ma questi rispose che avrebbe preso palla ed avrebbe segnato il tiro vincente. Sulla rimessa il capitano ricevette palla e senza nemmeno prendere la mira si girò sparando da oltre la linea dei tre punti una bordata che continuò a volare mentre la sirena risuonava tra le volte del Veterans Memorial Coliseum di Phoenix. Inutile dire come andò a finire: nylon bruciato mentre il pubblico rimaneva attonito e “Larry Legend” festeggiava il primo "winning shot" di una lunga e fortunata carriera.
In quella trasferta però la frattura tra Fitch ed alcuni dei suoi giocatori si acuì: dopo la vittoria sui Sonics il coach si era recato in un bar dove un ladruncolo lo aveva “alleggerito” di 400 dollari. All’allenamento del giorno seguente gli atleti si presentarono con le tasche della tuta sigillate da nastro adesivo, e la reazione dell'allenatore, che avrebbe potuto sdrammatizzare facendosi una risata, fu visibilmente seccata. Nella seconda settimana di marzo i Celtics cominciarono a mostrare preoccupanti segni di cedimento, venendo sconfitti in casa da Seattle e New York e fuori da New Jersey e Philadelphia. Il fuoco della “rivolta” covava sotto la cenere: a parte Bird che in più di un’occasione aveva ed avrebbe espresso il suo apprezzamento per Fitch, molti compagni erano insofferenti ai suoi metodi dittatoriali e facevano fatica a seguirlo. Ormai la compagine giovane e bisognosa di disciplina del 1980 aveva lasciato spazio a dei campioni con una certa esperienza, e gli abusi verbali venivano digeriti con sempre maggior fatica.
Nelle ultime tre stagioni i biancoverdi avevano vinto un titolo, 186 partite di regular season (perdendone sessanta) e 24 di playoffs (perdendone 14), e gli atteggiamenti da sergente dei Marines del coach stavano sgretolando il “feeling” con la squadra. Parish e Maxwell in primis, ma anche gli altri trovavano sempre maggiore difficoltà, specie quando vedevano umiliato l’assistente K.C. Jones, bandiera delle grandi squadre passate ed uomo mite. In più le tre guardie Ainge, Henderson e Carr erano insoddisfatte dei minutaggi a loro riservati, mentre “Tiny” Archibald stava accusando una sensibile flessione. Il 29 marzo i Celtics vennero maltrattati e sconfitti ad Indianapolis col punteggio di 130 a 101 da dei mediocri Pacers, e la sera dopo nella seconda partita del “home and away” si vendicarono infliggendo agli stessi avversari un sonante 142 a 116 nel quale Larry Bird battè il record di punti segnati di franchigia per singolo incontro realizzandone 53. Ma lo "scollamento" era sempere più evidente e si faceva sempre più fatica a vincere fuori casa. Delle ultime 35 partite Boston ne vinse solo 19 e per la prima volta nell’era del "contadino di French Lick" rimase sotto le 60 vittorie chiudendo a 56 vinte e 26 perse, a 9 gare di distacco dagli incredibili Sixers.
Non solo, per la prima volta in quattro anni i biancoverdi dovettero sottoporsi alle “forche caudine” della “miniserie”, vale a dire il primo turno al meglio delle tre partite. Fin dalla gara di esordio contro gli Atlanta Hawks le cose si rivelarono più complicate del previsto: grazie ai 24 punti e 20 rimbalzi di Dan Roundfield gli ospiti si portarono sull’85 a 81 con meno di sette minuti da giocare, e solo tre tiri in sospensione di Quinn Buckner – conosciuto come difensore e passatore, ma certamente non come tiratore – traghettarono la squadra fuori dalle “secche” fino al successo per 103 a 95. I “veri” Celtics avrebbero chiuso la pratica in due incontri, ed invece all’Omni di Atlanta la ciurma di Fitch si impantanò nella difesa degli Hawks tirando con un pessimo 40.4% e finendo sotto di 13 all’intervallo. Bird, sottoposto alla marcatura del rookie Dominique Wilkins, centrò solo quattro dei diciotto tiri tentati e quando un giornalista gli fece notare la cosa, rispose con una frase tagliente poco usuale per un campione di solito molto sicuro di sé: “Non sapevo giocassimo uno contro uno, credevo che questo fosse uno sport di squadra”.
Gli Hawks impattarono la serie ma nella partita decisiva al Garden il nervosismo del capitano si tradusse in furia agonistica. Larry segnò dieci punti nel quarto iniziale, dominò Wilkins costringendolo ad un misero 1 su 6 al tiro e guidò i suoi ad un facile successo per 98 a 79. Quel 24 aprile 1983 però entrò nella leggenda per un altro fatto: a 6’15” dalla fine del terzo quarto Danny Ainge, dopo uno scambio di “cortesie” con il centro Wayne “Tree” (Albero) Rollins, reagì ad una gomitata placcando l’avversario in stile football. Nel corpo a corpo che seguì il lungo di Atlanta pensò che la cosa migliore da fare per risolvere la rissa fosse addentare il dito medio della mano destra di Ainge, ed il giorno dopo il Boston Herald titolò un mitico “Tree Bites Man”, “Albero Morde Uomo”...
Quando la rissa cominciò a placarsi il numero 44 venne immediatamente espulso ed approfittò per farsi suturare la ferita con cinque punti, mentre Bird accoglieva “Nique” (che nel "bench clearing" aveva lasciato la panchina ed era entrato in campo) con un “Rookie, vai a sederti, riposati e passa una bella estate”.
Nel secondo turno l’avversario erano gli ostici Milwaukee Bucks. Guidati dal coriaceo ex-Celtic Don Nelson, erano ritornati in auge dopo il “purgatorio” seguito alla cessione di Kareem Abdul-Jabbar ai Lakers. Con gli atletici Sidney Moncrief, Paul Pressey e Marques Johnson a completare un cast di veterani di tutto rispetto (il centro Bob Lanier, Brian Winters, Steve Mix e la vecchia conoscenza Dave Cowens) avevano giocato un’ottima stagione chiudendo a sole cinque partite dai biancoverdi. E nonostante i favori del pronostico fossero tutti per questi ultimi, Milwaukee fece immediatamente capire chi comandava la serie quando nell’opener espugnò il Boston Garden con un perentorio 116 a 95 in cui la parte del leone la fece Moncrief con 22 punti.
Fitch allargò la crepa esistente tra lui e la squadra quando verso la fine dell’incontro rimise in campo il quintetto titolare a partita già decisa, mentre lunghi “boo” rotolavano dagli spalti. Bird, già febbricitante in gara 1, saltò la seconda sfida, ma anche senza di lui sembrò che i Celtics fossero tornati. Si portarono avanti sul 59 a 42 all’inizio del terzo quarto grazie ad uno stellare Ainge, autore fino a quel momento di 24 punti, e sembrarono avere il controllo della partita: ed invece improvvisamente restarono senza benzina mentre Lanier scherzava McHale sotto canestro, Ainge falliva gli ultimi nove tiri e i Bucks vincevano anche la seconda sfida per 95 a 91.
Prima che le squadre si affrontassero nel Wisconsin, Don Nelson giocò “sporco” dichiarando ai giornali locali che Danny Ainge era un artista del “colpo proibito”. Quest' ultimo era stato chiaramente uno dei Celtics più in palla nelle prime due sfide, ed il coach di Milwaukee si attirò le ire di Auerbach che, per quanto fosse nell’NBA da quasi quarant’anni, non si era mai nemmeno sognato di attaccare un giocatore. I padroni di casa vinsero ancora per 107 a 99 mentre i tifosi offendevano il numero 44 ogni volta che toccava palla, e nonostante una lotta furiosa di Boston per evitare la prima “sweep” in una serie al meglio delle sette partite, anche il quarto incontro si concluse con una sconfitta col punteggio di 107 a 93.
Alla fine "Red" prima strinse la mano a Jim Fitzgerald, il proprietario della franchigia del Wisconsin, e poi gli esternò tutta la sua rabbia per il comportamento di Nelson: “Questa è la cosa più schifosa che abbia mai visto nel mondo del basket: attaccare chi non può difendersi. Per la prima volta da quando sono nell’NBA non andrò nello spogliatoio a congratularmi con chi ci ha eliminato, e fosse l’ultima cosa che farò, mi vendicherò dei Bucks”. Non avrebbe dovuto aspettare molto. Nel frattempo, però, nello spogliatoio dei Celtis alla “Mecca” i lunghi specchi riflettevano l’immagine di dodici singoli, non di una squadra. Musi lunghi, ma la consapevolezza che questa volta la colpa era tutta loro, e Larry Bird a parlare per tutti: “Questo è il momento più brutto nella mia carriera di giocatore. Una cosa è perdere un incontro importante, ma questa è una serie di quattro partite perse. Un anno orribile: giocatori che non andavano d’accordo, giocatori arrabbiati col coach”...
La situazione di semi-anarchia all’interno del gruppo era chiara, così come era chiaro che di lì a poco ci sarebbero stati dei cambiamenti importanti. Il 31 maggio 1983, vincendo la quarta partita contro i Lakers al Forum di Inglewood, i Sixers di Moses Malone e del “Fo’, fo’, fo’” (Quattro, quattro quattro, un’esortazione a vincere tutte le gare dei playoffs) regalavano a “Doctor J” Erving l’unico titolo della sua scintillante carriera. A Boston, invece, quattro giorni prima Bill Fitch aveva rassegnato le dimissioni da coach dei Celtics. La motivazione ufficiale addotta dall'allenatore era stata la prossima vendita della franchigia da parte del proprietario – e suo amico personale – Harry Mangurian, ma lo stesso Mangurian ai giornali bostoniani fece capire che le cause erano più profonde: “Ci sono sicuramente altre ragioni”.





Commenti
Sorprendente, dal mio punto di vista, che un giocatore dall'aria compassata e quasi distaccata come Parish, sia stato uno di quelli della "fronda" contro Fitch.
Mi sa che ci sarebbe stato in ogni caso poco da fare contro i Sixers di quella stagione.
La storia e' il diamnate piu' brillante di IAAC
quando un monumento come larry dice cose di questo genere vuol dire che le cose andavano davvero male all'interno dello spogliatoio.
un grandissimo anche nell'ammettere le colpe proprie.
grazie ancora per questi pezzi fantastici di storia celtica da cui si può comprenre il vero significato delle parole "pride" di ieri e "ubuntu" di oggi.
comunque Phila era una squadra fortissima e sono ben felice che riuscirono ad arrivare al tanto agognato titolo.
Condivido in pieno: se lo sono proprio meritato quel titolo. Moses Malone era qualcosa di inarrestabile, Doctor J grande quanto lo erano Cheecks e Toney. E mettiamoci anche Iavaroni e Cureton. Forse i 76ers più forti di sempre (anche senza Chamberlain)
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