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La Storia dei Celtics
L’obiettivo dei Celtics edizione 1981-82 era chiaro: diventare la prima squadra a ripetersi come campione NBA dopo l'edizione biancoverde 1968-69. Per riuscire nell’impresa Auerbach aveva messo a segno un altro dei suoi colpi quando aveva scelto Danny Ainge (MVP del basket universitario nel 1981) al secondo turno del draft annuale e poi lo aveva strappato ai Toronto Blue Jays del baseball, seppur al termine di una battaglia legale che ai biancoverdi era costata 800,000 dollari, in parte trattenuti dal salario del numero 44.
Dopo l’ennesimo “furto” l’ex Celtic Paul Westphal commentò: “Ma non è incredibile cos’ha combinato "Red"? E’ come Willie Sutton, il rapinatore maestro nei travestimenti, circondato dai poliziotti. Sanno che ruberà qualcosa, ma non possono fare nulla per fermarlo”. Boston era Campione, e lo dimostrò partendo alla grande: dopo aver vinto l’opener e perso a Milwaukee, si aggiudicò otto partite consecutivamente ed il 27 novembre, giorno della firma del contratto del prodotto di Brigham Young, il bilancio aveva raggiunto le 12 vittorie e 2 sconfitte. Sufficienti per raggiungere la vetta della Eastern Conference?
Non proprio: i Philadelphia 76ers quella sera vantavano un ammorbante 12-1. Il 9 dicembre in una gara interna coi New Jersey Nets era previsto l’esordio della matricola, e tra le ovazioni del Garden per il numero 44, ad esaltarsi fu il numero 43, tale Gerald Henderson da Richmond, Virginia. Il mormone da Eugene, Oregon, al primo impatto con il la maglia biancoverde si trovò in difficoltà e segnò un solo canestro su quattro tentativi. In una serata non particolarmente brillante per il Trifoglio in in cui Archibald era a letto con l’influenza, Henderson imbucò 27 punti frutto di un prezioso 11 su 16 al tiro ed i Celtics la sfangarono per 109 a 100. Ma non stavano giocando benissimo.
Ad inizio gennaio nella “Beantown” arrivarono i Bulls ed i padroni di casa nel secondo tempo si mangiarono un discreto vantaggio finendo per perdere di 14. “Ho visto il peggior basket da quando sono arrivato” tuonò coach Fitch, a Boston da tre anni. Bird era stato limitato a nove punti, e se la sconfitta non sembrò risvegliare i compagni, sicuramente ebbe effetto sul capitano che cominciò a giocare come sapeva. Ad Hartford impallinò i Pistons con 40 punti, quindi mise assieme due triple doppie consecutive contro New Jersey ed Atlanta, ed infine segnò 39 punti ai Knicks al Madison Square Garden. Era in forma fantastica, e si aggiudicò gli onori di Giocatore del Mese prima di andare ad East Rutherford, New Jersey, e laurearsi MVP all’All Star Game del 31 gennaio.
A metà febbraio i Celtics decollarono verso ovest per la consueta “Western Swing”, la serie di partite sui campi delle avversarie occidentali. Nonostante un numero 33 stellare, la squadra si aggiudicò “solo” tre delle sei gare, compresa la “classica” con i Lakers (108-103) e rientrò nel Massachusetts in leggero svantaggio in classifica sui Sixers. Ma Fitch alla fine sembrava essere riuscito a “dare la scossa”: al Garden i biancoverdi si imposero facilmente su Utah (132 a 90) e San Diego (122 a 110) prima di affrontare i temibili Bucks. Verso la fine del secondo quarto di quella partita il centro di Milwaukee Harvey Catchings si scontrò con Bird, che si beccò una gomitatona in faccia. L'infortunio era piuttosto serio, eppure Larry rientrò negli spogliatoi sulle sue gambe e venne medicato. Intanto gli avversari erano passati in vantaggio, ma quando all’inizio del quarto periodo la zazzera bionda del "Contadino di French Lick" apparve dal tunnel degli spogliatoi il Garden impazzì. Copione scontato: appena messo piede in campo, nonostante la frattura allo zigomo e la visione sfocata, il capitano ricevette il primo pallone sul lato destro, battè il difensore ed andò a schiacciare di prepotenza. Sugli spalti fu il delirio: Bird mise a segno altri sei punti ed i Celtics strapparono la terza vittoria in fila con il punteggio di 106 a 102.
Fitch, mentre Larry si sottoponeva ad un piccolo intervento per riparare l’arco zigomatico, si trovava ad affrontare il dilemma dell’assenza del suo uomo migliore proprio nel momento del “Texas Triangle”, la classica trasferta texana. I biancoverdi superarono l'impegno nel modo migliore battendo Dallas (101 a 97), San Antonio (110 a 101) e Houston (100 a 98) ed approdando al sesto risultato utile consecutivo. Bird sarebbe stato assente per altre tre gare, ma anche senza la loro punta di diamante Boston continuò a vincere superando nell’ordine New York (107 a 106), Detroit (111 a 101) ed Indiana (121 a 100).
Quando il capitano si accinse a rientrare nella trasferta alla Meadowsland Arena dove poco più di un mese prima era stato incoronato MVP delle Stelle, Fitch decise di seguire il vecchio adagio “don’t mess with a winning streak”, “non pasticciare una striscia vincente”. Il 33 partì dalla panchina andando ad ingrossare la tradizione dei grandi sesti uomini nella storia dei Celtics.
Si vinse con New Jersey e poi con Phoenix portando la striscia ad undici partite, ma ci volle una delle migliori prestazioni ogni tempo da parte di un "panchinaro" per “sopravvivere” ad una trasferta nella capitale. I Bullets, in una "preview" dei playoffs, impegnarono il Trifoglio allo spasimo e solo grazie ad un tempo supplementare ed a 31 punti e 21 rimbalzi di “Larry Legend” i campioni NBA furono in grado di mantenere viva la “striscia”. Striscia che venne alimentata da ulteriori vittorie su Atlanta, San Antonio, Philadelphia, Chicago e Cleveland.
Quando il 26 marzo 1982 Boston superò Detroit per 125 a 104 ottenne la diciottesima affermazione consecutiva, record di franchigia superato solo nella stagione 2008-09. Due sere dopo i Sixers sorpresero i biancoverdi al Garden ed interruppero la formidabile serie, ma Fitch continuò imperterrito ad usare il capitano come un sesto uomo di lusso fino alla terz’ultima partita di campionato. Il Trifoglio chiuse la regular season vincendo 25 delle ultime 29 gare ed aggiudicandosi il miglior bilancio della lega. Il risultato di 63 vinte e 19 perse garantiva ai Celtics la possibilità di disputare un'eventuale settima partita in casa per tutta la durata dei playoffs, un "bye" per il primo turno e con esso una settimana di riposo.
Capita però a volte che l' "ozio" sia utile per il fisico ma non per la mente, e quando si trovò di fronte i Washington Bullets, la ciurma di Fitch non si dimostrò immediatamente pronta per il gioco estremamente fisico che la coppia di pirati Mahorn-Ruland (prontamente ribattezzata "McFilthy and McNasty" da Johnny Most) impose alla serie fin dalla prima palla a due. Boston vinse la gara d’apertura per 109 a 91 grazie all'utile Rick Robey, ma Bird e Parish tirarono molto male (3 su 10 il capitano, 6 su 16 "The Chief"), subendo oltre misura i gomiti e le spinte della frontline della capitale. I Celtics sembrarono in controllo della seconda partita quando andarono al riposo sul 51 a 44: i Bullets stavano “sparacchiando”, ma nel terzo quarto il gioco duro sotto canestro cominciò a dare i suoi frutti garantendo loro i secondi tiri che li rimisero in partita.
Quando Frank Johnson infilò un improbabilissimo tiro da tre allo scadere e sancì la vittoria di Washington per 103 a 102, coach Fitch ebbe l'impulso di spaccare la sua lavagnetta. Tre giorni dopo a Landover i biancoverdi dovettero lottare duro per riappropriarsi del fattore campo: Rick Mahorn scagliò la palla in testa a Gerald Henderson, scatenando una rissa in cui Robey agguantò Jim Chones per la gola, Charles Bradley si avvicinò minaccioso a Jeff Ruland mentre McHale e Parish facevano lo stesso con l'istigatore Mahorn. Alla fine più che le risse valsero i 25 punti e 13 rimbalzi di Robert Parish che guidò Boston al 92 a 83 finale.
La quarta partita fu combattutissima, con i Celtics a rimontare nell’ultimo parziale uno svantaggio di dieci lunghezze. Dal 75 pari per sette volte una delle due squadre provò ad andarsene, ma venne sempre ripresa. Sotto di due punti a 39" dalla sirena finale, McHale fallì due tiri liberi, ed i Bullets ebbero l'occasione di vincere: Mahorn però sbagliò dalla lunetta, e sul cambio di fronte Maxwell freddamente infilò i tiri liberi del 91 pari. Spencer Haywood mancò il tiro vincente, e nel supplementare McHale ebbe modo di riparare al danno segnando sei punti e di chiudere il discorso sul 103 a 99. Di ritorno al Garden, il 5 maggio i biancoverdi sembrarono avere in pugno la situazione quando verso la fine del terzo quarto si portarono sul +18. A 4'52" il vantaggio era ancora di 11 lunghezze, ma a quel punto Rick Robey e Frank Johnson arrivarono quasi alle mani: le panchine si svuotarono e gli arbitri dovettero mettercela tutta per ripristinare l'ordine. Alla ripresa del gioco cinque minuti dopo Boston era praticamente scomparsa dal campo.
Un Jeff Ruland da 33 punti e 13 rimbalzi e tre bombe di Frank Johnson negli ultimi 2' e 52" fissarono il punteggio sul 106 a 106 rimandando la decisione all' overtime. I Bullets avevano l'inerzia della gara e si portarono sul 119 a 116 quando mancavano solo 28" al termine, ma un tiro libero di Archibald accorciò le distanze, e su una rimessa in gioco Bird riuscì a forzare la palla a due. Il numero 33 vinse la contesa e servì "Tiny", che si lanciò in una penetrazione fuori equilibrio. Il suo tiro toccò solo vetro, ma nei pressi c'era Kevin McHale il quale, con mani dolcissime, corresse il pallone a canestro per il pareggio. Nel secondo supplementare Washington sfruttò i falli dei Celtics per portarsi nuovamente avanti sul 125 a 121, e Fitch coraggiosamente tolse Bird ed Archibald sostituendoli con M.L. Carr ed Henderson. Cedric Maxwell segnò uno dei suoi tiri in avvicinamento (26 punti per "Cornbread") e McHale pareggiò con un gancetto. Dopo un tiro libero di Frank Johnson, Gerald Henderson andò a trovare la penetrazione del 127 a 126 che risultò decisiva. Washington sbagliò, ed il Trifoglio chiuse dalla lunetta per un 131 a 126 che significava la vittoria nella serie. "Non li chiamerei playoffs - commentò coach Bill Fitch al termine della battaglia - li chiamerei istinto di sopravvivenza".
L'avversario seguente era noto: per la nona volta nelle ultime diciotto stagioni i Boston Celtics si trovavano di fronte i Philadelphia 76ers. Nella stagione precedente la serie era risultata intensa e drammatica, con i biancoverdi in svantaggio per tre partite ad una a ribaltare la situazione grazie a tre incredibili vittorie. In America il 9 maggio era la Festa della Mamma: Bird e compagni presero immediatamente il comando della partita spingendo al massimo mentre Philadelphia si disuniva ed alzava bandiera bianca. Il numero 33 fu fantastico: segnò 24 punti, catturò 15 ribalzi e smazzò 10 assist mentre i biancoverdi costruivano un vantaggio abissale fino a trovarsi avanti 110 a 62. Alla fine il "parzialino" di 19 a 10 per i Sixers limitò leggermente i danni, ma il punteggio finale di 121 a 81 venne immediatamente battezzato "The Mother's Day Massacre", e la serie sembrò segnata.
Dopo la vittoria al cardiopalma dei playoffs precedenti, il titolo conquistato, la striscia di 18 vittorie in fila con conseguente vittoria nella Division, ora anche l'incontro d'apertura della serie sembrava testimoniare che i Celtics "avevano il numero" di Phila, ma a gara 2 arrivarono un po' troppo "morbidi" ed andarono subito sotto. Riuscirono comunque a restare in partita, ed erano sotto di 3 a sei minuti dalla sirena finale quando Caldwell Jones, il filiforme sesto uomo dei Sixers, entrò "in the zone" ed infilò sei tiri su sette tentativi regalando ai Sixers il vantaggio sul 113 a 108. A mettere in ghiaccio la partita poi fu "The Boston Strangler", al secolo Andrew Toney, che con gli ultimi quattro punti in una serata da 30 sigillò il 121 a 113 finale. Dopo un solo minuto della terza sfida in programma allo Spectrum di Philadelphia le quotazioni di Boston subirono un altro duro colpo: "Tiny" Archibald si tuffò su una palla vagante e soffrì una lussazione alla spalla che lo tolse dai giochi.
Senza il loro motorino d'avviamento il Trifoglio faceva fatica in attacco ed i padroni di casa s'involarono sul +14. Lentamente ma inesorabilmente Bird e compagni si riportarono sotto e negli ultimi secondi ebbero quattro occasioni per pareggiare. Prima Larry fallì un tiro da quasi sette metri, e poi sul rimbalzo Maxwell sbagliò, riprese la palla, si fece stoppare da Erving, riacciuffò il pallone ma se lo fece rubare da Cheeks: Phila vinse 99 a 97 e passò sul 2 a 1. "Cornbread" commentò così la sua sfortunata baruffa con la "spicchia": "A volte sei un eroe, a volte sei Charlie Brown. Oggi ho interpretato il Charlie Brown". In gara 4 tutti i Celtics fecero i Charlie Brown, ed i Sixers galopparono su verdi praterie mentre Andrew Toney seppelliva il canestro bostoniano con 39 punti. Nello spogliatoio, a spiegare il 94 a 119 finale, Danny Ainge era sbigottito: "Non ho mai visto un giocatore di un metro e novanta dominare il gioco come lui".
Come nella stagione precedente ci si ritrovava sotto per tre gare ad una, e dopo esser stati la quarta squadra nella storia NBA a ribaltare una serie dallo svantaggio massimo, per confermarsi campioni bisognava ripetersi. "Siamo di nuovo nella bara - scherzò McHale - ma almeno questa volta sappiamo come uscirne". Con un'opera di raddoppio su Toney i biancoverdi presero subito il comando di gara 5, ed in una serata in cui la "frontline" titolare faceva faville (Parish 26, Bird 20 e Maxwell 16) i Sixers vennero costretti a tirare col 29.5%. Mentre la partita si chiudeva sul 114 a 85, i tifosi del Garden intonarono il loro "See you Sunday", “ci vediamo domenica" per la settima partita.
Il 21 maggio allo Spectrum Phila partì veloce: memore di quanto accaduto un anno prima, non voleva assolutamente giocare un'altra gara 7 a "Beantown". Ma il vantaggio di 15 punti accumulato dopo il primo quarto cominciò lentamente ad assottigliarsi mentre Chris Ford centrava tutti e quattro i tiri tentati. A metà partita i padroni di casa erano avanti 48 a 42, ed in un bruttissimo secondo tempo riuscirono a mantenere il vantaggio fino a 10' dalla fine, quando erano ancora "sopra" 67 a 61. Parish aveva cinque falli, ma Fitch lo rischiò e la mossa pagò con un parziale di 8 a 0. Al canestro del 69 a 67 per i Celtics a Fenway Park i tifosi in ascolto delle radioline eruppero in un boato e la gara dei Red Sox dovette essere interrotta per due volte. Il Trifoglio si aggiudicò quella brutta partita per 88 a 75 e per il secondo anno consecutivo, dopo aver recuperato due gare di svantaggio, si giocava il tutto per tutto al Boston Garden. "Siamo usciti dalla bara - esclamò McHale - ed ora sono loro che rischiano di entrarci".
Ma il 23 maggio Philadelphia mise in campo tutta la rabbia e la frustrazione accumulate in dodici mesi e giocò una grandissima partita. Toney (34 punti) e "Doctor J" Erving (29) furono immarcabili ed i 76ers presero dieci lunghezze di vantaggio. Bird e i suoi provarono a rientrare ma l'attacco venne rintuzzato quando a 4' e 45" dal termine del terzo quarto gli ospiti andarono sul 70 a 62. Da quel momento in poi i biancoverdi non furono più in grado di recuperare e Phila chiuse sul 120 a 106. Quando mancavano 26" al termine ed il risultato era ormai deciso, il Garden dimostrò tutta la sua sportività: in segno di augurio per gli avversari che dovevano affrontare i Lakers in finale, dagli spalti cominciò a scendere quello che oggi è uno dei "canti di battaglia" più famosi del Massachusetts: "BEAT L.A., BEAT L.A.". Bill Russell, da commentatore della CBS ma soprattutto da Celtic non potè fare a meno di sottolineare la cosa, e l'altro analista Dick Stockton gli rispose: "Beat L.A., è incredibile". I Celtics avevano dato tutto ed i tifosi lo sapevano come lo sapeva Red Auerbach: "Sono orgoglioso di questa squadra. Non ho dimenticato le 63 vittorie, e so che in una serie o in una partita può accadere di tutto. Però nessuno può accusarci di aver perso la gara che contava: in passato ne abbiamo vinte troppe, di quelle".



Commenti
Dalla trattativa per l'arrivo di Ainge, che mi sembrava infinita e con poche speranze, a un Bird sesto uomo, e all'epoca non capivo il perchè della scelta, fino alla sconfitta contro i Sixers, durissima da digerire.
Quanto al coro, beh, ormai lo conosciamo bene e lo usiamo altrettanto; un onore e un piacere che il mio commento numero 1.000 sia dedicato a questo articolo!
Assieme a Erving giostravano Dawkins, Caldwell e Bobby Jones, Toney....non proprio pizza e fichi.
Peccato solo che quell' anno non "beaterono LA"
comunque articolo meraviglioso che mette i soliti puntini sulle i su tanti ricordi e/o miti del passato...
GRAZIE
Tanti ricordi, è la prima stagione che seguii, con annessa sconfitta in finale di Conference... e genesi del NOSTRO coro.
Avere informazioni a quei tempi era una impresa eroica, anche vivendo in una grande città come Roma e questo articolo mi ha fatto tornare alla mente tante cose.
Grazie davvero.
Bird ovviamente non c'è in quanto infortunato, ma Parish col cappello da cowboy mi ricorda Danny Glover in "Silverado"...
E poi come potevo farvi mancare il primo atto ufficiale di Danny Ainge, a quasi ventinove anni di distanza? Eh, lo so, vi vizio...
foto meravigliose. Anche Bird modello con la sfilza di giacche e' impagabile
Sto recuperando gli articoli dopo qualche settimana di "forzato offline". Ho cominciato dalla Storia per pura "deformazione professionale" ma vedo che su IAAC il livello è sempre più alto...
Hai intenzione di continuare su questi ritmi??
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