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La Storia dei Celtics
North Carolina, metà degli anni ’50: Kinston è un paesotto da 20,000 anime e si appoggia sul fiume Neuse, sulle segherie e sulle industrie del cotone e del tabacco. La multinazionale Dupont ci ha piantato due stabilimenti che producono uno fibre in poliestere e l’altro farmaci, insomma la zona è abbastanza ricca e ci si può campare. Manny e Bessie Maxwell decidono di vivere lì anche perché la cittadina è ad un tiro di schioppo da Camp Lejeune, la base dei Marines in cui lui è un “drill sergeant”, il sergente istruttore che abbaia ordini alle reclute. Ed è a Kinston che il 21 novembre del 1955 la coppia regala al mondo un fagottino dagli espressivi occhi scuri.
Il primo ricordo coerente e bruciante di bambino per Cedric Bryan Maxwell fu quello delle fontane con la targhetta “white” o “colored”, giusto per non dimenticare che in quel periodo i diritti umani viaggiavano ancora a due velocità. E nell’educazione di “Ced” (così lo chiamano in famiglia) sarebbe sempre stata presente la figura rassicurante del volto buono della lotta contro la segregazione, quello di Martin Luther King. Quando arrivò il fratellino Ronnie Cedric era ancora piccolo, e poco dopo la famiglia fece armi e bagagli alla volta della Hawaii dove papà era stato trasferito. Per tre anni il piccolo visse in un paradiso di vegetazione lussureggiante e di integrazione razziale, assieme a bimbi caucasici, di origine asiatica o pronipoti di qualche capo “Kanaka Maoli”, dal nome col quale si definivano le tribù aborigene.
E vuoi mettere il gusto che si provava ad andare in spiaggia a Natale o nel Giorno del Ringraziamento? Ma allo stesso tempo Cedric non poteva dimenticare le sue radici e dal 1961 al 1964 si sentì un po’ isolato al pensiero che la vita nel North Carolina continuava senza di lui. Quando papà Manny venne riassegnato a Camp Lejeune comprò una casetta a Kinston lungo Towerheel Road, con un giardino sul retro ed un vecchio albero che divenne il compagno di giochi di "Ced". Questi improvvisamente si trovò ad essere uno degli studenti più brillanti visto che il programma scolastico da lui seguito alle Hawaii era molto avanti rispetto a quello del paese natale.
La vita lungo il fiume Neuse scorreva tranquilla, ed al riparo dalle tensioni razziali di quegli anni sanguinosi arrivò anche la sorellina Lisa. Il ragazzo cominciò anche ad interessarsi al gioco del basket, spinto da mamma Bessie che in gioventù era stata una discreta cestista e che gli forniva consigli preziosi. Ma evidentemente il suo aiuto non era sufficiente a fare in modo che il figlio entrasse nella squadra del liceo cittadino: del resto, pur con tutta la buona volontà, a coach Paul Jones quel ragazzo segaligno ed imbranato non sembrava adatto ai canestri. Il faccione era simpatico specie quando si apriva in un sorriso da cartone animato, ma il Gioco era tutta un’altra cosa e Jones, allenatore della locale squadra liceale, gli consigliò di allenarsi al campetto.
Quando Bessie telefonò al coach chiedendo se il figlio si fosse comportato male Jones rispose no, semplicemente era suo dovere mettere in campo i più forti e “Ced” non era tra quelli. Il giovinotto magro migliorò il “ball-handling”, la forza e la velocità: quello sport gli piaceva così tanto che l’opzione “desisto” non era prevista, ed alla fine venne premiato. Intendiamoci, al cambio di opinione da parte del coaching staff liceale non fu estranea la classica “growth spurt”, l’improvvisa crescita di 10 centimetri che portò Maxwell all’interessante quota di due metri, ma lui fece la sua parte continuando a lavorare duro per migliorare.
Alla fine l’esplosivo abbinamento tra altezza, agilità e tecnica superiori alla media cominciarono a pagare: il liceo di Kinston si fece notare vincendo 18 delle 26 gare disputate ed arrivando alle semifinali statali. Cedric giocava centro e la sua rapidità condita con quelle braccia lunghissime lo rendeva praticamente inarrestabile in post basso: se ne accorse anche il 7 piedi Geoff Compton, futuro “Tar Heel” a North Carolina, che in una partita delle stelle liceali a Greensboro si prese una solenne ripassata dal più basso e magro avversario.
I “reclutatori” di alcune università improvvisamente cominciarono a mostrare interesse ma solo University of North Carolina-Charlotte si fece avanti con una borsa di studio, e Maxwell accettò di buon grado. UNCC era un ateneo nato dopo la Seconda Guerra Mondiale per provvedere all’educazione dei veterani del conflitto secondo il “G.I. Bill”, la legge emanata per aiutare i soldati a reintegrarsi nella società.
Il programma cestistico dei “49ers” era molto giovane e la prima squadra agli ordini di coach Harvey Murphy era scesa in campo solo nella stagione 1967-68. Sei anni dopo nel “campus” di Charlotte arrivò il dinoccolato ragazzone di Kinston e l’impatto non fu dei migliori: al primo giorno dovette farsi applicare dei punti di sutura al viso per una gomitata subita in una partitella, ed al secondo fu vittima di una brutta reazione allergica dopo aver mangiato degli scampi avariati alla mensa universitaria.
Sfoggiando il senso dell’umorismo che ancor oggi è suo classico marchio di fabbrica, minacciò: “Se mi succede qualcosa anche domani, me ne torno a casa”. Per fortuna di UNCC il terzo giorno non successe nulla di male, e Cedric tra gli altri studenti diventò immediatamente oggetto di culto per il suo sorriso, per i suoi movimenti vicino a canestro e per qualche improbabile “papillon”, avvisaglie di un senso estetico molto sviluppato che in futuro lo avrebbe portato ad essere tra i più eleganti cestisti NBA, ad anni luce dalle “accecanti” t-shirt birdiane. Coi “49ers” esordì il 30 novembre 1973 a Greenville, South Carolina, in una sconfitta per 84 a 76 contro Furman University ma nonostante l’inizio difficoltoso si sentì finalmente a casa sua.
"Ero un ragazzotto goffo e sgraziato – dichiarò in seguito - che in quell’università entrò come in un bozzolo e ne uscì come una farfalla”. Strinse subito amicizia con un altro “freshman”, anche lui proveniente da un paesotto del North Carolina: Melvin Watkins veniva infatti dalla piccola Reidsville ed insieme al futuro Celtic sarebbe stato protagonista degli anni d’oro del programma cestistico di UNCC. Dopo l’esordio con Furman i “Niners” vinsero nove incontri in fila e la stagione prese il volo. In quel campionato, seppure in uscita dalla panchina, Maxwell mise a segno 9.1 punti in media come riserva del centro titolare John Heath. La squadra vinse 22 dei 26 incontri disputati anche se la maggior parte delle avversarie erano college di seconda schiera.
Al secondo anno passò in quintetto base e fece immediatamente registrare medie di 12.2 punti e 8.8 rimbalzi. Certo, ancora una volta il contesto non era propriamente da Final Four, anzi: “Newberry” ed “Oglethorpe” non avevano decisamente una caratura tale da farle annoverare tra quelle che Dick Vitale chiamerebbe “portaerei”… Ma il record di 23 vittorie e 3 sconfitte (con una “striscia” di 16 affemazioni consecutive ancor oggi imbattuta) arrivò anche grazie a successi su Wyoming ed Indiana State: insomma, l’asterisco c’era ma non era così grande.
Di quel periodo è anche la nascita del nomignolo di Cedric: “Cornbread” è il soprannome di un personaggio del film drammatico “Cornbread, Earl and Me”, un ragazzo filiforme amante del basket che nella pellicola viene ucciso per errore dai poliziotti che stanno inseguendo un malvivente. Melvin Watkins, capitano dei “49ers” trovò che il Nostro assomigliasse tantissimo al personaggio del lungometraggio ed ecco che cominciò a chiamarlo, perlappunto, “Cornbread” anche se non è che Maxwell amasse troppo quel soprannome. Forse perché sentiva già qualche “vibrazione negativa” nei confronti di Jamaal “Silk” Wilkes, l’asso di UCLA e Golden State che nel film interpretava il ruolo di “Cornbread” e che di lì ad un paio di anni sarebbe passato ai Los Angeles Lakers, diventando avversario storico dei Celtics del nostro “Max”…
Al terzo anno Cedric trovò un nuovo allenatore, Lee Rose, e di primo acchito il cambio non lo convinse tanto che per un attimo pensò di seguire coach Foster all’Università di Clemson. Ma il nuovo arrivato lo convinse a restare ai “Niners” con le buone o con le cattive e la decisione si rivelò saggia. Anche perché Rose mise in piedi un calendario con avversarie migliori ed una squadra solida: se infatti aveva perso il senior George Jackson, poteva contare sulle doti realizzative dell’ala Lew Massey oltre che ovviamente sui miglioramenti del ragazzo da Kinston che passò a medie di 19.9 punti e 12 rimbalzi ad allacciata di scarpe. Fu l’anno in cui tutti gli addetti ai lavori cominciarono a considerare UNCC che a fine febbraio al Charlotte Coliseum superò di misura Centenary con Maxwell a limitare il centro ospite, un All America della Louisiana, a 30 punti e 17 rimbalzi. Il nome dell’All America? Robert Lee Parish...
Poi per i “49ers” prese il via l’esaltante galoppata nel NIT, il torneo ad inviti le cui finali si disputavano al Madison Square Garden. I ragazzi di Rose superarono San Francisco del centro Bill Cartwright per 79 a 74, Oregon (allenata dal “guru difensivo” e futuro assistant coach a Boston Dick Harter) per 79 a 72 e North Carolina State per 80 a 79 prima di arrendersi in finale (67 a 71) a Kentucky di Joe Hall e del futuro Celtic Rick Robey. Nonostante la sconfitta, grazie a quelle prestazioni ed al titolo di MVP del torneo alzato da Cedric di fronte al pubblico di New York, ormai i “Niners” erano entrati nell’empireo del basket universitario.
E Maxwell si divertiva da matti: “Nessuno era come lui – ricorda il compagno Kevin King – ricordo che una volta stavamo tornando in difesa e lui mi fece lo sgambetto…durante una partita di campionato”! Il rendimento fornito dal numero 33 in quella memorabile stagione gli valse la chiamata per i “trials”, le selezioni per entrare a far parte della squadra nazionale per le Olimpiadi di Montreal 1976, ma dovette dare “forfait” a causa della comparsa di una serie di verruche plantari. L’ultimo campionato in maglia “Niners” coincise con il più importante risultato ottenuto dal piccolo college di Charlotte nella sua storia. UNCC vi arrivò non solo grazie alle prestazioni di un grande “Cornbread” (22.2 punti, 12.2 rimbalzi di media), ma anche alla compattezza di un gruppo che poteva contare su Watkins, Massey, King e sul “freshman” Chad Kinch.
Ai Mideast Regionals in programma a Lexington, Kentucky, la squadra si impose abbastanza agevolmente su Syracuse per 81 a 59 e poi in finale sconfisse con autorità i favoritissimi Michigan Wolverines guadagnandosi incredibilmente l’accesso alle Final Four. Il 26 marzo 1977, nella semifinale nazionale all’Omni di Atlanta, lottò ad armi pari contro la più quotata Marquette per 39 minuti e 59”, ottenendo il pareggio a quota 49 proprio con una conclusione di Maxwell. Sulla lunga rimessa in gioco di Butch Lee, Bo Ellis involontariamente deviò la palla verso il centro All Star Jerome Whitehead che tentò la schiacciata: Cedric stoppò il tentativo di “affondata” dell’avversario, ma il pallone rimbalzò sul tabellone prima di adagiarsi dolcemente nel canestro. I “Golden Eagles” avrebbero vinto anche la finale contro North Carolina laureandosi campioni nazionali. Nonostante la sconfitta “Max” era entrato nella leggenda del basket a Charlotte, il giocatore simbolo del “programma”: UNCC con lui aveva fatto registrare un incredibile 58 vinte – 0 perse in casa coronato dalla finale del NIT nel 1976 e dalle Final Four nel 1977.
Le sue doti vicino a canestro avevano ormai lasciato un segno in tutti gli osservatori dell’NBA ma il draft del 1977 era piuttosto ricco di talento e – complice anche l’arrivo nell’NBA di quattro franchigie delle defunta ABA, era alquanto difficile pronosticare dove sarebbe “atterrato”. La prima scelta assoluta fu Kent Benson, centrone da Indiana “chiamato” dai Bucks. Poi Otis Birdsong, Marques Johnson… man mano che venivano "chiamati" altri giocatori, “Cornbread” non poteva non sentirsi un po’ sottovalutato, ma d’altra parte sapeva che gli Atlanta Hawks lo volevano scegliere e quindi per male che andasse si sarebbe accasato in Georgia con la 14... ed improvvisamente furono i Celtics a sceglierlo con la numero 12: i “nemici naturali” di quei Philadelphia 76ers per i quali aveva sempre tifato!
Trovò casa a Framingham e fu ben felice di entrare a far parte di una squadra che poteva contare sette All Star: Dave Cowens, John Havlicek, Jo Jo White, Curtis Rowe, Dave Bing, Sidney Wicks e Charlie Scott. Trifoglio ed All Star, quale modo migliore per imparare il basket professionistico? Purtroppo però grossi problemi a livello dirigenziale – leggi le continue ingerenze del proprietario John Y. Brown sull’operato di Red Auerbach - oltre ad una certa apatia di qualche giocatore più interessato allo stipendio che al “Pride” causarono uno “scollamento” che si tradusse in un pessimo bilancio di 32 vinte e 50 perse e nell’esonero di Tom Heinsohn a soli due anni dal suo secondo titolo come coach.
Tra le poche note liete il rendimento del “rookie” che fece registrare 7.3 punti e 5.3 rimbalzi nei 17 minuti di utilizzo medio. Nel campionato seguente le dispute tra Brown ed Auerbach raggiunsero l’apice con l’arrivo di Bob McAdoo, voluto dalla moglie del proprietario. Il pur valido McAdoo rimase a Boston solo per sette mesi in un campionato segnato dagli infortuni e dall’assenza di "animus pugnandi". Come Cedric non sia stato “guastato” dalla presenza dei vari Wicks e Barnes è ancora un mistero, anche se sulla fine del suo rapporto coi Celtics avrebbe sicuramente influito lo spirito ribelle che quei due gli avevano in qualche modo trasmesso.
E un aneddoto spiega chiaramente i rischi corsi dal giovane nel suo secondo anno di NBA: una sera alla porta del suo appartamento di Framingham bussarono il vicino di casa e compagno di squadra Marvin Barnes ed il giocatore di Atlanta Tom Henderson chiedendogli della soda caustica e dell’ammoniaca…e "Max", nell’ingenuità dei 22 anni, credette che volessero disotturare un lavandino o fare un dolce, quando invece il simpatico duo cercava il necessario per farsi un bel festino a base di sostanze stupefacenti. Ingenuo o meno, oltre a cambiare numero (aveva ceduto il 30 a M.L. Carr e cominciato ad usare il 31) Maxwell nella seconda stagione a Boston (altro campionato deludente per il Trifoglio) aveva visto i suoi numeri lievitare a 19 punti e 9.9 rimbalzi a partita con un impressionante 58.4% (top nella lega) al tiro in 37.1 minuti di gioco.
Sarebbero state le sue cifre record in carriera perché di lì a poco gli equilibri di squadra sarebbero cambiati per sempre: a settembre infatti al training camp arrivò un ragazzotto dell’Indiana, Larry Bird, e "Cornbread" lo sottopose ad un durissimo apprendistato sotto gli occhi compiaciuti di Red Auerbach e del nuovo coach Bill Fitch. “Combattei con lui giorno dopo giorno finché non dimostrò di meritare il mio totale rispetto, e a dire il vero non ci volle molto”. Entrambi erano giovani, entrambi erano pronti a sacrificarsi per la squadra, entrambi erano amanti della battuta e dello scherzo ma terribilmente seri al momento di scendere in campo. Insieme avrebbero vinto due titoli ma alla fine delle rispettive carriere si sarebbero allontanati irrimediabilmente.
Nel primo campionato dell’era-Bird i Celtics vennero eliminati dai Sixers in finale di Conference, ma, delusione playoffs a parte, un bilancio da 61 vittorie e 21 sconfitte in regular season decretava il più clamoroso “turnaround” nella storia NBA. Anche se Larry era stato il principale artefice dell’inversione di rotta, Cedric aveva contribuito in modo sensibile con 16.9 punti ed 8.8 rimbalzi di media, e soprattutto con un 60.4% al tiro che per la seconda stagione di fila gli aveva garantito la testa della speciale graduatoria di categoria della lega. Nell’estate del 1980 Auerbach mise a segno la clamorosa trade che portò a Boston i due terzi mancanti del “Big Three”, ed il numero 31 non perse tempo, trovando per il nuovo arrivo Robert Parish – che in allenamento da un canestro all’altro si muoveva con lentezza esasperante – il soprannome di “Chief”: come “Chief Bromden”, bradipesco coprotagonista del film “Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo”. Maxwell, dopo aver firmato un interessante rinnovo contrattuale per quattro anni, “costrinse” Kevin McHale alla panchina giocando un basket da 15.2 punti e 6.5 rimbalzi a partita e tirando col 58.4%.
Non era un peggioramento dei numeri fatti registrare in passato: ora con la presenza di Parish partiva più da lontano e tentava un maggior numero di tiri da fuori. Che fosse sempre un attaccante di prima fascia fu chiaro nei playoffs 1981: giocò a grande livello fino al fantastico epilogo della vittoria sugli Houston Rockets che significò la conquista del quattordicesimo banner. Mentre Bird appariva in difficoltà fu “Max” a prendersi le responsabilità offensive risultando il miglior marcatore dei Celtics a 17.7 punti di media col 56.8% al tiro, cifre alle quali aggiunse pure 9.5 rimbalzi di media e la ciliegina di una gara 5 da 28 punti e 15 "carambole". Le impronte digitali sulle Finali erano le sue e gli valsero il premio di MVP che però in quell’occasione non era la classica automobile ma un orologio da polso... Cedric guardò l’orologio da 7,500 dollari e poi chiese: “Posso avere i soldi”? Potete immaginare le risate dei compagni di squadra. “Cornbread” però ora poteva tornare nella sua Kinston non solo da campione NBA, ma anche da miglior giocatore delle Finali in una squadra che contava diversi futuri Hall of Famer.
Il campionato 1981-82 fu ancora una volta teatro dell’appassionante sfida al vertice tra Celtics e Sixers e, tanto per cambiare, si risolse alla settima sfida della finale Est. Maxwell si attestò sulle cifre della stagione precedente, 14.8 punti e 6.4 rimbalzi in media ed un solido contributo anche sotto il profilo della “consistency”, della continuità. Ma questa volta furono gli avversari ad avere la meglio nello scontro diretto. Nella regular season seguente i metodi dittatoriali di Bill Fitch cominciarono ad allontanarlo dai giocatori ed alla fine i biancoverdi affondarono miseramente nei playoffs subendo un “cappotto” dai Milwaukee Bucks. Sul banco degli imputati per “abbandono di allenatore” – assieme a Parish e Carr – c’era anche Cedric che aveva fatto registrare la prima flessione sensibile nelle sue cifre, scivolate a 11.9 punti di media e 5.3 rimbalzi , con un per lui insolito 49.9% al tiro. In realtà i minuti di utilizzo medio del numero 31 (28.5 quell'anno) stavano calando a causa della crescita di Kevin McHale che in seguito commentò: “Quando cominciai a migliorare, il coaching staff cominciò a darmi i minuti di Max. Ma lui non se la prese, anzi mi fu sempre a fianco, supportandomi. Era questo il suo spirito”. Ed il suo spirito era anche quello dell’eterno burlone, sempre pronto – come del resto i vari Bird, McHale, Ainge e Carr – a dare sfogo alla sua vena goliardica. Come quando nei vari aeroporti chiedeva al banco informazioni che gli chiamassero Dolph Schayes, indimenticabile protagonista coi Syracuse Nationals dell’NBA negli anni Cinquanta. Ed immaginatevi la reazione dei Celtics il giorno in cui il signor Schayes si presentò al banco dell’aeroporto chiedendo chi lo stesse cercando…
Il licenziamento di Fitch e la conseguente promozione a capo allenatore del più tranquillo K.C. Jones furono l’inizio di una nuova età dell’oro per il basket bostoniano, e Cedric fu uno dei protagonisti della resurrezione. Certo, i minuti calavano ma la media di punti rimase ancorata a 11.9, mentre la percentuale di tiro tornava abbondantemente sopra il 50% (53.2%) e sotto le plance passava da 5.3 a 5.8 rimbalzi a partita. Il contributo più sensibile però “Cornbread” lo diede nella storica serie di Finale con i Lakers, in sette partite che fornirono un quadro completo non solo dell’atleta-Maxwell, ma anche dell’uomo. Grande “trash-talker”: gli errori decisivi dalla lunetta di Magic Johnson e James Worthy in gara 2 e gara 4 furono in parte “figli” delle paroline sussurrate a mezza bocca da “Max” o del fastidiosissimo segnale di “choke” col quale salutò l’occhialuto numero 42.
Grande burlone: prima di una partita si presentò con uno stetoscopio al fine di verificare chi dei suoi compagni avesse abbastanza “cuore” per ribaltare il pronostico della serie, e con questo “giochetto” spezzò la tensione dello spogliatoio. Grande campione: prima di gara 7 disse alla squadra: “Ragazzi, saltatemi in spalla e vi porterò alla terra promessa” e quindi procedette a smantellare i Lakers con 24 punti, 8 rimbalzi ed 8 assist. Era stata la settima volta in cui Boston aveva dovuto ricorrere alla “bella” in finale, ed il bilancio di 7 vittorie e nessuna sconfitta proiettò definitivamente Cedric nella leggenda biancoverde: eppure, ironia della sorte, lui, MVP delle "Finals" e due volte campione NBA da protagonista, non fu mai convocato per un All Star Game, a dimostrazione che giocare al fianco di tanti Hall of Famer porta all’inevitabile sottovalutazione di quelli che sembrano – sottolineo, “sembrano” – dei comprimari. Ma torniamo alla storia di Maxwell, perché subito dopo il trionfo del 1984 cominciarono le dolenti note. I primi attriti con Auerbach sorsero sul rinnovo di contratto, e poi una volta appianata la faccenda in termini giustamente lucrosi per il giocatore (800,000 dollari a stagione), ecco che “Cornbread” ebbe la bella pensata di fingere di tirarsi indietro.
“Ho avuto il mio contratto, adesso tocca a voi, ragazzi”: parole dette per scherzo, ma che un atleta dell’intensità di Bird non poteva accettare, e delle quali un manager scaltro come "Red" non poteva non venire a conoscenza. Prima di una gara con Cleveland arrivò in spogliatoio ed annunciò “Stasera ve la cavate da soli, io mi spreco solo con le squadre forti”. E’ chiaro che quando si procurò un infortunio al ginocchio sinistro furono in molti ad interrogarsi sulla sua reale entità. Dopo l’intervento in artroscopia effettuato dal dottor Robert Leach a febbraio l’atleta fece fatica a riprendersi e ci vollero oltre tre mesi per recuperare una forma fisica decente quando per lo stesso tipo d’infortunio il Nugget Lafayette “Fat” Lever aveva impiegato 13 giorni per rientrare ed aveva segnato 22 punti ai Lakers. Cedric tornò in campo dopo 25 partite di stop ma, sovrappeso, arrancò per tutta la durata dei playoffs e nella Finale con Los Angeles fu praticamente un fantasma. La misura era già colma, e quando Auerbach gli chiese di presentarsi al training camp delle matricole per verificare le sue condizioni fisiche il giocatore orgogliosamente rifiutò. Era un veterano ed MVP di una Finale, dopo tutto! Mandò a dire al suo agente Ron Grinker che non poteva partecipare al “camp” in quanto doveva sorvegliare i lavori di costruzione della sua nuova casa, al che il Patriarca biancoverde sbottò: “Quella casa la costruisce coi soldi che ha preso da noi”! Nel frattempo Bill Walton, centro dei Clippers, si propose ai Celtics; "Red" chiese a Larry Bird cosa ne pensasse di una trade Maxwell-per-Walton e il capitano – anche lui stanco degli atteggiamenti di “Cornbread” - rispose “falla subito”.
Ed improvvisamente la storia di “Max” a Boston era finita. Anche se ebbe ancora sprazzi di classe, in tre anni passati tra Clippers e Rockets non riuscì però mai a tornare ai livelli precedenti, ed il declino si interruppe alla fine del campionato 1988 quando non trovò più un contratto NBA. Provò senza fortuna anche l’avventura italiana e poi per qualche anno – a dirla con le sue parole “cercò di ritrovarsi” scrivendo piece teatrali per Broadway. Quando nel 1995 gli venne offerto di commentare le partite del Trifoglio per la stazione locale “AM 1510 the Zone” a fianco dell’analista Sean Grande accettò di buon grado: dentro era sempre un Celtic, e non vedeva l’ora di “tornare in famiglia”. Al microfono assieme a Grande, da ormai 15 anni abbondanti cerca di emulare Johnny Most con risultati contraddittori. Se la sua intelligenza e conoscenza del gioco sono innegabili, è altrettanto vero che in alcune occasioni ha oltrepassato il limite. Come quando nel 2007 dopo un paio di “fischi stonati” consigliò all’arbitro Violet Palmer di andare in cucina a preparargli un paio di uova al bacon.
Allo stesso tempo il suo simpatico modo di salutare una giocata importante (il “quack quack quack” che si riferisce al fatto che il segnale dell’emittente viene indirizzato verso l’Oceano Atlantico, e scherzosamente si dice venga ascoltato solo da anatre ed altri uccelli marini) ed in generale di catturare l’attenzione dei tifosi sono “asset” che gli hanno assicurato un vasto seguito ed una lunga militanza in radio. Dai microfoni a bordo campo col passare del tempo si riavvicinò ad Auerbach, che pochi anni prima di morire riabbracciò il “figliol prodigo” concedendogli il 15 dicembre 2003 il meritato onore di vedere il numero 31 appeso alle volte del TD Garden. “A volte si commettono degli errori, ma ti perdono” gli disse il Patriarca mentre gli dava dei buffetti (casuali? Conoscendo “Red”, la risposta è facile) sul famoso ginocchio infortunato. Cedric al “ti perdono”, si domandò chi avesse mandato via chi, però ai giornalisti dichiarò: “Il padre non dovrebbe mai scusarsi col figlio, e Red per noi è un padre”.
Per converso, fu il rapporto con un altro grande Celtic a venir guastato dal tempo: oggi non c’è molta simpatia tra lui e Larry Bird. Ferito dai commenti di “Legend” che nella sua biografia ipotizzava una sua mancanza di impegno nell’ultimo anno di corsa con Boston, "Max" ha risposto affermando (provocatoriamente) che Dirk Nowitzki è migliore del “Contadino di French Lick”. Questa “escalation” ha portato una pesante accusa di Bird nel recente libro “When The Game Was Ours”: “Cedric Maxwell, una volta ottenuto il rinnovo di contratto ci ha mollato”, ma questa volta “Cornbread” ha risposto ricordando che anche Larry era responsabile per un titolo gettato alle ortiche, quello segnato dalla rissa del bar “Chelsea’s” che nel 1985 procurò al numero 33 un infortunio esiziale per le sorti dei biancoverdi in quei playoffs, quelli della rivincita dei Lakers.
Ma al di là di queste diatribe, Cedric è stato protagonista di così tanti momenti da leggenda che è impossibile non inserirlo nell’empireo dei migliori. E di quella leggenda fanno parte anche tutti gli aspetti del suo carattere tipici del “Pride”: la sua tranquilla accettazione di un ruolo di comprimario per il bene della squadra mista alla consapevolezza di essere una stella e ad essere pronto a giocare nelle gare che contavano. Il senso della realtà ed un istinto naturale nello sdrammatizzare i momenti di tensione per mezzo dello scherzo o della battuta. E, in campo, una feroce voglia di vincere, un amore per la competizione che andava oltre il basket giocato sconfinando nel trash talk, nell’azzeramento dell’avversario non solo dal punto di vista sportivo, ma anche da quello psicologico. Eppure, una volta finita la partita, tutto svaniva grazia alla sua capacità di staccarsi dal “business” NBA e di vivere il momento. Non per niente ha passato il suo anello di campione 1984 – il suo titolo preferito – al museo del basket del North Carolina, dichiarando: “Per me quel simbolo non è così importante. Puoi sempre perdere un anello, ma non puoi perdere il titolo di campione NBA. E’ più importante esser stato parte di una fratellanza coi miei compagni ed aver condiviso con loro la consapevolezza di essere i più forti al mondo. Quegli aspetti, per me, sono ancor oggi molto più importanti di un anello”.





Commenti
In ogni caso lui per me incarna le radici del mio tifo per i Celtics perchè era il veterano della squadra per cui avevo da poco iniziato ad appassionarmi.
Ricordava meno bene come fosse finita la sua avventura bostoniana, ma adesso, grazie a Fabio, ho rimediato.
Non sapevo del suo addio un po' burrascoso e della polemica con Bird e grazie a questo stupendo articolo di Fabio colmo anche questa lacuna! Peccato per i dissapore con Bird ma se e' stato perdonato da Red magari in seguito anche con Legend potra' tornare la pace
Beh, la foto da giovane non rende giustizia a questo senso estetico, però è sicuramente questione di gusti!
Fa parte di quel tipo di giocatori diffusi soprattutto negli anni '80, alti come un'ala piccola o una guardia alta ma che giocavano da 4 con molta tecnica vicino a canestro e poco tiro da fuori (tipo Dantley, King, Aguirre).
P.S. Le foto sono eccezionali....
Cal
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