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La Storia dei Celtics
Nate "Tiny" Archibald rappresenta una sorta di eccezione in questa lunga carrellata di biografie eccellenti: non si tratta infatti di un Celtic "a vita" o quasi come furono Russell, Sam Jones, Havlicek, Jo Jo White, Cowens e gli altri campioni dei quali abbiamo descritto le gesta sinora.
Dei quattordici, onorati anni di carriera tra i parquet americani ne ha passati solo 5 calcando quello incrociato del Garden, ma è indubbio che abbia costituito l'ossatura di quella squadra "di transizione" tra i gloriosi anni 70 e gli ancor più gloriosi '80 contribuendo assieme a Maxwell e a un giovanissimo Bird alla conquista di un titolo NBA e spianando la strada alla terza dinastia biancoverde che sarebbe esplosa immediatamente dopo la sua partenza dalla Beantown.
Ma la palla a spicchi potrebbe non bastare: Nate è gracilino, piccoletto e nonostante il talento anche quella strada non appare propriamente in discesa, specie nel momento in cui il coach di DeWitt lo taglia durante l'anno da sophomore. Durante il periodo passato senza giocare a pallacanestro và molto vicino ad abbandonare la scuola e a dare un calcio al proprio futuro. A toglierlo definitivamente dalle insidie della strada ci pensa uno di quei personaggi che sembrano materializzarsi come inviati da un'entità superiore per "salvare" coloro i quali hanno una missione da compiere: Floyd Layne, ex capione NCAA al City College di Manhattan a cavallo tra gli anni '40 e '50 e che in seguito ne sarebbe diventato Head Coach, lo vede evoluire al campetto e si rende conto di quale sia il potenziale che nasconde; prende il ragazzo sotto la sua ala, lo convince a riprendere a tempo pieno gli studi e senza porre tempo in mezzo prega l'ex allenatore del ragazzo a riprenderlo a bordo per l'anno da Junior.
Archibald da quel momento cambia completamente registro diventando non solo il capitano e faro della squadra (venendo nominato anche "All City Selection" nel 1966) ma anche un volenteroso studente che si aplica ferocemente per colmare le molte lacune accademiche, il maggior ostacolo per ottenere l'ammissione a una buona università. Il cammino non è facile, ma intanto riesce a guadagnarsi un biglietto per il piccolo"Arizona Western College", ambiente tranquillo e famigliare. E' un anno di limbo che Archibald ricorda con affetto durante il quale guida la squadra a un record di 35-1 continuando furiosamente ad immergersi nei libri fino a guadagnarsi la fiducia di UTEP (University of Texas at El Paso), la ex Texas Western che due anni prima, nel 1966, si era ritagliata un posto nella storia conquistando il titolo NCAA con un quintetto composto esclusivamente da atleti neri.
Archibald, dal 1967 al 1970 è protagonista di tre stagioni di altissimo livello: da freshman scavalla abbondantemente i 15 punti a gara e nei due anni successivi arriva rispettivamente a 22.4 e 21.4, con percentuali di realizzazione superiori al 50%, inusuali per una guardia. E' un ottimo passatore e un buon tiratore, ma ciò che fa realmente la differenza è un primo passo micidiale e una incredibile velocità che lo rende virtualmente inarrestabile in campo aperto.
Si arriva così alle porte del mondo dei "grandi". E' il 1970 e nel periodo che precede il draft le partite di esibizione tra i migliori prospetti del College si sprecano: capita che alle Hawaii, all' Aloha Classic, dopo aver segnato la bellezza di 51 punti venga avvicinato da un ex giocatore di 42 anni che si era costruito una "discreta" carriera in NBA. Stiamo parlando di Bob Cousy, leggendario funambolo in grado di cambiare le regole del ruolo di playmaker all'inizio degli anni '50. Questi, al secondo anno da allenatore ai Cincinnati Royals deve cercare un sostituto per Oscar Robertson, appena ceduto ai Milwaukee Bucks e intravvede nel gioiellino di UTEP un' occasione da cogliere. Tra i due nasce subito una certa sintonia, un mutuo rispetto e la cosa è comprensibilissima: stesso ruolo, stesso fisico esile, entrambi dotati di talento da vendere, entrambi, ancora, provenienti da sobborghi disagiati (Queens l'uno, Bronx, come abbiamo visto, l'altro).
Il parco giocatori in attesa della scelta è imponente e Pete Maravich, Bob Lanier, Dave Cowens, Rudy Tomjanovich, Calvin Murphy, Sam Lacey (che sarà la prima scelta dei Royals) sono solo le punte di diamante di un draft profondo come pochi. Archibald scivola molto in basso, è bravo, daccordo, ma è un 6-1 ed è un fuscello: sarà in grado di sopportare le sportellate del campionato più difficile del mondo?
Alla diciassette i Knicks vanno su Mark Price, alla diciotto San Diego si approprioa di Calvin Murphy...finalmente alla diciannove proprio Cousy rompe gli indugi e se lo aggiudica. Per la verità e per completezza di informazione giova ricordare che anche i Texas Chaparrals, sponda ABA si accorgono di lui e lo draftano. Niente da fare, Nate decide per la NBA.
I Royals in realtà non sono granchè e questo per il rookie non è necessariamente un male; a "Tiny" sono subito elargiti molti minuti, anche perchè Flynn Robinson, guardia titolare viene repentinamente ceduto a causa di una disputa contrattuale. "Cooz" ci crede e gli dà in mano le chiavi della squadra: "Questo è il tuo team, guidalo". Segna in transizione, fai correre i ragazzi su e giù per il campo". Non solo, con sensibilità e dall'alto della sua enorme esperienza gli insegna come diventare un playmaker "vero", come incanalare la sua naturale irrequietezza di "animale da playground", fino ad arivare a una previsione più da veggente che da allenatore, che diventerà attualissima dieci anni dopo, ai tempi dell'esperienza con il Trifoglio: "Un giorno cambierai il tuo modo di giocare. Diventerai un "quarterback" e non più un realizzatore".
Come risultato, pur in una stagione ben sotto al 50% di vittorie riesce a racimolare cifre notevoli per un novellino: 16 punti (terzo nella squadra) e 5.5 assist a partita. Tuttavia non convince appieno: nonostante la “cura Cousy” difende a sprazzi, tiene troppo palla e di conseguenza ne perde in quantità industriale.
Questi difetti si ripropongono anche all' inizio dell'anno successivo (1971/72), tanto che la dirigenza di Cincinnati pensa di scambiarlo per ottenere un lungo. Dopo qualche tentennamento a partire è Norm Van Lier in direzione Chicago mentre a fare il percorso inverso è il 6-10 Jim Fox.
Mai scelta fu più azzeccata, perchè Nate dopo una pur solida prima parte di stagione esplode letteralmente dopo la pausa dell' All Star Game innalzando esponenzialmente la propria media realizzativa e portandola fino alla ragguardevole cifra di 28.2 con 9.2 assist, il che non guasta. I numeri sono inequivocabili e l'ex "scugnizzo" si merita così anche la prima onorificenza in carriera, l'inclusione nel secondo quintetto NBA.
Ancora una volta i Royals terminano la stagione regolare con un record poco più che fallimentare (30-52) e, ciò che è peggio, con il minor numero di spettatori paganti dell'intero panorama. Suona così la campana a morto per la franchigia di Cincinnati che, nella maniera squisitamente americana si trasferisce a Sacramanto-Omaha assumendo il nome a noi più familiare di "Kings". Ed è proprio all'esordio con la nuova maglia che và in scena il capolavoro di Archibald: la sua leadership non è più in discussione anche perchè, nel mese di Gennaio l'altra punta di diamente Tom Van Arsdale saluta la compagnia in direzione Philadelphia."Tiny" a 24 anni riceve così il “bastone del comando”. Pur a margine di un'altra stagione perdente scrive un record tuttora imbattuto, diventando l'unico giocatore a primeggiare sia nella classifica dei punti segnati che in quella degli assist (34 e 11.2). Non solo: partecipa al primo All Star Game e, seppure con il suo "West" sconfitto di 20 punti risulta il miglior marcatore di squadra. L' inclusione nel primo quintetto è scontata e in una corsa "stellare" al titolo di MVP stagionale riesce a precedere fenomeni come Chamberlain, Havlicek, West e Frazier, arrendendosi con l'onore delle armi solo a Cowens e Jabbar, due "mostri sacri".
Nel frattempo continua ad occuparsi dei suoi fratelli, da buon capofamiglia. La vita per loro non ha riservato onore e gloria: furti, droga...Nate ne ospita due a casa propria per toglierli dalle strade del Bronx ed evitare guai peggiori e ne salva un terzo inserendolo in un programma di recupero per tossicodipendenti.
Guai famigliari a parte, anche la vita da cestista nel Missouri non è certo rose e fiori: nel 1974, durante l'ennesima stagione tribolata (Cousy viene allontanato dopo 22 partite per essere sostituito prima da Draff Young e poi da Phil Johnson) il suo tendine d' Achille "salta" costringendolo ad un lungo stop. Nel biennio successivo ottiene alcuni riconoscimenti personali (primo quintetto nel 1975 e 1976, con relative convocazioni alla "Partita delle Stelle"), ma la squadra riesce a raggiungere i playoffs una sola volta, nel 1975, nell' occasione del primo bilancio vincente dalla metà degli anni '60, uscendo peraltro al primo turno.
Passa il tempo, ma le cose non migliorano, anzi precipitano decisamente, fino a far temere se non un prematuro ritiro, almeno un brusco ridimensionamento delle ambizioni del giocatore. Ma andiamo con ordine: il 10 Settembre del 1976 i New York Nets, appena aggregatisi alla NBA dopo lo “shut down” dell' ABA, si assicurano i suoi servigi. Lui è soddisfatto della scelta: compra a sua madre una casa vicino al Nassau Coliseum in modo che lei lo possa seguire da vicino, ed è felice di poter giocare con Julius Erving con il quale potrebbe formare un'accoppiata decisamente accattivante. Purtroppo la Dea Bendata non deve avere troppo in simpatia il piccolo Newyorchese perchè non solo Doctor J viene celermente ceduto ai Sixers ma dopo 34 partite Nate si infortuna gravemente ad un piede, chiamandosi fuori per il resto della stagione. Ci sarebbe già di che disperarsi ma purtroppo non è finita qui...sbolognato ai Buffalo Braves, durante la preseason 1977/78 riesce a fare addirittura di peggio:ancora il tendine d' Achille lo tradisce e il prezzo da pagare è immane, un intero campionato di stop.
I bei tempi sembrano irrimediabilmente andati: trentenne, nemmeno mezzo torneo giocato negli ultimi due anni, le caviglie martoriate, una fama di "perdente di lusso" con sei misere partite di playoffs giocate in carriera...per la maggior parte dei professionisti sarebbe un vicolo cieco. Ma la Provvidenza può assumere molte forme, anche quelle di uno sbilenco owner dal Kentucky, quel John Y. Brown, in coppia con Harry Mangurian protagonista dello storico scambio di franchigie con George Levin: questi si prende i Braves e li risistema a Los Angeles dando vita ai Clippers, il primo fà il percorso inverso insediandosi a Boston e portando in dote Archibald, "Bad News" Barnes e Billy Knight. E' un anno tragico, vissuto tra la spocchia di Brown che vuole fare il "padrone" entrando più volte in rotta di collisione con Auerbach e uno spogliatoio disunito come non mai; il risultato? Un calvario da 29 vittorie e 53 sconfitte, nel quale anche “Tiny” è colpevole: presentatosi al training demotivato e con 10 Kg di troppo trova anche il modo di battibeccare con coach Cowens perchè lo fà giocare troppo poco. La buona notizia è che presenzia a 69 partite senza subire infortuni, anche se l'approccio difficile con Auerbach e con i Celtics e un contratto decisamente “pesante” sembrano rendere il suo futuro piuttosto nebuloso.
Ci vorrebbe un miracolo e il miracolo puntualmente arriva: si presenta tirato a lucido al training camp del 1979 che in casa Celtics presenta molte e succose novità: innanzitutto in panchina c'è Bill Fitch, l'uomo che vorreste avere per risolvere i problemi di uno spogliatoio difficile, anche se buona parte dei piantagrane dell'anno precedente (Barnes, lo stesso Jo Jo White che ebbe più volte a lamentarsi) e dei "colpi di testa" di Brown (McAdoo) ora dimorano altrove. Di più, lo stesso Brown toglie l'incomodo lasciando campo libero al più lungimirante Mangurian, fatto che contribuisce ulteriormente al decisivo cambio di mentalità della squadra. In ultimo, tutto è pronto per l'esordio di un certo Larry Joe Bird dall' Indiana.
Per Archibald inizia una seconda vita sportiva: non gli viene chiesto di essere il realizzatore principe di quella squadra come accadeva ai tempi di Kansas City (a prendersi la maggior parte dei tiri ci pensano Bird e Cowens) e lui si trasforma nel metronomo capace di dettare i ritmi di gioco e di distribuire assist con continuità, a confermare quella metamorfosi mirabilmente preconizzata da Cousy dieci anni prima. Quell'anno ne distribuisce più di 8 a partita, mentre la media punti è appena superiore a 14, lontana anni luce dai 20 abbondanti dei tempi andati.
Tuttavia recita un ruolo chiave e lo recita più che bene, tanto da venir convocato nuovamente per l' All Star Game; non solo, dopo il record stellare di 61 vittorie e 21 sconfitte qualcuno si ricorda di lui anche in sede di votazione dell' MVP stagionale, sia pure a distanza siderale dal dominatore Kareem Abdul Jabbar che si aggiudica quasi il 70% delle preferenze. Purtroppo la squadra si deve arrendere ai Sixers in Finale di Conference ma per "Tiny" la luce si riaccende definitivamente, anzi, splende come non mai nell'anno di grazia 1981 quando gli arrivi di Robert Parish e Kevin McHale trasformano una compagine già forte in una corazzata: d'altra parte il quintetto Parish, Bird, Maxwell, Ford, Archibald con McHale sesto uomo alle orecchie della generazione degli odierni tifosi quarantenni del Trifoglio suona molto come il "primo amore".
Ancora una volta Boston imbastisce una regular season sontuosa, finendo davanti agli storici rivali di Philadelphia solo al photofinish e ancora una volta Nate copre mirabilmente il ruolo di veterano: il fisico non gli consente più quelle scorribande furibonde degli albori ma il colpo d'occhio è sempre fenomenale e le mani di velluto ("Nessuno mi dà la palla al posto giusto nel momento giusto come Nate" dirà Bird alla fine di quel campionato trionfale).
A Richfield, Ohio, il 1 Febbraio 1981 và in scena l' All Star Game e non solo viene doverosamente convocato, ma incanta il pubblico con 9 assists, uno più bello dell'altro che, assieme ai 9 punti segnati con 4/7 dal campo gli valgono il primo e unico trofeo di MVP della manifestazione. Ma non è tutto, dopo 5 anni ritorna a presenziare in uno dei migliori quintetti della lega (il secondo) e, cosa più importante, dopo la storica e furibonda rimonta ai danni dei Sixers di Julius Erving in finale di Conference riesce finalmente a coronare il sogno di una vita quando Boston sconfigge i Rockets in 6 gare tornando sul tetto del mondo. "Il titolo NBA: è quello l'obbiettivo per ogni giocatore. Senza, le statistiche personali non contano nulla" dirà in seguito. Ed in effetti ancora una volta i freddi numeri non sono nemmeno comparabili con quelli degli esordi: tuttavia tra Regular Season e playoffs gioca 97 partite su 99 rimanendo in campo per una media di 36 minuti ad allacciata di scarpe con più di 14 punti segnati e 7 assist. Non male per quell' omino fuori forma e dal futuro incerto che si era presentato al training camp del Trifoglio solo due anni e mezzo prima.
Rimane ai Celtics ancora per due stagioni con minutaggi che, comprensibilmente, si contraggono in maniera sensibile: c'è ancora spazio per presenziare al sesto e ultimo All Star Game di una carriera che si avvicina serenamente alla conclusione e di confermarsi ancora ai vertici della classifica degli assist distribuiti con 8 a gara, il tutto nel 1981/82. L'anno successivo, nella bufera che si conclude con l'addio di Bill Fitch e lo "storico" sweep subito dai Bucks ai playoffs, parte dalla panchina pur calcando il parquet per 27 minuti abbondanti a partita.
C'è ancora spazio per un'ultima apparizione quando firma con Milwaukee come free agent. Purtroppo ancora una volta si infortuna e deve abbandonare il campo dopo 46 apparizioni in Stagione Regolare.
E' un vero peccato perchè il cammino di quei Bucks si conclude in Finale di Conference proprio contro i Celtics: sarebbe stato un bel modo di chiudere la carriera. Dopo il ritiro dal basket giocato si dedica al "mestiere" di allenatore, con due esperienze nell'ambito universitario, dapprima assistente alla "University Of Georgia", poi alla "sua" UTEP. Nel 2001 diventa il primo coach della NBDL ai Fayetteville Patriots.
Ovviamente non dimentica la sua casa, New York, dove si dedica a svariate attività per andare in soccorso dei meno fortunati: scuole di basket per ragazzi poveri, progetti per l'aiuto dei senzatetto,tanto da meritarsi il pubblico riconoscimento della Città per mezzo dell' allora sindaco David Dinkins nel 1993. Due anni prima, nel 1991, anche la NBA si ricorda di lui e lo inserisce nella Hall Of Fame.
Capofamiglia a 14 anni, adolescente problematico, studente modello, stella del College, brillante promessa, infortunato cronico, perdente, campione NBA, benefattore...in tutto questo, uno dei migliori (facciamo) 4 playmaker della sessantennale storia del Trifoglio. Dove altro si può trovare una storia del genere se non in America?





Commenti
Impressionante vedere come una carriera distrutta dagli infortuni si sia rigenerata e abbia avuto il suo apice a Boston.
Uno degli Hall of Famer che solo in parte hanno guadagnato i loro meriti da noi, ma lo ricordiamo volentieri perchè legato al ritorno della franchigia ai massmi livelli.
Rondo? Direi tecnica molto inferiore per il tiro, atleticamente diverso, ma più o meno allo stesso livello, come capacità di condurre la squadra, aspettiamo ancora qualche anno per dare un giudizio.
Esempio di come un uomo fisicamente normale (Tiny, visto dal vivo, è un molto ottimistico 1.80) potesse diventare una super stella NBA; per chi non l'avesse visto giocare era, tanto per inquadrare il giocatore, una specie di Allen Iverson con più propensione allo scarico sulle penetrazioni e ovviamente con una testa un filino diversa, tanto da consentirgli di diventare un ottimo play negli ultimi anni di carriera, pur mantenendo ancora buone medie da realizzatore.
Sull'uomo Archibald ha già detto tutto Angelo nel suo ottimo articolo.
Giocatore decisivo nei C's dei primi anni ottanta, sia quando presente sul campo sia, purtroppo, anche quando assente: il suo infortunio alla spalla prima dei play off del 1982, di fatto ci costò l'eliminazione in G.7 coi Sixers; con Tiny in campo in finale ci saremmo andati noi e poi chissà come sarebbe finita contro i californiani........
PS complimentissimi ad Angelo per l'articolo!!!
Le capacità narrative di Angelo sono risapute (così come la quantità di caratteri dei suoi articoli
Tornato dalle ferie ho dovuto "smaltire" un po' di arretrati, a lavoro e su IAAC, ma naturalmente gli articoli e i commenti del mio sito preferito sono di gran lunga più interessanti!
Un saluto a tutti,
Miri
Tutto questo per rispondere: SI E' IL CARO E INDIMENTICABILE LARRY WRIGHT (sopratutto per i tifosi della Virtus Roma
E con Google ci riusciamo tutti, Giancleto, arrivaci senza "aiuto del pubblico"... ;)
Fabio io purtroppo quegli anni non li ho vissuti quindi devo per forza aiutarmi con filmati, i vostri racconti e youtube...
Pensa che aveva ricevuto una borsa di studio da Bradley University per giocare a baseball, ma deluse sul diamante e fu una rivelazione tra i canestri, guadagnandosi la chiamata dall’NBA…
Giocò anche in Europa, ad Antibes.
ps parlare con voi di basket vale piu' di qualsiasi filmato o notizia rubata su google
pps in quei cavs giocava anche Mike Mitchell che gioco' in Italia con Brescia, Napoli e Pallacanestro Reggiana fino a piu' di 40 anni...
E poi la variabile sempre presente, quella degli infortuni: Tiny arrivò ai Celtics con l’enorme etichetta di “injury prone” ma a Boston ebbe la fortuna di non subire grosse lesioni e vincere un titolo: speriamo che questa storia sia di buon auspicio per l’imminente nuova stagione nella quale salute e fortuna saranno ancora parole chiave (penso agli O’Neals ma anche a Delonte West giusto per citare le notizie dell’ultima ora...)
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