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La Storia dei Celtics
Centro, 2 metri e 13 centimetri, 10 anni di carriera NBA, 17.7 punti, 7.7 rimbalzi, 1.6 stoppate di media per ognuna delle 705 partite giocate. Che cosa dareste per un giocatore del genere se foste un GM? Sicuramente vi privereste di un titolare, magari nemmeno del peggiore. Beh, se vi foste trovati a dirigere i Golden State Warriors nel 1980 avreste rinunciato a Kevin McHale e Robert Parish.
Ma andiamo con ordine: dopo il campionato vinto nel 1976 i Celtics avevano subito un triste ma comprensibile declino culminato nelle 29 vittorie della stagione 1978-79; poi l’arrivo di Bird e di Bill Fitch avevano dato il "la" alla rinascita: la regular season nel 1980 si era conclusa con un trionfale 61-21, inimmaginabile fino a pochi mesi prima. Purtroppo ai playoffs i sogni di gloria si erano infranti in Finale di Conference contro i più esperti Sixers guidati da Julius Erving.
Era stato un 4-1 senza storia, patito anche a causa di una netta inferiorità sotto le plance dove il malandato Cowens ed il volenteroso ma modesto Rick Robey avevano sofferto le pene dell’inferno opposti a Darrel Dawkins e Caldwell Jones. Auerbach aveva ben chiaro quali fossero i punti deboli della sua squadra e, come faceva ormai da 30 anni, si mise al lavoro. Anzi, in verità il lavoro l’aveva iniziato addirittura l’anno precedente quando aveva spedito McAdoo ai Pistons in cambio delle due prime scelte che Detroit avrebbe avuto nel 1980. Il fato ci mise lo zampino tramutando quelle pick nella 1 e nella 13: "Red" non si sedette sugli allori e 12 mesi dopo adocchiò la seconda "vittima" del suo genio, Golden State.
I Warriors, ingolositi dal GM biancoverde, cedettero ben volentieri Robert Parish (che presto sarebbe stato in scadenza di contratto) e la terza scelta per il "pacchetto Motown", ovvero la 1 e la 13 di cui sopra. Il morale della favola è tristemente noto per i tifosi della baia di San Francisco: Joe Barry Carroll (il "settepiedi" descritto nell'introduzione a questo articolo) prese la via della west coast e Kevin McHale quella di Boston, grazie anche ai Jazz che con la 2 virarono su una guardia - il peraltro meritevole Darrell Griffith - la cui maglia fu in seguito ritirata da Utah. A scanso di equivoci, Carroll non fu affatto un "pacco", ma la sua carriera fu sempre pesantemente condizionata dal confronto con le imprese del duo Parish-McHale e da un atteggiamento in campo non proprio da cane rabbioso, da cui il soprannome "Joe Barely Cares". Sporting News, nel 1989 promosse un sondaggio tra tutti gli owners dell'NBA per decretare la peggiore trade nella storia del Gioco. Per rispetto all'intelligenza dei lettori eviteremo di dichiarare chi vinse a mani basse, anche perchè nel 1989 Chris Wallace non era ancora in pista...
Per chiudere il cerchio, il 18 agosto arrivò anche la "multi-year extension" per Cedric Maxwell. Insomma, grazie al triplo salto mortale del Patriarca ora i Celtics potevano iniziare il campionato con un una squadra di assoluto livello. Squadra che non comprendeva più Dave Cowens, ultima bandiera dei tempi di Havlicek e del "Greatest Game Ever" che prima di un'amichevole a Terre Haute (Indiana) nell'estate del 1980 aveva annunciato il suo ritiro, conscio di aver trovato in Larry Bird un degno erede. Anche Pete Maravich, stroncato dai terribili allenamenti di Fitch, decise di appendere le scarpe al chiodo. In effetti il coach era veramente un "sergente di ferro" e le sessioni di corsa a cui sottoponeva i suoi "ragazzi" erano sfiancanti. Tra i nuovi Parish fu quello che ebbe i maggiori problemi, ma anche grazie al sangue sputato sul parquet in quei primi mesi di cura diventò uno dei lunghi più "fluidi" sui 28 metri.
L'inizio non fu certo fulminante, nonostante l'opening night dominata contro Cleveland, 130-103 al Garden con season high per le guardie titolari Carr e Henderson che misero a segno 25 e 19 punti rispettivamente. Le successive cinque gare videro solo due affermazioni e, come se non bastasse, il 25 ottobre a Washington, Carr si procurò una frattura al qunto metatarso del piede destro e si chiamò fuori per tre mesi abbondanti. Fitch cambiò in corsa gli esterni e da quel momento nello starting five entrò la coppia Ford-Archibald che non si sarebbe più sciolta nel prosieguo della stagione. Comunque, quando il 7 dicembre i biancoverdi vennero sconfitti dai Bullets il record recitava 18-8, bene ma non abbastanza per tenere il passo degli scatenati Sixers che veleggiavano a 25 vittorie e 4 sconfitte.
Ci voleva qualcosa che desse la scossa e quel qualcosa i Celtics ce l'avevano in casa, era biondo e indossava la casacca numero 33. Con il freddo dell'inverno imminente Bird prese letteralmente fuoco e con prestazioni clamorose guidò i suoi a una serie vincente di 12 incontri, interrotta, ironia della sorte, proprio da Joe Barry Carroll e dai Warriors, l'unica occasione (in 897 gare di regular season) in cui "Legend" uscì dal campo senza aver timbrato nemmeno un canestro. Riposo persino auspicabile per chi aveva piazzato a ripetizione abbondanti doppie doppie per punti e rimbalzi come il 30+20 a Chicago, il 21+20 a Cleveland e il 28+20 in diretta natalizia dal Madison Square Garden. La battuta d'arresto di cui sopra fu solo l'eccezione, non certo la regola e da quel giorno Boston realizzò un'altro filotto di 13 affermazioni consecutive. Anche la pausa per l'All Star Game portò buone nuove a Beantown: Il primo febbraio andò in scena, per l’appunto, la partita delle stelle, in cui Nate "Tiny" Archibald - partito dalla panchina - venne nominato MVP contribuendo a portare l'Est alla vittoria per 123-120.
Alla ripresa delle ostilità i Celtics non persero il piglio del conquistatore e continuarono la marcia di avvicinamento al vertice della Conference. Larry Bird non sbagliava un colpo e nella seconda partita della più lunga trasferta ad Ovest (sette gare dal 10 al 21 febbraio), contribuì in maniera decisiva a sbancare il Forum (105-91) sbattendo in faccia ai Lakers 36 punti, frutto di un 16 su 25 al tiro con 21 rimbalzi, 6 assist, 5 rubate e 3 stoppate...e tutto questo in back to back, dopo 50 minuti in campo nella sconfitta a Seattle di 24 ore prima in cui si fermò a 23, con 17 carambole, 8 passaggi vincenti e 4 steals. Jerry West, non proprio l'ultimo arrivato, dichiarò a proposito del biondo da French Lick: "Non mi impressionarono tanto le sue cifre, quella sera, quanto il fatto che capiva prima degli altri ciò che sarebbe accaduto in campo". E non solo, aveva anche una discreta cattiveria, come dimostrò la scazzottata con Allan Bristow degli Utah Jazz che gli costò anche una squalifica. All'inizio di marzo il distacco da Philadelphia era ormai solo di 1.5 partite e le buone notizie non erano finite: il 12 Archibald firmò il prolungamento di contratto e il 19 Harry T. Mangurian Jr, l'allora owner dichiarò che Red Auerbach aveva deciso di legarsi a vita con il Trifoglio (e come poteva essere altrimenti?).
Il 22 del mese il primo tentativo di sorpasso andò a vuoto, con i Sixers a respingere l'invasore tra le sicure mura dello Spectrum: fu un 126-94 che non ammetteva repliche. Ma non era ancora finita: tre giorni dopo durante una tiratissima contesa al Madison Square Garden Parish salvò baracca e burattini con una mostruosa prestazione da 26 punti e 6 stoppate, tra le quali quella a 14 secondi dalla fine che rispedì al mittente la tripla della possibile vittoria e che inchiodò il finale sul 118-116.
Un calendario maligno e poco rispettoso delle coronarie dei tifosi fece in modo che il 29 marzo andasse in scena lo spareggio per il predominio ad Est: a Boston sarebbero scese in campo le due corazzate. La classifica diceva 62-19 per gli ospiti, 61-20 per i padroni di casa che potevano vantare però un bilancio più favorevole con i coinquilini della Atlantic Division; ciò significava che, in caso di record speculare, i Celtics avrebbero avuto il numero 1 in postseason e la settima gara in casa nella probabile eventualità che le due squadre si fossero incontrate in Finale di Conference.
La chiave sarebbe stata cercare di controllare Julius Erving e imporre un ritmo controllato, perchè in 22 occasioni i biancoverdi aveva tenuto l'avversario di turno sotto i 100 quell'anno, e aveva sempre vinto: quella sera le cose andarono a meraviglia, la squadra girò come un orologio e Maxwell marcò il leader avversario in maniera perfetta, limitandolo a 19 punti; Larry e Parish ne misero 24 a testa e il 98-94 significò sorpasso al fotofinish in vetta al “seeding”. Non furono troppe le soddisfazioni in "casa Fitch" all'atto delle rituali premiazioni di fine regular season: solo Bird, in abbondante doppia cifra di media con 21.2 punti e 10.9 rimbalzi, fu inserito nel primo quintetto e Archibald dovette accontentarsi del secondo, mentre McHale fu doverosamente incluso tra i cinque migliori rookie (anche Joe "Barely Cares" Carroll, per completezza di informazione). Parish iniziò ad instillare qualche dubbio nella dirigenza di Golden State (e più di qualche speranza in quella dei Celtics) con una promettentissima annata da 18.9 + 9.5 conditi da 2.6 stoppate.
Al terzo posto si qualificarono per i playoffs i tosti Bucks di coach Don Nelson, peraltro vincendo ben 60 partite: formazione capace di piazzare ben nove uomini in doppia cifra, con tanti giocatori di talento a cominciare da Marques Johnson, ala piccola e attaccante sopraffino, prima opzione offensiva in grado di scollinare agevolmente quota 20. Nella posizione di centro giganteggiava il "vecchio" Bob Lanier, 32 anni dei quali 11 passati a guerreggiare con Chamberlain, Kareem, Willis Reed, Cowens e Walton: fu un grande dal gioco completo, gancio mortifero, solido tiro da fuori e innate capacità di rimbalzista. Chiudeva il cerchio Sidney Moncrief, all-around player d'eccezione, brevilinea guardia capace di tirare da fuori, schiacciare in faccia a avversari che lo superavano di una spanna ma, soprattutto, eccellente difensore.
Di seguito si piazzarono i Knicks (50 vinte e 32 perse), solida e giovane compagine a partire dal centro sophomore Michael Cartwright che in seguito avrebbe militato anche negli stellari Bulls di Jordan. Ad Ovest la spuntarono i Suns trainati dal fosforo di Dennis Johnson e dalla carica di Leonard "Truck" Robinson, corpo da ala grande e mobilità da ala piccola condite da un piazzato al bacio, senza dimenticare Walter Davis, "The Man with the velvet touch", da molti considerato come il miglior tiratore nella storia di Phoenix. Detto degli Spurs, aiutati dalla solita stagione-monstre di George Gervin (27 punti abbondanti di media) e ottimi secondi, passiamo ai Lakers, campioni in carica e quindi da annoverarsi tra i logici favoriti per la posta in palio, senonchè "Magic" Johnson fu costretto ai box per buona parte della regular season da un brutto infortunio al ginocchio sinistro. Nonostante la presenza di Kareem e di un ispiratissimo Jamaal Wilkes i gialloviola dovettero accontentarsi della terza moneta con 54 vinte e 28 perse.
Ma veniamo ai playoffs che videro i Celtics accomodarsi nella metaforica poltrona per aspettare la vincente di Bulls-Knicks, con i secondi logici favoriti: purtroppo per New York la logica in una serie di postseason non è sempre regina; a ciò si aggiunga che Chicago, allenata da Jerry Sloan, era in piena salute avendo concluso la stagione regolare vincendo 13 degli ultimi 15 incontri. Fu così che al Madison i padroni di casa dovettero cedere le armi (80-90) e le cose non andarono meglio nel "ritorno": all'overtime il risultato (115-114) fu il medesimo. New York fuori, i "tori" ad affrontare Boston, con quest'ultima nel ruolo della logica favorita: i Bulls (guidati dal gigante Artis Gilmore, 2 metri e 18 centimetri di pura intimidazione), infatti, non sembravano avere le armi per controbattere allo straordinario talento di Bird, Parish e soci: in effetti la sfida non iniziò nemmeno: le prime due partite al Garden furono facilmente controllate dai biancoverdi che si imposero in maniera piuttosto eloquente 121-109 e 106-97, nè le cose cambiarono nella Città Ventosa dove fu perfezionato lo sweep: 113-107 e 109-103.
In finale di Conference, nemmeno a dirlo, giunsero anche gli arcirivali Sixers. Questi in realtà furono costretti a sudare le proverbiali sette camicie per liberarsi dei rognosissimi Bucks e prevalsero solo in Gara 7 allo Spectrum con un risicatissimo 99-98. A dare ulteriore pepe all'imminente battaglia ci si misero anche le "big" dell'Ovest, che caddero ad una ad una come birilli lasciando "in piedi" due improbabili outsiders, entrambe reduci da un record inferiore al 50%: i Kansas City Kings e gli Houston Rockets. Appariva quindi evidente che chi fosse uscito vincitore ad Est avrebbe avuto tutte le carte in regola per aggiudicarsi l'intera posta. Il pronostico era incertissimo perchè gli uomini di coach Billy Cunningham erano ossi duri: oltre al debordante talento di Julius Erving, nominato MVP della lega, c'erano il cervello e le mani velocissime di Maurice Cheeks, la potenza di "Chocolate Thunder" Darryl Dawkins (ebbe una serie di soprannomi curiosi per la singolare abilità nel frantumare il cristallo dei canestri), più tanti comprimari di ottimo livello come i solidi Caldwell e Bobby Jones o il rookie di belle speranze Andrew Toney.
In Gara 1, al Garden, Philadelphia partì subito in quarta tenendo a distanza gli avversari. I Celtics provarono l'aggancio a più riprese e negli ultimi 3 minuti sfiorarono il miracolo recuperando 9 lunghezze: grazie a due liberi di un sempre straordinario Bird (33 per lui quella sera),a 4 secondi dalla conclusione misero la testa avanti, 104-103. Sembrava fatta, ma Maxwell commise una grossa ingenuità: fallo su Toney quando il cronometro segnava -2". Purtroppo per i tifosi del Trifoglio la mano del ragazzo non tremò e il 105-104 conseguente fu il risultato definitivo. L'avventura iniziava maluccio e diventava imperativo violare il palazzetto avversario, l'arena in cui Boston aveva perso gli ultimi 9 scontri diretti dando vita a quella che era stata definita "La maledizione dello Spectrum". Prima però bisognava salvare il salvabile impedendo ai Sixers di volare verso la Città dell'Amore Fraterno sulla scorta di un troppo rassicurante 2-0. Ancora Larry si prese sulle spalle la squadra (34 "confetti", dei quali 23 nel solo primo tempo, cui aggiunse 16 rimbalzi), traghettandola verso un tranquillo 118-99. Il terzo capitolo non fu a lieto fine: i biancoverdi partirono di nuovo ad handicap, passando quasi tutta la partita all'infruttuosa ricerca dell'aggancio. Cunningham riuscì ad imbrigliare Fitch mettendo Julius Erving su Bird, fino ad allora "curato" da Bobby Jones. I risultati furono incoraggianti, con il 33 tenuto a 22 punti. Parish incorse nella più classica delle giornate no sparacchiando un orripilante 1/14: il finale fu 110-100 per i Phila che ora aveva la possibilità di giocarsi un mezzo match point ancora in casa. Gara 4 fu molto combattuta e i Celtics, sotto di 2, ebbero a disposizione l'ultimo attacco per provare il sorpasso ma Jones rubò palla a 2 secondi dalla sirena che ululò impietosa a sancire il 107-105 e un 1-3 che suonava come una condanna.
Per spuntarla bisognava ripercorrere le eroiche gesta di Russell, Havlicek e Sam Jones che erano riusciti nel 1968 a rimontare un'analogo svantaggio contro Chamberlain. Il Garden era pronto ad accettare la sfida quando il 29 aprile 1981 le due compagini si ritrovarono di fronte per affrontarsi ancora: il primo tempo terminò sul 59-49 per i Sixers e le speranze di passaggio del turno scemavano di minuto in minuto, specie perchè nella ripresa le cose non sembrarono migliorare sostanzialmente anche grazie a un Andrew Toney decisamente in forma. Il rookie prese a segnare dalla distanza con continuità, aiutando Erving a tenere i padroni di casa a distanza di sicurezza: a 1'51" dalla fine si era sotto di 6 (103-109), quando Fitch decise di buttare nella mischia Carr e Anderson mettendo la sfida sul piano fisico.
In quei 111 secondi successe di tutto: prima Maxwell stoppò Toney consentendo a Archibald il canestro in transizione con il fallo subito, poi Bird rubò palla e andò a segnare su una laboriosissima rimessa degli avversari che impiegarono due timeout per riorganizzare le idee, annebbiate dal furibondo pressing biancoverde.
Morale della favola, in un amen ci si ritrovò sul 108-109 con gli ospiti in palese confusione. Ancora una rimessa, ancora una persa; questa volta il jumper di Bird finì sul ferro ma Carr levitò a rimbalzo e prese il fallo: 2 su 2 e sorpasso eseguito con quasi 30 secondi da giocare: a Phila rimaneva una possibilità. Ma i Celtics, sospinti dal frastuono inimmaginabile dei tifosi, erano ormai in piena trance agonistica e con una difesa spettacolosa costrinsero Bobby Jones a una forzatissima conclusione: l'onnipresente Carr arpionò l' "arancia" e costrinse i Sixers a intervenire in maniera irregolare per fermare il cronometro. Mancava 1 solo piccolo secondo e il giocatore, consapevolmente, segnò solo il primo libero in modo da far scorrere qualche ulteriore decimo. Per Erving e compagni non ci fu nulla da fare, finì incredibilmente 111-109. Il leprechaun era vivo.
Ora bisognava fare il lavoro sporco, violare quello Spectrum che era un tabù dal lontano 20 gennaio del 1979. Quale occasione migliore per provarci? Nuovamente i ragazzi di coach Cunningham partirono a spron battuto, nel secondo quarto il vantaggio veleggiava addiritura sui 17 punti, ridotti a 11 all'intervallo (52-41). Ci sarebbe voluto qualche espediente per stuzzicare l'orgoglio dei giocatori in biancoverde ma Auerbach, professore onorario di psicologia, non era più in panchina a motivare i suoi. Per fortuna ci pensarono gli autoctoni: durante l'intervallo sul tabellone elettronico comparve, e non una sola volta, l'invito ad acquistare i biglietti per le Finals, disponibili subito dopo la partita. A Boston non chiedevano di meglio per prendere fuoco. Il clima da "assalto alla diligenza" fu subito palpabile e il distacco iniziò a farsi sempre meno rassicurante per il bigliettaio dello Spectrum. Dopo 4 minuti, come se fosse stato necessario spargere altra benzina sull'incendio, un tifoso insultò Maxwell intento alla rimessa: Cedric si lanciò in tribuna per vendicarsi, ne nacque un parapiglia da cui gli ospiti uscirono ancor più determinati. A pochi secondi dalla sirena i Celtics si trovarono avanti di due punti (100-98): Toney decise di rischiare il tutto per tutto e partì in palleggio attaccando la difesa ma McHale non si tirò indietro e con tempismo perfetto gli rifilò una stoppata clamorosa che annichilì le speranze dei supporter di casa e riportò quasi miracolosamente la serie al Garden per l'ultimo atto, nonostante le recriminazioni di Cunningham riguardo all'arbitraggio di Jack Madden e Paul Mihalak, che definì come "il peggiore nella storia dei playoffs".
Gara 7 dunque, chiamata senza appello, dentro o fuori. Philadelphia tentò nuovamente di prendere il largo in apertura, ma Boston non perse il contatto, anche se gli ospiti rimasero in costante vantaggio. A 5'23" dalla fine si portarono sull'89-82 grazie a un layup rovesciato di Erving. Ancora una volta i biancoverdi, come se avessero avuto bisogno di trovarsi con le spalle al muro per dare il meglio, cambiarono faccia: iniziarono a difendere in maniera spettacolosa, raddoppiando sistematicamente sul portatore di palla, pressando, in una parola impedendo agli avversari di ragionare anche solo per una frazione di secondo: i Sixers, semplicemente, non segnarono più, fatto salvo un unico, piccolo tiro libero. A 2'53" dalla sirena Bird dalla linea della carità sancì il pareggio sull'89-89. L'apoteosi a un minuto dalla conclusione, quando Dawkins mandò sul ferro l'ennesimo tentativo di layup; Larry prese il rimbalzo, partì in transizione e da 17 piedi lasciò partire un jumper che si infilò dopo aver baciato il tabellone: 91-89, primo e ultimo vantaggio nella partita, quello buono. Gli ultimi 60 secondi furono di un'intensità spaventosa ma partorirono solo il mancato pareggio di Cheeks che a -27" sbagliò il primo dei due liberi che avrebbero portato la sfida in parità.
Dopo 5 anni era ancora Finale NBA. Ad attendere i Celtics c'erano i Rockets, vincitori in cinque partite dei Kansas City Kings: squadra da 40 vittorie e 42 sconfitte guidata da Moses Malone, fuoriclasse assoluto, feroce a rimbalzo, manuale vivente di gioco in post, 27.8 punti di media in Regular Season. Seconda stella a roster Calvin Murphy, minuscolo play dal ball handling proverbiale, velocissimo e tiratore sopraffino, nonostante fosse ormai nella fase discendente della sua carriera. Per il resto, la buona vena realizzativa di Robert Reid e tanti onesti comprimari. Insomma, nel complesso non una compagine da far tremare le vene e i polsi. Tuttavia, nonostante Boston fosse la chiara favorita, Houston si era meritata il rispetto di avversari e addetti ai lavori atterrando la numero 2 e la numero 3 del seeding a Ovest, ovvero Spurs e Lakers. Le Finals del 1981 iniziarono al Garden, il 5 maggio e non fu affatto un gioco da ragazzi. A risolvere una gara molto equilibrata fu il solito Bird (18 punti e 21 rimbalzi quella sera) che a 19 secondi dalla sirena arraffò un rimbalzo offensivo depositando nel canestro il 98-95. A nulla valse l'estremo tentativo di tripla con Rudy Tomjanovich: il ferro disse no.
Il ghiaccio era rotto, nonostante le difficoltà nell'affrontare una formazione tutt'altro che arrendevole, ma due giorni dopo arrivò la doccia fredda: ad "aprire l'acqua" fu Moses Malone, autore di 31 punti, coadiuvato dalla riserva Bill Willoughby che con uno spettacoloso jumper dalla linea di fondo diede il vantaggio decisivo ai suoi. Finì 92-90; occorreva una immediata replica alla Summit Arena. Replica che arrivò forte e chiara con una prestazione difensiva maiuscola dei Celtics che limitarono l'attacco Rockets a un misero 30.4% dal campo, portando nel contempo sei giocatori in doppia cifra, rispettivamente Maxwell (19), Ford (17), Henderson (12), Robey, Parish (11, per entrambi) e Archibald (10). Il 94-71 fu specchio fedele di una contesa impari. Ingoiato il boccone amaro coach Del Harris non si perse d'animo e impostò una partita tutta nervi impiegando una rotazione cortissima (solo sei elementi). Il terzo quarto fu decisivo per prendere il largo e Boston non riuscì a recuperare il distacco di 8 lunghezze (75-67) negli ultimi 12 minuti. La sirena sancì il 91-86 con cui la serie tornava in pareggio mentre Mike Dunleavy, in pratica l'unica riserva a vedere il campo, faceva la parte del leone con 28 punti. A nulla valsero i 24 di un generosissimo Maxwell.
Gara 5 si presentava come il più classico dei "pivotal games", e non fu mai in discussione: "Cornbread" partì lancia in resta e con 10 punti pesantissimi guidò i suoi a un primo quarto al fulmicotone: 34-19 e risultato messo in cassaforte. Alla fine il 31 fu dominatore incontrastato dell'incontro tirando un incredibile 10 su 13 dal campo, condito dall'8 su 10 ai liberi; la somma fa 28 a cui occorre aggiungere 15 carambole. La difesa fece il resto tenendo Houston al 35.7% per un tranquillizzante 109-80...ora i Celtics potevano andarsi a giocare il match-point in Texas. Quel 14 maggio i biancoverdi condussero per quasi tutto l'incontro e grazie ai 27 di un Bird nuovamente risoluto a guidare l'attacco si imposero per 102-91. Il titolo di MVP venne però giustamente attribuito a Cedric Maxwell, il più continuo lungo il cammino di quelle sei partite. Era il banner numero 14 ma soprattutto era l'inizio di una nuova età dell'oro, quella del numero 33 da French Lick, Indiana.





Commenti
E' chiaro che poi tutto nasce dal genio di Auerbach, la trade con cui soffio Parish e McHale ai Warriors credo possa essere definita "Greatest trade ever" parafrasando la gara del 1976. E li c'era in ballo una concentrazione di talento mai vista prima, e seppur talento in erba riuscì a vincere un titolo in maniera strameritata, andando persino a compiere una delle imprese più memorabili di sempre ossia il comeback dal 1-3 contro i Sixers, culminato con l'indimenticabile vittoria in G7 allo Spectrum di Philadelphia, il posto più ostile forse di sempre per i Celtics.
Ragazzi una frontline con Bird, McHale, Parish e Cedric Maxwell, penso non abbia avuto uguali.
Un sentito grazie ad Angelo per questo godibilissimo racconto.
Nota : per poter partecipare ai Trivia occorre essere registrati al sito, siccome saranno riconosciuti solo gli utenti registrati al momento della pubblicazione del quiz, chi intente partecipare e non è ancora registrato si affretti a farlo.
Squadra già forte, anche se con un McHale ancora con un contributo da rookie e una rivalità con i
Sixers che sarebbe durata a lungo e ci avrebbe levato molte energie negli anni.
Quanto allo scambio, beh, davvero clamoroso soprattutto in tempi nei quali, giustamente rilevava Angelo, non c'era ancora Wallace in azione: però Carroll è stato un buon giocatore nella squadra sbagliata e, magari, per lui giocare a Boston o in altri contesti diversi avrebbe cambiato molto.
Ultima nota per un M.L. Carr che ricordo a fine carriera con compiti di sveltolatore di asciugamano, tifoso e occasionale provocatore in campo: era comunque un giocatore NBA degno di rispetto che prima di arrivare a Boston viaggiava a oltre 18 di media, ma ebbe l'umiltà di capire il suo ruolo in una squadra vincente.
Una domanda agli storici: è vero che Red affermò che se nel 1980 si fosse reso eleggibile Ralph Sampson, freshman all'epoca, i Celtics non avrebbero scambiato il pick n.1 e lo avrebbero scelto?
Naturalmente, complimenti per l'articolo!!
Andrea io me lo ricordo bravo anche li, certo giocare con il 33 nei paraggi gli ha facilitato sicuramente le cose ( per non parlare degli altri 3, 32, 5, etc.).
No, Andrea, per colmo d'ironia Parish diventò un grande grazie all'allenatore che poi avrebbe quasi odiato, Bill Fitch. Era bravino, eh, che nelle selezioni americane di categoria ci stava ed anche bello comodo, negli anni alla misconosciuta Centenary. Però un po' perchè per carattere doveva essere "spinto", un po' perchè l'atmosfera ai Warriors non era delle migliori (Parish ancor oggi ricorda l'estrema arroganza con cui Rick Barry trattava tutti) a San Francisco fece... "bene ma non benissimo".
E, come forse alcuni qui già sanno, il suo mentore a Golden Stare fu tale Clifford Ray, che invece di temere che il giovane gli portasse via il posto, gli insegnò tutti i trucchi.
Grande Cliff, e che peccato che non abbia mai giocato per i Celtics... un !power forward" alla Silas, tutto difesa (dura) e rimbalzi.
Del primo titolo di Bird in casacca Celtic ho visto poco, ero troppo giovane all'epoca (bei tempi
Certo che, visto l'esito finale, verrebbe quasi da dire che si sia trattato di un titolo "deciso" da quell'ultimo vitale scontro in regular season contro Phila, per determinare il fattore campo, perchè un'eventuale gara 7 allo Spectrum sarebbe stata durissima, anche se rimontare dal 1-3 fu già di per se un'impresa pazzesca.
Poi in finale credo non ci fossero dubbi...troppo superiore Boston. I Rockets furono pure troppo bravi a vincerne due...
me lo immaginavo che fosse un giocatore "normale" ai Warriors e questo aumenta il genio della trade di Auerbach e conferma una cosa di cui abbiamo parlato tante volte: la forza e il destino di un giocatore sono determinati dalla bravura del coach che trova.
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