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La Storia dei Celtics
Quando John Y. Brown aveva venduto la sua “quota” all’altro owner Harry Mangurian, Auerbach aveva finalmente ripreso il controllo della Franchigia e poteva costruire una squadra da titolo. Venuto a sapere che Brown si sarebbe candidato alla carica di governatore del Kentucky, “Red” non risparmiò un’ultima frecciatina a chi lo aveva offeso pesantemente: “Se quelli del Kentucky non stanno attenti, Brown in un batter d’occhio gli scambierà il Kentucky Derby con la 500 Miglia di Indianapolis”!
Il Patriarca aveva poi fatto arrivare coach Bill Fitch: era un taglio netto con la tradizione che aveva sempre visto dei Celtics sulla panchina, da Russell ad Heinsohn, da Sanders a Cowens. Ma il GM bostoniano si rendeva conto che la squadra era giovane ed aveva bisogno di un coach “duro”, capace d’imporsi. La prima cosa che fece Fitch fu di andare dal leader Dave Cowens (che era stato anche allenatore nella stagione precedente) ed assicurargli che non voleva limitare la sua leadership.
Poi aveva messo le basi per un rapporto solido sia con la matricola Larry Bird (che lo avrebbe voluto al suo fianco al momento dell’inserimento nella Hall of Fame, 19 anni dopo) sia con “Tiny” Archibald, il playmaker che a causa di una serie di infortuni era risultato letargico ed insicuro. Il risultato fu una “contender” a soli tre anni dall’ultimo titolo, ennesimo miracolo di quell'incredibile conoscitore di basket di nome Arnold Auerbach.
Chi ebbe la fortuna di avventurarsi nello spogliatoio del Boston Garden e di guardare nello stipetto tra quelli dei veterani Don Chaney e Dave Cowens, quel 12 ottobre 1979 vide appesa una maglietta bianca con il numero 33, la prima assoluta di una Leggenda. Larry Joe Bird la usò per 28 minuti contro gli Houston Rockets segnando 6 dei 12 tiri tentati e due tiri liberi su due, catturando 10 rimbalzi e distribuendo 5 assist. La partita – storica anche perché Chris Ford segnò il primo tiro da tre della storia dell’NBA – fu combattuta e il Trifoglio la vinse per 114 a 106 mandando ben sei atleti in doppia cifra (Maxwell 22, Ford 17, Carr 15, Bird 14, Archibald 13, Cowens e Robey 11). "Red" gongolava: “Non abbiamo mai avuto un’ala così completa. Ha l’intensità di Havlicek, le doti di rimbalzista di Sanders e quelle di tiratore di Heinsohn, ed è anche un grande passatore. E’ già un classico Celtic”.
Oltre a Bird, la novità di quella partita era la presenza di Michael Leon Carr, l'acquisto che effettuò le giocate decisive. Nel secondo incontro Larry infilò 11 dei primi 15 tiri e Boston lasciò indietro i Cavaliers, vincendo facile per 139 a 117 con 28 punti realizzati dalla “matricola”. I Celtics partirono assicurandosi 10 delle prime 12 gare, ed il pubblico tornò ad innamorarsi delle serate al Garden: da gennaio il tutto esaurito sarebbe stato la norma. Ma anche fuori casa la sensazione-Bird richiamava pubblico pagante e 27 delle 41 partite esterne dei biancoverdi furono “sellout”. Il 4 dicembre questi visitarono lo stesso Pontiac Silverdome dove un anno prima erano stati umiliati con un terrificante 160 a 117: sotto di 15 dopo tre quarti, vennero trascinati alla rimonta da Rick Robey e si trovarono a -3 con l’ultimo pallone. Fitch cercò di sorprendere gli avversari facendo tirare da tre Cowens, ma la conclusione colpì il ferro: lestissimo, l’ex-Piston M.L.Carr strappò la palla dalle mani di Bird, uscì oltre l’arco ed infilò la tripla del pareggio. Mentre Boston chiudeva ai supplementari sul 118 a 114, anche il solitamente impassibile Archibald non potè fare a meno di gridare la sua contentezza.
L’atteggiamento del numero 33 in campo era contagioso: “Se sei libero – commentò Cowens – riceverai la palla, e questo spinge anche gli altri ad essere più altruisti”. Nel quattordicesimo incontro stagionale il “Contadino di French Lick” ottenne la sua prima “tripla doppia”: 23 punti, 19 rimbalzi, 10 assist. In gennaio proprio Cowens si infortunò ad un piede ma la riserva Rick Robey e soprattutto un Bird ispirato non fecero sentire la sua assenza, vincendo undici delle quattordici partite giocate senza il capitano. I Celtics si presentarono alla pausa per l’All Star Game con un record di 40 vittorie e 13 sconfitte e con solo Philadelphia e Los Angeles in grado di batterli per due volte. I Sixers erano alla perenne ricerca del titolo che ormai gli sfuggiva da tre anni, cioè da quando Julius Erving era arrivato con un contratto faraonico al momento della fusione con la defunta ABA. Reduci da una stagione interlocutoria in cui nei playoffs erano stati eliminati a sorpresa dai San Antonio Spurs, contavano su un forte desiderio di rivalsa oltre che su una squadra “profonda”, in grado di impiegare ben 10 atleti per 19 o più minuti a partita. La stella era ovviamente Erving (26.9 punti e 7.2 rimbalzi) ma al suo fianco evoluivano anche il centro Darryl Dawkins (14.7 punti, 8.7 rimbalzi), le ali Doug Collins (13.8 punti), Bobby Jones (13 punti e 5.6 rimbalzi) e Caldwell Jones (7.4 punti ed 11.9 rimbalzi) e i "piccoli" Maurice Cheeks (11.4 punti, 7 assist), Lionel Hollins (12.2 punti, veterano arrivato da Portland a febbraio in cambio di una prima scelta) ed Henry Bibby. I Lakers erano decisamente altrettanto “coperti”: al leader del gruppo Kareem Abdul Jabbar (24.8 punti e 10.8 rimbalzi) affiancavano un “bruiser” come Jim Chones (10.8 punti e 6.9 rimbalzi) ed un lungo tecnico come Spencer Haywood (9.7 e 4.6). In ala contavano sui 20 punti ad allacciata di scarpe di Jamaal “Silk” Wilkes e sulla duttilità del ventitreenne Michael Cooper (8.8 punti), in grado di “coprire” anche lo “spot” numero 2, mentre in cabina di regia giostrava il grande “Norm the Storm” Nixon (17.6 punti e 7.8 assist). Oh, c’era anche un’altro elemento, tale Earvin Johnson da Lansing, Michigan, capace di mettere assieme 18 punti, 7.7 rimbalzi e 7.3 assist nell’anno da matricola. Sulla carta l’organico dei Celtics era leggermente inferiore. Nate Archibald (14.1 punti e 8.4 assist, secondo nella Lega) e Ford (11.2 punti) in guardia, Bird e Maxwell (16.9 punti e 8.8 rimbalzi) in ala, Cowens (14.2 punti e 8.1 rimbalzi) sotto canestro. Dalla panchina intervenivano Rick Robey (11.5 punti e 6.5 “carambole”), M.L. Carr (11.1 punti) e Gerald Henderson (6.2 punti). Una compagine solida e compatta che però mancava di qualche centimetro.
Nel tentativo di rafforzare il “roster” Auerbach a fine gennaio aveva messo sotto contratto anche il grande Pete Maravich che, sebbene fosse al tramonto di una carriera più gratificante dal punto di vista personale che da quello dei successi di squadra, fu comunque in grado di dare un apporto di 11.5 punti di media.
Bird prese il controllo dell’NBA a medie di 21.6 punti (sedicesimo nell’NBA), 10.4 rimbalzi (decimo) e 4.5 assist, guadagnandosi il premio di “Rookie of the Year” quando “Magic” fu costretto a saltare alcune gare per infortunio. Larry lasciò il segno anche nell’All Star Game: con un passaggio dei suoi a Moses Malone mandò la gara ai supplementari, e poi nella sessione-extra infilò la prima “tripla” della storia della partita delle stelle, guidando l’Est al successo. Grazie all’infusione di energia del biondo da French Lick il Trifoglio chiuse la stagione con 61 successi facendo registrare il più sensibile “cambio di rotta” rispetto alla stagione precedente mai visto nell’NBA: da 29 a 61 vittorie, un miglioramento record di 32 gare che sarebbe stato superato solo nel 1998 dagli Spurs di Tim Duncan e quindi dai Celtics campioni 2008. Era tempo di playoffs, ed i tifosi erano pronti a riempire il Garden per rinnovare i fasti del passato. La prima avversaria furono gli Houston Rockets che nel primo turno al meglio delle tre partite avevano superato i San Antonio Spurs. I texani contavano sulla potenza del giovane centro Moses Malone, sull’atletismo di Rudy Tomjanovich e sulla coppia di guardie Calvin Murphy/Tom Henderson. In ala, poi, avevano Robert Reid, un georgiano di 203 centimetri che solo un anno dopo sarebbe stato battezzato “Bird-stopper”. Nella prima gara della sua prima serie di playoffs Larry infilò i primi cinque tiri, mettendo subito le cose in chiaro. La serie praticamente non iniziò neppure e gli avversari vennero respinti con distacchi siderali di 18, 20, 19 e 17 punti rispettivamente, in attesa dell’ennesimo capitolo nella sfida infinita con i Philadelphia 76ers.
I biancoverdi erano sicuri di poter dire la loro in virtù di tre vittorie in regular season con scarti medi di 20.3 punti, ma Julius Erving li avvisò: “Boston ha puntato sulla regular season, noi puntiamo ai playoffs”. E poi diede seguito alla minaccia andando a violare (96 a 93) il Garden in gara uno nonostante i 27 punti di Bird. I Celtics si aggiudicarono la seconda partita grazie alla splendida prestazione della Matricola dell’Anno, autrice di 31 punti, ma il coach dei 76ers stava già studiando la mossa che avrebbe deciso la sfida.
Mandò infatti la coppia “Jones and Jones” (Bobby e Caldwell) sulle piste del numero 33, liberando così “Doctor J” dai compiti di marcatura (Maxwell era un atleta sicuramente più “monodimensionale” di Larry) per averlo fresco in attacco. In gara 3 la tattica sembrò pagare quando, a metà del terzo quarto, Erving “eruppe” segnando 19 punti nei successivi 12 minuti portando i suoi sul +14. Ma il Trifoglio rientrò e sul -2 con 16 secondi sul cronometro ebbe in mano la palla della vittoria. Fitch chiamò un raro schema per Maravich, il gioco fu “rotto” dalla difesa dei Sixers, Carr passò a Cowens che perse il controllo del pallone: punteggio finale 99 a 97 Philadelphia. Bird aveva segnato 22 punti ma verso la fine era sembrato provato dalla marcatura “combinata” dei Jones, ed aveva permesso al “Dottore” di “suturare” con 28 punti. Nella quarta partita il copione si ripetè: Erving a quota 30, Larry sempre più stanco a quota 19 ed i Celtics che non riuscivano ad avvicinarsi a canestro mentre Bobby Jones stoppava cinque tiri, Dawkins quattro, Erving, Caldwell Jones e Mix due a testa per un incredibile totale di 15! Boston, incapace di sfruttare un quarto quarto orribile in attacco degli avversari (8,7% di realizzazione) spariva nel 102 a 90 finale, scivolando sull’1 a 3. Chris Ford non stava mettendo più un tiro e “Tiny” Archibald, dopo una grandissima stagione regolare, ora sembrava totalmente fuori controllo.
La quinta partita, il 27 aprile 1980, fu solo una formalità. Anche se Erving segnò solo 14 punti (dopo averne messi 27 di media nelle prime quattro partite) Bird era ormai senza benzina e segnò solo 5 dei 19 tiri tentati. Mentre Cowens (22 punti) riusciva finalmente a liberarsi della marcatura di Dawkins che lo aveva limitato per le prime quattro gare, fu Lionel Hollins ad assurgere al ruolo di MVP di giornata, sciorinando un ampio assortimento di conclusioni da fuori, in entrata, dalla lunetta fino a raggiungere quota 24. “Se Doc non segna, lo posso fare io, o qualcun altro” disse il barbuto playmaker. Ed infatti il “supporting cast” aveva contribuito alla grande: 19 punti per Bobby Jones (8 su 10 al tiro), 18 per Dawkins. Larry, che nell’ultimo atto aveva anche gettato al vento sei palloni, notò tristemente: “Eravamo considerati la squadra più forte, ed invece ci hanno mandato a casa senza difficoltà”. Fitch nello spogliatoio stava spiegando ai reporter come ai suoi fosse mancato un briciolo di fortuna, quando si udì un rumore di vetri infranti: uno specchio si era sfasciato ferendo M.L. Carr. Mentre il medico applicava quattordici punti di sutura sulla schiena del giocatore, il coach dei Celtics chiosò: “Vedete cosa significa essere sfortunati? Però siamo migliori di quanto abbiamo dimostrato in questa serie. Se i tifosi vogliono scoprire quanto siamo forti, faranno bene a comprare l’abbonamento per la prossima stagione”. Parole che si sarebbero rivelate profetiche, anche perché “facilitate” da qualche virtuosismo di Auerbach nell’estate 1980.





Commenti
Se tifo per i Celtics è colpa sua, quindi sarà un piacere rivivere insieme queste grandi stagioni.
Credo proprio saremo in tanti a scrivere così.
Penso che la sua generosità in campo abbia accorciato e non di poco la sua carriera, ma se così non fosse stato, non sarebbe diventato il mio idolo e quello di molti.
Penso inoltre che se fosse arrivato quel giocatore da Maryland Larry non avrebbe vinto "solo" tre titoli, e noi aspettato così tanto per poter riassaporare il piacere della vittoria.
Cal
E' grazie a lui che tifo Boston Celtics e che seguo assiduamente la NBA.
Quello è stato l'inizio di una squadra leggendaria che, nella stagione '85-'86, avrebbe toccato il suo massimo con l'innesto di Bill Walton creando una front line davvero spaventosa.
Quella squadra, secondo me, è stata la più forte di tutti i tempi Bulls dei record compresi.
Ammetto che quando ho cominciato a leggere l'articolo ho avuto la pelle d'oca.
Come non quotarti?
Ennesimo grande "pezzo" di Fabio: complimenti.
Ricordo ancora la prima partita che vidi in tv (capodistria?), una squadra con maglia verde e una gialloviola........tra tutti i giocatori in campo uno in particolare colpì la mia attenzione, non veloce e agile come le pantere nere di L.A. ma classe sopraffina,solido,concreto e quando tirava la metteva sempre....Larry Legend.
Solo che ho cominciato a seguirlo penso dagli anni 84 e 85, prima guardando le foto e gli articoli de "I giganti del basket" e poi alla televisone alla domenica mattina. Poi cominciai pure a giocare e devo ancora smettere.....
Tutta colpa del "33"!!!
A parte gli scherzi, spero di incontrare di persona al prossimo raduno tutti i responsabili del sito che scrivono queste gemme per potere stringere loro la mano , altro che pollice su e giu....
Grazie a tutti
Iniziai a seguire il basket Nba nei primissimi anni '80, pare anche a me su Capodistria e Bird mi colpì subito.
Di lui si è detto tutto; secondo me, nonostante un fisico improbabile, è stato anche un grande atleta.
E comunque è Larry Bird. Punto.
Come al solito grandissimo pezzo di Fabio.
più che colpa merito (sono sicuro che lo spirito è quello per tutti noi tifosi) ed anch'io sono discepolo della 33mania
Io ho visto la prima gara in NBA tra Magic e Bird, se non ricordo male una netta vittoria dei Lakers in casa.
Nomi alla mano era una gran squadra, ma Cowens in realtà era già in declino, Maravich giocò poco solo 26 partite, mentre Tiny Archibald ebbe un rendimento molto altalenante i numeri erano buoni, ma la stagione seguente fu sicuramente molto più incisivo. Comunque Archibald era un qualcosa di incredibile davvero.
Larry già allora predicava un basket 10 anni avanti a quello che si era giocato fino ad allora. In quella squadra c'era Eric Fernsten, che poi si giocò pure in Italia.
Dì quello che pensavi veramente: "Fernsten giocò con la Mens Sana". Lo ricordo, in Italia faceva sfracelli assieme a George Bucci.
Qualcuno in America avrebbe detto "è uno scarso", ma da noi viaggiava in doppia doppia per Sapori ed Antonini Siena e tirava ben oltre il 50%. E' una questione di punti di vista...
Personalmente no.
Ho cominciato a seguire l'NBA (ed i Celtics pressoché subito) nell'inverno del 1981, grazie ad un amico appassionatissimo dei Sixers, che allora chiamavamo Seventy-sixers.
La prima partita di rs che vidi fu una domenica mattina contro i Bullets.
Inutile dire che dopo la sconfitta ai po contro Phila il mio amico mi massacrò, ma nonostante tutto in finale gufai i finti lacustri lo stesso: ero già diventato un tifoso celts in senso pieno.
Ma solo perchè Larry aveva già smesso!!
Ricordo molto vagamente le Olimpiadi del '92 (o meglio, ricordo che stavo iniziando a seguire quella simpatica palla arancione), ma avevo solo 7 anni e "The Legend" si era praticamente già ritirato.
Nonostante questo ho imparato a conoscerlo dopo, grazie a DVD, libri e una bellissima biografia di un certo Anderle...
Un Grande in tutti i sensi, un Celtic immenso.
I grazie al "Legend nazionale" ormai si sprecano, dico solo che non vedevo l'ora ricominciasse "La Storia dei Celtics"!
Miri
Poi è iniziata la campagna di "viral marketing" con i post in grassetto e ho aspettato.
Attesa non vana, ritorno a quando ero piccolo e quando tutta la scuola -ma proprio tutta- si riempiva la bocca di Magic/Kareem ... insomma di quelli là.
Beh ... tutta meno uno.
Celtic per colpa di Larry.
Fabio grazie per tutte le volte che mi dai il piacere di condividere questa passione per i Celtics con te. E grazie per questi stupendi articoli che consentono a quelli come me, cioe' nati negli anni 80, di conoscere nei particolari la storia dei Celtics nonostante non abbiamo vissuto questi fantastici periodi...
Dico sempre che essere tifare Celtics significa essere diversi, beh il lavoro sulla Storia dei Celtics e' lo specchio di questa frase, l'orgoglio per cio' che siamo stati e quello che abbiamo significato, la diversita' che ci contraddistingue, la nostra unicita'..
Personalmente non ho iniziato a tifare Celtics per Larry Bird in quanto non ero ancora nato, ma per Dino Radja che da piccolino andavo a vedere nel Messaggero Roma... Conoscere la storia del campione straordinario che e' stato Larry Bird ha pero' cementato la mia passione... che dire Larry era, e' e sara' unico... Unico gia' dalla sua prima partita e la sua scelta e' stata un'autentica magata del sig.r Auerbach, averne di uomini cosi al giorno d'oggi...
Il fatto che le notizie arrivavano comunque in modo relativo (rispetto ai nostri standard attuali), attraverso le mitiche riviste Superbasket e Giganti del Basket, uniti alle telecronache di Peterson, rendevano ancora più mitiche le prestazioni del "biondo", del quale ogni martedì, la rivista di Giordani a Roma usciva in quel giorno, mi aspettavo di leggere tabellini con 40 punti, 20 rimbalzi ecc.
Certo, addirittura 14 partite prima di realizzare un tripla doppia mi sembrano troppe
In ogni caso, grande articolo, grande ritorno per la storia (valeva la pena aspettare) e grande stagione nonostante l'eliminazione, iniziava l'attesa per tornare in cima al mondo!
Grazie Fabio e grazie a tutti gli amici di IAAC che scrivono e condividono questi meravigliosi racconti di vita e di sport.
Quando vieni a trovarmi ne puoi vedere un paio dalla mia "collezione privata" di DVD. Quella che preferisco è un "Boston-San Diego" che impegna le due squadre protagoniste dello "scambio di proprietari" poco tempo prima...
..e non sei l'unico! stagione 81-82, vittoria su Washington con grande partita di Terry Duerod. E con il coach che ogni due minuti diceva “ooooh Larry Bird il più forte giocatore del mondo!!!!”; per chi come me fino ad allora seguiva solo il basket italiano (e al tempo in Lombardia nord occidentale si stava parecchio bene), vedere un'ala di 2,05, cioè un centimetro più alta del Menego, che passava divinamente e tirava meravigliosamente era come vedere il paradiso.......e poi Tiny: Marzorati sembrava già velocissimo, ma questo era un fulmine, ed era più basso di me...per un ragazzino appassionato di basket era qualcosa di fantascientifico.
Poi il mio allenatore a Natale andò in America e al ritorno ci portò gli adesivi delle squadre NBA: naturalmente non ebbi concorrenza nel prendere quello dei Celtics, che tuttora conservo in bella vista sulla libreria, dato che tutti volevano quelli di LA e Phila.
Citazione Legend:
Proprio così, Landsberger docet....
P.S. ovviamente grande articolo!!
Citazione Andrea Del Vanga:
contro LA a Boston e contro i Clippers: bellissimo vedere Cowens e Bird insieme, con Maxwell in grandissimo spolvero.
Mi ricordo quando da bambino mi alzavo prestissimo a vedere le sfide Boston-LA.
Da una parte super-atleti che giocavano un basket meraviglioso, dall'altra parte giocatori fisicamente "normali" che avevano come caratteristica l'intelligenza cestistica e il carattere, oltre a doti tecniche notevoli.
Su tutti emergeva Bird, un manuale di pallacanestro in un fisico che poteva essere quello di mio zio.
In poche parole: mi sono innamorato dei Celtcis perchè li ritenevo meno talentuosi e atletici dei Lakers...e forse meno forti ma con più palle.
E che te credi Andrea...ce l'ho pure io quella partita (devo proprio dire che me l'ha registrata Fabio??
Ricordo un ottimo Robey ed un Chris Ford ispirato da dietro l'arco...la novità dell'anno...
Su Larry "colpevole" del mio amore per i Celtics soprassiedo, mi aggiungo semplicemente alla già lunghissima lista...
Pensate che mia madre, stufa di vedermi davanti ad AFN (American Forces Network, si vedeva solo nelle zone limitrofe alle basi americane), "stralunato" per le immagini in bianco e nero e senza audio, provò più volte a farmi capire che a 13-14 anni non era "salutare" il sacrificio di ore di sonno per ammirare le gesta del "contadinotto"...ebbene, dopo svariati tentativi desistì, e siccome la mamma è sempre la mamma, invece che "punire" decise di "educare", ed ecco che la mia prima t-shirt di Larry fu un suo apprezzatissimo regalo che ancora oggi, a quasi un quarto di secolo di distanza, indosso tutto orgoglioso (e chi c'era al raduno di Firenze potrà confermare
Insomma, questo, molto velocemente è il mio "background celtico": Larry, verde e trifoglio ebbero un fascino immediato ed irresistibile per me ed ora non posso che unirmi ai ringraziamenti a Fabio per contribuire a far mantenere questa passione a livelli "di guardia"...
Esattamente!!!
Citazione Lelejuve:
Non si può dirlo meglio di così.
E comunque, mi associo anch'io ad un immenso ringraziamento a Fabio, la cui competenza fa impallidire quella (presunta) di molti affermati (pseudo)commentatori.
Citazione:
è segno che lui per primo era carico a mille.
In realtà i primi contatti tra Auerbach e Bird in sede di contrattazione non furono così idilliaci, Fabio ce li racconterà nel dettaglio nella biografia di Larry che metteremo online tra qualche mese.
www.nba.com/multimedia/photo_gallery/1007/2010.HOF.DJohnson/content.1.html
DJ ha atteso anni per questo riconoscimento purtroppo postumo.
I complimenti di Magic (da lui annullato nei PO del 1984) e Bird (il più intelligente con cui abbia giocato) sono solo due segnali della grandezza del giocatore.
L'uomo pare non sia stato altrettanto grande, ma nella HOF non vengono eletti per le doti morali(e ci sono personaggi di certo peggiori), quindi possiamo dire davvero era ora!
a quei tempi non si vedevano le partite come ora, tra streaming e il sito della nba te le puoi vedere tutte, in diretta e in differita.
si vedeva una partita a settimana su italia uno, se non erro, forse la domenica.....commento del coach peterson, e al massimo si comprava superbasket!
penso di aver iniziato a tifare celtics, perchè tifavo la squadra di bianchi, ma mica per una questione razzista, semplicemente perchè vedere una squadra con tanti bianchi, giocarsela con squadre con sti atleti di colore che saltavano ovunque mi dava godimento!ero piccolino, indi vedevo i celtics come più deboli, soprattutto fisicamente, ma più forti tecnicamente.e da li è nato il mio amore smodato per i celtics!
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