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La Storia dei Celtics
Chi in pre-stagione avesse dato un’occhiata al roster dei Celtics, quell’anno, avrebbe pensato seriamente alla possibilità di arrivare al quattordicesimo titolo. Battuti alla settima partita dai Sixers finalisti nel campionato precedente, potevano contare su sette giocatori con almeno un All Star Game sotto la cintura e tre di loro sembravano essere destinati alla Hall of Fame di Springfield.
Il quintetto di partenza vedeva Charlie Scott e Jo Jo White in posizione di guardia, i due ex-UCLA Sidney Wicks e Curtis Rowe in ala, e l’infaticabile Dave Cowens sotto canestro. Dalla panchina sarebbero intervenuti la guardia Dave Bing, oltre 17,000 punti segnati in 11 anni di NBA tra Detroit e Washington, e Cedric Maxwell, prima scelta fresca di Final Four NCAA nelle fila della University of North Carolina at Charlotte. E poi c’era l’inossidabile John Havlicek, tornato al suo ruolo di Sesto Uomo alla fine di una carriera impareggiabile: il capitano rappresentava la continuità della storia, con gli otto titoli vinti tra il 1963 ed il 1976. Insomma, nonostante la non propriamente tenera età di Bing ed Havlicek, le premesse erano buone per migliorare il risultato dell’anno precedente. Auerbach confidava nelle capacità umane di Tom Heinsohn in panchina nel non facile compito di convertire i nuovi arrivi alla logica del “Pride”, ma la stagione cominciò sotto una cattiva stella ancor prima della gara d’apertura. "Hondo" era nascosto vicino a Cape Cod in attesa che il suo agente trovasse l’accordo sull’ultimo contratto della sua carriera, Jo Jo White era “appiedato” da quel tallone in cui navigava un frammento osseo e Cowens si prendeva dei pomeriggi di libertà per lavorare con le macchine Nautilus ed irrobustire la sua già potente muscolatura. L’altro free-agent Sidney Wicks invece aspettava un rinnovo sostanzioso nonostante non si fosse dimostrato propriamente degno della tradizione Celtics. Insomma, il gruppo che si preparava alla Massachusetts Maritime Academy (con un binocolo avrebbero potuto scorgere la barchetta di Havlicek rollare tra le onde del Cape Cod Canal) contava solo due titolari, e l’allenatore era perplesso.
Alla fine il capitano si stancò di pescare al largo di Taylor Point e rientrò nei ranghi in perfetta forma. Wicks si decise a firmare solo il giorno della gara d’apertura: San Antonio, entrata dall’ABA un anno prima, ringraziò gli dei del basket per il lusso di affrontare una squadra appena riunitasi e la battè 114 a 109. Ma non era stato un caso: sconfitte nette a Houston (98 a 110) e Detroit (85 a 100) dimostrarono quanto la situazione fosse critica. Auerbach aspettò pazientemente che la condizione fisica fosse ottimale, anche se Heinsohn era conscio che il problema aveva radici ben più profonde. L’NBA stava cambiando, e lui non era uno sprovveduto: “Ormai l’era dei coach dittatori, dei Red Auerbach e dei Vince Lombardi è finita. Ora siamo tutti ‘Re del Compromesso’ e non è più il tempo di gridare. Cerchi di creare con i giocatori un rapporto che funzioni, di costruire un programma di lavoro e poi provi a mettere insieme giocatori e programma. Ma a volte le due componenti entrano in conflitto”. Ed è così che Boston si trovò ad una vittoria ed otto sconfitte prima ancora della metà di novembre. "Red" si lanciò nello spogliatoio e “scorticò” i giocatori, dando loro dei perdenti, ma la cosa non fece che sminuire la credibilità di Heinsohn di fronte a degli atleti già in difficoltà. “Non avete un briciolo di Pride” fu l’accusa del grande Patriarca, ma sia che fosse sincera sia che fosse un “escamotage” per provocare una reazione, non ottenne alcun effetto e lo stillicidio di sconfitte continuò. Curry Fitzpatrick di Sports Illustrated notò che “ai Celtics nessuno è così giovane da ricordare come si faccia a schiacciare”, implicitamente accusando Auerbach di non aver portato a bordo dei “purosangue” negli ultimi draft. Bob Ryan, penna storica del Boston Globe, ci andò pesante: “For over 20 years the Celtics have stood for something. The only thing they stand for now is the anthem”. Aveva usato un gioco di parole al curaro sulla doppia valenza della parola “stand” che in inglese vuol dire sia “rappresentare” che “stare in piedi” e la frase più o meno suonava: “Per oltre 20 anni i Celtics hanno rappresentato qualcosa, oggi stanno solo in piedi durante l’inno nazionale”. La frusta della critica, la migliorata condizione o forse il lavoro del coaching staff diedero qualche flebile segnale di ripresa, e quando la squadra si imbarcò sull’aereo verso Ovest dove avrebbe sostenuto cinque gare in sei giorni il record era leggermente migliorato (10 vinte 16 perse). Heinsohn scherzò con John Powers, articolista del “Globe”: “Almeno ho un biglietto andata e ritorno”. Ed invece quella “western swing” fu il colpo finale: sconfitte a Los Angeles, Portland, San Francisco, Seattle e Phoenix portarono il bilancio a 10-21 con tanti saluti ai “flebili segnali”. La dimostrazione dello “scollamento” fu chiara anche al tradizionale party pre-natalizio al quale si presentarono solo le famiglie Havlicek e White, e mentre Auerbach raccoglieva tristemente i regali che nessuno era venuto a reclamare tutti ebbero la percezione di ciò che sarebbe accaduto entro breve. Il proprietario Irv Levin e "Red" provarono a muovere le acque scambiando Charlie Scott per Don Chaney, Kermit Washington (all’epoca sospeso per il terrificante cazzotto a Rudy Tomjanovich) ed una prima scelta, ma l’elettroencefalogramma dei biancoverdi rimase piatto. Il Trifoglio perse a Detroit (100 a 122), superò Milwaukee (124 a 115) ed il 30 dicembre si inchinò ai Bulls (97 a 102).
Quando il 3 gennaio 1978 Tom Heinsohn trovò Auerbach che lo aspettava alla palestra della Lexington Christian Academy capì che solo l’amicizia del suo ex-coach gli aveva permesso di passare in relativa tranquillità il Capodanno. Era giunto il momento della brutta notizia, e dopo nove stagioni al timone dei Celtics, cinque titoli divisionali e due anelli NBA, la sua lunga corsa sulla panchina di Boston terminava con l’onta del marchio di primo coach della Franchigia ad essere licenziato a stagione in corso. “Credevo stessimo lentamente migliorando – dichiarò il coach – ed ovviamente Red non era dello stesso avviso. Ma gli sono totalmente leale, e so che ha fatto tutto quanto in suo potere per cambiare le cose”. L’Uomo dal Sigaro era triste, quel pomeriggio, quando malinconicamente impugnò il microfono per la conferenza stampa di rito. Ammise che quella era stata la sua decisione più difficile in 32 anni di NBA, e poi ritrovò d’incanto la sua grinta quando rinnovò il suo affetto per “Tommy Gun” ed allo stesso tempo sganciò un siluro sui giocatori: “Voglio bene a quel ragazzo, ed ho continuato a sperare che quelle scimmie si dessero una regolata”.
Al posto di Heinsohn venne promosso il suo vice “Satch” Sanders in una mossa che non stupì più di tanto, anche se le prime parole della nuova guida avrebbero dovuto far alzare qualche antenna: “Ho bisogno di gentiluomini che mi diano continuità ogni sera”. A fine gennaio i “gentiluomini” continuavano a perdere soprattutto fuori casa, ove il bilancio era un assurdo 2 vinte e 20 perse. Il 29 gennaio John Havlicek annunciò ufficialmente che a fine stagione si sarebbe ritirato, e di lì a poco prese il via una formidabile serie di manifestazioni di affetto in tutte le arene dell’NBA. L’annuale appuntamento dell’All Star Game, quell’anno in programma ad Atlanta vide il bel gesto del Sixer Doug Collins, che nonostante le tremende battaglie combattute in passato contro i Celtics decise di onorare “Hondo”: gli si avvicinò durante la cena della vigilia e gli offrì il posto in quintetto base che gli apparteneva. “E’ un tributo che ho apprezzato moltissimo” ammise Havlicek, che poi scese in campo e segnò 10 punti nella vittoria della squadra dell’Est. Ma dopo i bei sentimenti ed il gioco “stellare” per il capitano fu ancor più difficile rituffarsi nella realtà di quell’ultima stagione fallimentare. L’attacco non funzionava, le palle perse fioccavano e la conseguenza erano carrettate di punti in contropiede per le avversarie. E come se non bastassero i problemi tecnici, le ultime dieci settimane furono caratterizzate da una serie impressionante di malanni assortiti. White vide terminare la sua striscia di 488 partite consecutive a causa del tallone, Rowe subì un infortunio al ginocchio, Boswell ad un dito. In panchina Sanders aveva solo tre giocatori: Kevin Stacom, free agent appena firmato, e la coppia Ernie Di Gregorio e Zaid Abdul-Aziz, atleti con contratto di dieci giorni. Abdul-Aziz, precedentemente conosciuto col nome di Don Smith, entrò nella leggenda del Trifoglio dalla porta di servizio: stava lavorando nel ramo dell’import-export vicino a Seattle quando venne contattato da Auerbach, giocò due partite in trasferta e quindi ritornò alla sua attività imprenditoriale, l’unico Celtic della storia a non aver mai calcato il parquet di casa. Eppure Boston era sempre Boston, e “coach Satch” aveva addirittura messo in piedi un calendario che, se seguito alla lettera, avrebbe portato la squadra ai playoffs. Bob Kauffman, allenatore di Detroit, ironizzò sulle possibilità dei biancoverdi: “Se fanno rientrare Russell, Cousy, Heinsohn ed i due Jones forse ce la possono fare”. L’eliminazione dalla post-season arrivò ufficialmente il 2 aprile al Garden, quando il peggior tiratore di tiri liberi (56.7% in quell’annata) dei Pacers, Mike Flynn, infilò entrambi i “personali” che mettevano la partita in ghiaccio per il 123 a 120 finale. Era il degno epilogo a quella stagione catastrofica, ma c’erano ancora cinque gare da giocare. I Celtics persero le prime quattro e poi ebbero un fremito d’orgoglio quando all’ultima uscita stagionale si resero conto che quella era l’ultima partita di John Havlicek. Il bilancio a quel punto era di 32 vittorie e 49 sconfitte, clamorosamente negativo se paragonato ai risultati del campionato precedente ed alle aspettative. Heinsohn era stato giubilato, Sanders lo avrebbe seguito di lì a poco ed il proprietario Irv Levin, chiaramente deluso, stava meditando un clamoroso colpo di scena.
Il 9 aprile 1978 “Hondo” si presentò al Garden paludato in un frac dichiarando “Nelle grandi occasioni ci vogliono vestiti adatti”, e chiese di giocare tutti e 48 i minuti: “Ho cominciato la mia carriera correndo, e voglio finirla correndo” disse al suo coach, che con un sorriso lo accontentò. L’avversaria erano i non trascendentali Buffalo Braves, e quando entrò in campo venne accolto da una “standing ovation” di otto minuti. La partita non fu granchè, i Braves fecero il compitino di vittime sacrificali perdendo per 114 a 131 e mostrando un buon Swen Nater (28 punti e 15 rimbalzi) mentre per i padroni di casa prendevano il controllo Bing (24 punti), Cowens (20 e 15 rimbalzi) e Washington (17 e 14). A metà gara Auerbach prese il microfono e dichiarò: “E’ l’epitome di tutto quanto di buono ci sia. Se avessi un figlio come John sarei l’uomo più felice della terra”. Il capitano, emozionato, tirò male ma fu comunque top scorer della gara con 29 punti che gli permisero di raggiungere quota 26,395 in 1,270 incontri, un primato ancora ben lontano dall’essere battuto. Quando a 15” dal termine Sanders lo fece uscire dal campo, il Vecchio Garden esplose ed Havlicek si inchinò mentre lacrime di commozione rigavano il suo volto fermandosi in corrispondenza delle rughe. L’incontro era stato trasmesso in TV, e nello spogliatoio il numero 17 trovò un telegramma che recitava: “Hondo ti sta guardando. Congratulazioni”. L’attore John Wayne, a Boston per sottoporsi ad un intervento chirurgico, aveva voluto salutare la fine della carriera di un cowboy dei canestri che aveva “rubato” il nome di uno dei suoi personaggi. Ma per i Celtics ad andarsene cavalcando nel tramonto non era “Hondo”, ma “Czech” (dal soprannome mutuato sull’ultima sillaba del suo cognome e sull’origine della sua famiglia): un uomo pignolo fino alla mania ma dal cuore grande come il Boston Garden. Però che tristezza chiudere senza nemmeno arrivare ai playoffs, per uno che nelle partite che contavano aveva sempre lasciato il segno...
Il quintetto di partenza vedeva Charlie Scott e Jo Jo White in posizione di guardia, i due ex-UCLA Sidney Wicks e Curtis Rowe in ala, e l’infaticabile Dave Cowens sotto canestro. Dalla panchina sarebbero intervenuti la guardia Dave Bing, oltre 17,000 punti segnati in 11 anni di NBA tra Detroit e Washington, e Cedric Maxwell, prima scelta fresca di Final Four NCAA nelle fila della University of North Carolina at Charlotte. E poi c’era l’inossidabile John Havlicek, tornato al suo ruolo di Sesto Uomo alla fine di una carriera impareggiabile: il capitano rappresentava la continuità della storia, con gli otto titoli vinti tra il 1963 ed il 1976. Insomma, nonostante la non propriamente tenera età di Bing ed Havlicek, le premesse erano buone per migliorare il risultato dell’anno precedente. Auerbach confidava nelle capacità umane di Tom Heinsohn in panchina nel non facile compito di convertire i nuovi arrivi alla logica del “Pride”, ma la stagione cominciò sotto una cattiva stella ancor prima della gara d’apertura. "Hondo" era nascosto vicino a Cape Cod in attesa che il suo agente trovasse l’accordo sull’ultimo contratto della sua carriera, Jo Jo White era “appiedato” da quel tallone in cui navigava un frammento osseo e Cowens si prendeva dei pomeriggi di libertà per lavorare con le macchine Nautilus ed irrobustire la sua già potente muscolatura. L’altro free-agent Sidney Wicks invece aspettava un rinnovo sostanzioso nonostante non si fosse dimostrato propriamente degno della tradizione Celtics. Insomma, il gruppo che si preparava alla Massachusetts Maritime Academy (con un binocolo avrebbero potuto scorgere la barchetta di Havlicek rollare tra le onde del Cape Cod Canal) contava solo due titolari, e l’allenatore era perplesso.Alla fine il capitano si stancò di pescare al largo di Taylor Point e rientrò nei ranghi in perfetta forma. Wicks si decise a firmare solo il giorno della gara d’apertura: San Antonio, entrata dall’ABA un anno prima, ringraziò gli dei del basket per il lusso di affrontare una squadra appena riunitasi e la battè 114 a 109. Ma non era stato un caso: sconfitte nette a Houston (98 a 110) e Detroit (85 a 100) dimostrarono quanto la situazione fosse critica. Auerbach aspettò pazientemente che la condizione fisica fosse ottimale, anche se Heinsohn era conscio che il problema aveva radici ben più profonde. L’NBA stava cambiando, e lui non era uno sprovveduto: “Ormai l’era dei coach dittatori, dei Red Auerbach e dei Vince Lombardi è finita. Ora siamo tutti ‘Re del Compromesso’ e non è più il tempo di gridare. Cerchi di creare con i giocatori un rapporto che funzioni, di costruire un programma di lavoro e poi provi a mettere insieme giocatori e programma. Ma a volte le due componenti entrano in conflitto”. Ed è così che Boston si trovò ad una vittoria ed otto sconfitte prima ancora della metà di novembre. "Red" si lanciò nello spogliatoio e “scorticò” i giocatori, dando loro dei perdenti, ma la cosa non fece che sminuire la credibilità di Heinsohn di fronte a degli atleti già in difficoltà. “Non avete un briciolo di Pride” fu l’accusa del grande Patriarca, ma sia che fosse sincera sia che fosse un “escamotage” per provocare una reazione, non ottenne alcun effetto e lo stillicidio di sconfitte continuò. Curry Fitzpatrick di Sports Illustrated notò che “ai Celtics nessuno è così giovane da ricordare come si faccia a schiacciare”, implicitamente accusando Auerbach di non aver portato a bordo dei “purosangue” negli ultimi draft. Bob Ryan, penna storica del Boston Globe, ci andò pesante: “For over 20 years the Celtics have stood for something. The only thing they stand for now is the anthem”. Aveva usato un gioco di parole al curaro sulla doppia valenza della parola “stand” che in inglese vuol dire sia “rappresentare” che “stare in piedi” e la frase più o meno suonava: “Per oltre 20 anni i Celtics hanno rappresentato qualcosa, oggi stanno solo in piedi durante l’inno nazionale”. La frusta della critica, la migliorata condizione o forse il lavoro del coaching staff diedero qualche flebile segnale di ripresa, e quando la squadra si imbarcò sull’aereo verso Ovest dove avrebbe sostenuto cinque gare in sei giorni il record era leggermente migliorato (10 vinte 16 perse). Heinsohn scherzò con John Powers, articolista del “Globe”: “Almeno ho un biglietto andata e ritorno”. Ed invece quella “western swing” fu il colpo finale: sconfitte a Los Angeles, Portland, San Francisco, Seattle e Phoenix portarono il bilancio a 10-21 con tanti saluti ai “flebili segnali”. La dimostrazione dello “scollamento” fu chiara anche al tradizionale party pre-natalizio al quale si presentarono solo le famiglie Havlicek e White, e mentre Auerbach raccoglieva tristemente i regali che nessuno era venuto a reclamare tutti ebbero la percezione di ciò che sarebbe accaduto entro breve. Il proprietario Irv Levin e "Red" provarono a muovere le acque scambiando Charlie Scott per Don Chaney, Kermit Washington (all’epoca sospeso per il terrificante cazzotto a Rudy Tomjanovich) ed una prima scelta, ma l’elettroencefalogramma dei biancoverdi rimase piatto. Il Trifoglio perse a Detroit (100 a 122), superò Milwaukee (124 a 115) ed il 30 dicembre si inchinò ai Bulls (97 a 102).
Quando il 3 gennaio 1978 Tom Heinsohn trovò Auerbach che lo aspettava alla palestra della Lexington Christian Academy capì che solo l’amicizia del suo ex-coach gli aveva permesso di passare in relativa tranquillità il Capodanno. Era giunto il momento della brutta notizia, e dopo nove stagioni al timone dei Celtics, cinque titoli divisionali e due anelli NBA, la sua lunga corsa sulla panchina di Boston terminava con l’onta del marchio di primo coach della Franchigia ad essere licenziato a stagione in corso. “Credevo stessimo lentamente migliorando – dichiarò il coach – ed ovviamente Red non era dello stesso avviso. Ma gli sono totalmente leale, e so che ha fatto tutto quanto in suo potere per cambiare le cose”. L’Uomo dal Sigaro era triste, quel pomeriggio, quando malinconicamente impugnò il microfono per la conferenza stampa di rito. Ammise che quella era stata la sua decisione più difficile in 32 anni di NBA, e poi ritrovò d’incanto la sua grinta quando rinnovò il suo affetto per “Tommy Gun” ed allo stesso tempo sganciò un siluro sui giocatori: “Voglio bene a quel ragazzo, ed ho continuato a sperare che quelle scimmie si dessero una regolata”.Al posto di Heinsohn venne promosso il suo vice “Satch” Sanders in una mossa che non stupì più di tanto, anche se le prime parole della nuova guida avrebbero dovuto far alzare qualche antenna: “Ho bisogno di gentiluomini che mi diano continuità ogni sera”. A fine gennaio i “gentiluomini” continuavano a perdere soprattutto fuori casa, ove il bilancio era un assurdo 2 vinte e 20 perse. Il 29 gennaio John Havlicek annunciò ufficialmente che a fine stagione si sarebbe ritirato, e di lì a poco prese il via una formidabile serie di manifestazioni di affetto in tutte le arene dell’NBA. L’annuale appuntamento dell’All Star Game, quell’anno in programma ad Atlanta vide il bel gesto del Sixer Doug Collins, che nonostante le tremende battaglie combattute in passato contro i Celtics decise di onorare “Hondo”: gli si avvicinò durante la cena della vigilia e gli offrì il posto in quintetto base che gli apparteneva. “E’ un tributo che ho apprezzato moltissimo” ammise Havlicek, che poi scese in campo e segnò 10 punti nella vittoria della squadra dell’Est. Ma dopo i bei sentimenti ed il gioco “stellare” per il capitano fu ancor più difficile rituffarsi nella realtà di quell’ultima stagione fallimentare. L’attacco non funzionava, le palle perse fioccavano e la conseguenza erano carrettate di punti in contropiede per le avversarie. E come se non bastassero i problemi tecnici, le ultime dieci settimane furono caratterizzate da una serie impressionante di malanni assortiti. White vide terminare la sua striscia di 488 partite consecutive a causa del tallone, Rowe subì un infortunio al ginocchio, Boswell ad un dito. In panchina Sanders aveva solo tre giocatori: Kevin Stacom, free agent appena firmato, e la coppia Ernie Di Gregorio e Zaid Abdul-Aziz, atleti con contratto di dieci giorni. Abdul-Aziz, precedentemente conosciuto col nome di Don Smith, entrò nella leggenda del Trifoglio dalla porta di servizio: stava lavorando nel ramo dell’import-export vicino a Seattle quando venne contattato da Auerbach, giocò due partite in trasferta e quindi ritornò alla sua attività imprenditoriale, l’unico Celtic della storia a non aver mai calcato il parquet di casa. Eppure Boston era sempre Boston, e “coach Satch” aveva addirittura messo in piedi un calendario che, se seguito alla lettera, avrebbe portato la squadra ai playoffs. Bob Kauffman, allenatore di Detroit, ironizzò sulle possibilità dei biancoverdi: “Se fanno rientrare Russell, Cousy, Heinsohn ed i due Jones forse ce la possono fare”. L’eliminazione dalla post-season arrivò ufficialmente il 2 aprile al Garden, quando il peggior tiratore di tiri liberi (56.7% in quell’annata) dei Pacers, Mike Flynn, infilò entrambi i “personali” che mettevano la partita in ghiaccio per il 123 a 120 finale. Era il degno epilogo a quella stagione catastrofica, ma c’erano ancora cinque gare da giocare. I Celtics persero le prime quattro e poi ebbero un fremito d’orgoglio quando all’ultima uscita stagionale si resero conto che quella era l’ultima partita di John Havlicek. Il bilancio a quel punto era di 32 vittorie e 49 sconfitte, clamorosamente negativo se paragonato ai risultati del campionato precedente ed alle aspettative. Heinsohn era stato giubilato, Sanders lo avrebbe seguito di lì a poco ed il proprietario Irv Levin, chiaramente deluso, stava meditando un clamoroso colpo di scena.
Il 9 aprile 1978 “Hondo” si presentò al Garden paludato in un frac dichiarando “Nelle grandi occasioni ci vogliono vestiti adatti”, e chiese di giocare tutti e 48 i minuti: “Ho cominciato la mia carriera correndo, e voglio finirla correndo” disse al suo coach, che con un sorriso lo accontentò. L’avversaria erano i non trascendentali Buffalo Braves, e quando entrò in campo venne accolto da una “standing ovation” di otto minuti. La partita non fu granchè, i Braves fecero il compitino di vittime sacrificali perdendo per 114 a 131 e mostrando un buon Swen Nater (28 punti e 15 rimbalzi) mentre per i padroni di casa prendevano il controllo Bing (24 punti), Cowens (20 e 15 rimbalzi) e Washington (17 e 14). A metà gara Auerbach prese il microfono e dichiarò: “E’ l’epitome di tutto quanto di buono ci sia. Se avessi un figlio come John sarei l’uomo più felice della terra”. Il capitano, emozionato, tirò male ma fu comunque top scorer della gara con 29 punti che gli permisero di raggiungere quota 26,395 in 1,270 incontri, un primato ancora ben lontano dall’essere battuto. Quando a 15” dal termine Sanders lo fece uscire dal campo, il Vecchio Garden esplose ed Havlicek si inchinò mentre lacrime di commozione rigavano il suo volto fermandosi in corrispondenza delle rughe. L’incontro era stato trasmesso in TV, e nello spogliatoio il numero 17 trovò un telegramma che recitava: “Hondo ti sta guardando. Congratulazioni”. L’attore John Wayne, a Boston per sottoporsi ad un intervento chirurgico, aveva voluto salutare la fine della carriera di un cowboy dei canestri che aveva “rubato” il nome di uno dei suoi personaggi. Ma per i Celtics ad andarsene cavalcando nel tramonto non era “Hondo”, ma “Czech” (dal soprannome mutuato sull’ultima sillaba del suo cognome e sull’origine della sua famiglia): un uomo pignolo fino alla mania ma dal cuore grande come il Boston Garden. Però che tristezza chiudere senza nemmeno arrivare ai playoffs, per uno che nelle partite che contavano aveva sempre lasciato il segno...




Commenti
I tempi cambiavano, alla fine degli anni '70 e ci avviciniamo alla moderna concezione del rapporto tra i giocatori/l'allenatore/i contratti/la squadra e questo cambiamento ha fatto tra le sue vittime il nostro Tommy.
Ogni volta che leggo di lui in questi articoli storici mi viene da pensare che noi, ormai, tendiamo a vederlo come l'anziano signore che commenta le partite con ironia e momenti di passione per nulla nascosta: mi devo ricordare di più che è stato un grande che conosce tanta, tanta pallacanestro e che ogni sua parole può essere una perla, anche dopo tanti anni.
Purtroppo ci sono annate in cui va tutto storto indipendentemente dal valore dei giocatori e del coach, e dove i rimedi altro non fanno che peggiorare la situazione; la stagione descritta nel bell'articolo appartiene a uno di questi casi.
Spiace che la carriera di Havlicek non sia finita almeno ai playoffs, spiace che un grandisimo giocatore e coach come Heinsohn abbia terminato la carriera con un'annata così sfortunata...
...oddio, certo che rispetto alle robe viste negli anni 90 e 2000 questo campionato meravigliosamente raccontato dall' Anderle sembra uno scherzetto...
hai ragione. All'epoca era stata la stagione peggiore o quasi di sempre. Per giunta con il licenziamento di un pezzo di storia come Heinsohn. Pensare che sarebbero arrivati Gaston, Wallace, Pitino...
Ma la cosa che mi colpisce altrettanto è l'episodio del licenziamento di Heinsohn.E la tristezza con la quale Red fu costretto ad annunciarlo...probabilmente i giocatori che reamno contro sono sempre esistiti.e questo è molto triste.
Cal
Son passati più di 50 anni dall'inizio dell'avventura bostoniana di Heinsohn e questa simpatica "canaglia" è ancora lì a deliziarci con le sue coloritissime telecronache...semplicemente un mito!
Anche Hondo avrebbe meritato ben altro finale ma, che dire, la sua carriera parla da sola ed anche se l'ideale per lui sarebbe stato andarsene magari con un altro titolo in bacheca, resta pur sempre l'uomo dei record di franchigia ed un punto di riferimento fisso per tutti i Celtics, giovani e vecchi.
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