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La Storia dei Celtics
John Y. Brown, ex “owner” dei Kentucky Colonels della defunta ABA e proprietario della catena “Kentucky Fried Chicken” si mise subito all’opera, scavalcando Auerbach (il cui contratto era in scadenza ad agosto) completò la “trade” delle franchigie portandosi a casa “Tiny” Archibald, Marvin Barnes, Billy Knight e la seconda scelta del 1981 che "Red" si sarebbe premurato di trasformare in Danny Ainge. Levin avrebbe voluto portarsi in California anche la scelta di Larry Bird, ma il Patriarca biancoverde riuscì a “salvarla”. Nonostante le belle parole iniziali, di lì a poco gli scontri tra il nuovo padrone ed il vecchio general manager sarebbero stati cruenti.
Il 13 ottobre i Celtics alzarono tra le volte del Garden il numero 17 trasformando un altro atleta in un Immortale. John “Hondo” Havlicek, il “moto perpetuo”, il giocatore che era passato da una dinastia all’altra recitando sempre un ruolo di primo piano, ricevette il giusto tributo nel momento in cui il figlioletto Chris tirò il simbolico cordone per l’ascensione della maglietta di papà nella fumosa aria della “main arena”. Una squadra senza cuore “onorò” l’avvenimento prendendosi una ripassata dai Cleveland Cavaliers, 115 a 101, di fronte all’unico “tutto esaurito” del campionato. Ecco, se c’è un modo per riassumere quell’infausta stagione, esso sta tutto nella serata d’esordio: non appena Boston cercava un legame con la tradizione e ricordava il glorioso passato, veniva immediatamente riportata alla cruda realtà.
Perché il campionato 1978-79 è quello in cui “Pride” diventa una parola di cinque lettere, quello in cui “non ci sono W ed L nell’assegno settimanale”, quello che "Red" avrebbe voluto cancellare dagli almanacchi della storia dei Celtics. Il roster aveva perso due guide dentro e fuori dal campo quando John Havlicek e Dave Bing si erano ritirati ed era poi stato “shakerato” dallo scambio coi Braves/Clippers.
Un gruppo in cui la metà dei giocatori sembrava fregarsene del'Orgoglio ed in cui alcuni veterani mugugnavano non aveva futuro, specie se alla guida c’era coach Tom “Satch” Sanders, troppo galantuomo per prendere a calci nel sedere i reprobi. Così Boston perse sei delle prime sette gare e dodici delle prime quattordici, con il proprietario John Y. Brown a trattare Auerbach come una pezza da piedi. “Ecco che arriva il nostro grande condottiero – disse ad alta voce in sala stampa dopo l’ennesima sconfitta – coraggio, dì qualcosa di intelligente, Grande Leader”. Cousy, che rispettava il suo vecchio allenatore con trasporto quasi religioso, venne bloccato dall’entourage dei Celtics mentre tentava di aggredire John Y., ma il General Manager fu superiore e non rispose alla bruciante offesa: sapeva che la squadra per uscire dalla crisi aveva bisogno di stabilità e quelle manifestazioni plateali erano veleno per l’ambiente. Anche per questo non avrebbe voluto esonerare Tom Sanders: “Satch” era uno dei suoi ragazzi, ed all’ombra del Trifoglio la continuità della Tradizione era sempre stata sacra. Ma quando il record colò a 2-12 “Red” si decise, ingoiò la pillola amara e lo esonerò affidando la squadra a Dave Cowens in un ruolo di giocatore-allenatore. Sanders se ne andò con un’ennesima spruzzata di classe: “Non sono amareggiato, anche se l’esonero non mi fa ovviamente piacere. Il giorno in cui un coach verrà licenziato è nelle stelle fin dal preciso istante in cui firma il contratto, è solo una questione di ‘quando’ accadrà. La squadra non l’avevo scelta io, ed ho dovuto affrontare una situazione difficile. Tanti giocatori nuovi, alcuni di loro scontenti di essere a Boston: una mano difficile, che forse non ho giocato nel migliore dei modi. Ma sono stato l’unico a pagarne il prezzo”. Chi erano i “giocatori nuovi” ai quali si riferiva Sanders? In primis Marvin Barnes, l’ex St. Louis Spirits dell’ABA che fece registrare il dubbio primato di essere il primo (ed unico, grazie a Dio) Celtic a tirare cocaina mentre era in panchina durante un incontro.
“Tiny” Archibald, il grande playmaker entrato nella storia come il primo ad aggiudicarsi nello stesso campionato le corone di miglior realizzatore e di miglior assist-man nel 1973, dopo una serie di infortuni era arrivato al training camp demotivato e con 10 chili di troppo. “Tiny” e Marvin però non erano gli unici problemi, ed anche un veterano "di casa" creava problemi: Jo Jo White era deluso dalla situazione e dalle interferenze del proprietario, e le sue lamentele dopo aver ricevuto un sostanzioso rinnovo di contratto diedero parecchio fastidio a “Red” Auerbach. Dopo il cambio al “timone”, le cose sembrarono migliorare quando tra il 17 novembre ed il 6 dicembre i biancoverdi si aggiudicarono sette delle undici partite compreso un successo per 87 ad 80 sui futuri campioni, i Seattle Super Sonics. Poi però la squadra si assestò su un piano di parità tra vittorie e sconfitte, e pigramente si “implotonò” nelle zone medio-basse della classifica. Quanto erano brutti quei Celtics? Un solo dato: nell’All Star Game in programma il 4 febbraio al Pontiac Silverdome, per la prima volta nella storia della manifestazione nata nel 1951 non c’era nemmeno un rappresentante del Trifoglio. Cowens era bravo ed intelligente, un vero leader, ma il dissenso all’interno dello spogliatoio e la mancanza di una dirigenza coesa gli resero le cose estremamente difficili. John Y. Brown era abituato a prendere da solo le decisioni relative alle sue aziende e non si rendeva conto che “Fried Chicken” e “Boston Celtics” non rispondevano alle stesse logiche di mercato. Anche se a dire il vero nella stagione 1978-79 di polli nel roster ce n’erano diversi. Brown perciò entrò in rotta di collisione con Auerbach che aveva appena iniziato la sua terza ricostruzione “caricandosi” di prime scelte. Per fare contenta la sua compagna, l’ex miss America Phyllis George che aveva una predilezione per Robert McAdoo, il 12 febbraio 1979 Brown lo acquistò dai Knicks in cambio di tre prime scelte: un grave colpo sia per l’orgoglio di "Red" che per le speranza di risalire la china. Anche dal lato meramente sportivo lo scambio fu disastroso, perché il giocatore “faceva scopa” con Cowens. Ormai non era un mistero che tutta la vecchia guardia covasse un profondo risentimento per Brown e signora, e quando quest'ultima venne presentata al pungente Cowens, lui senza batter ciglio le fece notare che aveva del cibo attaccato ai denti, e che se voleva poteva fornirle il filo interdentale per liberarsene. Nel frattempo i Celtics avevano messo in piedi una “striscia” di sette vittorie in otto partite, e l’arrivo del pur valido McAdoo andò a scompaginare gli equilibri ed a ridare fiato alla protesta silenziosa di alcuni “sovversivi”, Curtis Rowe in primis. Tra coloro che vennero giubilati c’era anche Jo Jo White, perno della squadra campione nel 1974 e 1976: dopo le lamentele di dicembre aveva chiesto di venire scambiato ed Auerbach lo accontentò spedendolo a Golden State in cambio di una prima scelta. A San Valentino il Front Office aveva già effettuato sei scambi di mercato e firmato tre “free-agents”, lasciando la squadra nel caos completo. Quando McAdoo indossò il numero 11 Boston inciampò nuovamente perdendo otto delle successive dieci gare a partire dal “tostone” alla HemisFair Arena di San Antonio il 14 febbraio. Gli Spurs…“speronarono” i biancoverdi affondandoli in un mare di punti, 149 a 119, ma il peggio doveva ancora arrivare. Solo tre settimane dopo infatti, i Celtics in trasferta a Detroit incapparono in quello che è ancora considerato uno dei marchi d’infamia nella storia del Trifoglio. Il 9 marzo 1979 al Pontiac Silverdome subirono una pesantissima lezione con i Pistons ad infierire fino alla sirena finale: il risultato fu di 160 a 117 per i padroni di casa che mandarono sette giocatori in doppia cifra, compreso il futuro Celtic Michael Leon Carr, autore di 20 punti. Carr dichiarò: “Sembrava che non si stessero impegnando, che volessero mandare un messaggio a qualcuno. Ci sono partite in cui vedi una squadra stanca, o in serata no, ma quella sera era totalmente diverso. Ed i miei compagni si divertirono un sacco: dopo tutti gli anni in cui Detroit era stata sempre battuta, vincere in quel modo era come entrare al Garden e tirare giù una delle bandiere”. A quel punto la stagione era andata a farsi…friggere e molti tifosi smisero di guardare i Celtics del presente in TV per concentrarsi sul Celtic futuro.
Il 26 marzo allo Special Events Center di Salt Lake City, Indiana State affrontò Michigan State nella finale nazionale NCAA che sarebbe risultata la più seguita di sempre. Gli Spartans di “Magic” Johnson e Jay Vincent erano troppo forti e gli imbattuti Sycamores (33 vinte – 0 perse) di Larry Bird non riuscirono nel miracolo, ma per i tifosi della “Beantown” il futuro era roseo come le gote del biondo da French Lick. I Celtics del presente intanto chiudevano una stagione catastrofica con otto sconfitte nelle ultime dieci partite, comprese due “bastonate” da 140 o più punti in seratacce consecutive: 125 a 141 contro i derelitti Jazz a New Orleans il 3 aprile e 119 a 145 a Washington la sera dopo, ad ulteriore testimonianza dello scollamento tra giocatori e dirigenza. Il “record” finale di 29 vittorie e 53 sconfitte era sufficiente per finire all’ultimo posto nella Atlantic Division ed al penultimo posto nell’NBA, davanti solo alla tristissima edizione dei New Orleans Jazz che avevano già “regalato” la loro prima scelta ai Lakers, e con essa il playmaker dei campioni NCAA. Boston aveva permesso agli avversari di tirare col 50.8% nella stagione, un risultato imbarazzante per chi in passato aveva fatto della pressione difensiva la chiave per 13 titoli. Robert McAdoo, nonostante le sole 20 partite in maglia biancoverde, era risultato il miglior realizzatore con una media di 20 punti a gara, ma i “leader morali” erano stati il secondo anno Cedric Maxwell (19 punti e 9.9 rimbalzi) ed il coach-giocatore Dave Cowens (16.6 punti e 9.6 carambole), due tra i pochi a non accettare che il “Pride” fosse stato messo in burletta. “Quel campionato fu il peggiore da quando avevo cominciato a giocare a basket – commentò Cowens – e non mi limito solo alla mia esperienza di giocatore-allenatore, ma all’intera annata sportiva. Una cosa imbarazzante, un incubo”. Auerbach, mentre ponderava se lasciare la franchigia o meno (i Knicks gli stavano facendo ponti d’oro), secondo la tradizione popolare sarebbe stato convinto da un tassista bostoniano a non abbandonare il Trifoglio. In realtà fu la sua Dorothy a dirgli “Tu sei un Celtic, non un Knick, ed hai due scelte: restare a Boston o tornartene a casa a Washington”. “Red”, si sa, da combattente di razza non avrebbe potuto ritirarsi con la coda tra le gambe, ed alla fine pose a Brown l’aut-aut: o tu o io. Il proprietario, che francamente non si stava più divertendo con quella squadra perdente ed aveva una mezza idea di “cambiare attività”, decise di andarsene lasciando il Trifoglio in mano ad Harry Mangurian, un “owner” più illuminato e meno impiccione.
John Y. Brown sarebbe sceso nell’agone politico “correndo” per la carica di senatore del suo stato d’origine, avvenimento che Auerbach avrebbe salutato con la consueta causticità: “Sarà meglio che quelli del Kentucky stiano attenti. Brown ci metterà un attimo a scambiare il Kentucky Derby con la 500 Miglia di Indianapolis”. Ma ormai l’attesa era finita, e si aspettava solo l’arrivo del “Messia Bianco” che dalla culla del basket dell’Indiana avrebbe portato a Boston il suo vangelo cestistico fatto di tiri, passaggi, intelligenza ed entusiasmo. Il 6 aprile 1979, mentre i Celtics stavano per essere superati dai Nuggets in quella che per loro sarebbe stata la settima sconfitta consecutiva, Larry Bird, accompagnato dal suo agente Bob Woolf, scese lentamente le gradinate del Boston Garden fino a raggiungere i posti di bordo campo. Indossava una maglietta dai colori inquietanti, ma i 7.831 tifosi presenti erano disposti e perdonargli anche di peggio, e quasi a mo’ di assegno in bianco gli tributarono un lungo applauso. Come Russell nel 1956 e Cowens nel 1970, anche Larry Joe Bird sarebbe diventato la pietra angolare di una Dinastia. Ma alla fine del campionato 1979 nemmeno il tifoso più accanito poteva immaginare che il suo arrivo e quello dell’alter ego Earvin “Magic” Johnson avrebbero salvato l’NBA dalla bancarotta e l’avrebbero lanciata nel mercato globale.




Commenti
Cogliamo l'occasione per invitare tutti i lettori che ancora devono ripercorrere questo glorioso cammino a leggere tutti gli articoli pubblicati in precedenza, raggiungibili attraverso la Home Page della Storia dei Celtics : history.iamaceltic.it
senza falsa modestia siete davanti ad un opera che non ha precendenti neppure nei siti in lingua inglese. Buona lettura a tutti.
Sono in parte dispiaciuto perchè ho la sensazione (spero sia solo tale) che questi meravogliosi articoli non interessino a tutti, preferendo la frivola attualità, invece andare a ripercorre storie di basket e di vita come quelle raccontate in questi articoli, si riescono a cogliere aspetti molto importanti che aiutano a capire molto meglio anche quanto succede nel presente. Speriamo che con l'entrare in zone temporali già vissute come l'"era di Larry Bird (da cui ripartirà la storia dopo i playoff), aumenti anche l'interesse dei lettori.
Due parole sulla stagione in questione, forse insieme a l'era Pitino il peggior periodo della gloriosa storia biancoverde, purtroppo nello sport di squadra talvolta si innescano meccanismi umani difficilmente gestibili da fuori. Dispiace leggere che un signore come Sanders abbia pagato per giocatori "indegni" di indossare la gloriosa canotta biancoverde, che gente che il pride lo aveva vissuto sul serio come Jo Jo White sia dovuta arrivare a chiedere la cessione, e che uno come Cowens abbia predicato nel buio per oltre metà stagione. Fortuna che "l'angelo biondo" aveva iniziato a volteggiare da quelle parti.
Chiaro che le motivazioni delle sconfitta sono state molto diverse, ma l'alternanza di risultati tra una stagione e la successiva, il progresso con l'anno successivo, l'ondata di critiche e il "sacrificio" in panchina di un grande uomo mi hanno ricordato questo aspetto.
Per fortuna la dirigenza attuale è stata infinitamente migliore di Brown (e non era difficile), lasciando lavorare Ainge e conosciamo i risultati.
Con la prima foto che vediamo di quel ragazzotto biondo questi articoli si fermano momentaneamente: mi unisco al grazie di Leonardo, non credo che sia facile capire il grande lavoro fatto dagli autori di questi articoli, ricerche su internet molto difficili per anni molto lontani, scrematura delle notizie, sistemazione delle foto (alcune vere rarità di un archivio quasi irripetibile) e correzione delle bozze, il piacere delle lettura è frutto di una grande pazienza!
Io Michele non ce le vedo grandi similitudini con la stagione 06-07, li eravamo una squadra zeppa di giovani, molti dei quali ex liceali, dove i pochi esperti si infortunarono a raffica (Ratliff out tutta la stagione, teoricamente sarebbe stato il centro titolare, Pierce e Wally fuori a lungo) e al di la di qualche sprazzo di tanking, non ci furono teste calde o gioccatori svogliati che tiravano indietro, invece nella stagione raccontata da Fabio, mi pare che la coesione fosse pari allo zero come dimostra che uno spallatissimo Jo Jo White uno di quelli che il pride sapeva benissimo cos'era, da quanto era nauseato dall'ambiente arrivò a chiedere e ottenere una cessione.
Questa stagione mi ricordo da più un paio di stagioni in era Pitino, dove non c'erano più valori, più spirito di coesione, me lo spogliatoio dei Celtics era diventato un tutti contro tutti.
Citazione:
rinascere dalle proprie ceneri, in buona sostanza.
Attendo con trepidazione la loro ripresa.
un grande grazie ai curatori dell' opera.
Mi unisco a quanto detto da Leo e' iniziativa unica ed un'opportunità di conoscere "chi siamo" leggendo chi siamo stati.
Una domanda ma se fossimo finiti ultimi ci saremmo beccati Magic? Magic e Bird insieme non ci stavano naneche con la colla penso......pero' la cosa sarebbe stata intrigante.
Mi sono sempre fatto un'idea di Mr. Brown col cappellone texano, la macchina con tanto di longhorns e una schiera di oche bionde al suo seguito, col tipico atteggiamento del bauscia milanese che arriva e sistema tutto lui; magari la descrizione fisica non corrisponde perfettamente, ma nel modo di fare non mi sono sbagliato di molto: con un proprietario così la prima cosa da fare per rifondare è.....liberarsi del proprietario.
Se non ricordo male Red, Cowens e lo stesso McAdoo non furono informati dello scambio coi Knicks.
Francamente mi spiace che un giocatore come McAdoo, uno "vero", vergognosamente escluso dai migliori 50 di sempre, sia finito a Boston in una situazione così disgraziata: sarebbe stato interessante vederlo ancora in forma accanto al biondo.
Per finire mi associo ai ringraziamenti per il lavoro fatto dagli "storici"; attenderò con ansia la fine dei playoff, con la speranza che i nostri prodi quest'anno forniscano un altro importante capitolo da aggiungere alla storia di questa meravigliosa squadra.
Intervengo sperando di non dire vaccate: mi risulta Bill Cartwright, Larry Demic e Sly Williams...a parte Cartwright mon è che ai Knicks sia andata di lusso...
In entrambi i casi la leggenda bostoniana per antonomasia, Red Auerbach, fu maltrattata: nel ’78 dal nuovo proprietario Brown (per un triste scherzo del destino omonimo ma assolutamente antitetico al padre fondatore dei Celtics, il Signor Walter) poi negli anni Novanta dallo stesso Pitino e dalla sua brama di controllo totale sulla squadra ed il suo staff dirigenziale.
Per nostra fortuna nel 1979 un certo “contadinotto biondo” azzerò tutti i parametri e fece ripartire il contatore celtico a pieni giri...ma tutto ciò i nostri affezionati lo potranno leggere con calma dopo la fine dei playoffs (sperando che quest’attesa si protragga quanto più possibile...
"Si riesce"? Io ci riesco... ;)
Le tre scelte del 1979 erano la 3 (Bill Cartwright), la 9 (Larry Demic, giocò anche a Treviso) e la 21 ("Sly" Williams, fece parte anche dei Celtics 1985-86 per 6 partite prima di "sparire" nel nulla e venire "tagliato").
Edo, Magic non l'avremmo preso comunque perchè arrivò ai Lakers con una scelta dei Jazz in cambio di Gail Goodrich (ottimo play ma a fine carriera). I Lakers con la prima assoluta dei Jazz scelsero Magic, i bulls con la 2 presero David Greenwood da UCLA ed i Knicks con la 3 arrivata dai Celtics "draftarono" Cartwright.
Io credo che quando hai al timone un genio come Auerbach l'unica cosa che devi fare, è metterti nelle sue mani, tanto più che Auerbach era uno che prima di inchiostrare contratti faceva vere e proprie battaglie per risparmiare ogni dollaro possibile, come imparerà sulla sua pelle Larry.
Vergognati, "citi" Leo tralasciando il fatto che l'aveva chiesto a me... ;)
Strana questa stagione per noi tifosi Celtics, perche', nonostante si sia trattato di una delle peggiori di sempre, e' anche di una di quelle di cui si e' sempre sentito parlare, con la storia dei contrasti tra Auerbach e Brown, l'acquisizione di McAdoo,la caduta rovinosa e la clamorosa risalita. Credo che, nonostante gli 11 titoli in 13 anni, il grande genio di Auerbach sia sia venuto fuori proprio agli inizi degli anni '80 dove un uomo, di piu' di 60 anni e appartenente ad un'altra epoca, e' riuscito a resistere a un momento di sbandamento e a creare con autentiche mosse da maestro una squadra e l'ennesima dinastia.
complimenti al trio degli storici per questa e le altre pagine che ci hanno regalato.
Quoto Leo, perchè in termini di "accessi" e commenti gli articoli storici non sono ai primi posti, come invece meriterebbero.
Tuttavia non sempre audience e qualità "vanno a braccetto", anzi nella maggior parte dei casi c'è una relazione inversa! (e la tv italiana ne è l'esempio più eclatante...)
Con i "miei tempi", mi associo a ringraziamenti e complimenti rivolti ai nostri Big Three storici: apprezzo tantissimo la vostra infinita generosità, condita da rara competenza, e ve ne sono davvero grato!
Miri
la memoria e la fanciullezza giocano brutti scherzi!!!
PS avete già pensato di raccogliere gli articoli in un libro? Sarebbe un must per ogni appassionato di pallacanestro
Grazie per i complimenti. Riguardo alla possibilità di racogliere tutto in un libro, ne stiamo parlando ed è inutile negare che ci piacerebbe molto, anche se stiamo cercando la forma migliore per valorizzare un progetto così esteso.
Oltre che in risposta a faber708 questo messaggio è diretto agli amministratori del sito:
in effetti leggere la storia dei Celtics in qs pagine è uno dei motivi che mi ha fatto innamorare di IAAC e già prima dei PO avevo iniziato a raccogliere gli articoli per racchiuderli in un formato adatto alla stampa così da avere una pubblicazione artigianale da sfogliare in qualsiasi momento e da leggere alle future generazioni affamate di basket!
Naturalmente per affinare un progetto del genere servirebbe la collaborazione di quanti più possibile per raccogliere foto di qualità, correggere e rivedere l'impaginato ecc...
Per quel che mi riguarda, visto che mi occupo di grafica a tempo pieno io il libro me lo faccio, se poi c'è qualcuno interessato ad averne una copia in pdf e meglio ancora se ci sono amici celtici disposti a collaborare vi invito caldamente a condividere materiali e idee!
Per chi vuole ricevere le prime pagine di prova vi prego di indicarmi una mail o qualsiasi altra condivisione possibile.
Se non fosse possibile andare in libreria sicuramente sarà fatto un mega file .pdf comprensivo di immagini e altro scaricabile e stampabile, ma da una stima attuale siamo ben oltre le 1000 pagine e quindi non molto pratico da usare.
Per FabioP, ogni tipo di collaborazione che si può offrire al sito da parte dei lettori è sicuramente molto gradita, quindi se può darci una mano contattaci senza problemi (discorso esteso a chiunque volesse collaborare in ogni forma con il sito), in modo da valutare se è possibile una collaborazione e in che termini.
Per pura curiosità mandami (texgilas
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