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La Storia dei Celtics
La trentunesima stagione della storia NBA partiva con grandi novità: la lega rivale, l’ABA, alla fine aveva ceduto alle pressioni della più solida National Basketball Association ed alle gravi perdite finanziarie, e le due realtà si erano fuse. Quattro squadre dell’ABA erano entrate a far parte della “sorella più vecchia”: gli Indiana Pacers, i San Antonio Spurs, i Denver Nuggets ed i New York Nets.
Auerbach doveva far fronte al ritiro di Don Nelson ed alla partenza di Paul Silas: il “power forward”, in scadenza di contratto, aveva chiesto il rinnovo a cifre giudicate esagerate dal front office bostoniano che per evitare di restare con un pugno di mosche aveva messo in piedi una trade con Pistons e Nuggets.
In cambio di Silas da Detroit era arrivato l’All Star Curtis Rowe ed i Celtics avevano acquisito dai Blazers l’ala Sidney Wicks: entrambi a livello universitario erano stati protagonisti delle imprese di UCLA, e "Red" era convinto che l’abitudine a vincere instillata loro dal grande John Wooden fosse il miglior viatico per una favolosa esperienza in maglia biancoverde. In fin dei conti Rowe in Michigan si era espresso a medie di 15.4 punti ed 8.4 rimbalzi ad allacciata di scarpe, mentre Wicks nell’Oregon, seppur con i limiti di un carattere un po’ lunatico, veniva da una stagione da 19.1 punti e 9 “carambole”. Quello che mancava ai due rispetto a Silas e Nelson era la totale dedizione alla squadra, il “Pride” che spingeva il singolo a sacrificarsi per il gruppo: erano diventati professionisti nel senso più arido del termine e pensavano più al loro tabellino che al bene del collettivo. Auerbach faceva fatica a notare che la lega stava cambiando e che in un turbinare di agenti, contratti e free-agents non c’era più posto per i valori sui quali aveva fondato le due Dinastie bostoniane. Silas era la chiave di volta dei Celtics, ma lui non se la sentiva di garantirgli un contratto superiore a quello di Cowens, e tanto bastò. Anche dal rito annuale delle scelte non arrivarono aiuti sostanziosi: il Patriarca, in uno dei suoi draft peggiori, con Norm Cook si era infatti orientato su un giocatore teoricamente valido che però avrebbe mostrato grossi problemi psicologici. Tanto che da “pro” avrebbe giocato solo 27 partite, mentre tre giovinotti "draftati" dopo di lui (Lonnie Shelton, Alex English e soprattutto Dennis Johnson) riuscirono a lasciare un segno nella Lega. In pre-stagione qualche grattacapo era stato generato anche da uno dei “senatori”: pure John Havlicek non era soddisfatto del trattamento economico che "Red" voleva riservargli, specie considerando il fatto che in passato aveva rifiutato offerte più ricche (ed anche più pericolose, visto lo “spettro” del “Piano Dolgoff”) da parte dell’ABA solo per amore di Boston e della sua maglia biancoverde. Alla fine era giunto l’accordo, ma le ferite delle trattative con “Hondo” e Silas non si erano del tutto rimarginate.
Come se tutti questi piccoli problemi non fossero sufficienti, dopo solo otto partite della stagione regolare (4 vittorie e 4 sconfitte) Dave Cowens aveva annunciato la decisione di prendersi un periodo sabbatico lontano dai canestri. La motivazione ufficiale era stata la stanchezza mentale: “Non è stato qualcosa di improvviso, ma ci sto pensando da tre mesi. Avevo addirittura pensato di ritirarmi prima dell’inizio della stagione, ma poi mi sono convinto a provare. E’ allora che mi sono accorto di essere senza benzina. Quando qualcuno in entrata ti passa vicino e la tua reazione è una scrollata di spalle ed un ‘chissenefrega’, quando ti senti un robot, quando vinci o perdi ed in entrambi i casi non provi nulla, quando non riesci nemmeno ad arrabbiarti con gli arbitri, allora significa che c’è qualcosa di profondamente sbagliato”. A nulla valsero i tentativi di Auerbach, convinto che un Cowens demotivato fosse comunque migliore di cento altri giocatori motivati; il “Rosso” caricò le sue poche cose sulla vecchia Plymouth e ritornò nel Kentucky a giocare coi fratellini e bere birra con gli amici. Il 15 dicembre Boston onorò Don Nelson, ma la storia quella sera non fu né la maglia 19 appesa ai “rafters”, né la difficile vittoria (129 a 125) sui Bucks: Cowens era “scivolato” all’interno del Garden sperando di non venir notato, ed invece finì sulle pagine dei giornali, rovinando involontariamente il festeggiamento per il compagno. Le reazioni furono negative, con il “Globe” a citare commenti piuttosto infastiditi di Jo Jo White e di capitan Havlicek: “Cosa diavolo ci faceva qui”? Si domandò il primo, mentre “Hondo” aggiunse: “Abbiamo già abbastanza problemi senza dover aggiungere anche quello della sua presenza”. il Trifoglio era in difficoltà, Rowe e Wicks non stavano rispondendo alle aspettative soprattutto sul lato difensivo del campo e la squadra non riusciva ad uscire dal “pantano” del 50% tra vittorie e sconfitte.
Alla fine "Red" convinse Cowens a rientrare, ed anche in questo caso riuscì a dimostrare la sua grandezza: chiamò il reporter Dave O’Hare di Associated Press, che poco tempo prima gli aveva confidato di essere in cattive acque col suo capo, e gli disse di andare nel suo ufficio. Lì O’Hare trovò Dave, seduto: Auerbach si rivolse al centro e gli ordinò: “Digli quello che mi hai appena riferito”. Il centro gli comunicò che sarebbe rientrato nei ranghi, ed a quel punto il Patriarca si rivolse al giornalista in difficoltà: “Quanto tempo ti serve per fare questo scoop”? Solo quindici minuti, rispose O’Hare, che sarebbe andato in pensione nel 1992, a cinquant’anni dall’assunzione all’Associated Press. Carriera salvata. Dopo 65 giorni di assenza (e 102.000 dollari lasciati nelle casse della società) il numero 18 fece la sua apparizione in spogliatoio per la partita coi fortissimi Portland Trai Blazers guidati da Bill Walton. A quel punto il bilancio degli “orfani di Cowens” era in perfetta parità: 15 vinte e 15 perse, che sommate al 4-4 di inizio campionato li ponevano ancora ad un tiro di schioppo dai Sixers. Philadelphia stava guidando la Atlantic Division e lottava con Houston per il predominio nella Eastern Conference grazie all’acquisto dell’asso dell’ABA che porta il nome di Julius Winfield III Erving, meglio conosciuto come “Doctor J”. Il ritorno del “guerriero” del Kentucky fu osannato dal Boston Garden ma dopo solo un minuto di partita venne oscurato dall’infortunio alla guardia Charlie Scott che andando a sbattere contro il supporto del canestro si fratturò l’avambraccio sinistro. Cowens entrò in campo dopo quattro minuti e mezzo, quando Jim Ard commise il suo terzo fallo nel tentativo di arginare Walton. Nonostante una bella prestazione del rientrante centro biancoverde, la partita si risolse in una dura sconfitta per 107 a 92 contro una squadra che era decisamente meglio attrezzata. I Celtics però potevano contare anche sul “vecchio” capitano, e fu John Havlicek a guidarli nella seconda parte della stagione: a quasi 37 anni (li avrebbe compiuti verso la fine della regular season), giocò 36.9 minuti ad incontro facendo registrare medie di 17.4 punti, 4.8 rimbalzi e 5.1 assist. Il 6 aprile, nel corso della partita interna persa contro i Rockets per 103 a 94, “Hondo” superò quota 25.000 punti segnati in carriera: il secondo nella graduatoria della Franchigia, Bob Cousy, era “solo” a quota 16.955. La regular season terminò sull’onda di tre vittorie consecutive che, con il rientro di Scott, diedero alla franchigia la speranza di poter ben figurare nei playoffs contro le avversarie della Eastern Conference. Il “top scorer” era sempre Jo Jo White (19.6 e 6 assist di media) seguito proprio da Scott (18.2), Havlicek, Cowens (16.4 punti e 13.9 rimbalzi), Wicks (15.1 punti e 10 rimbalzi) e Rowe (10.1 punti e 7.1 “carambole”).
Ad Est Philadelphia aveva chiuso a 50 vittorie e 32 sconfitte e si candidava al ruolo di pretendente al titolo in virtù di un cast di stelle di prima grandezza. Al citato “Doctor J” potevano affiancare le guardie Henry Bibby e Doug Collins, la potentissima ala George McGinnis ed il centro filiforme Caldwell Jones, e dalla panchina arrivavano i punti immediati di Lloyd Free, l’esperienza del roccioso Steve Mix e la freschezza e l’atletismo del giovane centro Darryl Dawkins, l’uomo che dava un nome alle sue schiacciate. Al secondo posto i sorprendenti Houston Rockets del trio Rudy Tomjanovich-Calvin Murphy-Moses Malone, squadra che era arrivata ad una sola partita dai favoriti Sixers grazie ad una fantastica chimica di squadra generata dal “Coach of the Year” Tom Nissalke, mentre in terza posizione, in una volata strettissima che li aveva portati a due sole partite di distacco dalla vetta, i Washington Bullets di Elvin Hayes, Wes Unseld, Dave Bing e Phil Chenier. Ad Ovest la sorpresa erano stati i Denver Nuggets: all’esordio nell’NBA coach Larry Brown li aveva guidati al secondo posto nella Western Conference alle spalle dei favoriti Lakers. Brown aveva fatto giocare ai suoi un basket veloce (111.2 punti a partita) ma allo stesso tempo una difesa arcigna che vedeva nella presenza di Paul Silas e nei tentacoli di Bobby Jones le armi più efficaci. In attacco, poi, quando la palla finiva tra le mani di Dan Issel era praticamente in banca (22.3 punti di media col 51.5% di realizzazione), mentre l’estro dell’atletico David Thompson (25.9 punti a partita) garantiva spettacolo e canestri. I Lakers avevano chiuso col miglior bilancio dell’intera NBA (53 vittorie) e poggiavano le loro speranze di vittoria sul centro più dominante della lega: Kareem Abdul-Jabbar aveva segnato 26.2 punti a gara con un fantascientifico 57.9%, cifre che gli erano valse il doveroso titolo di MVP stagionale. A lui si univano Cazzie Russell (16.4 punti) e Lucius Allen (14.6), e l'allenatore Jerry West era convinto di poter far suo il titolo. I Portland Trail Blazers avevano fatto registrare solo il terzo bilancio ad ovest del Mississippi, ed anche se erano in pochi a favorirli in fase di pronostico, la presenza del duo Bill Walton-Maurice Lucas rendeva la loro frontline una delle più temibili in ottica playoffs.
Nel primo la "pratica " San Antonio Spurs fu espletata tutto sommato agevolmente, vincendo 104 a 94 a "Beantown" e 113 a 109 all’HemisFair Arena in Texas. La fiducia crebbe ulteriormente il 17 aprile quando Boston espugnò (113 a 111) anche lo Spectrum di Philadelphia nella gara di apertura della semifinale Est: Jo Jo White insaccò una sospensione dall’angolo al suono della sirena, ed i Celtics danzarono sotto il canestro. Forse danzarono un po’ troppo presto, perché “Doctor J” si svegliò e trascinò i Sixers a due vittorie (113 a 101 in casa e 109 a 100 al Garden) per riprendere il controllo della serie. Da allora le due franchigie si aggiudicarono le partite sul proprio terreno amico: 2 a 2 con i Celtics a vincere per 124 a 119, 3 a 2 Sixers (110 a 91), pari a quota 3 (Boston vincente 113 a 108 grazie a 40 punti di Jo Jo White). Il 1 maggio la truppa di Heinsohn scese allo Spectrum conscia del fatto che nessuna squadra biancoverde aveva mai perso una gara 7 contro “Phila”. La partita fu combattuta, ma i veterani del Trifoglio semplicemente avevano terminato la benzina: Havlicek segnò solo 4 dei 15 tiri tentati, White ne infilò 7 su 24, Scott 3 su 14, Cowens 5 su 16.
Anche i Sixers non tirarono benissimo, ma trovarono 27 punti in 26 minuti da Lloyd Free e nonostante una clamorosa inferiorità a rimbalzo (57 a 82) riuscirono a scrollarsi di dosso l'avversario. Mentre il cronometro scandiva gli ultimi secondi e Free palleggiava pigramente sgambettando qualche passo di disco-music ed agitando il dito indice nel classico segno del “siamo i numero uno”, Cowens non poteva non guardare il tabellone che segnava l’83 a 77 finale. I suoi 27 rimbalzi erano un risultato effimero in una gara in cui nessun Celtic aveva superato quota 17 punti, ma il 65% ai liberi su 35 tentativi (i Sixers invece avevano segnato 23 dei 25 “liberi”) gridava vendetta. Il coach di Philadelphia Gene Shue commentò acidamente “La Mistica dei Celtics non esiste più”: la punizione degli Dei del Basket per queste parole sarebbe stata terribile. I 76ers, dopo aver regolato Houston in sei partite nella finale Est, nello “Showdown” che li vedeva opposti a sorpresa ai coriacei Portland Trail Blazers si portarono sul 2 a 0 e sentirono il titolo in tasca. I Blazers di Bill Walton e Jack Ramsey, però, presero il controllo della serie e si aggiudicarono le successive quattro partite in uno delle sorprese più clamorose della storia dell’NBA. E Gene Shue, novello Icaro, pagò a caro prezzo la sfida agli Dei: a “completare” la doccia fredda delle Finali, all’inizio del campionato seguente arrivò anche l’esonero.
Per i biancoverdi la stagione si chiudeva con luci ed ombre: l’organico sulla carta era di tutto rispetto ed aveva costretto i vicecampioni di Philadelphia alla settima partita, ma in realtà Wicks e Rowe insieme non erano in grado di generare un centesimo della magia di Silas, il giocatore che lasciando le luci della ribalta agli altri aveva svolto un lavoro decisivo nella conquista dei titoli del 1974 e del 1976. Havlicek ormai aveva 37 anni, e non c’era nessuno in grado di prendere il suo posto. Coach Tom Heinsohn in seguito avrebbe dichiarato che quella stagione da 44 vittorie e dai playoffs dignitosi, con tutti gli infortuni, i problemi e le incertezze, era stata il suo capolavoro: come dargli torto?





Commenti
Credo che Heinsohn fece una gran lavoro, considerato il limitato talento a disposizione ed un Havlicek ormai alla fine.
Certo che la storia delle stagioni successive sarebbe potuta essere completamente diversa con un Bill Walton sano (a proposito, bellissima la foto del periodo "figlio dei fiori"
E una stagione come quella appena raccontata magicamente da Fabio è da incoronazione assoluta, e per capire la grandezza di gente come Silas, forse bisogna arrivare al giorno che non c'è più.
Certo che la seconda metà degli anni settanta non è stata avara di sorprese in quanto a risultati; sorprende soprattutto la difficoltà che hanno avuto i 2 migliori giocatori del periodo cioè Kareem e Dr.J ad imporsi con le proprie squadre.
Di contro è stata prodiga di personaggi leggendari come il nostro giustiziere in G 7, Lloyd Free meglio conosciuto come World B., autoproclamatosi miglior giocatore del mondo tanto da cambiare ufficialmente il proprio nome per ricordarselo. Benvenuti nell'era della Disco!!
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