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La Storia dei Celtics
Il 1969 è l' anno zero per il Trifoglio. Tredici anni di trionfi quasi ininterrotti erano terminati d'improvviso in una festosa notte “angelena”, quella del “trionfo della staffa”, quella dei palloncini appesi alle volte del Forum, di quel 108-106 che aveva sancito l'ultimo miracolo della Dinastia che Auerbach aveva saputo creare e coltivare con meravigliosa competenza.
Ora è necessario ricostruire: impresa ardua se si considera che gli uomini da rimpiazzare si chiamano Bill Russell e Sam Jones. Certo, Havlicek è ancora nel pieno della sua maturità agonistica, si può ancora contare sul solido apporto del “ringhioso” Bailey Howell, su Nelson e Sanders, ma senza la “testa” il resto del corpo non può certo fare miracoli. “Red” questo lo sa benissimo, come sa che le nuove fondamenta dovranno essere poste in fretta se si vorrà evitare di sostare troppo a lungo nella terra di nessuno della mediocrità. Ma queste precisazioni sembrano persino offensive quando si parla del Patriarca: senza porre tempo in mezzo riesce mirabilmente a far fruttare al meglio la prima opportunità utilizzando in maniera magistrale la “pick” numero 9 che il draft del 1969 porta in dote alla franchigia del Trifoglio: "I Boston Celtics scelgono Joseph Henry White dall'Università del Kansas”. Quella guardia dal fisico d'acciaio e dal jump shot glaciale sarebbe diventata una delle pietre angolari di quella rinascita che avrebbe garantito al “leprechaun” due titoli NBA ed un lustro abbondante passato a guardare gli avversari dall'alto delle zone nobili della classifica.
“Jo Jo” White nasce a St.Louis il 16 novembre 1946: "coetaneo" del Trifoglio, dunque. Il più piccolo di sette rampolli viene al mondo a spezzare l'equilibrio tra maschi e femmine fino ad allora salomonicamente fissato a tre per parte. Per una volta non parleremo di quartieri malfamati e di gioventù in equilibrio instabile tra la legalità ed illegalità, situazioni purtroppo comuni a molti dei giocatori di oggi e dei tempi passati. Cresce in un'atmosfera serena con una famiglia unita e due genitori amorevoli che diventano presto un esempio da seguire: "Non dovetti andare troppo lontano per trovare modelli a cui ispirarmi. Mio padre e mia madre furono le persone più importanti nella mia crescita. Parlavano molto con noi, di quali fossero le nostre aspirazioni, di come comportarci con gli altri...". Inizia a giocare a basket presto, a sei anni, divertendosi con gli altri bimbi del quartiere in una comunità molto unita. Ovviamente, essendo nato a St.Louis, è testimone del periodo d'oro della franchigia cittadina, ivi trasferitasi da Milwaukee nel 1955. Bob Pettit, Cliff Hagan e Chico Vaughn sono i suoi giocatori preferiti. I biancoverdi, ironia della sorte, sono il “nemico”. Consegue brillantemente il diploma presso la locale McKinley High School e a questo punto arriva il momento di scegliere dove proseguire gli studi. Dopo la canonica serie di visite per toccare con mano l'ambiente dei vari atenei opta per Kansas University, come altri Celtics eccellenti tra i quali Clyde Lovellette e Paul Pierce (ci sarebbe anche Scot Pollard, ma glissiamo). Nel caso di Joseph la decisione è quasi obbligata ed è la naturale conseguenza delle priorità del ragazzo: Kansas ha una solida tradizione cestistica ed è abbastanza vicina a casa per consentire ai parenti di assistere alle partite ed a lui di tornare periodicamente in famiglia . Ciliegina sulla torta, i Jayhawks non hanno mai avuto una guardia in grado di essere nominata All-American e il sapore della sfida è irresistibile. Nella scelta ha un certo peso anche il football, sport nel quale White eccelle. Durante il viaggio a Lawrence, dove ha sede il campus, gli capita di assistere a una partita tra la squadra di casa e Oklahoma, vinta dai locali per 15-14. In quella squadra milita nientepopodimeno che Gale Sayers, ovvero la "Cometa del Kansas", un signore che avrebbe fatto sfracelli anche tra i pro negli anni successivi, ma soprattutto un idolo per Jo Jo. Quell'occasione gli dà la spinta per prendere la decisione definitiva. Basket, football anche baseball. E' un "all around athlete" come erano stati in tempi passati John Havlicek e Bill Sharman, tanto da essere draftato, oltre che dai Celtics, anche dai Dallas Cowboys e dai Cincinnati Reds. Non si cada però nell'errore di considerarlo il "solito" sportivo che ha nello studio l'ultimo dei suoi pensieri. E' un tipetto con il cervello ben oliato e non sceglie di proseguire gli studi solo per diventare qualcuno nella pallacanestro. Il suo sogno nel cassetto è (anche) quello di diventare medico, un giorno. Certo, il connubio è devastante, diciamo pure che l'idea di laurearsi in medicina e nel contempo sudare tutti i giorni in palestra tra allenamenti e partite è impresa al limite della fantascienza. Sarà Coach Owens, un eccellente maestro che molto farà per la crescita umana e tecnica di White a convincerlo del fatto che, anche se non sarebbe per lui impossibile diventare un ottimo "dottore", sarà sicuramente più facile eccellere nel Gioco. Lui capisce e passa alla meno impegnativa facoltà di Educazione Fisica. Con il senno di poi possiamo dire che mai decisione fu più saggia.
Diventa “eleggibile” durante il secondo semestre dell'anno di grazia 1966 e l'allenatore non ci pensa due volte a buttarlo da subito nella mischia senza attendere il campionato successivo. Il suo apporto è immediatamente tangibile e si rende protagonista di un evento "storico", rischiando seriamente di interrompere sul nascere una delle storie più romanzate della pallacanestro universitaria statunitense: parliamo della vittoria del titolo NCAA da parte di Texas Western (dal 1967 University of Texas at El Paso, UTEP), il primo quintetto composto esclusivamente da atleti neri ad aggiudicarsi la posta. Siamo alle finali dei Regionals, il punteggio è in parità allo scadere del primo tempo supplementare: White tira un missile da nove metri che si insacca ma l'arbitro annulla perchè, pare che un piede del giocatore abbia pestato la linea laterale prima della conclusione: "Ho molti ricordi di quella partita", ricorda oggi Jo Jo. "Ricordo quando mi ritrovai la palla tra le mani e provai l'ultimo tiro. Caddi all'indietro in braccio a una signora del pubblico, poi i miei compagni si gettarono su di me per festeggiarmi. Ma l'arbitro sentenziò che avevo toccato la linea bianca. Quella chiamata diede di fatto la vittoria a Texas Western e da quel giorno i miei compagni mi presero in giro perchè i miei piedi troppo lunghi ci erano costati la sconfitta. In realtà il filmato mostra che l'azione era regolare. Ho la sequenza delle immagini appesa al muro di casa, tre foto dove si vede chiaramente la mia posizione. Era buona". Quel tiro avrebbe sancito l'affermazione di Kansas che, invece, sarà eliminata al secondo overtime lasciando campo libero agli avversari poi capaci di vincere il titolo nazionale nella finale entrata nella leggenda contro la "bianca" Kentucky. Anche la cinematografia si ricorderà di questa impresa con il film del 2006 “Glory Road”, ricostruzione più o meno fedele di quei fatti ormai lontani nel tempo. Ad ogni modo Jo Jo conclude l'esperienza da freshman con 11.3 punti e 7.6 rimbalzi di media nelle nove partite giocate. Non male per un diciannovenne ai primi approcci con il basket "serio". L'anno successivo i punti diventano 14.8, poi 15.3 nel 1967-68. In entrambe le occasioni viene premiato come "All Big Eight selection" e "Kansas MVP". Nel 1968 riceve l'agognata nomina ad All-American e guida i suoi fino alla finale del NIT (National Invitation Tournament) che vede i Jayhawks sconfitti da Dayton nell’ultimo atto. Dopo la chiamata a rappresentare gli USA ai Giochi Panamericani del 1967 arriva anche la selezione per le Olimpiadi di Città del Messico del 1968. La nazionale a stelle e strisce conquista la medaglia d'oro battendo la Jugoslavia dello sfortunato Radivoj Korac per 65-50 in una gara tutt'altro che scontata, almeno nel primo tempo terminato 32-29. In apertura di ripresa uno stordente break da 17 punti consecutivi - otto dei quali griffati White - mette di fatto la parola fine alla contesa. La luminosa carriera universitaria del nativo di St.Louis termina nel 1969. Con solo sei mesi di eleggibilità non può finire il campionato e gioca l'ultima partita il primo febbraio 1969, ovviamente con i fuochi artificiali, 30 punti (career high) per salutare i tifosi nella vittoria per 80-78 contro Colorado. Grazie alle sue prestazioni i Jayhawks si aggiudicano il titolo di Conference per la prima volta in nove anni.
E' il 1969 dunque ed Auerbach, come abbiamo visto in piena tempesta da rifondazione, adocchia il ragazzo. Certo, a un primo sguardo l'affare sembrerebbe improponibile: in mano ai Celtics c'è la scelta numero 9, non proprio un assegno in bianco, ma non tutto è perduto. Ci sono in effetti buone probabilità che al draft la sua chiamata non sia tra le prime e non perchè non sia considerato bravo – anzi, molto bravo - ma perchè ha davanti a sé due anni di servizio nei Marines, lasso di tempo sufficiente a raffreddare l'entusiasmo del più paziente dei GM. Sfortunatamente per gli avversari del Trifoglio il Patriarca ha il solito asso nella manica e lo gioca con la consueta maestria: come molti dei lettori sapranno "Red" è un veterano della Marina degli Stati Uniti ed ha molte conoscenze in divisa da ammiraglio. Qualche telefonata e i due anni di paventata assenza si tramutano in un pugno di partite, poi, come d'incanto, la matricola si presenta in campo con gli obblighi di leva assolti. Ma Auerbach può ringraziare anche la buona sorte perchè al momento della scelta delle matricole l'addio di Russell non è ancora un dato di fatto e la dirigenza confida di poterlo annoverare nel roster per un altro anno. In caso contrario, probabilmente, sarebbe arrivato un lungo, non una guardia. Sarà durante il training camp, a cose fatte, che “per qualche dollaro in più” Bill annuncerà il suo ritiro dalle pagine di Sports Illustrated. Ad ogni buon conto grazie a questo ennesimo "furto" Boston porta a casa un giocatore che per 10 anni sarà uno dei leader riconosciuti della franchigia, un difensore tenace, un tiratore mortifero ed un buon creatore di gioco, anche se sempre sottovalutato dagli addetti ai lavori in questa fase del gioco. In più, sarà un autentico stakanovista del parquet: per cinque stagioni (dal 1972 al 1977) non salterà neppure una partita di regular season, e per sei campionati consecutivi (dal 1971-72 al 1976-77) giocherà almeno 3,200 minuti. Più concretamente fanno 489 partite (su 492) ad una media di 40 minuti spaccati ad allacciata di scarpe per sei anni, una volta ogni paio di giorni.
La squadra di Heinsohn in quel periodo non facile è proprio quello che ci vuole per valorizzare il prodotto di Kansas University: il coach ha strutturato il gioco dei suoi basandolo sulla velocità e sulla corsa, qualità che White ha da vendere. Inoltre il rookie si inserisce perfettamente e da subito nella famiglia del Trifoglio, mostrando già dal training camp, assassino come da scuola Auerbach, un'etica del lavoro e una resistenza alla fatica fuori del comune e guadagnandosi immediatamente la stima di compagni, allenatore e dirigenza. Di quel primo anno ricorda: "Fui fortunato ad avere davanti grandi uomini che mi insegnarono molto e che ebbero una grande parte di merito nel processo di ricostruzione dopo la fine della Dinastia. Quando iniziai il mio cammino da professionista ai Celtics c'era un'organizzazione eccezionale: Heinsohn era l'allenatore, Red era sempre presente, Russell si era ritirato ma era ancora uno di famiglia. Penso che questa stabilità abbia aiutato molto la squadra a risalire la china". Almeno all'inizio il cambio di direzione è però drammatico: il nuovo centro Hank Finkel, con tutto il rispetto che si deve a una persona perbene e ad un serio professionista, non può certo essere paragonato all'illustre predecessore; l'autorità di "Tommy Gun" viene più volte messa in discussione dagli addetti ai lavori e la guardia Emmette Bryant viene addirittura sospesa per comportamento irriguardoso nei confronti del coach. In queste “storie tese” Jo Jo, che ha scelto di indossare la canotta con il numero 10, trova comunque il modo per farsi apprezzare. Specie nel finale di campionato quando, vista la mala parata, ai giovani viene concesso molto spazio: al termine della regular season (quell'anno, per la prima volta in un ventennio non ci saranno playoffs per il Trifoglio), viene inserito nel primo quintetto rookie e riesce a mettere insieme 12 punti abbondanti in 22 minuti di utilizzo medio, cifre più che discrete per un debuttante, per giunta in una squadra non irresistibile.
Nel 1970 arriva “l'addizione” decisiva per dare il via a quella che sarebbe diventata la "seconda dinastia", ovvero il terzo componente di quel “Big Three ante litteram” che costituirà l'ossatura dei Celtics per quasi un decennio: Dave Cowens, tostissimo centro ventiduenne da Florida State. L'ex Jayhawk parte in quintetto nella posizione di guardia insieme al coetaneo Don Chaney e si rivela il fulcro del meccanismo offensivo biancoverde. La squadra non è ancora matura per il grande salto ma l'asse Cowens-Havlicek-White induce all'ottimismo. Il gioco si svolge con fluidità a partire dalle aperture fulminee del primo, passando per le transizioni furibonde degli altri due. A difesa schierata si fatica, ma in campo aperto è "showtime". Jo Jo fa fuoco e fiamme durante i sei mesi di stagione regolare totalizzando 21.3 punti e 4.8 assist di media, numeri che gli valgono la prima convocazione all’All Star Game: un appuntamento che non mancherà per sette anni consecutivi. In quell'occasione, nella sconfitta subita dall' Est per 108-107, trova il modo di guadagnarsi il rispetto dei "grandi" mettendone 10. Per il playoffs ancora nulla da fare, ma è solo questione di tempo. Il 1972 e il 1973 sono gli anni della consapevolezza di poter di nuovo recitare il ruolo dei protagonisti: Boston si qualifica agevolmente per la post-season ma viene “stoppata” per due volte dai Knicks. White ormai è un titolare inamovibile e “vede” il campo rispettivamente per 41.3 e 39.6 minuti a gara, totalizzando in media 23.1 (migliore prestazione in carriera) e 19.7 punti ad allacciata di scarpe. Proprio nel 1972 arriva un altro innesto di peso, Paul Silas, ala forte con eccellenti doti di intimidatore d'area e di rimbalzista. I suoi blocchi per il numero 10 diventano un'ulteriore arma per “aprire” le difese avversarie, tanto che nel 1974 arriva il primo titolo della nuova era dopo una stagione regolare da 56 vittorie e 26 sconfitte. Jo Jo timbra il cartellino con le consuete 82 partite giocate, ogni volta mettendo a referto 18.1 punti (16.6 durante i playoffs). Per arrivare alla Finale NBA bisogna prima eliminare i tosti Buffalo Braves, e con freddezza Jo Jo decide gara sei ed il passaggio del turno realizzando due contestati tiri liberi a tempo scaduto. L'ultimo ostacolo da superare è la Milwaukee del formidabile Kareem Abdul-Jabbar e la serie si risolve solo allo "spareggio". E' lo stesso White a raccontare come i Celtics impostarono la “bella”: “Kareem era un giocatore che faceva paura. Sapevamo ciò di cui era capace perchè lo avevamo visto dal vivo negli incontri precedenti. Poteva batterci, così decidemmo di rendergli le cose difficili in difesa, di fargli sudare ogni tiro, di metterlo sempre sotto pressione. In seconda battuta ci preoccupammo di Oscar Robertson, l'unico vero portatore di palla dei Bucks; cercammo sempre di rendergli difficoltosa la ricezione e di pressarlo per non farlo ragionare. Il risultato fu ottimo: loro forzarono molte conclusioni, spesso al limite dei 24 secondi. In attacco poi cercammo di correre ancora più di quanto eravamo soliti fare. Andò tutto alla perfezione”.
Nel campionato 1974-75, terminato anzitempo al cospetto dei rampanti Bullets, mette a segno ancora i canonici 18.3 punti a partita, ma il culmine della carriera lo raggiuge il 4 giugno del 1976 in quello che sarà unanimemente ricordato come "The Greatest Game Ever": gara 5 di Finale contro i Phoenix Suns guidati da coach MacLeod e dall'ex-Celtic Westphal. Gli stralunati tifosi sugli spalti assistono a una battaglia da tre overtime dove ogni giocatore in casacca biancoverde in campo mette il proprio mattone per rendere ancor più epica la lotta: da Havlicek che, acciaccato, gioca per 54 minuti a Glenn Mc Donald che si erge a protagonista inaspettato nel terzo supplementare, passando per Jim Ard che mette due liberi decisivi nel momento topico. In mezzo a questa serie di grandi e piccoli eroismi White è il protagonista assoluto, con 33 punti e 9 assist in 60 minuti (!), frutto di un 15 su 29 al tiro che contribuisce in maniera decisiva al trionfo. L' immagine del numero 10 che trotterella per il campo con la palla in mano in attesa che la sirena sancisca l'incredibile 128-126 fa il paio con quella di Cousy che porta in giro mezza squadra dei Lakers negli ultimi istanti della Finale del 1963. Due giorni dopo, a Phoenix, la banda di Heinsohn si aggiudica ancora una volta il titolo NBA: quello di MVP delle Finals per l’atleta da St.Louis è solo il logico corollario di una serie giocata in maniera mostruosa. Oggi ricorda: “Il mio momento più luminoso fu decisamente quella partita. E' proprio vero: quando è la tua giornata tutto gira per il verso giusto. Ebbene, quella fu la mia giornata”. Il campionato 1976-77 è l'ultimo vissuto da protagonista prima del lento ma inesorabile declino, suo come dei Celtics: ancora una volta (e sono cinque anni consecutivi) tiene fede alla sua fama di "Ironman" presenziando a tutti gli incontri della sua squadra con il non trascurabile corollario di 19.6 punti e 6 assist in 40 minuti abbondanti di utilizzo medio. L'anno successivo si infortuna gravemente a un piede chiamandosi fuori per 36 partite durante una delle stagioni più disgraziate della storia biancoverde (impietoso il record di 32-50). Le sconfitte, la frustrazione, la richiesta di cessione: il 30 gennaio del 1979 dà l'addio a “Beantown”, spedito ai Golden State Warriors in cambio di una prima scelta. Termina la carriera ai Kansas City Kings dove gioca 13 gare nel campionato 1980-81. In seguito torna a Lawrence per fare il secondo del suo ex-allenatore Ted Owens, ma dopo il ritiro di quest'ultimo ai Jayhawks arriva Larry Brown. Tra i due non c'è feeling e nel 1983 viene dolorosamente ed inaspettatamente licenziato dal coach per non meglio precisate “divergenze”. La sua maglia numero 10 viene issata tra le volte del Garden con una solenne cerimonia il 9 aprile del 1982. Da segnalare anche due apparizioni cinematografiche, in “Inside Moves”, film drammatico del 1982 e in “The Game Plan”, commedia della Disney sul mondo del football, accanto al figlio Brian J. White. Dal maggio del 2000 è tornato a Boston dove ricopre il ruolo di Direttore dei Progetti Speciali e addetto alle pubbliche relazioni per i Celtics.
Il ruolo della guardia “serica” con un jumper che uccide è piuttosto atipico nella storia di una Franchigia nella quale la maggior parte dei numeri appesi sono dedicati ai duri mastini della difesa ed ai combattenti dei tabelloni da Loscutoff a Sanders, da Cowens a McHale. Eppure, a far capolino ogni tanto dalle pieghe della Storia del Trifoglio, ecco che esce il “levriero”, il giocatore ammaliante. Nel ruolo in cui l’indiscusso maestro è stato Sam Jones, anche Jo Jo White ha saputo ritagliarsi uno spazio importante.





Commenti
Scherzi a parte, 60 minuti in campo? E noi che ci preoccupiamo se superano i 30, i nostri cocchetti ....
Un altro dei nostri grandi, incredibile quanti siano stati!
Dovrebbero leggerselo i Celtics attuali questo ed altri pezzi di storia; forse un po' di vergogna la proverebbero nell'indossare la maglia in certe occasioni.
Ma si sa il tempo cambia le situazioni, e gli uomini non sono piu' gli stessi; si dico uomini e non giocatori...........
Grandi come al solito il reporter Merendi ed il"fotografo" Anderle!!!
Concordo un attenta lettura di un articolo come questo ai Celtics "svogliati" di questo periodo potrebbe essere utile, magari non gli farebbe ritrovare la voglia, ma almeno un minimo di senso di vergogna per indossare quella stessa maglia dentro di se lo sentirebbero.
Complimenti a Angelo per l'articolo (che ha avuto la gestazione più lunga che io ricordi riguardo ad un articolo sui Celtics) e alle solite introvabili fotografie di Fabio.
Come al solito lettura consigliata a tutti.
Concordo in pieno: JoJo dopo Cousy ma nessun altro avanti, compresi Tiny Archibald ed il compianto DJ... Waiting for Rondo.
Complimenti, come al solito,al redattore Angelo e al fotografo Fabio.
Bando agli scherzi: Ennesima "standing ovation" per il redattore Angelo ed il "coreografo" Fabio.
A me la facciona di Jo Jo ricorda un po' quella di Perkins (soprattutto nella foto in bianco e nero che lo ritrae in panchina), poi anche in quanto a talento e "skills" siamo lì...
Citazione:
Eh, secondo me qui si potrenne discutere: per quello che riguarda il periodo strettamente passato ai Celtics non si può non condividere, anche perchè Archibald arrivò trentenne e con tre infortuni terribili alle spalle. Tuttavia fu una pedina fondamentale per la conquista del primo titolo dell' era Bird. Per quello che fece vedere nei primi anni, beh, io li metterei almeno sullo stesso piano, ma son gusti.
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