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La Storia dei Celtics
Venerdi 4 giugno 1976: i 15.320 spettatori che occupavano le gradinate del Garden attendevano, tra una Coca Cola e un hot dog, che i loro beniamini entrassero in campo per la gara 5 delle Finals NBA... Gli avversari erano i Phoenix Suns, solo 42 vittorie in regular season: una squadra giovane che coach MacLeod e la straordinaria maturazione dell’ex Celtic Paul Westphal avevano traghettato fino al capolinea. Occorre dire, a onor del vero, che all'epoca la Western Conference non era certo irresistibile, tuttavia lo scalpo dei Warriors di Rick Barry campioni in carica ed eliminati in sette partite, rappresentava un biglietto da visita credibile. I Celtics, di contro, dopo una stagione da "primi della classe" conclusa con un ottimo record da 54-28 avevano sofferto il giusto per sbarazzarsi di Buffalo Braves e Cleveland Cavaliers (4-2 in entrambi i casi).
La tensione nell'aria era palpabile in quei minuti precedenti la palla a due, ma in fondo questi "phoenicians" non incutevano troppa paura nei tifosi biancoverdi: Boston era la logica favorita per la vittoria finale e il Garden aveva già respinto l'invasore con due convincenti vittorie per 98-87 e 105-90. Certo, la trasferta in Arizona era stata nefasta, i padroni di casa a restituire la pariglia impattando sul 2-2 (98-105 e 107-109), nonostante in gara 4 Jo Jo White avesse fallito allo scadere l'occasione di portare la contesa all'overtime con un jumper dai 6 metri che non aveva trovato neppure il ferro. Poco male, sul glorioso parquet incrociato le cose sarebbero state diverse: troppa differenza di classe e di esperienza tra le due compagini. Date queste premesse, chi poteva immaginare che quella sera sarebbe andato in scena uno spettacolo irripetibile, una delle partite più straordinarie della storia o, come gli americani avrebbero sentenziato con la consueta enfasi: "The Greatest Game Ever"?
L'unico serio motivo di preoccupazione in casa Celtics erano le condizioni fisiche di Havlicek. Il trentaseienne campione soffriva del riacutizzarsi di un vecchio infortunio al piede che lo aveva già costretto a tre partite di stop nel primo turno contro i Braves. Si era allenato poco e male nell'ultimo periodo e il piano di coach Heinsohn era di tenerlo in campo per una ventina di minuti. Come vedremo le cose andarono molto diversamente. A parte questa incognita, i due quintetti in campo avevano oggettivamente un tasso di classe non comparabile: da una parte, oltre a "Hondo", semplicemente il miglior realizzatore della storia biancoverde con i suoi tredici All Star Games, c'erano le braccia smisurate, la velocità e l'agonismo oversize di Dave Cowens, la solidità del "garbageman" Paul Silas, la classe di White e il talento realizzativo di Charlie Scott, piccola e rapidissima guardia capace di 16.5 punti di media in regular season. Proprio Scott l'anno precedente militava a Phoenix ed era approdato nel Maggio del 1975 a Boston in cambio di Paul Westphal, quest'ultimo divenuto in un anno da gregario del Trifoglio a trascinatore dei Suns, capace di medie superiori ai 20 punti ad allacciata di scarpe. A far compagnia all' ex Trifoglio c'erano Alvan Adams, talentuoso centro dalle mani educate appena nominato Rookie of The Year, Garfield "Gar" Heard, Curtis Perry e Ricky Sobers.
L'inizio non sembrò promettere fuochi d'artificio, se non per i padroni di casa: Cowens andò subito a segno in layup dopo un paio di sportellate nel pitturato, mostrando che al Garden non si regalava nulla. Da quel momento, per quasi 48 minuti, i biancoverdi tennero alle spalle gli avversari e il primo quarto fu un assalto all' Alamo in cui Phoenix non riuscì mai a raccapezzarsi, o quasi. Persino l'uomo meno pericoloso offensivamente, Paul Silas, approfittò dello spazio lasciatogli per infilare un paio di piazzati e una penetrazione più da guardia che da nerboruto poliziotto d'area. Havlicek, ancorchè su un piede solo, non si tirò certo indietro cannoneggiando la retina da ogni posizione, ivi compreso un jumper dai sei metri di poetica bellezza. Insomma, per farla breve dopo 4 minuti, grazie a un incredibile 9 su 12 al tiro il punteggio recitava 20-5. Nè i marosi accennarono a placarsi in breve tempo; ancora 5 giri di lancetta e il distacco si era dilatato ulteriormente: una sontuosa circolazione di palla conclusa da Jimmy Ard (backup di Cowens dalle apprezzabili doti di intimidatore d'area) con elegante semigancio seguita da un comodo appoggio di "Hondo" sancirono il +20 (32-12). La sirena fermò il massacro sul 36-18. Havlicek aveva a referto già 13 punti, seguito a distanza da Cowens, Silas (6 per entrambi) e White (5). Le percentuali dal campo spiegavano in maniera eloquente il distacco: 61% contro 31%. Anche in apertura di secondo periodo le cose sembravano procedere per il meglio e, dopo 120 secondi, si veleggiava sul 42-20 del massimo vantaggio. Nulla sembrava far presagire la tempesta che si sarebbe abbattuta sulle coronarie del popolo del Trifoglio. Lo spartiacque fu un fallo offensivo del biondo con il numero 33 (Steve Kuberski, non Larry Bird). Gradatamente le maglie difensive dei Suns iniziarono a stringersi e per i biancoverdi fu sempre più difficile trovare spazio verso il canestro avversario. Di contro il quintetto ospite, guidato dalla verve offensiva della coppia di guardie Westphal-Sobers, salì gradualmente di colpi sfruttando alla perfezione, tra le altre cose, le transizioni: 61-45 all'intervallo, 77-72 alla sirena del terzo quarto, con Boston tenuta a 16 punti e un deficitario 29% dal campo."Hondo", dopo l'abbuffata iniziale aveva messo a segno solo 4 punti.
Dopo 7 minuti dall'inizio dell ultimo periodo sembrò che si potesse tirare di il fiato quando i Celtics si portarono ancora avanti di 9 lunghezze (92-83), ma il fato (e Phoenix) avevano deciso diversamente: iniziò così uno stordente monologo degli ospiti i quali prima impattarono il risultato sul 94-94 grazie a un gioco da tre punti del solito Westphal, con annesso sesto fallo e conseguente espulsione per Charlie Scott (in verità piuttosto appannato ed autore di un poco brillante 3/14 al tiro), poi si portarono in vantaggio di uno a 22 secondi dalla fine grazie a un offensivo di Cowens che regalò due liberi a Curtis Perry: dentro il primo, fuori il secondo. Boston aveva comunque l'occasione di tentare il tiro della vittoria quando Havlicek ricevette e corse fino alla linea di fondo: fece partire il jumper ma mancò il bersaglio. Per fortuna Alvan Adams in recupero lo toccò fallosamente, abbandonando a sua volta la contesa per raggiunto limite di falli. "Hondo" pareggiò (95-95) ma emulò Curtis Perry sbagliando il secondo tentativo, senonchè la palla sul rimbalzo gli ritornò in mano. La cedette a White che temporeggiò, ma ancora il 17 con ampi cenni chiamò l'"arancia". Jo Jo ubbidì, altra parabola, altro ferro e rimbalzo Suns a 3 secondi dalla fine. Timeout Phoenix.
Da qui in poi ebbe inizio la leggenda: sulla rimessa lunga da centrocampo White intercettò e Silas tentò la più grossa stupidaggine della storia chiamando un timeout che non aveva. Secondo le regole ciò si traduceva in un fallo tecnico e conseguente tiro libero, praticamente il rintocco di una campana a morto per i Celtics. Richie Powers, l'arbitro, si trovava a non più di tre metri ma non vide (anzi, come ammise in seguito finse di non vedere per non far si che un episodio fortuito potesse decidere una sfida così importante), tra le irate rimostranze di coach MacLeod.
Supplementare dunque: anche qui Boston sembrò poter prendere un minimo di margine. Jo Jo a 1'58" dalla conclusione portò i suoi sul 101-97 con un pregevolissimo piazzato dall'angolo, ma gli ospiti rimontarono ancora. Negli ultimi 45 secondi entrambe le squadre ebbero l'occasione di passare avanti senza mai sfruttarla. L'ultimo tentativo fu ancora dei Celtics che approfittarono di una palla persa di Sobers per fermare il gioco quasi sulla sirena. Nelson servì Havlicek ma il disagevole tiro in extremis non vide neppure il ferro: 101-101 e "palla al centro". All'inizio del secondo Overtime Brent Musberger, il cronista che stava commentando la gara per la CBS insieme a Rick Barry, ammirato dallo spettacolo che le squadre stavano offrendo tirò fuori dal cilindro l'azzeccatissimo: "E' una buona cosa che sia venerdì sera...voi bambini domani non dovrete andare a scuola, quindi dite a vostro padre di andarvi a prendere un'altra Coca Cola".
Le squadre procedettero ancora punto a punto finchè un'altra tegola si abbattè sulla testa dei biancoverdi: a un minuto dalla fine anche Cowens, dopo Scott, dovette salutare la compagnia commettendo fallo in attacco, il sesto. Si era sul 107-106 Boston e sul ribaltamento fu Awtrey, il secondo centro di Phoenix, a raggiungere Alvan Adams in panchina con la sesta penalità personale. A 19" sul cronometro White partì in penetrazione e concluse imperiosamente infilando il 109-106, ma non ci fu nemmeno il tempo di distendere i nervi scossi perchè prima Van Arsdale accorciò, poi Westphal intercettò la rimessa sbucando dal nulla e frustrando il tentativo di ricezione di "Hondo". La difesa del Trifoglio rimase di ghiaccio e lasciò a Curtis Perry due piazzati consecutivi: il primo finì sul ferro ma sul conseguente rimbalzo Perry non fallì. Il mondo si era un'altra volta rovesciato: 4 secondi da giocare , 110-109 per i Suns. Heinsohn fu costretto al timeout. Come andarono quei terrificanti attimi ce lo racconta proprio il protagonista, John Havlicek: "Di solito ero la prima opzione della squadra in quel genere di situazioni, ma non stavo bene. Don Nelson mise la palla in campo. White non era libero, allora decisi di andare incontro a Don. Ricevetti e cominciai a palleggiare verso il canestro sperando di subire un fallo. Tenni il gomito in fuori per attirare il contatto, ma loro non caddero nel tranello. Capì che dovevo prendermi il tiro. E fu quel che feci. L’angolo era giusto. Segnai." La sirena suonò, il pubblico, con un boato di liberazione, si gettò in campo a festeggiare lo scampato pericolo e l'ennesima impresa.
Festeggiare? Impresa? Nemmeno per sogno, la gara non era affatto finita. Mancava ancora un secondo e quando Powers se ne accorse richiamò gli allenatori. Vai a spiegare a una massa di tifosi festanti che la sofferenza non è affatto terminata. Un supporter furibondo colpì Powers con un pugno e venne arrestato, mentre i "cops" tentavano faticosamente di sgomberare il parquet. Le squadre vennero richiamate in campo e dopo lunghi minuti la formalità poteva essere espletata. Formalità, certo. Con una rimessa dal fondo, in un secondo che cosa puoi fare? Westphal ci pensò lungamente e ottenne una risposta: "nulla". Per cui chiamò un timeout. Che non aveva. Decisione lucida e geniale: meglio andare sotto di due punti e riprendere da centrocampo che tentare un lancio nel buio di 28 metri sperando nella protezione di qualche Santo. White realizzò il libero del 112-110 e tutto fu pronto per l'ennesimo gioco di prestigio di quella serata magnifica e maledetta: con il pubblico a bordo campo Curtis Perry si accinse a rimettere in gioco, vide Heard all'altezza del semicerchio e lo servì. "Gar" ricevette, si girò e lasciò partire un fulmineo ed altissimo "arcobaleno". Tra il silenzio sgomento dei 15,320 la palla entrò con uno sbuffo del nylon. 112-112, altro giro, altro regalo.
Terzo supplementare dunque, iniziato in un clima surreale: la mezzanotte era passata da un pezzo, quattro uomini fuori per falli, il Garden silenzioso e stordito da quello che aveva visto, che era molto, ma non ancora tutto. Inoltre l' acido lattico ormai mordeva le gambe di tutti i giocatori in campo. White ebbe a dichiarare in seguito: "La stanchezza divenne un fattore importante. Io ero stanco, ma ero un elemento dalla grande resistenza, quindi pensai che se io sentivo la fatica gli altri dovevano essere vicini alla morte..."
La perfetta scenografia richiedeva adesso l'entrata dell'eroe che non ti aspetti e il Fato riconobbe il protagonista dell'ultimo atto: Glenn McDonald, un sophomore che avrebbe chiuso la carriera a Milwaukee l'anno seguente, tagliato dopo sole sette gare. Ai Celtics era stato per tutto l'anno ottavo uomo di rotazione, terzo lungo da 5.6 punti a partita, ma quella sera era al posto giusto nel momento giusto e ne realizzò sei sugli 11 di squadra in tutto l'overtime. Dopo il canestro in apertura griffato Nelson infilò nel cesto due palloni consecutivi consentendo ai suoi di iniziare in vantaggio il rettilineo finale (122-120). White da fuori marchiò il +4, poi ancora McDonald prese un rimbalzo cruciale a 36 secondi dalla fine su errore al tiro di Van Arsdale, quindi venne volontariamente fermato in maniera irregolare e con mirabile freddezza mise dentro i liberi del 126-120. Ora sarebbe stato possibile tirare finalmente quel maledetto sospiro di sollievo? Per tutta risposta Sobers penetrò saltando un poco reattivo Jo Jo e fece 126-122 a 33 dalla sirena, poi McLeod tentò il tutto per tutto comandando il fallo su Jim Ard (71% di media ai liberi in stagione), sperando in un errore, ma anche il numero 34 si erse a protagonista infilando un immacolato 2 su 2.
Westphal, indomito, partì di gran carriera e in un attimo segnò incredibilmente in giravolta dopo fulmineo coast-to-coast. Sul ribaltamento McDonald si fece trovare sotto canestro ma questa volta sbagliò goffamente l'appoggio: Sobers recuperò palla e vide Westphal rimasto dall'altro lato del campo: gli lanciò un missile teleguidato che fu debitamente ricevuto e depositato a destinazione. -12" secondi e non si smetteva di tremare: 128-126. Havlicek effettuò la rimessa per Nelson che, pressato, cercò un passaggio di 10 metri lungo la linea laterale ad Ard; ancora Westphal, instancabile, tanto per cambiare sbucò dalle ombre, sfiorando "l'arancia" con la punta delle dita. Per pochi millimetri non riuscì a deviarla e Jim potè consegnarla nelle sicure mani di Jo Jo.. Il suo palleggio insistito accompagnò il cronometro fino all'ultimo ululato dell'ultima sirena.. Ora era davvero finita. "Hondo", quello acciaccato, rimase in campo per 58 minuti, con 22 punti, 9 rimbalzi e 8 assist. Meglio fece White, sul parquet per un'ora tonda e top-scorer con 33 punti e 15 su 29 al tiro. Ma le cifre dei singoli non significavano poi molto. Il fatto più importante era che i Celtics, ormai a notte inoltrata, avevano messo in cascina il punto del 3-2 e l'inerzia della serie, serie che sarebbe ufficialmente terminata due giorni dopo a Phoenix con un'altra vittoria, con un altro titolo, con un altro banner da appendere alle gloriose volte del Garden. Cowens ricordò in seguito: "C'era una signora seduta in prima fila. Mi disse che aveva appena assistito alla prima partita di basket professionistico della sua vita. Io trovai quel fatto divertente, perchè lei, probabilmente, sarebbe tornata a casa convinta che tutte le partite fossero come quella."
Niente da fare, c'è un solo "Greatest Game Ever" nella pluridecennale storia dell'NBA e si giocò un venerdì, il 4 giugno del 1976.
La tensione nell'aria era palpabile in quei minuti precedenti la palla a due, ma in fondo questi "phoenicians" non incutevano troppa paura nei tifosi biancoverdi: Boston era la logica favorita per la vittoria finale e il Garden aveva già respinto l'invasore con due convincenti vittorie per 98-87 e 105-90. Certo, la trasferta in Arizona era stata nefasta, i padroni di casa a restituire la pariglia impattando sul 2-2 (98-105 e 107-109), nonostante in gara 4 Jo Jo White avesse fallito allo scadere l'occasione di portare la contesa all'overtime con un jumper dai 6 metri che non aveva trovato neppure il ferro. Poco male, sul glorioso parquet incrociato le cose sarebbero state diverse: troppa differenza di classe e di esperienza tra le due compagini. Date queste premesse, chi poteva immaginare che quella sera sarebbe andato in scena uno spettacolo irripetibile, una delle partite più straordinarie della storia o, come gli americani avrebbero sentenziato con la consueta enfasi: "The Greatest Game Ever"?L'unico serio motivo di preoccupazione in casa Celtics erano le condizioni fisiche di Havlicek. Il trentaseienne campione soffriva del riacutizzarsi di un vecchio infortunio al piede che lo aveva già costretto a tre partite di stop nel primo turno contro i Braves. Si era allenato poco e male nell'ultimo periodo e il piano di coach Heinsohn era di tenerlo in campo per una ventina di minuti. Come vedremo le cose andarono molto diversamente. A parte questa incognita, i due quintetti in campo avevano oggettivamente un tasso di classe non comparabile: da una parte, oltre a "Hondo", semplicemente il miglior realizzatore della storia biancoverde con i suoi tredici All Star Games, c'erano le braccia smisurate, la velocità e l'agonismo oversize di Dave Cowens, la solidità del "garbageman" Paul Silas, la classe di White e il talento realizzativo di Charlie Scott, piccola e rapidissima guardia capace di 16.5 punti di media in regular season. Proprio Scott l'anno precedente militava a Phoenix ed era approdato nel Maggio del 1975 a Boston in cambio di Paul Westphal, quest'ultimo divenuto in un anno da gregario del Trifoglio a trascinatore dei Suns, capace di medie superiori ai 20 punti ad allacciata di scarpe. A far compagnia all' ex Trifoglio c'erano Alvan Adams, talentuoso centro dalle mani educate appena nominato Rookie of The Year, Garfield "Gar" Heard, Curtis Perry e Ricky Sobers.
L'inizio non sembrò promettere fuochi d'artificio, se non per i padroni di casa: Cowens andò subito a segno in layup dopo un paio di sportellate nel pitturato, mostrando che al Garden non si regalava nulla. Da quel momento, per quasi 48 minuti, i biancoverdi tennero alle spalle gli avversari e il primo quarto fu un assalto all' Alamo in cui Phoenix non riuscì mai a raccapezzarsi, o quasi. Persino l'uomo meno pericoloso offensivamente, Paul Silas, approfittò dello spazio lasciatogli per infilare un paio di piazzati e una penetrazione più da guardia che da nerboruto poliziotto d'area. Havlicek, ancorchè su un piede solo, non si tirò certo indietro cannoneggiando la retina da ogni posizione, ivi compreso un jumper dai sei metri di poetica bellezza. Insomma, per farla breve dopo 4 minuti, grazie a un incredibile 9 su 12 al tiro il punteggio recitava 20-5. Nè i marosi accennarono a placarsi in breve tempo; ancora 5 giri di lancetta e il distacco si era dilatato ulteriormente: una sontuosa circolazione di palla conclusa da Jimmy Ard (backup di Cowens dalle apprezzabili doti di intimidatore d'area) con elegante semigancio seguita da un comodo appoggio di "Hondo" sancirono il +20 (32-12). La sirena fermò il massacro sul 36-18. Havlicek aveva a referto già 13 punti, seguito a distanza da Cowens, Silas (6 per entrambi) e White (5). Le percentuali dal campo spiegavano in maniera eloquente il distacco: 61% contro 31%. Anche in apertura di secondo periodo le cose sembravano procedere per il meglio e, dopo 120 secondi, si veleggiava sul 42-20 del massimo vantaggio. Nulla sembrava far presagire la tempesta che si sarebbe abbattuta sulle coronarie del popolo del Trifoglio. Lo spartiacque fu un fallo offensivo del biondo con il numero 33 (Steve Kuberski, non Larry Bird). Gradatamente le maglie difensive dei Suns iniziarono a stringersi e per i biancoverdi fu sempre più difficile trovare spazio verso il canestro avversario. Di contro il quintetto ospite, guidato dalla verve offensiva della coppia di guardie Westphal-Sobers, salì gradualmente di colpi sfruttando alla perfezione, tra le altre cose, le transizioni: 61-45 all'intervallo, 77-72 alla sirena del terzo quarto, con Boston tenuta a 16 punti e un deficitario 29% dal campo."Hondo", dopo l'abbuffata iniziale aveva messo a segno solo 4 punti.
Dopo 7 minuti dall'inizio dell ultimo periodo sembrò che si potesse tirare di il fiato quando i Celtics si portarono ancora avanti di 9 lunghezze (92-83), ma il fato (e Phoenix) avevano deciso diversamente: iniziò così uno stordente monologo degli ospiti i quali prima impattarono il risultato sul 94-94 grazie a un gioco da tre punti del solito Westphal, con annesso sesto fallo e conseguente espulsione per Charlie Scott (in verità piuttosto appannato ed autore di un poco brillante 3/14 al tiro), poi si portarono in vantaggio di uno a 22 secondi dalla fine grazie a un offensivo di Cowens che regalò due liberi a Curtis Perry: dentro il primo, fuori il secondo. Boston aveva comunque l'occasione di tentare il tiro della vittoria quando Havlicek ricevette e corse fino alla linea di fondo: fece partire il jumper ma mancò il bersaglio. Per fortuna Alvan Adams in recupero lo toccò fallosamente, abbandonando a sua volta la contesa per raggiunto limite di falli. "Hondo" pareggiò (95-95) ma emulò Curtis Perry sbagliando il secondo tentativo, senonchè la palla sul rimbalzo gli ritornò in mano. La cedette a White che temporeggiò, ma ancora il 17 con ampi cenni chiamò l'"arancia". Jo Jo ubbidì, altra parabola, altro ferro e rimbalzo Suns a 3 secondi dalla fine. Timeout Phoenix.
Da qui in poi ebbe inizio la leggenda: sulla rimessa lunga da centrocampo White intercettò e Silas tentò la più grossa stupidaggine della storia chiamando un timeout che non aveva. Secondo le regole ciò si traduceva in un fallo tecnico e conseguente tiro libero, praticamente il rintocco di una campana a morto per i Celtics. Richie Powers, l'arbitro, si trovava a non più di tre metri ma non vide (anzi, come ammise in seguito finse di non vedere per non far si che un episodio fortuito potesse decidere una sfida così importante), tra le irate rimostranze di coach MacLeod.
Supplementare dunque: anche qui Boston sembrò poter prendere un minimo di margine. Jo Jo a 1'58" dalla conclusione portò i suoi sul 101-97 con un pregevolissimo piazzato dall'angolo, ma gli ospiti rimontarono ancora. Negli ultimi 45 secondi entrambe le squadre ebbero l'occasione di passare avanti senza mai sfruttarla. L'ultimo tentativo fu ancora dei Celtics che approfittarono di una palla persa di Sobers per fermare il gioco quasi sulla sirena. Nelson servì Havlicek ma il disagevole tiro in extremis non vide neppure il ferro: 101-101 e "palla al centro". All'inizio del secondo Overtime Brent Musberger, il cronista che stava commentando la gara per la CBS insieme a Rick Barry, ammirato dallo spettacolo che le squadre stavano offrendo tirò fuori dal cilindro l'azzeccatissimo: "E' una buona cosa che sia venerdì sera...voi bambini domani non dovrete andare a scuola, quindi dite a vostro padre di andarvi a prendere un'altra Coca Cola".Le squadre procedettero ancora punto a punto finchè un'altra tegola si abbattè sulla testa dei biancoverdi: a un minuto dalla fine anche Cowens, dopo Scott, dovette salutare la compagnia commettendo fallo in attacco, il sesto. Si era sul 107-106 Boston e sul ribaltamento fu Awtrey, il secondo centro di Phoenix, a raggiungere Alvan Adams in panchina con la sesta penalità personale. A 19" sul cronometro White partì in penetrazione e concluse imperiosamente infilando il 109-106, ma non ci fu nemmeno il tempo di distendere i nervi scossi perchè prima Van Arsdale accorciò, poi Westphal intercettò la rimessa sbucando dal nulla e frustrando il tentativo di ricezione di "Hondo". La difesa del Trifoglio rimase di ghiaccio e lasciò a Curtis Perry due piazzati consecutivi: il primo finì sul ferro ma sul conseguente rimbalzo Perry non fallì. Il mondo si era un'altra volta rovesciato: 4 secondi da giocare , 110-109 per i Suns. Heinsohn fu costretto al timeout. Come andarono quei terrificanti attimi ce lo racconta proprio il protagonista, John Havlicek: "Di solito ero la prima opzione della squadra in quel genere di situazioni, ma non stavo bene. Don Nelson mise la palla in campo. White non era libero, allora decisi di andare incontro a Don. Ricevetti e cominciai a palleggiare verso il canestro sperando di subire un fallo. Tenni il gomito in fuori per attirare il contatto, ma loro non caddero nel tranello. Capì che dovevo prendermi il tiro. E fu quel che feci. L’angolo era giusto. Segnai." La sirena suonò, il pubblico, con un boato di liberazione, si gettò in campo a festeggiare lo scampato pericolo e l'ennesima impresa.
Festeggiare? Impresa? Nemmeno per sogno, la gara non era affatto finita. Mancava ancora un secondo e quando Powers se ne accorse richiamò gli allenatori. Vai a spiegare a una massa di tifosi festanti che la sofferenza non è affatto terminata. Un supporter furibondo colpì Powers con un pugno e venne arrestato, mentre i "cops" tentavano faticosamente di sgomberare il parquet. Le squadre vennero richiamate in campo e dopo lunghi minuti la formalità poteva essere espletata. Formalità, certo. Con una rimessa dal fondo, in un secondo che cosa puoi fare? Westphal ci pensò lungamente e ottenne una risposta: "nulla". Per cui chiamò un timeout. Che non aveva. Decisione lucida e geniale: meglio andare sotto di due punti e riprendere da centrocampo che tentare un lancio nel buio di 28 metri sperando nella protezione di qualche Santo. White realizzò il libero del 112-110 e tutto fu pronto per l'ennesimo gioco di prestigio di quella serata magnifica e maledetta: con il pubblico a bordo campo Curtis Perry si accinse a rimettere in gioco, vide Heard all'altezza del semicerchio e lo servì. "Gar" ricevette, si girò e lasciò partire un fulmineo ed altissimo "arcobaleno". Tra il silenzio sgomento dei 15,320 la palla entrò con uno sbuffo del nylon. 112-112, altro giro, altro regalo. Terzo supplementare dunque, iniziato in un clima surreale: la mezzanotte era passata da un pezzo, quattro uomini fuori per falli, il Garden silenzioso e stordito da quello che aveva visto, che era molto, ma non ancora tutto. Inoltre l' acido lattico ormai mordeva le gambe di tutti i giocatori in campo. White ebbe a dichiarare in seguito: "La stanchezza divenne un fattore importante. Io ero stanco, ma ero un elemento dalla grande resistenza, quindi pensai che se io sentivo la fatica gli altri dovevano essere vicini alla morte..."
La perfetta scenografia richiedeva adesso l'entrata dell'eroe che non ti aspetti e il Fato riconobbe il protagonista dell'ultimo atto: Glenn McDonald, un sophomore che avrebbe chiuso la carriera a Milwaukee l'anno seguente, tagliato dopo sole sette gare. Ai Celtics era stato per tutto l'anno ottavo uomo di rotazione, terzo lungo da 5.6 punti a partita, ma quella sera era al posto giusto nel momento giusto e ne realizzò sei sugli 11 di squadra in tutto l'overtime. Dopo il canestro in apertura griffato Nelson infilò nel cesto due palloni consecutivi consentendo ai suoi di iniziare in vantaggio il rettilineo finale (122-120). White da fuori marchiò il +4, poi ancora McDonald prese un rimbalzo cruciale a 36 secondi dalla fine su errore al tiro di Van Arsdale, quindi venne volontariamente fermato in maniera irregolare e con mirabile freddezza mise dentro i liberi del 126-120. Ora sarebbe stato possibile tirare finalmente quel maledetto sospiro di sollievo? Per tutta risposta Sobers penetrò saltando un poco reattivo Jo Jo e fece 126-122 a 33 dalla sirena, poi McLeod tentò il tutto per tutto comandando il fallo su Jim Ard (71% di media ai liberi in stagione), sperando in un errore, ma anche il numero 34 si erse a protagonista infilando un immacolato 2 su 2.
Westphal, indomito, partì di gran carriera e in un attimo segnò incredibilmente in giravolta dopo fulmineo coast-to-coast. Sul ribaltamento McDonald si fece trovare sotto canestro ma questa volta sbagliò goffamente l'appoggio: Sobers recuperò palla e vide Westphal rimasto dall'altro lato del campo: gli lanciò un missile teleguidato che fu debitamente ricevuto e depositato a destinazione. -12" secondi e non si smetteva di tremare: 128-126. Havlicek effettuò la rimessa per Nelson che, pressato, cercò un passaggio di 10 metri lungo la linea laterale ad Ard; ancora Westphal, instancabile, tanto per cambiare sbucò dalle ombre, sfiorando "l'arancia" con la punta delle dita. Per pochi millimetri non riuscì a deviarla e Jim potè consegnarla nelle sicure mani di Jo Jo.. Il suo palleggio insistito accompagnò il cronometro fino all'ultimo ululato dell'ultima sirena.. Ora era davvero finita. "Hondo", quello acciaccato, rimase in campo per 58 minuti, con 22 punti, 9 rimbalzi e 8 assist. Meglio fece White, sul parquet per un'ora tonda e top-scorer con 33 punti e 15 su 29 al tiro. Ma le cifre dei singoli non significavano poi molto. Il fatto più importante era che i Celtics, ormai a notte inoltrata, avevano messo in cascina il punto del 3-2 e l'inerzia della serie, serie che sarebbe ufficialmente terminata due giorni dopo a Phoenix con un'altra vittoria, con un altro titolo, con un altro banner da appendere alle gloriose volte del Garden. Cowens ricordò in seguito: "C'era una signora seduta in prima fila. Mi disse che aveva appena assistito alla prima partita di basket professionistico della sua vita. Io trovai quel fatto divertente, perchè lei, probabilmente, sarebbe tornata a casa convinta che tutte le partite fossero come quella."
Niente da fare, c'è un solo "Greatest Game Ever" nella pluridecennale storia dell'NBA e si giocò un venerdì, il 4 giugno del 1976.





Commenti
Certo che la storia di McDonald e' incredibile; uno come lui giovane, esperienza che rasentava lo zero, riuscire a restare freddo in certi frangenti e' difficile.
Chi ha praticato sport agonistico sa cosa vuol dire la responsabilità che si sente in certe partite; il nostro non ha sprecato un occasione unica per passare alla storia, di quelle che capitano raramente in generale.
Questi comunque erani i Celtics che respiravano ancora l'aria della dinastia e "Hondo" ne era il maestro di cerimonie.
E poi noi oggi discutiamo dei minutaggi, di far riprendere questo o quello dall'infortunio etc. Mi vien da dire altri tempi ed altri uomini!!!
Concordo con l'etichetta, la più grande partita di sempre, un agonismo super, un'elettricità incredibile, il Boston Garden, la leggenda Havlicek, McDonald, sembrava un film epico, stile Higlander o Braveheart, ma invece era solo una partita di bakset, non una semplice partita ma la migliore di sempre.
Ed è li che secondo me i Celtics di Tommy si guadagnao la beatificazione, un titolo sarebbe stato troppo poco per raccogliere l'eredità della distastia degli anni 60, ne serviva almeno un'altro e almeno un'impresa epiga da affincare a memorabili gare come le gare 7 di finale del 57 o del 67, o quella di finale di conference del 65.
Hondo eri li allora e non a caso era in campo c'era quel 4 giugno.
Consiglio a tutti i tifosi del trifoglio una attenta visione, li si percepiva chiaramente che si scriveva la storia.
E questa storia ce l'ha raccontata magicamente angelo, ma un applauso va anche a Fabio per le introvabili immagini con cui ormai correda tutti gli articoli della Storia.
Ci sono talmente tanti ingredienti che nell'attuale NBA fai fatica a trovarli.
Il pubblico indemoniato dal primo all'ultimo minuto, i sorpassi continui da ambo le parti e i minuti finali dove sembrava che prima i Celtics poi i Suns avessero la gara in pugno overtime compresi e poi l'invasione con 1 secondo sul cronometro e le squadre richiamate dagli spogliatoi per giocare questo incredibile minuto.
Posso tranquillamente dire che l'intelligenza di Paul Westphal con quel timeout chiamato che i Suns non avevano ha fatto si che questa partita sia stata probabilmente la più bella della storia della NBA.
PS: Ma il tiro di Havlicek nella foto è quello del secondo supplementare prima del timeout chiesto da Westphal?
Sul Greatest game, che dire? Quella era la mia squadra preferita nel suo momento più alto, la partita l'avrò rivista 10 volte da quando ho acquistato il DVD della "gazza"
Anche se la domanda sulla foto di Havlicek non avresti dovuto farla....ma se non ti fidi puoi sempre rimettere il DVD nel lettore e sul fermo immagine, vedere chi tenta di marcare "Hondo"... ;)
Certo però che a vedere quella partita di rendi veramente conto di come sia cambiato il basket in questi 30 anni. 1 pick'n roll ogni morte di Papa (Stefano, fai gli scongiuri...
Una cosa diceva Tranquillo durante la telecronaca, cosa che mi è sembrata molto interessante, e cioè che quando leggiamo dei 100 punti di Chamberlain o dei 20 rimbalzi di media di Russell dobbiamo pensare che nei tempi passati il numero di possessi era di molto superiore a quello di oggi e quindi le statistiche non sono pienamente comparabili, pur riconoscendo ovviamente la grandezza di quei campioni.
E confermo: Fabio lo facciamo diventar matto a volte, ma sono anche sicuro che per lui sia un piacere immenso "corredare" tutti gli articoli con delle foto impressionanti (tra l'altro perfettamente "a tema" perchè, non so come, ma riesce a tirarti fuori sempre la foto che corrisponde esattamente al pezzo d'articolo in questione...unico!)
Sul "greatest game ever" nulla da aggiungere, se non che per il mitico Tommy significò il decimo anello dopo gli otto ottenuti da giocatore e quello del '74 in panchina, ma soprattutto lo rese ancor più leggendario di ciò che già era, nonostante i malori e gli esaurimenti nervosi patiti...
Citazione:
Se non sbaglio la capienza ufficiale del Boston Garden all'epoca era di 14890 posti....questo successe poi anche durante tutta l'era Bird: in un modo o nell'altro riuscivano sempre ad infilare 4-500 persone in più, nel vecchio Garden...
Cal
Qui Samuele, devo correre in aiuto di Angelo: nel tabellino della partita c'è scritto chiaramente che "l'attendance" era esattamente quella riportata dal Merendi, 15,320.
ps."The best game ever" e potevano non esserci i ns.Celtics? IMPOSSIBLE!!!
Ma infatti, Fabio, non metto in dubbio la veridicità del tabellino, sto solo dicendo che per oltre un decennio al Garden entravano più tifosi di quelli che la capienza ufficiale della "venue" permetteva...mi sa che infilavano gente pure nelle scale ed in panchina di fianco ai giocatori...ed i bagarini erano sempre in festa...
Scoramento, incredulità, deconcentrazione sono come minimo le cose ti avvolgono la mente in quei momenti e farle sparire in un attimo per tornare alla concentrazione, all'aggressività e alla adrenalina che richiedono una finale NBA è veramente cosa difficilissima, tenendo conto che dall'altra parte c'è invece una squadra appena risorta con l'inerzia psicologica tutta dalla sua parte.
Partita senza senso........e squadra dagli attributi d'acciaio!!
Inizio molto fisico (Cowens sembra voler ammazzare qualcuno ogni volta che salta a rimbalzo), distrazione dei biancoverdi che concedono troppo ai Suns, overtime tiratissimi e momenti leggendari. Poteva finire diversamente e solo con una c...ata leggendaria di Silas, direi "grazie" a Richie Powers, leggendario anch'egli (la lotta col tifoso furibondo è un must). Westphal dimostrava già di avere la stoffa da coach (chiamare un TO per ottenere un fallo tecnico e poter ripartire da centrocampo), rimanendo freddo in quel casino che s'era creato post correzione del cronometro, Gar Heard credo abbia inventato il tiro più brutto esteticamente della storia dell'NBA, ma efficace. Alla fine malgrado sapessi già vita, morte e miracoli di quel match quando l'ho visto in dvd mi sono fatto prendere dall'entusiasmo, urlando (e imprecando)... i vicini mi avranno preso per matto visto che non c'era nessuna partita di calcio quel giorno :)
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