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La Storia dei Celtics
Ai Suns andò in cambio un tipetto di cui sentiremo ancora parlare in questa sede, tale Paul Westphal, onesto cambio da 9.8 punti a partita in 20 minuti scarsi di utilizzo nella stagione appena conclusa. Tanto per sottolineare la lungimiranza di Auerbach, vale la pena ricordare che l’arrivo di Scott fu, di fatto, la prima pedina che consentì ai Celtics di portare a casa un certo biondo che avrebbe scelto la casacca 33. Nel 1978, a campionato in corso, Charlie sarebbe stato infatti ceduto ai Lakers in cambio di Chaney, Kermit Washington e una prima scelta. Indovinate che cosa fruttò quella "pick"? Ma questa è un’altra storia…
Ancora una volta la Western Conference appariva molto meno attrezzata della “sorella”: a combattere per il primato c’erano i Warriors...e basta: la Midwest Division era un pianto, con in testa Milwaukee...orfana di Jabbar e Lucius Allen (entrambi ai Lakers, comunque senza immediati benefici), schierava i soli Dandridge e Price dei bei Bucks che furono, con il risultato di non raggiungere nemmeno il 50% di vittorie. Non parliamo dei Pistons, al comando dei quali il povero Lanier era costretto a predicare nel deserto. Meglio (ma non troppo) la Pacific, dove i Warriors guidavano con margine il plotone; la formazione campione in carica si presentava ad organico grosso modo invariato, con l’interessante addizione del rookie Gus Williams.
A distanza di sicurezza seguivano i positivi Supersonics di coach Russell (si, Lui...), che potevano contare sul tiratore “Downtown” Freddie Brown e sul gigante Tom Burleson; e poi i Suns: la franchigia dell’Arizona aveva trovato nel summenzionato Paul Westphal un imprevisto trascinatore, capace di passare dai 10 punti scarsi di Boston ai 20 abbondanti della regular season 1975-76. Se a ciò aggiungiamo l'immediata esplosione della quarta scelta assoluta Alvan Adams, un lungo dalle mani morbidissime (nominato Rookie of The Year) avremo servita la ricetta ideale per trasformare una squadra senza speranze in una formazione da playoffs, e che playoffs. I record di regular season videro Golden State a 59-23, migliore in assoluto, poi Seattle a 43-39 e Phoenix a 42-40.
Ad Est i giochi erano decisamente più complicati.
I Celtics chiusero in testa con 54 vittorie e 24 sconfitte: le braccia lunghissime di Cowens riuscirono nell'impresa di tirare giù ben 16 rimbalzi a gara; quasi tutto il quintetto, fatto salvo Paul Silas, mise a referto più di 15 punti. Da rilevare la leggera flessione di Havlicek (17 punti contro i 19 abbondanti della stagione precedente), ma non lasciamoci ingannare: la colpa non fu tanto dell'età, ma del fatto che, con Scott al posto di Chaney “Hondo” poteva finalmente tirare un po’ il fiato (giocò 4 minuti in meno a partita e tirò 290 volte in meno della stagione precedente) e concentrarsi maggiormente sulla difesa.
A proposito: a fine stagione il miglior quintetto difensivo parlerà abbondantemente la lingua del Trifoglio con la presenza di Cowens, Silas, e Havlicek. Accanto ai biancoverdi sgomitavano i soliti Buffalo Braves che in Bob McAdoo avevano l'usuale trascinatore (31.1 punti in stagione, con 12.4 rimbalzi e 2 stoppate), senza dimenticare Randy Smith (21.8 punti e 2 rubate a partita). Annata positiva anche per i Bullets (48-34), ancora con Unseld e Hayes a comandare le operazioni (più di 24 carambole a gara in due), aiutati da Phil Chenier e dal nuovo innesto Dave Bing, All Star e futuro Hall of Famer, Celtic ed imprenditore di successo. Chiudevano le due sorprese Philadelphia e Cleveland.
I Sixers si resero protagonisti di una regular season eccellente (46-36), migliorando di 12 vittorie il record del torneo 1974-75 grazie anche all'arrivo di George McGinnis - provenienza Indiana Pacers - ala forte con molti punti nelle mani e notevoli doti da rimbalzista (rispettivamente 23.0 e 12.6). I Cavs, squadra solida senza stelle ma con un’organizzazione difensiva sopra la media (non a caso Bill Fitch sarebbe stato nominato coach dell'anno), dopo una partenza sfortunata (6 vinte e 11 perse), acquisirono Nate Thurmond dai Chicago Bulls. Thurmond era il “backup” ideale per il centro Jim Chones e poco dopo la panchina ricavò ulteriore profondità grazie al rientro da un infortunio di Austin Carr, veloce shooting guard già prima scelta assoluta nel 1971. A testimonianza che una buona squadra non può prescindere da riserve all'altezza, la stagione di Cleveland cambiò faccia fino a un insperato record di 49-33 in testa alla Central.
Nel primo turno di playoffs a Boston toccò Buffalo, squadra ostica già affrontata e battuta con fatica nell’anno del dodicesimo banner e che aveva appena eliminato sul filo di lana i Sixers nel turno preliminare (124-123 dopo un overtime in gara 3). Le prime due partite a "Beantown" videro altrettante vittorie per i padroni di casa (107-98 e 101-96). Sembrava fatta, però i Braves in casa era squadra di tutto rispetto ed anche grazie ad una rocambolesca gara 4 portata a casa per 124-122 impattarono la serie sul 2-2.
Dopo aver timbrato il cartellino al Garden (99-88), a Buffalo un dominante McAdoo nulla potè contro la classe e l'esperienza di Havlicek e soci e la pratica venne chiusa dai contestati tiri liberi di Jo Jo White, 104-100. 4-2 dunque e sotto con i Cavs.
Già, perchè Cleveland superò i Bullets con un rocambolesco 4-3, perdendo gara 1 e recuperando gara 2 in extremis con un miracoloso tiro dai 9 metri di Bingo Smith allo scadere che fissò l’80-79 e la serie sull'1-1.
Un altro buzzer beater (questa volta di Jim Cleamons) portò il punto del 3-2. Anche il punto decisivo giunse in extremis con un “bank shot” di Dick Snyder a 2” dalla sirena. Tre tiri vincenti con tre giocatori diversi: i Cavs sembravano un osso veramente duro, ma la fortuna guardava Boston con un occhio di riguardo.
Prima che si aprissero le ostilità, infatti, il centro titolare Jim Chones, miglior realizzatore della propria squadra con 15 punti nei playoffs, si fratturò un piede in allenamento; lo sostituì l'anziano Nate Thurmond al dodicesimo anno in NBA, solido difensore ma assai meno temibile nella metà campo avversaria. Ciononostante Cleveland non si arrese senza combattere: l'andamento della serie fu identico a quello già visto contro Buffalo, ovvero prime due vittorie casalinghe dei Celtics (111-99 e 94-89), poi il recupero fino al 2-2, infine l'allungo con vittoria corsara per il 4-2 finale (99-94 e 94-87).
Ancora una volta, quindi, Boston raggiungeva una finale NBA: di fronte non ci sarebbero stati, come da pronostico, i campioni uscenti di Golden State bensì la sorpresissima Suns, una squadra che, come abbiamo visto, aveva terminato la regular season con un onesto record di 42 vittorie e 40 sconfitte ma che nei playoffs aveva saputo farsi largo in maniera insperata prima eliminando i Sonics per 4-2, poi proprio i Warriors in una battaglia chiusa alla settima dopo essersi trovati per due volte con le spalle al muro ed essere riusciti a sfangarla. In gara 4, in casa e sotto nella serie per 2-1, i Suns portarono a casa un rocambolesco 133-129 dopo 2 overtime e nella decisiva gara 7 compirono l'impresa violando la Coliseum Arena di Oakland per 94-86. Westphal, l'ex Celtic, si confermò uomo di punta di Phoenix superando ampiamente i 20 punti a partita anche nella postseason.
Nonostante l'exploit erano in pochi a riconoscere ai vincitori della Western Conference qualche speranza non già di vittoria, ma anche solo di evitare un veloce “sweep”. Troppa la differenza di classe e di esperienza ad alti livelli per far pensare a una finale combattuta. in effetti, le prime due gare avrebbero potuto far pensare a un epilogo veloce e indolore, con i Celtics sempre in controllo in due agevoli vittorie casalinghe. Nonostante Havlicek patisse il riacutizzarsi di un vecchio e fastidioso infortunio, i punteggi furono un 98-87 con i Suns tenuti al 38% dal campo e un altrettanto perentorio 105-90 in gara 2. Tutto come da più rosee previsioni, ma ancora una volta l'aria di trasferta non profumò di vittoria e Boston perse una brutta terza partita a causa di un inizio “morbido” in cui i padroni di casa si portarono sul 33-17.
A nulla servì il tentativo di rimonta, frustrato dalla maestosa prestazione da 33 punti e 14 rimbalzi del Rookie of the Year Alvan Adams contro Cowens, peraltro fuori per falli insieme a Scott nei minuti finali: Phoenix chiuse sul 105 a 98 e acciorciò le distanze nella serie. La reazione non si fece attendere, ma i Celtics riuscirono solo ad arrivare ad un soffio dal punto del 3-1 che di fatto avrebbe chiuso il discorso. Da gara 4 si uscì ancora sconfitti, questa volta per un soffio (109-107) dopo l'errore al tiro di Jo Jo White che avrebbe portato la partita all'overtime. Situazione riaperta: 2-2 e si ritornava a casa. Si stava per giocare la quinta partita, quella che valeva un mezzo match point: Boston ci arrivò con Havlicek che si era allenato poco e male a seguito dell'infortunio cui abbiamo già accennato, i Suns se la giocavano senza patemi, consci di avere una possibilità grazie a Westphal in gran spolvero e ad Adams che aveva dimostrato di poter giocare una finale da trascinatore e non da semplice matricola.
Ci si aspettava battaglia, e battaglia sarebbe stata...anzi, in quella sera del 4 giugno 1976 andò in scena un pezzo di leggenda, una delle partite più entusiasmanti nella storia NBA, quella che sarebbe stata ricordata come "The Greatest Game Ever". Si iniziò in scioltezza, con i biancoverdi a comandare facilmente le operazioni chiudendo il primo periodo sopra di 18 punti e il secondo di 16 (61-45). Nulla lasciava presagire le emozioni che sarebbero arrivate. Accadde però che, vuoi per imprecisione della squadra di casa, vuoi per l’efficace difesa degli ospiti, i Celtics misero a segno 34 punti totali nei due quarti finali, riuscendo a farsi rimontare 9 lunghezze negli ultimi 4 minuti grazie anche a due liberi sbagliati da Havlicek: 95-95 e via libera al primo overtime. Ormai la partita si era innervosita e le squadre segnarono solo 6 punti a testa. Il pubblico si preparava ad assistere ad un secondo supplementare quando Paul Silas chiamò timeout allo scadere, dopo una brutta rimessa dei Suns.
Che c'era di strano? Che Boston non aveva più timeout a disposizione. L'arbitro Richie Powers era chiamato, di fatto, a decidere l'esito dell'incontro: se avesse giudicato la chiamata avvenuta prima del suono della sirena i Suns avrebbero goduto di un fallo tecnico e del relativo tiro libero della vittoria, altrimenti si sarebbe proseguito dal 101-101. Nonostante le veementi proteste di coach McLeod la decisione fu quella di lasciar correre (in realtà mancava ancora un secondo...). Si ripartì ed i biancoverdi parvero trovare il bandolo della matassa: restarono avanti per tutto il periodo ed a 20 secondi dalla fine il punteggio era 109-106. Non abbastanza per rilassarsi perchè Van Arsdale accorciò le distanze e Westphal (tu quoque) rubò palla a “Hondo” sulla rimessa: l' "arancia" arrivò a Curtis Perry che sbagliò ma fu lesto a catturare il proprio rimbalzo: mancavano 6 secondi ed il jumper dai quattro metri andò a segno per il 110-109 Phoenix.
Non c’era tempo per la disperazione, era ancora possibile trovare un tiro credibile, e a chi affidarsi? Ad un trentacinquenne che ad inizio carriera era stato bollato frettolosamente come “non tiratore”, un pezzo di storia del basket che in quella serata avrebbe dovuto giocare una ventina di minuti a causa di un infortunio, e che invece rimase in campo per 58: John Havlicek. Ricezione, qualche palleggio, “leaner” proteso in avanti, tabellone, retina, sirena. I Celtics andavano sul 3-2, i tifosi invasero festanti il parquet del Garden, i giocatori si affrettarono a guadagnare il tunnel verso gli spogliatoi.
Tutto troppo bello: in realtà mancava ancora un secondo, un solo piccolissimo secondo, e Powers se ne accorse: richiamò in campo le squadre ed iniziò la laboriosa opera di convincimento dei sostenitori che continuavano a esultare impedendo la ripresa del gioco. Un facinoroso aggredì l'arbitro e venne arrestato. Che si può fare in un secondo? Westphal, rapido, ci pensò ed ebbe un'idea geniale: imitò Silas e chiamò un time out...che non aveva.
La differenza è che lui lo sapeva benissimo. Perchè, allora? Semplice, in questo modo, a seguito del fallo tecnico, Boston avrebbe avuto il libero del +2, ma per Phoenix ci sarebbe stata la possibilità di effettuare la rimessa da metà campo anzichè dal fondo...e quando hai un secondo, mezzo campo è la differenza che passa tra la vita e la morte, tra una preghiera da 20 metri e una parvenza di possibilità. Jo Jo White segnò dalla linea della carità, "timbrando" il 112-110. Rimessa, palla a Garfield Heard in posizione frontale; “Gar” (arrivato a Phoenix da Buffalo a stagione iniziata) si girò e in un battito di ciglia lasciò partire la parabola. La palla sembrava muoversi al rallentatore e, tra l'incredulità del pubblico, entrò per il più incredibile dei “buzzer beater”. La mezzanotte era scoccata, e nel nuovo giorno si ripartì dal 112-112 per il terzo overtime in un clima surreale, i tifosi ancora increduli, le due compagini decimate dai falli (Celtics senza Cowens, Silas e Scott, Phoenix senza Alvan Adams e la riserva Dennis Awtrey).
Si potrebbe pensare che Havlicek fosse l'uomo del destino, invece questa stordente partita regalò un’altra favola: Glenn McDonald, oscura riserva da 5 minuti a partita in quella postseason, segnò 6 dei suoi 21 punti totali nei playoffs in quell' ultimo supplementare e trascinò i suoi alla vittoria: 128-126, anche se gli indomiti Suns, dopo essere stati sotto per 128-122 riuscirono ancora una volta a portarsi a ridosso degli avversari grazie a due canestri del solito Westphal. Ma questa volta era finita davvero.
Trascinati da quell'impresa titanica i biancoverdi di coach Heinsohn fecero loro anche gara 6 a Phoenix, chiudendo la finale sul 4-2 per la conquista del tredicesimo banner, l'ottavo di John Havlicek. Jo Jo White, 33 punti e 9 assist nella fantastica gara 5 si meritò il titolo di MVP delle Finals. Per questa squadra, capace di due finali leggendarie - ricordiamo anche quella di un biennio prima contro i Bucks - era arrivato il canto del cigno. Ci sarebbero voluti cinque anni per tornare sul tetto del mondo, trascinati dalla classe e dal sudore dei vari Bird, McHale, Parish, Maxwell...non troppo tempo, in verità...





Commenti
Mille grazie ancora a chi scrive queste pagine memorabili di storia ricordando a chi consce e svelando a chi e' all'oscuro i motivi per cui tifiamo Boston Celtics.
Grande Angelo!!!
Ma, scherzi a parte, non si possono apprezzare al 100% i Celtics d'oggi se non si conosce le basi del Celtics Pride, o Ubuntu, ed articoli come questo sono un regalo unico.
Arriviamo agli anni che mi ricordano l'inizio della mia adolescenza e i primi sintomi della malattia (il basket NBA) che ancora virulenta è in me, che meraviglia di anni e di giocatori, quelli, grazie Angelo!
Quoto in toto.
Un regalo unico infatti, grazie infinite per la tenacia, costanza e brillantezza che puntualmente ogni settimana ci donate.
Abbiamo tutti una fortuna incredibile, e anche se in ritardo e con i miei tempi, l'appuntamento del giovedì è per me davvero imperdibile!
...anche se gustato di domenica!
Miri
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