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La Storia dei Celtics
Autunno 1974: la squadra campione del mondo (allora si diceva così) si presentò ai nastri di partenza con gli stessi effettivi rispetto a quella che, pochi mesi prima aveva atterrato i Bucks di Jabbar in una memorabile finale. Il capitano Havlicek era presente così come Cowens, White, Nelson, Silas, Chaney...c' erano proprio tutti e la candidatura per la vittoria era certamente autorevole. Poche e sostanzialmente di contorno le novità in casa Heinsohn: dal draft arrivarono Glenn McDonald (del quale parleremo diffusamente a proposito del “Greatest Game Ever” nell’anno seguente, ovvero gara 5 di Finale contro i Suns), Kevin Stacom e Ben Clyde, giocatori che avrebbero avuto un breve percorso nei tortuosi sentieri dell'NBA. Non che ci fosse bisogno di chissà quali innesti: il quintetto base, con la fondamentale presenza di Nelson dalla panchina offriva le più ampie garanzie.
Gli avversari ad Est non erano numerosi: tramontata la stella dei Knicks rimanevano sostanzialmente due le squadre in grado di giocarsi con i Celtics la possibilità di puntare al bersaglio grosso: i Buffalo Braves, faticosamente battuti dai nostri nei playoffs dell'anno precedente e i Washington Bullets della vecchia conoscenza K.C. Jones, già Baltimore Bullets, già Capital Bullets (tre nomi in tre anni è di per sè qualcosa di rimarchevole). Buffalo si presentò con un Robert McAdoo ancora in grande spolvero, capace di 34.5 punti a partita, con il maggior numero di tiri tentati nell'intera NBA e in testa alla classifica dei rimbalzi e delle stoppate (il titolo di MVP stagionale fu un atto dovuto). Per i Braves poteva sembrare un anno ricco di possibilità ma la sfortuna ci mise lo zampino nelle sembianze di un infortunio al ginocchio che tolse di mezzo il Rookie of The Year del 1974 Ernie Di Gregorio, play con buone mani (15 punti a gara), chirurgico nella realizzazione dei tiri liberi e capace di sfornare assist con bella continuità. Aggiungiamo i problemi di salute dell’ex Laker Jim McMillian e otterremo una squadra destinata a perdere più di una speranza di arrivare in fondo.
Diversa la situazione dei Bullets, come abbiamo visto altro nome ma stessi giocatori: la front line era di tremenda efficacia e si appoggiava su un duo di atleti di caratura superiore: Elvin Hayes (inserito sia nel primo quintetto NBA che nel secondo quintetto difensivo) era un lungo capace di 23 punti e 12 rimbalzi ad allacciata di scarpe e l'altro All Star Wes Unseld ne fungeva da ideale complemento grazie alle doti di rimbalzista sopraffino (per lui 9 punti e quasi 15 carambole) nonostante non fosse un grande saltatore. Il quintetto era completato da Phil Chenier, solidissima guardia con 20 punti abbondanti nelle mani e difensore arcigno, dall'ex Knick Mike Riordan e da Kevin Porter, play non esplosivo offensivamente ma capace di sfornare passaggi vincenti a ripetizione. Quintetto ben equilibrato dunque, con esterni molto rapidi, molti sbocchi offensivi e due lunghi monumentali. Alla fine il record fu 49-33 per Buffalo e un luccicante 60-22 per Washington.E i Celtics? Ribatterono colpo su colpo come da tradizione. lo "starting five" era, come abbiamo visto in precedenza, solido e affiatato: Dave Cowens mantenne la media di ordinanza di 20 punti e 14 rimbalzi abbondanti, Havlicek continuò la sua sovrumana e vincente battaglia contro l’anagrafe giocando 82 partite con 38 minuti in campo, 19 punti, 6 rimbalzi e 5 assist; anche Nelson mise mattoni importanti e alla fine fu leader per percentuale di realizzazione dal campo (54%). Nonostante le cifre offensive fossero di tutto rispetto e Heinsohn puntasse molto sulla corsa e sulla velocità, la difesa non era certo un orpello dimenticato: alla fine ben tre i giocatori ebbero l'onore di essere inclusi nei quintetti difensivi: “Hondo” nel primo, come da contratto, Cowens e Chaney nel secondo. Tutto seguiva i piani, insomma. L'unico problema arrivò alla sessantacinquesima partita quando il centro titolare si fece male ad un piede perdendo l'ultimo mese abbondante di regular season. Il guaio non impedì comunque ai biancoverdi di impattare il sontuoso record di 60-22 dei Bullets.
Nella Western Conference Milwaukee visse una stagione sfortunata: Robertson non c'era più, Lucius Allen perse quasi tutta la stagione per infortunio e Jabbar (che pure avrebbe marcato visita per 17 incontri dopo essersi fratturato una mano colpendo un supporto del canestro) non poteva sopportare tutto il peso offensivo della squadra, terminando comunque con la rimarchevole media realizzativa 30 punti a gara. Non bastò l'apporto di un buon Bob Dandridge: il bilancio conclusivo fu impietoso per i vicecampioni NBA (40-42), insufficiente anche per qualificarsi ai playoffs. Fuori dai giochi i Bucks restavano in lizza i Chicago Bulls e i Golden State Warriors del grande Rick Barry. I Bulls erano squadra solidissima e difensivamente molto ben attrezzata: sotto le plance il trentatreenne centro Nate Thurmond (Nate the Great), garantiva una solida presenza, specie a rimbalzo; Jerry Sloan e Norm Van Lier si occupavano del lavoro sporco a beneficio dei due realizzatori Bob Love (22 punti a partita) e Chet Walker.
Il sistema funzionò e alla fine della stagione la compagine di coach Motta terminò con un record di 47-35, buono ma non abbastanza per aggiudicarsi la testa di serie numero 1, perchè a spuntarla furono proprio i Warriors al fotofinish (48-34).
Questi, inizialmente non godevano certo dei favori del pronostico: nell'estate che precedeva l'inizio delle danze Nate Thurmond venne scambiato con Clifford Ray e la trade lasciò perplessi gli addetti ai lavori della baia. La realtà, come spesso succede, raccontò in seguito tutta un'altra storia: accanto ad uno stratosferico Rick Barry (30.6 punti a partita, sesto nella classifica degli assist, 90% di realizzazione ai liberi, leader nelle palle rubate), il supporting cast si dimostrò di alto livello, a partire dal Rookie of The Year Jamaal Wilkes, 1.98, mani educate e nessuna paura di affrontare i mostri sacri del panorama NBA, per finire proprio con lo snobbato ma solido "Cliff" Ray, in doppia cifra a rimbalzo. Nonostante ciò, ovviamente i record di Celtics e Bullets facevano pendere nettamente l'ago della bilancia a Est, tanto che la vera finale NBA sembrava dove essere essere in realtà la prevedibile finale di Conference tra le due corazzate.
I playoffs per Boston cominciarono con la sfida che li vide opposti ai Rockets, reduci da una stagione da 41 vittorie e altrettante sconfitte e che avevano appena eliminato nel turno preliminare i decadenti Knicks. La sfida si rivelò subito impari: Houston era squadra giovane, con punti nelle mani (su tutti Calvin Murphy e Rudy Tomjanovich) ma con un impianto difensivo non di primissimo ordine. Il risultato fu scontato con le prime due gare, entrambe in casa, vinte in comoda doppia cifra dai biancoverdi (123-106 e 112-100). Non fu sufficiente il colpo di reni dei "razzi" che accorciarono le distanze all Hofheinz Pavilion in gara 3: la serie si concluse con un perentorio 4-1. Nell'altra semifinale, viceversa, i favoritissimi Bullets dovettero penare non poco per eliminare i Braves. Nonostante la già citata assenza per infortunio del play titolare Di Gregorio, un McAdoo trascinante da 37.4 punti e 13.4 rimbalzi, ben coadiuvato da Randy Smith, riuscì a trascinare i più quotati avversari in una battaglia da 7 partite. Le due squadre proseguirono appaiate fino all'epilogo ma il grande impatto del centro di Buffalo nulla potè contro Washington, squadra dal talento più distribuito: 115-96 il risultato dello spareggio che portò la compagine della capitale al previsto scontro con i Celtics.
Qui ogni pronostico sarebbe stato azzardato, ma il Trifoglio sembrava partire con un leggero vantaggio: era pur sempre la squadra campione ed aveva faticato il minimo indispensabile nel turno precedente in cui aveva potuto peraltro giovarsi del rientro dall’infortunio di Dave Cowens; in più, evento non disprezzabile, aveva il fattore campo dalla propria parte. Certo, K.C. Jones, il grande ex, alla prima esperienza da capo allenatore era stato capace di mettere in piedi un sistema solido, molto simile a quelli delle squadre bostoniane in cui aveva giocato: Difesa dura e contropiede i marchi di fabbrica che rendevano i “Proiettili” dei clienti decisamente ostici.
Purtroppo il cauto ottimismo della vigilia si dovette presto scontrare con la dura realtà: all'esordio la banda di Heinsohn si fece inopinatamente sorprendere al Garden (100-95) e poi non riuscì a impattare il risultato in trasferta subendo in gara 2 l’attenta applicazione degli avversari e concedendo una quantità industriale di tiri liberi grazie alla solida presenza sotto le plance di un Hayes inarrestabile e di un Phil Chenier in stato di grazia. Impietoso il finale, un 117-92 che sapeva molto di resa anticipata.
Di fatto non fu così perchè i Celtics provarono a reagire, in particolare grazie al “solito” trio White-Cowens-Havlicek, con quest'ultimo che mantenne costantemente una media intorno ai 20 punti. Ma risalire dallo 0-2 con la necessità di vincere almeno una volta in trasferta e contro una squadra in palese euforia agonistica era ed è impresa al limite dell'impossibile. I "nostri" riuscirono "solamente" a mantenere il controllo nelle gare giocate a Beantown, senza mai imporsi nella roccaforte avversaria, il Capital Center: dopo aver conquistato il punto di gara 3 (101-90) Boston cedette ancora piuttosto nettamente (108-119) e senza mai dare l'impressione di poter impattare la serie. A nulla valse la faticosa vittoria al Garden nel quinto episodio della sfida (103-99) che si chiuse male così com'era iniziata: davanti al festante pubblico di Washington la campana biancoverde suonò a morto l'11 maggio del 1975...92-98 e discorso chiuso sul 4-2 a favore dei Bullets che parevano destinati a fare un solo boccone di Golden State.
Purtroppo per K.C. ed i suoi, Rick Barry non si dimostrò d’accordo. Il “Miami Greyhound”, sulla strada verso il titolo di MVP delle Finals, segnò 36 e 38 punti nelle gare di mezzo della serie trascinando i Warriors ad un’incredibile “sweep”. Franklin Mieuli, l’eccentrico proprietario della franchigia californiana gongolò: “siamo stati come la fenice che risorge dalle proprie ceneri”. La fenice brucerà di nuovo, e quello rimarrà il primo ed unico titolo della squadra nella baia di San Francisco. Per i Celtics fu forte la delusione per una vittoria che pareva a portata di mano, ma che scivolò via al termine di una serie decisamente sotto tono. In molti puntarono il dito contro la mancanza di furore agonistico, da sempre marchio di fabbrica a Boston, ma bisogna ammettere che K.C. Jones fu capace di costruire un’incredibile “trappola difensiva” che finì per soffocare i ragazzi di Tom Heinsohn. In ogni caso la storia di questa squadra non si chiuse qui: John Havlicek, nonostante i suoi 34 anni, aveva ancora intenzione di scriverne un corposo capitolo, quello dell’anno 1976.





Commenti
Và beh, ci rifaremo il prossimo anno
Però la truppa di Tom si sarebbe rifatta alla grande, rimane il rammarico per non vedere una finale tra un esuberante per natura com Rick Barry, e una squadra votata al collettivo come quei Celtics.
Oh come sempre complimenti al quasi zeneise autore
Un peccato per il "three-peat" mancato però, dai ragazzi, se ci lamentiamo noi delle nostre sconfitte...cosa dovrebbero fare storicamente i tifosi dei lacustri??
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