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La Storia dei Celtics
Il processo di crescita della Seconda Dinastia continuò nella stagione 1971-72...
In una delle poche occasioni in cui Auerbach aveva “toppato” di brutto, dal draft era arrivata l’ala Clarence Glover da Western Kentucky: e pensare che tra gli atleti chiamati dopo di lui c’erano Dean Meminger, Jim Cleamons Spencer Haywood e…. Clifford Ray! Il trio sul quale coach Heinsohn puntava le speranze era composto dal veterano John Havlicek, arma offensiva principale, e dalla coppia guardia/centro Jo Jo White/Dave Cowens.
Heinsohn si affidava ad una difesa aggressiva e su un attacco spumeggiante il cui scopo primario era di colpire in transizione, ma che doveva comunque imparare a giocare anche contro le difese schierate. Le avversarie erano ancora fuori portata: in quell’anno i Lakers del coach Bill Sharman e dell’assistente K.C. Jones – entrambi ex Celtics – avrebbero dominato la lega in lungo ed in largo, piazzando pure trentatré vittorie in fila tra novembre e gennaio. Con le guardie Gail Goodrich e Jerry West a “sparare” ad oltre 25 di media, Wilt Chamberlain poteva concentrarsi nel ruolo di rimbalzista e difensore (14.8 punti e 19.2 "carambole"), con il poliedrico Jim McMillian a mostrare il suo talento in ala. Oltre ai californiani ad Ovest c’erano anche i campioni in carica, quei Bucks che contavano sull’asse Oscar Robertson/Kareem Abdul-Jabbar, quest’ultimo fresco fresco di “battesimo musulmano”: Milwaukee completava il quintetto con Bobby Dandridge, ottimo realizzatore, Lucius Allen e John McGlocklin. Da “outsider” sarebbero sbucati i Chicago Bulls di Dick Motta, capaci di “spuntare” il terzo miglior bilancio dell’NBA (57-25) grazie all’ottima stagione prodotta dal trio Bob Love-Norm Van Lier-Jerry Sloan. Ad Est non c’era molta competizione: a parte Boston l’unica squadra che avrebbe ottenuto più vittorie che sconfitte sarebbero stati i New York Knicks. Questi erano reduci dalla sorprendente eliminazione in finale di Conference per mano dei Baltimore Bullets, ma si sentivano ancora campioni in carica e volevano dimostrarlo. Il “cast” era degno di un grande spettacolo di Broadway: l’intelligenza e la ruvidità di Jerry Lucas e Dave DeBusschere, la solidità di Willis Reed (che si sarebbe infortunato di lì a poco), la classe di Bill Bradley ed il talento della coppia Earl Monroe/Walt Frazier garantivano spettacolo di gran qualità: i Celtics avrebbero dovuto passare su di loro, se avessero voluto andare in Finale.
L’esordio non fu facilissimo: il 15 ottobre 1971 i Golden State Warriors calpestarono il Trifoglio imponendosi al Boston Garden per 97 a 75. Dopo la solenne “ripassata”, però, i biancoverdi si misero a fare sul serio e conquistarono dieci dei successivi undici incontri. Nel mese di novembre vi fu una flessione alla quale Heinsohn rispose sostituendo in quintetto base il giovane Steve Kuberski con il navigato Tom Sanders.
Con Kuberski nel ruolo di partente l’età media dei primi cinque era di 25 anni e le altre squadre potevano sfruttare la mancanza di esperienza. Rimettere "Satch" dall'inizio pagò ottimi dividendi: dieci vittorie consecutive spinsero Boston in testa alla classifica di Conference, ed al 31 dicembre il vantaggio era di tre lunghezze sulla seconda ad Est, i New York Knicks, e la situazione non sarebbe più mutata. Anche perché questi ultimi dovevano fare i conti con l’assenza del centro Willis Reed, afflitto da una dolorosissima tendinite al ginocchio sinistro. Nell’All Star Game in programma a Los Angeles, Cowens dimostrò ancora una volta di essere ormai una stella. Segnò 14 punti, catturò 20 rimbalzi e dominò sia Wilt Chamberlain che Kareem Abdul-Jabbar. Un suo tiro ad 11” dalla fine pareggiò la gara a quota 110, e solo una sospensione da sei metri a fil di sirena dell’idolo locale Jerry West riuscì a dare la vittoria alla selezione Ovest contro quella furia scatenata. La sua prestazione spinse il grande Walt “Clyde” Frazier a dire “Adesso capisco perché Boston sta vincendo”. Il 12 marzo 1972 nel corso di una cerimonia privata i Celtics ritirarono il numero 6 in onore di Bill Russell che non aveva assolutamente voluto rendere partecipi i tifosi della festa. Ecco perché la sua carriera venne onorata in un Garden desolatamente vuoto, nel giorno in cui i giocatori riposavano dopo una vittoria interna sui Lakers di Wilt Chamberlain (ed a nessuno sfuggì la sottile ed involontaria ironia).
Heinsohn intanto dimostrava di essere ben più capace di quanto qualcuno volesse far credere, ed ai giocatori spiegò quale fosse la loro forza: “Siamo una squadra buona quando giochiamo in velocità, ma siamo una squadra ottima solo quando alla velocità riusciamo ad abbinare l’aggressività. Non siamo come Bucks, Knicks e Lakers che possono vincere anche quando non sono in serata. Per noi ogni risultato potrà arrivare solo attraverso l’impegno ed il lavoro”. Ed il Trifoglio continuò a lavorare duro: vinse altre nove partite “in striscia” a Gennaio e si presentò con un vantaggio agevole in classifica all’ultimo mese di campionato. Nonostante ciò continuò a premere sul pedale dell’acceleratore, facendo propri 12 degli ultimi 15 impegni, e si presentò ai playoffs con un ottimo 56 vinte – 26 perse, il miglior bilancio ad Est. Il trentunenne Havlicek continuava a giocare 45 minuti a partita, 45 minuti nei quali raggranellava 27.5 punti, 8.2 rimbalzi e 7.5 assist: cifre clamorose per un’ala piccola. Cowens era “esploso” portando i suoi totali a 18.8 punti e 15.2 rimbalzi, e soprattutto aveva migliorato il controllo sulla partita limitando il numero dei falli commessi. Anche le cifre di Jo Jo White continuavano a lievitare, ed avevano raggiunto i 23.1 punti ad allacciata di scarpe. I Celtics dipendevano totalmente da questi “Big Three” anche in prospettiva playoffs, ai quali la franchigia tornava in “pompa magna” dopo due anni di esilio. Nel turno di apertura gli avversari erano gli Hawks di Lou Hudson, Walt Bellamy e Pete Maravich, e nel primo incontro i biancoverdi si imposero agevolmente per 126 a 108 con 32 punti di Havlicek, 25 di White e 23 di Cowens. Anche Kuberski giocò una partita solidissima andando in doppia-doppia con 15 punti e 13 rimbalzi e mettendo a segno ben 7 dei 10 tiri tentati. Gli Hawks in campionato avevano vinto solo 36 delle 82 partite, ma quando tornarono tra le mura amiche dell’Omni sembrarono trasformarsi.
Il 31 marzo 1972 Lou Hudson segnò 41 punti ed Atlanta si impose per 111 a 104 nella seconda partita. I biancoverdi prontamente smantellarono gli avversari con un eloquente 136 a 113 per poi rimanere nuovamente a secco una volta tornati ad Atlanta, dove Maravich li punì con 36 punti. Per fortuna che Steve Kuberski trovò il momento più luminoso della sua carriera: trascinata dai suoi 20 punti e 10 rimbalzi in gara 5 e dai suoi 22 punti in gara 6 Boston riuscì a chiudere una serie che si stava facendo più intricata partita dopo partita.
Nel turno successivo i timori sollevati dal gioco incerto mostrato contro gli Hawks trovarono conferma quando al Garden si presentarono i New York Knicks. Nonostante fossero privi dell’infortunato Willis Reed ed in stagione si fossero classificati dietro ai Celtics, i newyorchesi erano una squadra esperta ed intelligente che sapeva sfruttare bene i propri punti forti ed attaccava l’avversario nei suoi punti deboli. John Lucas partiva in posizione di centro al posto di Reed e completava la “frontline” assieme ai solidi DeBusschere e Bradley, mentre nel “back court” evoluivano Walt Frazier e Dick Barnett. Fin dalla prima partita nella serie, il 13 aprile, fu chiaro chi avesse in mano il “pallino”: i Knicks si imposero con un 116 a 94 che lasciò di sasso i tifosi bostoniani. Tre giorni dopo al Madison Square Garden i ragazzi di Heinsohn tentarono con ogni mezzo possibile di riappropriarsi del fattore campo, ma nonostante New York si fosse cacciata nei guai da sola a causa dei falli e di una serata di scarsa vena al tiro non riuscirono a pareggiare il conto e cedettero per 106 a 105. Una volta a casa per gara 3, “Red” Auerbach assurse alle cronache quando rifiutò di far usare agli ospiti le vasche idromassaggio del Boston Garden prima della partita. Questa sorta di “distrazione” aiutò Havlicek e compagni che riuscirono ad accorciare le distanze con un successo per 115 a 109, ma ancora 48 ore e New York si impose nuovamente con un pesante 116 a 98. La tattica più produttiva di coach Holzman prevedeva che Frazier e Bradley affrontassero il palleggiatore del Trifoglio in contropiede non appena egli avesse oltrepassato la linea di metà campo e lo costringessero ad “allargare”. Così facendo il “fastbreak” bostoniano perdeva in forza d’urto ed i Celtics erano costretti a giocare nel modo preferito dall'avversario. Nella sesta sfida i biancoverdi partirono con un imperioso 14 a 0 e per la prima volta diedero l’impressione di poter prendere il controllo della serie. Gli esperti newyorchesi rientrarono però inesorabilmente e chiusero la serie con un sicuro 111 a 103. La sconfitta faceva male anche se quella stagione aveva segnato il ritorno nelle zone nobili dell’NBA. Tom Heinsohn dichiarò: “Non ho mai visto uno spogliatoio più depresso di quello dopo la quinta partita a Boston. I giocatori si aspettavano molto di più. Forse avrei dovuto essere deluso anch’io, ma non lo ero: avevo visto la squadra crescere”. Nel giro di soli due anni la squadra era tornata in alto, e “Red” Auerbach stava per apportare la modifica al roster che si sarebbe dimostrata la carta vincente per i trionfi degli anni successivi.





Commenti
Anderle, è sempre un piacere
Beh, Angelo, perdoniamolo pure, ma l'errore è stato grave (come la scelta di Milicic al posto di Wade o Carmelo? chissà ...) e forse poteva dare slancio ancora prima a un ritorno della dinastia.
Heinsohn molto sottovalutato come allenatore e forse dimenticato, ma quando sento i suoi commenti alle partite, aldilà del personaggio e delle battute, si riesce a sentire lo spessore tecnico di alcuni commenti, nonostante il passare degli anni.
Per i Celtics fu una stagione di "crescita"; progressivamente si stavano preparando per tornare allo status di "contender" e Tommy li guiderà con passione e sapienza a soddisfazioni che ci verranno raccontante nelle prossime settimane...
Chi ha visto la famosa gara 5 di finale del 76 avrà notato le tante variabili del gioco dei Celtics, forse addirittura di più di quanto non ne offrissero sotto Auerbach non mi prendete per blasfemo.
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