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La Storia dei Celtics
Iniziamo con un’ovvietà: le squadre plurivittoriose solitamente non attirano le simpatie degli “altri”. E’ quindi facile immaginare come il ritiro di Russell e la parola “fine” sulla Dinastia fossero stati salutati con un sospirone di sollievo dai tifosi di Los Angeles, New York, Philadelphia, ben felici di poter voltare finalmente pagina e sicuri che per qualche anno gli odiati avversari si sarebbero arrabattati per tentare, magari invano, di risalire la china. Sicurezza confermata dalle 34 vittorie del 1970 e solo parzialmente scalfita dalle 44 del 1971. Capitò - disgraziatamente per il resto dell’NBA - che in quel biennio, con un doppio carpiato squisitamente Auerbachiano, giungessero in quel di Boston Jo Jo White e Dave Cowens. Sommateli a Havlicek, magari anche a Paul Silas e, se siete tifosi di altre franchigie qualche preoccupazione dovreste iniziare ad averla.
Il morale della favola? A soli trentasei mesi dal sospiro di sollievo di cui sopra l’Atlantic Division era di nuovo colorata di biancoverde. Certo, non tutte le ciambelle riescono col buco e in finale di Conference i Knicks avevano eliminato i Celtics. Ma il cuore dei tifosi che assiepavano il Garden aveva ricominciato a battere forte ed è con queste premesse che nell’ottobre del 1972 ci si apprestava a imbarcarsi nell' ennesima avventura, la numero 27 per la Franchigia del Trifoglio.L'utilitaria era ormai ridiventata una Formula Uno e coach Heinsohn poteva contare su un quintetto di assoluto valore composto da Cowens, Silas, Havlicek, Chaney e White. Qualche problema in più con la panchina, non eccessivamente profonda nonostante la presenza in qualità di sesto uomo dell' inossidabile Don Nelson. Sanders si avvicinava a grandi passi al ritiro e non poteva garantire che qualche minuto di basket, Westphal avrebbe fatto benissimo in altri lidi ma a Boston era ancora troppo acerbo, mentre Finkel e Kuberski (l'uomo che ebbe l’onore di essere l'ultimo Celtic a indossare il numero 33 prima di Bird) erano onesti mestieranti o poco più. Gli avversari ad Est si chiamavano New York Knicks, Baltimore Bullets e Atlanta Hawks. I Knicks, campioni un biennio prima e sconfitti l’anno precedente in finale dai Lakers erano una squadra temibilissima, con Willis Reed, lungo in grado di giocare sia nel pitturato sia di uscire per mettere il piazzato dai 4-5 metri; il solido Jerry Lucas, rimbalzista eccezionale e tiratore affidabile; Earl Monroe, estro elevato ad arte, ball handling da favola e docente di uno-contro-uno; David DeBusschere, power forward molto fisica e invalicabile muro difensivo; Walt Frazier, difensore eccellente, maestro della palla rubata e mortifero anche nella metà campo avversaria...per finire con Bill Bradley, personalità da vendere e maestro del “untangible”. Insomma, una corazzata. Anche i Baltimore Bullets meritavano rispetto: Wes Unseld e Elvin Hayes (arrivato quell'anno da Houston) costituivano una frontline estremamente accattivante, Archie Clark e Phil Chenier erano due piccoli che vedevano il canestro come pochi e quell'anno esplose anche Mike Riordan, anonimo comprimario fino a 12 mesi prima, uomo da 18 punti abbondanti in stagione in quel 1973. Atlanta, infine, poteva contare sull'apporto di “Pistol Pete” Maravich, sul talento di Lou Hudson e sull'esperienza del centro Walt Bellamy.
I Knicks si piazzarono secondi in regular season con un bilancio di 57 vittorie e 25 sconfitte, seguiti da Bullets (52-30) e Hawks (46-36). Ottime prestazioni ma nulla in confronto a quello che seppero fare i ragazzi di Heinsohn. Fu un cammino trionfale, iniziato con uno stordente 10-0 fino all'inopinata sconfitta al Garden con i Kansas City-Omaha Kings del folletto “Tiny” Archibald. Poi ancora un filotto di nove affermazioni dal 29 novembre al 17 dicembre del 1972, sei delle quali in trasferta compreso un 102-98 al Forum di Los Angeles contro i campioni in carica, i Lakers dell’ex Bill Sharman. Insomma, a Santo Stefano le classifiche recitavano di un clamoroso 28-5 che diventò 40-7 il 26 gennaio successivo, dopo una serie immacolata di 11 partite. Il 28 marzo si chiuse la regular season e il 120-101 rifilato ai Baltimore Bullets fissava l'asticella alla siderale cifra di 68 vittorie e 14 sole sconfitte.
Quei “nuovi” Celtics si erano dimostrati uno schiacciasassi inarrestabile, Cowens concluse con 20.2 punti e 16.2 di media, che valevano il terzo posto assoluto nella relativa classifica dopo Chamberlain ed il Warrior Nate Thurmond. Come premio per una stagione quasi perfetta venne selezionato per l’All Star Game e per il secondo quintetto NBA. Ah, già, si aggiudicò anche il premio di MVP stagionale in un periodo in cui a votare non erano ancora i giornalisti, ma gli stessi giocatori. Havlicek, nemmeno a dirlo, guidò la squadra con 23.8 punti ad allacciata di scarpe cui aggiunse 6.6 assist. Paul Silas fu l'uomo che permise la “quadratura del cerchio”, coprendo il ruolo di power forward in maniera perfetta e togliendo ad “Hondo” molte delle responsabilità a ribalzo e di presidio del “pitturato”, lavoro sporco che si era adattato a fare negli ultimi anni di magra quando mancavano uomini “di peso”. Anche Jo Jo White, al terzo anno di professionismo, pareva maturo per il ruolo che Heinsohn gli aveva disegnato addosso. Il risultato fu una formazione che girava come un orologio, che tirava e segnava più delle altre, prendeva più rimbalzi e smazzava più assist. Anche ad Ovest si annunciava una dura lotta per il predominio: ovviamente favoriti d'obbligo erano i Lakers campioni in carica per la prima volta dai tempi ormai lontani di George Mikan. Chamberlain era all’ultimo anno da professionista ma il suo impatto era sempre di rilievo: miglior rimbalzista con 18.6 carambole ad ingresso in campo ed un impressionante 72.7% nella percentuale di realizzazione “dal campo”, nonostante fossero ormai lontani i tempi delle medie da 50 punti. A quelli pensavano Jerry West e Gail Goodrich (23.9 e 22.8 rispettivamente). A fine regular season i gialloviola fecero registrare un rispettabile 60-22 che non bastò tuttavia per aggiudicarsi la testa della Western Conference. L’effimero trofeo venne conquistato dai Milwaukee Bucks, detentori dello stesso record dei californiani ma favoriti dal bilancio negli scontri diretti. I verdi del Wisconsin, già vincitori dell'anello nel 1970, erano forti dell’erede naturale di Wilt, un altro centro dominante che avrebbe calcato i parquet dell' NBA per un ventennio facendo incetta di record: sei volte campione NBA, sei volte MVP stagionale, due volte MVP delle Finals, 19 All Star Games, due volte miglior realizzatore, maggior numero di punti segnati, di stoppate effettuate...Ferdinand Lewis Alcindor, dal 1971 conosciuto come Kareem Abdul-Jabbar. Un lungo che viaggia in stagione con 30.2 marcature e 16.1 rimbalzi a partita è decisamente un buon punto di partenza e se i compagni sono una vecchia volpe come Oscar Robertson, una guardia rapidissima e dalla mano morbida come Lucius Allen e un’ala che vede benissimo il canestro come Bob Dandridge il risultato, in linea di massima, può essere piuttosto interessante. Alle spalle delle due principali contendenti scalpitavano i Bulls. La squadra, guidata in attacco dal talentuoso Bob Love, non aveva grandi fuoriclasse ma a roster c’erano diversi buoni giocatori, e ciò consentiva rotazioni ampie ed un secondo quintetto quasi all’altezza del primo; inoltre in panchina sedeva coach Dick Motta, maestro nell’ottenere il massimo dai suoi uomini, specialmente avendo a disposizione cervelli fini come Clifford Ray e "Mister Utah Jazz" Jerry Sloan. L’applicazione ferrea e la difesa valsero il 51-31 finale, sufficiente per aggiudicarsi la terza moneta. L'ultimo posto nella griglia ad fu appannaggio di Golden State, ovvero Nate Thurmond e Rick Barry: il primo, difensore eccellente, sarebbe passato alla storia l'anno successivo per la prima quadrupla doppia della storia; il secondo, antipatico quanto si vuole, ma uno dei più grandi di ogni tempo senza discussione.
Ed eccoci ai playoffs, dove ad Est i Celtics si videro contrapposti agli Hawks. Data la trionfale Regular Season dei biancoverdi non c'erano molti dubbi su chi fosse il favorito e in effetti gara 1 al Garden non riservò particolari sorprese: fu un netto 134-109 propiziato dalla fantascientifica prestazione di John Havlicek, autore dei 54 punti che ancor oggi rappresentano il record per un Celtic nella postseason. Il primo successo fu bissato tre giorni dopo all' Omni Coliseum di Atlanta da un quasi altrattanto agevole 126-113. I biancorossi avevano due bocche da fuoco di assoluto livello in "Pistol Pete" Maravich e Lou Hudson, ma White e Havlicek non erano certo da meno. In più Cowens e Silas sotto le plance erano decisamente fuori della portata di un Bellamy che si apprestava a terminare la sua dodicesima e terz'ultima stagione da professionista e di un pur volenteroso Jim Washington. Come se non bastasse, anche la panchina di Boston poteva complessivamente considerarsi superiore a quella dei dirimpettai. Sembrava tutto pronto per lo sweep ma gli avversari non si dimostrarono d'accordo e grazie a una prestazione balistica impressionante (e a una certa qual deconcentrazione dei biancoverdi, cosa che fece arrabbiare non poco coach Heinsohn) espugnarono il Garden (118-105), ripetendosi entro le mura amiche per 97-94. Tutto da rifare dunque e come se non bastasse i Knicks proprio quella sera chiudevano in carrozza la pratica Baltimore Bullets con un sonante 4-1. Gara 5 diventò una sorta di spareggio ed effettivamente non fu una passeggiata: il 108-101 finale fu accompagnato dai sospiri di sollievo del popolo celtico. Gli Hawks, nonostante i 56 punti complessivi di media che alla fine di quella serie sommarono Hudson e Maravich, avevano dato tutto ed alzarono bandiera bianca, sia pure con l'onore delle armi, il 13 Aprile ad Atlanta, superati per 121-103. Altra sfida Boston-New York, dunque: il miglior attacco della lega contro la difesa più rocciosa, 7 futuri hall Of Famer in quintetto: Frazier, DeBusschere, Bradley, Reed, Monroe da una parte (ovvero tutto lo starting five), Havlicek e Cowens dall'altra. L'anno precedente la tenzone, ancora in finale di Conference, si risolse con una vittoria per i Knicks. I tempi erano maturi per una rivincita?Nonostante i due giorni di riposo contro i sette degli avversari, i Celtics si aggiudicarono gara 1 con ampio margine (134-108) grazie ad un White in gran spolvero. Jo Jo ne mise 30 (14 su 27 dal campo) risultando immarcabile nonostante coach Holzman le avesse provate tutte per contenerlo, compreso il quadruplo cambio di marcatura Monroe-Meminger-Bibby-Frazier. E dire che in stagione spesso il numero 10 aveva faticato contro l’organizzatissimo muro avversario...
Ma non c'era tempo per gioire: occorreva bissare la prestazione al Madison, l’arena che in quell’anno aveva visto uscire vittoriosi i propri beniamini per 38 volte in 44 incontri. Purtroppo la musica non fu la stessa di tre giorni addietro e Boston fu respinta con perdite (129-96), subendo la peggiore sconfitta in 216 partite di playoffs fino ad allora disputate. Pari e patta, dunque, ma se a New York era andata malissimo, anche il ritorno a casa fu in tutti i sensi doloroso: nel secondo tempo dell'incontro i biancoverdi avevano faticosamente ridotto a soli due punti un divario che fino a pochi minuti prima ammontava a 15. Durante un’azione di attacco Havlicek non si avvide del blocco di DeBusschere e cozzò duramente contro l'avversario, procurandosi lo stiramento del trapezio della spalla destra. Infortunio grave, eppure il giocatore rientrò in campo dopo un riposo abbastanza breve. Purtoppo i Knicks in apertura di quarto periodo piazzarono un parziale decisivo di 10 punti a 0, sei dei quali firmati Bradley che era marcato da “Hondo” e, da squalo dei parquet, ne sentiva il “sangue”. Finì 98-91 per gli ospiti e la sensazione era che gli dei del basket, come in quella lontana finale di quindici anni prima contro gli Hawks in cui Russell si era giocato la caviglia, guardassero altrove. La sensazione trovò conferma in gara 4, vinta ancora da New York dopo due overtime: Havlicek e il suo blazer erano relegati in tribuna, i Celtics lottarono come leoni e la coppia Cowens-White alla fine del terzo quarto aveva già messo a segno 48 punti, con Silas a 21 rimbalzi e Boston avanti di 16. Sembrava fatta ma il ritorno dei padroni di casa, guidati da Frazier che marcò 25 tra il quarto periodo ed i due tempi supplementari, fu devastante. Vi furono anche diverse decisioni arbitrali controverse e tra le volte del Madison risuona ancora l’eco degli improperi che Heinsohn rovesciò su Jake O'Donnell fin dentro gli spogliatoi. 1-3, ormai era finita, si sentiva dire, ma il cuore biancoverde non aveva intenzione di fermarsi, specie al Garden, specie se in gara 5 un redivivo “Hondo” era in grado di uscire dalla
panchina segnando 18 incredibili e commoventi punti: Boston avanti di sei all’ultima dozzina di minuti da giocare ma ancora una volta New York tornò sotto, difendendo in maniera perfetta e forzando gli avversari a un solo canestro dal campo negli ultimi 8 giri di lancetta, peraltro segnato da Silas che non era certo il “bombardiere” designato. Con 7 secondi da giocare e i Celtics di nuovo sotto di uno, White pressato da Frazier tentò il jumper e lo sbagliò mancando addirittura il ferro.
Con tre Knicks ad attendere il rimbalzo Silas fu un maestro nel “leggere” la parabola e per fortuna la palla planò ancora tra le sue mani, costringendo DeBusschere al fallo. Paul in stagione aveva un non astronomico 70% di realizzazione ai liberi (il peggiore tra i cinque titolari), ma non fallì e Boston si impose per 98-97. In gara 6, giocata nella Grande Mela, sembrò profilarsi l'ennesimo miracolo del Leprechaun con Heinsohn che provò (e riuscì) a mandare fuori giri Holzman e i suoi delegando le maggiori responsabilità offensive a Chaney e Silas. I due ripagarono il coach con un ottimo 13 su 18 complessivo al tiro, costringendo New York a cercare in corsa un qualche cambio di strategia. Ciò regalò una maggiore libertà a White e, soprattutto, a Cowens che nel quarto periodò “spianò” Jerry Lucas aprendo la strada a un miracoloso 110-100. Purtroppo il lieto fine, il coronamento della rimonta dall’1-3 non arrivò mai e gara 7 potrebbe essere raccontata con un solo episodio: sul 28-28 nel secondo periodo Havlicek sgusciò tra tre avversari, si alzò per il jump shot, la “spicchia” nella mano destra...normalmente sarebbero stati due punti messi in cassaforte, non quella sera, non con la spalla quasi inutilizzabile: la traiettoria non incontrò nemmeno il ferro, airball...94-78 alla fine, Knicks in finale e poi campioni passeggiando sopra ai Lakers. Fu una grande delusione, specie dopo una regular season spettacolosa. Ma la rivincita non era lontana.





Commenti
Vico sosteneva che la storia si ripete e forse poche squadre come i Celtics lo possono testimoniare.
quello descritto nel bell'articolo rientra nei "titoli non vinti causa infortuni", fatto purtroppo abbastanza frequente nella storia dei Celtics.
Grande Angelo, che ci racconta con la consueta maestria un altro capitolo di storia Celtica anche se mi sento di fare un piccolo appunto sul titolo del 1970, che andò ai Knicks e non ai Milwaukee Bucks di Jabbar, che invece lo vinsero nel 1971
Questo era sfuggito pure a me... rimediamo subito, certo che potevi anche farlo presente prima che lo pubblicassimo, diablo madrileno...
Si, si, lo so, dopo aver toppato l'anno dei bucks e aver dimenticato i 54 di Havlicek non è il caso che mi metta a fare il puntiglioso...
Hai ragione Fabio...saranno i punti di sutura che, oltre che "tagliato", mi rendono pure più "tagliente"...
Comunque, dai, non c'è problema...siamo ancora in tempo per corregere piccole imperfezioni prima che arrivino a Tommy Heinsohn in persona...
E tu Angelo, sui ceci!
se contiamo anche quando erano a St. Louis, purtroppo una l'hanno vinta, anche se di fianco bisognerebbe metterci un asterisco gigante.
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