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La Storia dei Celtics
Nella storia del Trifoglio ci sono state molte “trade” famose: da quella per la scelta di Bill Russell, a quella di Joe Barry Carroll per Parish e McHale, a quella per Kevin Garnett. Ma l’affare migliore rimane la firma di Don Nelson, preso a costo zero dalla “spazzatura” dei Los Angeles Lakers e tramutato in uno dei più solidi giocatori del decennio a cavallo degli anni ’70.
Ottimo tiro da fuori, estrema abilità nell'andare a rimbalzo, uno spirito guerriero che Auerbach gradiva molto. E poi quella freddezza glaciale nei momenti che contavano, quando il pallone pesava una tonnellata e se Sam Jones era marcato bene, potete star sicuri che dalla panchina il coach avrebbe chiamato lo schema 14, quello per Don. Doti da vero Celtic, insomma, condite dalla grande intelligenza cestistica che gli ha permesso di diventare in seguito uno degli allenatori più innovativi (seppur controversi) degli ultimi trent’anni.
Donald Arvid Nelson nacque a Muskegon, Michigan, il 15 maggio 1940. Era ancora piccolo quando la famiglia si trasferì a Rock Island, Illinois, dove il padre poteva coltivare la terra ed allevare bestiame in una piccola fattoria. Di Rock Island Jack Kerouac scrisse: “per la prima volta nella mia vita è lì che vidi il letto dell’amato fiume Mississippi asciugarsi nella calura estiva”, ma per chi doveva lavorare nei campi le fatiche giornaliere erano decisamente meno poetiche. Non appena il papà gli fissò un canestro nella “barnyard”, l’aia, il piccolo Don cominciò a prendere la mano al gioco del basket. L’incentivo a mettere a segno i suoi tiri era particolare: il bersaglio si trovava proprio in corrispondenza della stia dove razzolava il pollame, e quando il ragazzino sbagliava una conclusione poi era costretto a perdere un minuto buono a ripulire la palla dagli escrementi di gallina. In poco tempo Donnie crebbe in altezza fino a diventare un bel ragazzo di campagna, robusto e coriaceo: in un lampo diventò una delle stelle del liceo locale. Ma in quella zona dell’Illinois popolata dai “rednecks”, poteva il coach essere un esteta della tecnica individuale? No ovviamente, ed il “ruspante” allenatore, in un giorno in cui i ragazzi si allenavano male tra bizze e litigi, li chiuse a chiave nella palestra costringendoli a dirimere le loro controversie per mezzo della pratica pugilistica. La rude vita di campagna ed un allenatore che ti insegna a risolvere i problemi secondo la “noble art”: non si può pretendere che il basket di Nelson fosse all’insegna della pulizia stilistica.
A fine high school approdò all’Università di Iowa dove coach Sharm Scheuerman si accorse subito di avere tra le mani un pezzo pregiato. Dopo il classico anno da “freshman” a guardare gli altri, nella stagione 1959-60 si fece notare pilotando gli “Hawkeyes” ad una partenza da otto vittorie ed una sconfitta, poi fino a 13-3, prima di infilare una terribile serie di cinque battute d’arresto consecutive e chiudere a 15 vinte e 9 perse. Nelson però aveva esordito a medie di 15.8 punti e 10 rimbalzi risultando il migliore in entrambe le categorie. Quella seguente fu la miglior annata universitaria di Don: giocò ancora da centro, fu l’unico dei suoi ad andare in doppia cifra nei punti (23.7 conditi da 10.8 rimbalzi) e tirò col 52.2%, facendosi notare dai “pro” mentre Iowa vinceva 18 dei 24 incontri disputati. Tutti pensavano che il campionato 1961-62 potesse essere un’apoteosi visto che Scheuerman vedeva ritornare tutti i suoi giocatori meno il senior Dennis Runge. Invece improvvisamente venne a mancare la “chimica” e gli "Hawkeyes" si trovarono invischiati in un cammino mediocre (13 "W" ed 11 "L"). Le statistiche di Nelson però erano ulteriormente migliorate (medie di 23.8 punti, 11.9 rimbalzi ed il 55.4% al tiro), ma il crollo del record influì pesantemente sulle velleità del numero 15 di essere scelto da una delle squadre NBA. Infatti nel “draft” del 1962 venne chiamato dai Chicago Zephyrs “solo” al terzo giro con la diciassettesima scelta assoluta. Nella “Città del Vento” giocò la sua stagione da matricola facendo registrare medie di 6.8 punti e 4.5 rimbalzi, e quando gli Zephyrs andarono in bancarotta e chiusero i battenti trovò un posto nel “roster” dei Los Angeles Lakers. In California fu protagonista di due stagioni non proprio brillanti: se nella prima aveva comunque lasciato un piccolo segno a 5.2 punti e 4 rimbalzi ad allacciata di scarpe, nella seconda venne letteralmente dimenticato in fondo alla panchina mentre i suoi minuti di utilizzo crollavano da 17.6 a 6.1. Il 21 ottobre 1965, poco prima dell’inizio del suo quarto anno in NBA, i Lakers gli preferirono tale John Fairchild, nome non propriamente impresso nel marmo della storia del basket a stelle e strisce. Il ragazzone dell’Illinois incassò il benservito e non gli restò che tornare a casa. Passarono uno, due, tre giorni mentre il telefono restava muto e Nelson perdeva gradualmente la speranza di venir richiamato a Los Angeles. Dopo una settimana finalmente la telefonata arrivò, ma all’apparecchio c’era Auerbach che voleva fargli un “provino”. “Donnie” partì subito per Boston mentre i Celtics erano in trasferta e perdevano la terza partita consecutiva. Giunto nella “Beantown”, era così timido che evitò persino di chiedere allo staff biancoverde il permesso di utilizzare le strutture per allenarsi nonostante fosse in evidente calo di forma. La sera ascoltava le partite di Russell e compagni alla radio, e si rese conto che il suo “avversario” per il posto a roster era il “rookie” Ron Watts. Quando la squadra rientrò in città, Don giocò con grande intensità e convinse "Red" a firmarlo: sarebbe rimasto in Massachussets per undici anni, vincendo cinque titoli. Ancora una volta il Patriarca aveva visto quello che agli altri era sfuggito, il “quid” che era alla base della Dinastia. Giocatori che ad altri manager sembravano insignificanti o finiti, a Boston trovavano una nuova dimensione ed uno spirito vincente.
Il suo apporto ai Celtics fu subito concreto; in 75 partite tenne medie di 10.2 punti e 5.4 rimbalzi vincendo il suo primo titolo contro quei Lakers che gli avevano preferito il povero John Fairchild, 171 minuti giocati nell’NBA. Nelson era il classico giocatore da panchina di Auerbach, ed anche se non si poteva definire un mostro di atletismo, giocava con intelligenza ed era tosto. Nella seconda stagione i suoi minuti a partita (e quindi il fatturato in punti e rimbalzi) subirono un brusco calo a causa degli arrivi di Bailey Howell e Wayne Embry che il nuovo coach… Bill Russell sfruttava ovviamente a pieno nella sua rotazione. Don non creò problemi, anzi, rispettò perfettamente il suo ruolo mentre il Trifoglio vedeva interrotta la serie di otto titoli consecutivi dai 76ers di Chamberlain e Greer. Nel campionato 1967-68 non fu una coincidenza se all’aumentare del minutaggio di Nelson corrispose il ritorno dei biancoverdi sul tetto dell’NBA. I Sixers vennero superati al termine di una battaglia selvaggia da sette partite, ed in Finale la vittima furono ancora i Lakers, “stesi” in sei gare. Don si guadagnò il secondo titolo di campione in virtù di medie da 10 punti e 5.3 rimbalzi in oltre 18 minuti d’impiego. Nei “vecchi Celtics” l’ala ventisettenne continuava a farsi spazio in virtù di un tiro mortifero dai quattro/cinque metri e di un’estrema pericolosità vicino a canestro, zona nella quale utilizzava un vasto campionario di finte e di conclusioni con entrambe le mani. La stagione 1968-69 si chiuse con un altro trionfo, quello dei palloncini gialloblù rimasti appesi alle volte del Forum ad Inglewood. Nella storica settima partita del 5 maggio 1969 Nelson visse il momento migliore della sua carriera, entrando nella leggenda del Trifoglio: Havlicek perse palla sul lato destro del campo e lui fu lesto a farla sua mentre il cronometro dei 24” stava per raggiungere lo zero. Dalla lunetta fece partire un tiro affrettato solo per evitare di regalare il possesso ai Lakers, ma incredibilmente la sfera colpì il “secondo ferro”, si impennò oltre il bordo superiore del tabellone e ricadde nella retina per il più fortunato dei canestri. L' "eroe di giornata" scherzoso dichiarò: “Io a chi me lo chiede racconto solo che la palla non toccò altro che il cotone”. Tutti ricordano quei due punti, ma in molti dimenticano che in quella gara decisiva Don ne mise a segno altri 14. Allo scadere, sul 108 a 106 Boston, Russell prese l’ultimo rimbalzo della sua carriera sul tiro sbagliato da West, cullò la palla tra le braccia e mentre suonava la sirena fece l’occhiolino all’arbitro Earl Strom. Era il suo undicesimo titolo in tredici anni, mentre l’ex ragazzino dell’Illinois arrivava a quota tre, e con un tiro malandrino si era preso un’altra saporita rivincita sulla squadra che lo aveva scaricato perchè considerato lento, incapace di saltare e poco abile nel palleggio.
Proprio il suo terzo titolo coincise con fine della Dinastia nel momento in cui Russell e Sam Jones appesero le scarpette al chiodo. Mentre “Red” Auerbach si metteva al lavoro per riportare Boston in alto, a tenere alta la bandiera biancoverde rimasero i veterani “Satch” Sanders, John Havlicek e, nemmeno a dirlo, Don Nelson. Vero e proprio “Ironman”, dal febbraio 1967 al dicembre 1972 giocò 465 partite senza saltarne alcuna e battè il primato di Franchigia detenuto da Tom Sanders con 459 gare (record che nel 1978 sarebbe stato a sua volta superato dalle 488 partite di Jo Jo White). Nell’agonia del campionato 1969-70 contrassegnato da 34 vittorie e 48 sconfitte, fu una delle note positive raggiungendo il massimo in carriera nei punti segnati (alla media di 15.4) e nei rimbalzi (7.3) e tirando con oltre il 50%. Il 25 febbraio 1970 seppellì i San Diego Rockets sotto 40 punti, suo career-high. Era ormai una delle “chiocce” della nuova generazione di lunghi Celtics ed anche nei campionati seguenti continuò a contribuire sempre mettendo a segno più di 10 punti a gara. Nel 1974 fu parte importante nella conquista del dodicesimo titolo e nel 1975 risultò il giocatore più preciso della Lega, tirando col 53.9%. A 35 anni suonati la sua carriera era ormai agli sgoccioli, e coach Heinsohn nel campionato 1975-76 dimezzò il suo minutaggio, preferendo affidarsi a Paul Silas ed a Steve Kuberski. Alla fine della famosissima serie coi Phoenix Suns Nelson vinse il suo quinto titolo ed ormai trentaseienne si rese conto di voler uscire di scena da vincente e soprattutto da Celtic, nonostante gli fossero arrivate offerte da altre squadre. Si ritirò nel momento migliore: Havlicek, che invece continuò, nell'ultimo scorcio di carriera avrebbe masticato amaro vedendo il “Pride” venir svillaneggiato dai "nuovi mostri". Don chiuse con oltre 1,000 partite giocate, 10.000 punti segnati e 5.000 rimbalzi catturati nei quattordici anni di NBA, undici a Boston.In seguito dichiarò: “Quando giocavo ero solito arrivare un po’ prima che iniziasse l’allenamento e discutere con “Red” di filosofia di gioco e di strategie. Forse non si rendeva nemmeno conto di che grande regalo mi stesse facendo, ma credo di aver assimilato da lui la parte più importante del mio bagaglio cestistico di allenatore”. Perché come molti altri “discepoli di Auerbach” (K.C. Jones, Bill Russell, Tom Heinsohn, Dave Cowens, Paul Westphal, Paul Silas, Bob Cousy, Bill Sharman, Frank Ramsey e Don Chaney), nell’NBA anche Nelson trovò subito la propria strada come coach: nel 1976 entrò ai Milwaukee Bucks come General Manager ed in un batter d’occhio ricostruì la squadra che aveva perso Kareem Abdul-Jabbar, riportandola ai vertici della Eastern Conference e guadagnandosi per due volte il titolo di “Coach of the Year” (1983 e 1985). Inventò il ruolo di “point forward” utilizzando le ali Paul Pressey e Marques Johnson come registi e sfruttando le loro doti di “ball-handling” per creare dei “mismatch”. Nel corso di quell’esperienza fu anche il primo allenatore ad imporre uno “sweep” ai “suoi” Celtics: accadde proprio nel 1983. "Red" non gradì la cosa, ma gradì ancor meno le dichiarazioni di Don che durante quella serie tra Milwaukee e Boston per influenzare gli arbitri definì Danny Ainge un “giocatore sporco”: per un po’ di tempo tra i due calò il gelo.
Da quel 4 a 0 in poi i suoi Bucks non riuscirono più ad avere la meglio su a Bird e compagni nella post-season, ed a seguito dell’ennesima sconfitta ai playoffs nel 1987, Nelson “abdicò”. In undici stagioni aveva guidato la franchigia del Wisconsin a nove post-season facendo registrare un bilancio di stagione regolare da 540 vittorie e 344 sconfitte (61%), bilancio che però nei playoffs scendeva a 42 vinte e 46 perse. Terminata questa prima fase della carriera da allenatore non passò molto tempo prima che un’altra squadra in difficoltà si affidasse alle sapienti mani del campagnolo dell’Illinois. Il “malato” erano i Warriors, e Don preparò le valige alla volta di San Francisco per prendere il posto del “defenestrato” George Karl. Vi sarebbe rimasto per oltre sei campionati, guidando Golden State alle prime stagioni vincenti consecutive della sua storia. Diede vita al famoso “Run TMC”, dalle iniziali delle sue “stelle” Tim Hardaway, Mitch Richmond e Chris Mullin che faceva correre nel più sfrontato dei “run and gun”. I Warriors si qualificarono per i playoffs nel 1989, 1991, 1992 e 1994, garantendo al loro coach il terzo premio di "Coach of the Year" nel ’92. All’inizio del campionato 1994-95, nonostante un inizio da 7 vittorie ed 1 sconfitta, entrò in conflitto con Chris Webber che mal si adattava al ruolo di “centro-fantoccio” previsto dal sistema nelsoniano. Il tipo di gioco prediletto dall’ex-Celtic si era sempre basato su contropiede e conclusioni veloci, e spesso a quei ritmi alti la difesa e gli appoggi sui “big men” venivano sacrificati: è la critica principale che gli è sempre stata mossa e che trova terreno fertile nel fatto che le sue squadre non hanno mai raggiunto una Finale NBA. Il giovane “ex-Fab Five” avvelenò l’ambiente e Golden State cominciò a battere in testa: nonostante la pronta trade di Webber, spedito a Washington, la situazione ormai era compromessa e quando la squadra perse 30 delle successive 37 gare il coach venne “silurato”. Pochi mesi dopo furono i Knicks a contattare “Donnie”: reduci da dei playoffs al di sotto delle aspettative, volevano provare la “cura-Nelson”. A lui però non piacque quello che trovò nella “Big Apple”, e si diede da fare per cambiare. Il suo gioco poco orientato verso i centri e soprattutto una conversazione con il presidente del Madison Square Garden, Dave Checketts nel corso della quale aveva espresso il desiderio di scambiare Pat Ewing sul mercato, gli si ritorsero contro. La franchigia di New York è sempre stata simile alla corte del Re di Francia nel Settecento, luogo in cui le confidenze più segrete hanno le gambe, ed in un batter d’occhio la notizia filtrò arrivando allo stesso Ewing. Da quel momento questi, ben spalleggiato da John Starks, si rivoltò contro l'allenatore. L’8 marzo 1996 il bilancio parlava di un tiepido 34 vinte e 25 perse quando Ernie Grunfeld, il presidente dei Knicks, bussò alla porta della stanza del “Ritz Carlton” in cui alloggiava “Nellie”. Le notizie ovviamente non erano buone: esonerato con il dubbio primato dell’esperienza più breve di un coach sulla panchina di New York, e per lui era il secondo licenziamento nel giro di in un anno. In seguito avrebbe commentato: “Tutte le mie squadre hanno sempre giocato un basket divertente. Eccetto i Knicks”. In privato però ammise che il suo approccio con i giocatori della nuova generazione aveva bisogno di qualche modifica.
Mentre era senza incarico, l’NBA lo elesse tra i dieci più grandi allenatori nella storia della lega: quanta strada aveva fatto il ragazzino che giocava a basket cercando di evitare gli escrementi di gallina! Tempo un anno, ed un altro paziente aveva bisogno del “Dottor Nelson”. I Dallas Mavericks erano moribondi e lui li riportò alla vita scegliendo Dirk Nowitzki al draft ed acquisendo Steve Nash in una trade. Gli inizi non furono comunque facili: dopo due stagioni in ricostruzione, il campionato 1999-2000 iniziò con 21 sconfitte nelle prime 30 partite. A quel punto il magnate informatico Mark Cuban acquistò la franchigia e sembrò che i giorni del coach nel Texas fossero al capolinea. Cuban invece mantenne la calma, attese i frutti del lavoro di Don ed improvvisamente la squadra cominciò a giocare, vincendo 31 delle ultime 52 gare. Seri problemi di salute prima ed un ruolo sempre più assertivo da parte di Cuban nelle decisioni tecniche lo spinsero però a farsi da parte nel marzo 2005, e come già dopo l’esonero newyorchese, sembrò che la sua carriera in panchina fosse terminata. Viaggi in Nuova Zelanda ed alle Hawaii, più tempo per la moglie… ma nel settembre 2005 caricò le sue cose sul pickup Ford bianco e guidò attraverso Texas, New Mexico e California per rispondere alla chiamata del GM dei Warriors Chris Mullin.
Tra i due c’era sempre stato un feeling intenso, da quando Nelson aveva salvato sicuramente la carriera e forse anche la vita di Mullin costringendolo a sottoporsi ad un programma di recupero per alcolisti. Ed ecco quindi che il “vecchio guerriero” tornò ai Warriors nell’ennesima ricostruzione, nell’ennesima scommessa. A 66 anni, lavorando sodo come sempre, scoprì Andris Biedrins, Monta Ellis a Matt Barnes, e nei playoffs del 2007 li guidò alla dolce vendetta, l’eliminazione dei Dallas Mavericks reduci dal 67 vinte e 15 perse che rappresentava il miglior record della lega. Dopo un’altra buona stagione (48-34) nella quale la postseason sfuggì per un soffio, lo sciocco incidente motociclistico di Ellis ed altri infortuni assortiti condannarono Don ad un campionato di bassa classifica, ma nella trentesima panchina della sua carriera lui riuscì comunque a scollinare oltre le 1,300 partite vinte in stagione regolare, unico coach assieme a Lenny Wilkens a raggiungere tale traguardo. Il 2008-09 invece si è rivelato un vero e proprio incubo: infermeria affollata, un rapporto sempre più teso con Chris Mullin e la proprietà, una perdita di “chimica” a tutti i livelli hanno gradualmente ed inesorabilmente avvelenato la stagione fino al triste epilogo da 29 vittorie e 53 sconfitte, risultato bissato nel 2009/2010 (26 "W" e 56 "L"). Nel Settembre del 2011 è arrivato l'ultimo benservito, ad opera dei nuovi owners Joe Lacob e Peter Guber, alla ricerca di "sangue giovane" da infondere ad una squadra in difficoltà.
Ancora una volta il gruppo messo in piedi da Nelson si è disintegrato ad un passo dal sogno, ancora una volta la stella della squadra – da Chris Webber a Stephen Jackson, passando per Patrick Ewing – si è ribellata al coach. Troppe coincidenze per dare la colpa al caso, insomma.
Ecco, se vogliamo trovare un “fil rouge” tra la sua carriera di giocatore e quella di coach, forse è proprio questo: Donald Arvid Nelson è sempre stato il migliore tra i…secondi. In campo, quando fungeva da spalla a Russell e Cowens, ed in panchina quando le sue squadre superavano ogni aspettativa ma poi ai playoffs finivano per infrangersi contro l’approccio più utilitaristico di colleghi come K.C. Jones, Rudy Tomjanovich, Phil Jackson e Gregg Popovich. Anche se a volte il suo carattere da “scienziato pazzo” finisce per alienargli le simpatie dei giocatori, peraltro spesso troppo viziati, rimane comunque un genio: sicuramente nell’elite degli allenatori degli ultimi trent’anni. Nel 1978 “Red” Auerbach lo ha premiato mettendo il suo numero 19 a sventolare assieme a quelli dei migliori biancoverdi, proprio a fianco della scritta “Loscy” che onora un altro grande comprimario a riprova che in “casa Celtics” chi contribuisce sacrificandosi per la vittoria, anche se non è un leader, viene valutato alla stessa stregua delle stelle più brillanti.





Commenti
Sicuramente un grande giocatore e un grande lottatore in campo, da coach poi per motivi sconosciuti a tutti, ha finito per praticare un basket agli antipodi di quello che giocava nei Celtics, ammetto che i Warrios di Mullin, Richmond (poi arrivò Spreewell) e Timmy Hardaway erano uno spettacolo per gli occhi, il resto tanta confusione tecnica, nell'attuale Golden State la confusione si p trasformata in caos.
Ma sarà sempre quello del "tiraccio" del Forum, quindi onore eterno a lui !
Ho apprezzato molto il giocatore, conoscendolo solo fugacemente attraverso qualche spezzone di video o qualche lettura "storica": il suo spirito di sacrificio, l'intelligenza e la consapevolezza dei propri limiti, in pieno "stile Celtics", gli consentirono di toglierse delle belle soddisfazioni durante una carriera che, fosse stato per i lakers, sarebbe morta ben presto (grande, infinitamente grande il nostro Red!)
Dell'allenatore non so esattamente che "fotografia" rifletta meglio il suo stile: ammetto che il "Run TMC" mi faceva impazzire, ma non durò poi molto; lo sgambetto ai Mavs nel 2007 fu epico ma prima e dopo di ciò troppi "messaggi" e comportamenti strani, contraddittori, spesso "forti", che facevano (e fanno) denotare un carattere probabilmente alquanto complicato nel rapporto con molti dei suoi giocatori (per carità, alcuni di quelli citati da Fabio non è che poi brillassero molto alla voce "intelligenza"...)
Poi la sua filosofia di basket...certamente spettacolare e godibilissima quando hai i giocatori giusti ma probabilmente troppo "estrema" e un po' "cocciuta" nelle sue ultime versioni, con il totale annicchilamento del concetto di centro e quella ossessiva idea che i possessi debbano terminare entro i 10 secondi...
Ma ripeterò quanto detto da Leo, a costo di essere scontato e ripetitivo: quel "canestraccio" al Forum nel '69...che goduria...quale miglior modo per tenere quegli "arroganti" palloncini appesi lassù, in alto alto...mentre sul parquet si consumava l'ennesimo sgambetto ai malcapitati lacustri???
Grande Fabio, ci hai raccontato ANCHE Nellie in modo sublime!
Però un Celtic, dai, orgoglioso e anche un pò cattivo, ma sempre alla ricerca della vittoria.
Ma anche un gran furbacchione, che ha visto tutto nella lega (che darei per una cena ad ascoltare lui e Heinsohn a parlare di basket) e che a 70 anni è ancora sulla breccia e ho trovato bellissima una sua dichiarazione dopo la partita giocata a Boston a inizio stagione, quando la domanda era come si trovasse con tutti gli infortuni (all'epoca giocavano in sette con gli altri in infermeria) e Jackson che aveva chiesto di essere scambiato, bene, lui ha risposto più o meno che, si il momento non era facile, ma per tutti i soldi che prendeva poteva anche sopportare
Personaggio pero' insostituibile e dalla fortissima personalità, dotato forse di troppo coraggio, ma meglio di lui di tanti comprimari che siedono a bordono campo oggi.
Cone al solito complimento a Fabio che "tira" fuori l'anima dei personaggi che descrive. Certo che vedere un giorno l'opera rilegata, ed una bella copertina patinata non sarebbe proprio male!!!
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