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La Storia dei Celtics
Nel corso dell’estate Auerbach si liberò dei lamentosi Larry Siegfried (Havlicek non amò molto veder partire l'ex compagno di Ohio University) ed Emmette Bryant, lasciati andare nel “expansion draft” in cui a malincuore Boston perse anche il solido Bailey Howell.
Era il momento di dare maggior spazio a Don Chaney ed a Jo Jo White, la coppia di guardie che nella turbolenta stagione precedente aveva fatto vedere progressi confortanti. E poi c’erano anche dei vantaggi, ad aver chiuso con uno dei peggiori record della lega: a volte da un male deriva un bene, dice un vecchio adagio. Dalla prima stagione senza playoffs in diciannove anni ai Celtics arrivò la quarta scelta assoluta del draft.
Altri tempi, altro basket: i “Seminoles” di Florida State erano finiti in “probation” a causa di qualche pasticciaccio nel reclutamento giocatori, e l’ostracismo di televisioni e stampa accecava anche gli scout dell’NBA. Tutti meno quelli del Trifoglio, ovviamente: la “longa manus” di Red Auerbach come sempre arrivava dove altri facevano fatica.
Ma anche così, il talento di un giovane centro sottodimensionato ma ipercombattivo faceva fatica a rimanere nascosto, e per arrivare al giocatore il general manager dovette usare tutta la sua maestria nei giochi di specchi: se ne andò a metà di una partita di Florida State con piglio decisamente contrariato, fece sapere di essere interessato ad altri giocatori (il centro Sam Lacey in primis) quando invece da tempo le segnalazioni dell’ex Celtic Mal Graham e di Bill Russell lo avevano messo sulla strada di David William Cowens, due-zero-sei originario del Kentucky. Un atleta possente che a dire il vero non era un gigante, ma sopperiva ad una statura non esattamente da dominatore d'area con un’energia alla Havlicek e con balzi da “uomo nero”. “E’ il bianco con la maggior elevazione che abbia mai visto” confermò Graham, e Cowens era quello e molto altro.
Al draft Detroit si prese l’ottimo Bob Lanier, pezzo più pregiato, e subito dopo i Rockets misero le mani sull’ala Rudy Tomjanovich che più di vent'anni dopo da allenatore avrebbe regalato alla franchigia i titoli che non aveva raggiunto da giocatore. In casa biancoverde incrociarono le dita mentre sul tabellone c’erano gli Hawks, e quando con la terza scelta assoluta Atlanta si assicurò Pete Maravich, “Red” potè finalmente rilassarsi allungandosi sulla poltrona e ficcandosi il classico sigaro in bocca. “Boston sceglie Dave Cowens da Florida State”: sette parole che erano la rampa di lancio per la Seconda Dinastia. Ai giorni nostri la "presa" del numero 18 appare scontata: titoli ed Hall of Fame, come avrebbe potuto Auerbach prendere qualcun altro? Ma allora gli unici dati concreti erano l’altezza di soli 206 centimetri ed il fatto che dal 1958 in poi nessuna squadra aveva vinto un titolo NBA con un centro dalla pelle bianca. In effetti la statura del "Rosso" sembrava bassina se paragonata a quella di “mostri” come Alcindor (che presto avrebbe cambiato nome in Abdul-Jabbar) e Chamberlain, tanto che Tom Heinsohn nelle prime partite lo ficcò nello “spot” di ala forte per vedere come se la cavava a fianco di un pivot vero.
L’esordio, il 13 ottobre 1970, era da far tremare le vene ed i polsi: di fronte c’erano i campioni NBA di New York e l’avversario diretto della matricola era Dave DeBusschere, All Star e perenne primo quintetto difensivo. DeBusschere era uno dei giocatori più “fisici” dell’NBA ma Cowens lo controllò bene e nonostante la sconfitta per 114 a 107 i suoi 16 punti e 17 rimbalzi furono la nota più lieta della serata d’apertura. Qualche giorno dopo il nuovo numero 18 (quando si era ritirato nel 1964 Jim Loscutoff aveva voluto che il "suo" 18 rimanesse a disposizione) segnò 27 punti ai Sixers, e quando Heinsohn ed Auerbach chiesero un consiglio a Bill Russell, il venerabile ex campione rispose loro: “Fatelo giocare da centro. Questo ragazzo non si farà intimidire da nessuno”. Nel frattempo Dave aveva trovato casa in un bungalow di Weston dove poteva vivere la vita frugale di un monaco dei canestri. Suoi compagni fedeli i dischi in vinile che erano manifesto di una personalità piuttosto complessa: blues, bluegrass (una sottofamiglia del country) e Ludwig Van Beethoven. Quando da una nota casa di calzature sportive aveva ricevuto 70 paia di scarpe da gioco, la metà era stata immediatamente inviata alla filiale più vicina dell’Esercito della Salvezza. Immaginarsi la sorpresa dei poveracci che avevano visto arrivare trentacinque scatole con scarpe enormi e per giunta spaiate: il rookie infatti portava il 48 di piede destro ed il 49 di piede sinistro… Se però non poteva dominare con l’altezza, Cowens avrebbe dominato con la velocità e con la resistenza.
I Celtics partirono perdendo quattro dei primi cinque incontri, e già qualcuno insinuava che, in fondo in fondo, questo “biancone” non fosse in grado di trascinare la squadra. Non appena cominciò a rendersi conto di come funzionasse l'NBA, però, i biancoverdi cominciarono a fornire segnali incoraggianti. Il dominio del “Rosso” a rimbalzo e la sua proverbiale abilità nell’aprire la transizione offensiva con potenti passaggi quando ancora non aveva toccato terra portarono evidenti benefici al gioco di corsa, e Havlicek e White migliorarono le loro medie di realizzazione portandole rispettivamente a 28.9 e 21.3 punti per partita: nell'ordine 5 e 9 in più della stagione precedente! A cinque successi ottobrini fecero seguito quattro ko che portarono nuovamente il bilancio in passivo: 8 vinte e 9 perse.
Boston però giocava nuovamente un basket piacevole, con molto contropiede e particolare enfasi nel movimento senza palla. Heinsohn aveva mantenuto alcuni dei giochi “storici” di Auerbach integrandoli con altri schemi creati all’uopo per favorire i suoi tre giocatori di punta. Il 25 novembre 1970 il Trifoglio superò Portland per 122 a 115 riportando il record in parità: fu il primo di una spettacolare serie di 10 successi consecutivi, compreso un corroborante 114 a 111 interno sui Lakers di Wilt Chamberlain.
19 vittorie e 10 sconfitte: fu il momento migliore della stagione perchè le avversarie ci misero poco a capire che i Celtics avevano velocità da vendere in ogni ruolo e che rallentare il ritmo e costringerli a giocare a metà campo li avrebbe resi vulnerabile. La squadra soffrì nella seconda metà di dicembre e nel mese di gennaio 1971, ritrovandosi in un attimo al di fuori della zona playoffs. “The Long And Winding Road” era il disco a 45 giri che da qualche mese stava spopolando nelle classifiche americane. Il titolo dell’ultimo successo dei Beatles rifletteva abbastanza bene le difficoltà della giovane truppa di Heinsohn: era una strada lunga e tortuosa, ed ogni tanto qualche buca ti faceva volare a gambe all’aria. Come il 27 gennaio 1971, quando il possente principe dei canestri Lew Alcindor (di lì a poco Kareem Abdul Jabbar) visitò il Garden torturando i padroni di casa con 53 punti in un non facile successo per 132 a 129 dei suoi Bucks futuri campioni. Il 24 febbraio 1971, prima di un incontro con i Lakers (vinto per 116 a 96), “Red” Auerbach partecipò ad una gara di tiri liberi tra i giornalisti a scopo benefico: in un crescente boato di applausi il Patriarca infilò 28 tiri liberi su 30 tentativi. Aveva 53 anni. A febbraio il record arrivò a 30-28, ma con un ultimo colpo di coda i Celtics infilarono quattro vittorie in chiusura di stagione e terminarono con 44 “W” e 38 sconfitte.
Anche se non sufficiente a raggiungere i playoffs, che avrebbero decretato il quasi incontrastato successo di Milwaukee trascinata dalla coppia Alcindor-Robertson, quello dei biancoverdi era un ottimo bilancio considerando che nonostante nel volgere di un anno la squadra si fosse notevolmente ringiovanita, aveva comunque fatto registrare un incremento di ben 10 vittorie. Cowens si era assicurato il premio di “Rookie dell’Anno”, seppur in coabitazione con Geoff Petrie dei Blazers. A quell’incredibile giocatore di nome John Havlicek, poi, nonostante avesse scollinato a quota trent’anni, erano stati richiesti 45.4 minuti a partita, ed il capitano aveva risposto con medie fantascientifiche sia in fase di realizzazione, che a rimbalzo e negli assist (9 e 7.5 ad allacciata di scarpe rispettivamente). Il segreto della rinascita dei Celtics era il mix tra l’esperienza di “Hondo” e la potenza di Cowens alle quali facevano da corollario le doti di realizzatore di White e la presenza difensiva di Don Chaney. Ma sarebbe sbagliato dimenticare il “barman” che aveva ancora una volta servito questo cocktail esplosivo: nella stagione precedente gli avversari avevano sbeffeggiato i suoi ragazzi, ed ora sul volto di Auerbach stava già tornando il classico ghigno di chi la sa lunga, troppo lunga per stare lontano dalle poltrone del basket che conta. A fine stagione, la venticinquesima della storia NBA, venne votata la squadra del primo quarto di secolo. Di essa facevano parte ben cinque Celtics: lo stesso “Red”, Bob Cousy, Bill Russell, Bill Sharman e Sam Jones. Sharman mandò al suo vecchio allenatore un telegramma che diceva: "Non so nemmeno perchè abbiano tenuto questa votazione. Il Coach non potevi essere che tu".




Commenti
Impagabile poi la storia delle scarpe regalate ma spaiate e con numeri 48-49 non proprio diffusissimi
Tra i "grandi" Celtics di sempre forse Cowens è quello che conosco meno e che avrei più voglia di approfondire; Fabio, quando puoi, per favore "butta lì" un paio di titoli di libri acquistabili, ma con calma, nel frattempo mi "ciberò" degli articoli storici che appariranno su IAAC..
Havlicek è il mio Celtic preferito e quella degli anni 70 fu senz'altro la "sua" squadra, molto più di quelle dei sixties, dove ricopriva un ruolo di assoluto rilivo ma, giocoforza, alle spalle dei senatori Russell e Jones. Ovvio che anche io prediliga la seconda dinastia, anche se meno longeva e più povera di titoli.
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