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La Storia dei Celtics
Improvvisamente, era tutto finito. Gli anni di successi, le dita appese al cielo a dichiarare "siamo i numero uno", le maschere di ghiaccio degli avversari dopo la millesima sconfitta. I trofei, i sorrisi, a volte anche le lacrime di commozione. Undici bandiere in tredici anni, una messe di titoli sufficiente a creare un mito ma anche a scatenare propositi di vendetta non appena Bill Russell e Sam Jones avevano annunciato il ritiro.
Con l’ennesima “magata” al draft di Red Auerbach, nonostante fossero campioni e scegliessero solo al numero nove, i Celtics si erano assicurati Jo Jo White. Joseph Henry White, ragazzo da St. Louis, all’Università di Kansas aveva mostrato un tiro mortifero ed un atletismo fuori scala che lo avrebbero reso un protagonista assoluto nei successi a metà anni '70. Un paio d’anni prima era stato il giocatore che più di ogni altro aveva rischiato di far sfumare il sogno di Texas Western, prima squadra “all black” a vincere un titolo NCAA, quando un suo canestro decisivo era stato annullato per una contestata infrazione. Si era riscattato due anni dopo, nel 1968, quando era risultato uno dei protagonisti della vittoria olimpica degli universitari statunitensi a Città del Messico. Al quarto “round” Auerbach aveva poi “puntellato” il roster scegliendo Steve Kuberski, un solido esterno da Bradley che avrebbe funto da comprimario uscendo dalla panchina e che dal 1979 in poi sarebbe stato la risposta alla domanda "chi fu l'ultimo Celtic ad indossare il numero 33 prima di Larry Bird"? I riflettori del draft però erano stati tutti per i Milwaukee Bucks che con la prima scelta assoluta si erano assicurati Lewis Alcindor, il filiforme newyorchese prestato alla Costa Occidentale dove aveva mietuto allori con la mitica UCLA dell’ancor più mitico John Wooden. Alcindor avrebbe dominato i prossimi tre lustri di basket anche con il nome di Kareem Abdul Jabbar adottato nel maggio 1971 dopo essersi convertito all’Islam, ma nel suo anno da matricola avrebbe dovuto inchinarsi ai New York Knicks di Walt Frazier e Willis Reed. Ad Ovest, invece, il trio Chamberlain-West-Baylor sembrava poter finalmente portare i Lakers al titolo, una volta svanita la scomoda presenza dell' "Aquila con la Barba". Purtroppo per "Wilt the Stilt" il primo infortunio rilevante nella carriera avrebbe messo il classico bastone fra le ruote alla franchigia angelena, costringendola al secondo posto nella Conference occidentale alle spalle degli Atlanta Hawks. Ma torniamo ai Celtics: gli arrivi di Kuberski e White non potevano ovviamente sopperire ai ritiri di Bill Russell e Sam Jones, e per la Franchigia con la F maiuscola il futuro non appariva proprio roseo. Jo Jo poi non si presentò al camp prestagionale perché stava prestando servizio nei Marines: fu disponibile solo dalla decima partita di regular season e solo perché Auerbach, con uno di quei colpi a sorpresa che lo rendevano inviso al resto della lega, aveva sfruttato le sue conoscenze (non dimentichiamo che “Red” era un veterano della Marina statunitense) per "liberare" la prima scelta da Kansas dagli oneri della leva. Il nuovo coach, il quinto nella storia del Trifoglio, aveva un cuore verde che pompava sangue verde, ma avrebbe dovuto sopportare le forche caudine. Sapeva bene che la ricostruzione sarebbe stata lunga e che a volte avrebbe avuto l'espressione beffarda dei sorrisi di scherno degli avversari. Eppure Tom Heinsohn non si scoraggiò. Sotto canestro provò il leggero Rich Johnson, il poco affidabile Jim "Bad News" Barnes, il legnoso Rich Niemann. Alla fine, in cambio di una scelta, dai San Diego Rockets arrivò Henry "Hank" Finkel, un lungagnone dalla mano morbida che Johnny Most battezzò istantaneamente "High Henry". Finkel era alto e intelligente ma aveva un unico difetto: non era Russell, e subito i tifosi si scatenarono indirizzandogli sonori "boo". Lui, uomo buono e sensibile, rimase sconcertato da questo comportamento, ma il cuore da "gentle giant" non si smentì neppure in quest’occasione: "Il pubblico del Boston Garden è frustrato perché io non sono in grado di fare le grandi cose che faceva Russell" disse scusando quasi quegli stessi fans che lo stavano torturando, e per i quali in futuro sarebbe diventato oggetto di culto. Oddio, dire "il pubblico del Boston Garden" era un chiaro “overstatement” visto che le presenze in quel campionato colarono a picco. In sei occasioni la “attendance" non raggiunse le 5,000 unità e per una partita coi Lakers ad inizio dicembre toccò il minimo di 3,944 presenze. Finkel non era Russell, ma anche gli altri biancoverdi sembravano la pallida copia di quelli che li avevano preceduti, soprattutto in difesa. Un arbitro prima di una palla a due indicò gli altri giocatori ad Havlicek e chiese: "E questi sarebbero i Celtics"? Le guardie Emmette Bryant e Larry Siegfried che con Bill sul ponte di comando erano state diligenti e disciplinate, in quella nuova situazione cominciarono a mettere in discussione l'autorità di Heinsohn. Povero coach, si trovava in una situazione difficile: fino all'ultimo giorno di training camp Red aveva lasciato la porta aperta all' "Aquila con la Barba" nella speranza che ritornasse. Ma il numero 6 non era “entrato da quella porta”, ed Heinsohn si sentiva in parte un ripiego mentre era costretto a gestire una squadra in ricostruzione. Per sovrammercato la lunga e scomoda ombra del grande condottiero degli anni Sessanta sembrava stagliarsi alle sue spalle. A volte il confronto con Auerbach era ingiusto perché sembrava che tutto ciò che di positivo facevano quei Celtics fosse merito suo mentre le sconfitte e gli errori erano causate dall'imperizia di Tom. In più di un'occasione tifosi e cronisti dichiararono apertamente "Heinsohn è solo una marionetta tra le mani di Red", ed alcuni arrivarono addirittura ad interpretare presunti segnali alla panchina da parte del Patriarca, sebbene la realtà fosse ben diversa.
Ai problemi di mancanza di talento di Boston si aggiunsero quelli tecnici e di rapporti interpersonali, in un minestrone di sconfitte: le prime quattro partite ed undici delle prime quattordici finirono con i biancoverdi a gambe all'aria. Sembrò che la situazione potesse assumere proporzioni disastrose, mentre le avversarie che per lungo tempo avevano dovuto sopportare i puzzolenti sigari della vittoria di Auerbach si prendevano le loro rivincite. Ma sull'orlo del baratro fu John Havlicek a prendere in mano la situazione. Il campione da Martins Ferry si era trovato nel giro di pochi mesi a passare dal ruolo di più giovane della squadra a quello di veterano, ma il “Pride” imparato negli anni a fianco della crema dell’NBA gli imponeva di prendere il controllo dimostrando di poter fungere da leader. Aveva rifiutato un lucroso contratto con i Carolina Cougars dell'ABA per restare a "Beantown", e la cosa non era passata inosservata ai tifosi. Il 18 novembre 1969 il Trifoglio affrontò Phoenix portandosi sulla schiena il peso di sette sconfitte in fila, e ci volle il miglior "Hondo" per interrompere la "striscia" perdente. I suoi 41 punti permisero a Boston di superare i Suns per 120 a 119 e di ricominciare a sperare in una rinascita. Era proprio una stagione strana: in una fredda sera di fine novembre l'ex-Celtic Gene Conley vide Larry Siegfried ed il Sixer Wali Jones improvvisare un incontro di wrestling, e nonostante avesse appena compiuto quarant'anni e si fosse ritirato dall'attività agonistica da più di cinque, scese dal suo posto in tribuna a dividere i due combattenti. Poco dopo Emmette Bryant venne sospeso per comportamento irriguardoso nei confronti del coach: era la prima volta che una cosa simile accadeva nella casa costruita dal grande Walter Brown. Il 28 gennaio il futuro apparve meno grigio quando Jo Jo White trovò la prima partita da protagonista: I suoi 28 punti uniti ai 22 di Havlicek ed ai 16 di “Satch” Sanders nel per lui insolito ruolo di realizzatore consentirono a Boston di superare Philadelphia per 112 a 100, seppure davanti a soli 5,287 spettatori paganti. La stagione però subì un altro grave intoppo quando proprio Sanders si infortunò al ginocchio ed i biancoverdi diedero definitivamente addio ai sogni di playoffs. A quel punto Heinsohn decise di dare più spazio alla "batteria di giovani" Chaney-White-Kuberski per far loro acquisire maggior esperienza in prospettiva futura. Ovviamente tale scelta andava pagata ad un prezzo salato, ed il “conto” per i biancoverdi fu di cinque vittorie e dodici sconfitte nell’ultimo scorcio di campionato. Il 22 marzo i Celtics chiusero la triste stagione con un' affermazione sui Knicks per 115 a 112 nella quale Havlicek e White misero a segno 22 punti a testa. Per i newyorchesi di coach Red Holzman (che avevano vinto 60 partite in regular season) stava per iniziare una esaltante post-season in cui si sarebbero aggiudicati la famosa settima partita di serie finale con Willis Reed ad entrare in campo nonostante un grave infortunio muscolare ed a trascinare la gamba per il campo ed i Knicks al titolo. Per Boston, invece, quella vittoria (la numero 34 a fronte di 48 sconfitte) era solo l'ultimo atto di un campionato dedicato alla ricostruzione. Dopo diciannove presenze consecutive ai playoffs ed undici trionfi era arrivato il momento amaro in cui toccava guardare gli altri giocarsi il titolo, a soli dodici mesi dal giorno in cui Bill Russell e la sua truppa erano usciti vincitori dal Forum di Los Angeles nell'ultima partita delle Finali NBA.





Commenti
Le ricostruzioni sono opera difficile, pero' aver avuto giocatori come Hondo che avevano vissuto e respirato la dinastia ha di certo facilatato l'opera; e poi se al timone avevi un certo Red.......certo che di quelle pescate al draft tipo JO JO mica si riesce piu' a farne.
Triti e ritriti ma comunque i complimenti al gran sacerdote Anderle sono d'obbligo, nonche' ai suoi fidi chirichetti: Angelo Merendi(a cui non basterebbero tutti i papiri d'Egitto) e al madridista Samuele Parolin.
Ragazzi io che vivo la redazione vi posso testimoniare l'impegno, il lavoro e la puntigliosità nella redazione della ns "Bibbia Celtica", opera unica nel panorama italiano; fatta da gente che ha una preparazione pari solo all'enorme passione per questa franchigia, unitamente ad una capacità narrativa che ci permette di cogliere quei valori e quelle sensazioni che travalicano la mera narrazione dei fatti.
Ricordiamoci che il presente ed il futuro affondano le loro radici nel passato, e si vuole vivere appieno la realtà dei Boston Celtics e' d'obbligo conoscere la loro storia.
Certo che, ragazzi, in 5 giorni prima l'infortunio di Pierce, poi quello di Davis, poi il risentimento di Garnett, il tutto inframmezzato da 2 sconfitte orribili più quella di questa notte...e per fare gli auguri di buon anno? La "scaletta" della Storia propone il primo, vero "anno zero" dei biancoverdi.
Proprio una tragedia su tutta la linea...
(Grazie Edo, anche a nome della decimata popolazione dei papiri d'Egitto
A questo proposito ricordo uno deipiù interessanti collaboratori e commentatori su Celticsblog che aveva adottato come nick proprio quello!
Il mio pensiero anche al nostro Tom Heinsohn: lo vediamo divertente e divertito commentatore ormai in là con gli anni, ma quanto biancoverde, nel bene e nel male, ha visto e vissuto? Credo che ben pochi possano uguagliarlo come fedeltà ai colori (ho studiato e dal 1956 al 2009 sono 53 anni con qualche interruzione, ma senza tradimenti con altre franchigie
Un pensiero giustamente per il grande Tom, ritrovatosi in panchina nel momento più difficile, ma anche qui pone le basi per una squadra che tre anni dopo andrà ad un infortunio di Havlicek dal titolo, e quattro anni dopo lo vincerà. Quindi grandi meriti anche al "sempreverde" Tom.
E un applauso ovviamente a Fabio che ci tira fuori questi articoli da Hall of Fame.
CAL
p.s A tutti, ma davvero a tutti buon anno..e che il prossimo vi porti tanta felicità e benessere.
Ci vogliono spalle larghe per sopportare tutto. ovviamente Red sapeva già che il buon Tom avrebbe retto all'urto...
Per chi come me non è un enclicopedia vivente mi potete dire chi è il giocatore bianco con i baffetti?
Pur essendo ben lungi dal potermi definire un'enciclopedia vivente, posso risponderti che il numero 29 è il "povero" Hank Finkel, l'uomo che ebbe la sfortuna di arrivare dopo Russell.
A onor del vero va detto che, a risarcimento dei momenti difficili e dei "boo" dei tifosi, puntualmente ricordati da Fabio, Hank fu campione NBA (da comprimario, daccordo) con i Celtics qualche anno dopo
La fine della Dinastia sarà pure un capitolo amaro della nostra Storia ma Fabio riesce a rendere speciali e "godibili" anche i momenti tristi, dimostrando un "senso della responsabilità" da vero "capitano", perchè lascia ad Angelo ed al sottoscritto il ben più facile e gratificante "compito" di raccontare le stagioni trionfali della nostra amata Franchigia (confermo, con la F maiuscola).
Ci aspettano anni duri ma i '70 saranno comunque conditi da momenti epici e stagioni vincenti, per cui...stay tuned!
Buon 2010 a tutti
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