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La Storia dei Celtics
Bill sapeva di avere ancora grandi margini di miglioramento e parecchie lacune, e nell’estate del 1957 lavorò duramente assieme al fratello Charles sui suoi punti deboli. Anche grazie ai progressi del suo centro nella stagione 1957-58 Boston partì con quattordici vittorie in fila, compresa quella del 16 novembre sui Warriors nella quale il centro accalappiò l’incredibile cifra di 49 rimbalzi. Aveva sviluppato un’interessante tecnica per raggiungere un livello di maggior intensità in partita: si concentrava sull’avversario diretto facendogli “incarnare” il Male e proponendosi di annichilirlo, ed i risultati furono evidenti.
I Celtics si aggiudicarono 21 delle prime 25 partite prima di inserire il “pilota automatico” e di chiudere la stagione con 49 vittorie e 23 sconfitte. Nei playoffs mandarono a nanna i Warriors in cinque incontri - con Russell a quota 18 punti e 30 “carambole” nel “closing game” – e nella finale si ritrovarono di fronte i soliti Hawks. Nell’opener St.Louis sorprese nuovamente i biancoverdi - 104 a 102 - ma la sera dopo, il 30 marzo 1958, un monumentale numero 6 da 22 punti e 27 rimbalzi dominò la partita guidando i suoi al 136 a 112 finale e ristabilendo la parità. Nella terza sfida, il disastro: con Boston in rimonta e Bill a quota 14 punti e 16 rimbalzi nel terzo quarto, un pallone si impennò sopra il canestro. Il centro saltò altissimo per catturarlo e ricadendo subì un contatto che gli fece perdere l’equilibrio e gli provocò la distorsione alla caviglia. I suoi compagni lottarono duramente ma senza Russell poterono solo limitare i danni, perdendo 108 a 111. L’Orgoglio entrò in campo in gara 4, e con una difesa durissima il Trifoglio pareggiò la serie a quota due; ma nelle due sfide seguenti, nonostante un tentativo di rientrare del Nostro, furono gli Hawks a prendere in mano la situazione e ad aggiudicarsi il titolo grazie ad un Pettit magistrale. Al numero 6 biancoverde rimaneva la consolazione del premio di MVP della lega, trofeo che avrebbe peraltro barattato volentieri col secondo banner. A quel punto accadde un fatto strano: nonostante fosse stato nominato miglior giocatore del campionato, venne inserito solo nel secondo quintetto e la cosa rinfocolò in lui l’opinione che alla base delle scelte dei giornalisti ci fossero pregiudizi razziali. Anche in questo caso aveva le sue buone ragioni, se si considera che solo in due occasioni il premio di MVP (ne avrebbe vinti cinque) sarebbe coinciso con l’inserimento nel primo quintetto NBA.
Ma è indubbio che la sua reazione fu molto acida e gli procurò parecchie antipatie soprattutto tra i rappresentanti della stampa che non aspettavano altro e che avrebbero in seguito goduto nel rappresentarlo come un “negro with an ego”. Ma era un uomo con un carattere forte e non poteva accettare episodi come quello che accadde nell’estate 1958, quando una squadra di All Stars fu mandata in esibizione per gli Stati Uniti e si vide negare una camera d’albergo nel North Carolina. Bill dichiarò “Era una parete impossibile da penetrare: tu sei un negro, sei inferiore. Una sostanza untuosa, puzzolente, bruciante che ti ricopre”.
Nel campionato seguente Boston non partì benissimo e persero cinque delle prime 10 gare. Poi però cominciarono a macinare gioco e mentre Russell si attestava su medie di 16.7 punti e 23 rimbalzi ad incontro che gli sarebbero valse il secondo titolo di MVP, si lanciarono verso il record di vittorie in stagione: 52. Il primo turno di playoffs poteva sembrare scontato, a quel punto, ed invece i Syracuse Nationals fecero sudare al Trifoglio le proverbiali sette camicie prima di arrendersi per 130 a 125 alla settima e decisiva partita. Le Finali furono invece una semplice formalità. I biancoverdi ottennero la prima “sweep” della storia dello “Showdown” e John Kundla, coach dei Lakers, commentò amaramente: “Non temiamo i Celtics, temiamo Russell. Toglietelo dalla loro squadra e possiamo batterli. Ma con lui è impossibile, ci ha frustrati psicologicamente”. Quella stagione, oltre al ritorno alla vittoria, per Bill era stata contrassegnata da una svolta sentimentale. Il suo rapporto con Rose era in crisi e sempre più spesso prese a frequentare altre donne, soprattutto nel corso delle lunghe trasferte. Nel 1957 era nato il primo figlio, William Felton Jr. e nel 1959 stava per venire alla luce il secondogenito Harold Jacob: nel 1962 sarebbe arrivata anche la piccola Karen Kenyatta, ma il muro tra lui e la moglie era destinato a diventare invalicabile.
Ad ogni modo nel corso di quell’estate accettò un’offerta da parte del Dipartimento di Stato americano e visitò alcuni paesi africani, tenendo dei “camp” in cui insegnava i “fondamentali” ai ragazzini. Particolarmente toccante fu la visita in Liberia, ove nel corso di un incontro con degli scolari scoppiò in lacrime, commosso dal calore dimostratogli dai bimbi, germogli delle sue stesse…radici. Decise anche di investire denaro nelle piantagioni di gomma locali, ma vi avrebbe perso un quarto di milione.
La stagione 1959-60 rappresentò una svolta per la lega, ma anche per Russell. I Philadelphia Warriors avevano infatti usato la “scelta territoriale” per assicurarsi il giovane Wilton Norman Chamberlain, 7 piedi ed 1 pollice di pura potenza: dalle sfide infuocate tra i due l’NBA avrebbe “succhiato” la linfa per salire di livello ed entrare di diritto tra gli sport più seguiti del panorama a stelle e strisce. Il 7 novembre 1959 i due si affrontarono per la prima volta in quello che sui giornali venne definito “Lo Scontro dei Titani”: Chamberlain superò Russell con 30 punti segnati contro 22 , ma i Celtics si imposero per 115 a 106 in quella che sarebbe stata una costante: Wilt domina e Bill vince. I biancoverdi misero il loro marchio sulla regular season pareggiando la striscia-record NBA di 17 "W" consecutive e chiudendo a 59 vittorie e 16 sconfitte. Il numero 6 mantenne una media di 18.2 punti e 24 rimbalzi e tirando col 46.7%: non aveva mai giocato così bene. Nella finale della Eastern Division tra Phila e Boston, Chamberlain segnò mediamente 13 punti in più del rivale, ma furono gli uomini di Auerbach ad accedere alla finalissima: ad attenderli c’erano ancora una volta i "nemici" di St.Louis con quel Kiel Auditorium che in Russell risvegliava dolori mai sopiti. Nel secondo incontro acchiappò 40 rimbalzi stabilendo il record per le Finali, e nella settima e decisiva partita mise assieme 22 punti e 35 rimbalzi guidando i suoi al terzo titolo.
Il campionato seguente, 1960-61, vide ancora una volta i bostoniani partire forte (13 vinte e 4 perse) ed imporre la loro legge in stagione regolare mentre il centro faceva registrare medie di 16.9 punti e 23.9 rimbalzi ad incontro. Nei playoffs questa volta la squadra dominò entrambe le serie, eliminando i Syracuse Nationals per 4 a 1 ed infliggendo la stessa sorte ai St.Louis Hawks in Finale, con il numero 6 miglior marcatore del “closing game”. Questi ottenne il secondo titolo di MVP della Lega, il primo di tre consecutivi. Ma non erano tutte rose e fiori: prima di un incontro amichevole pre-stagionale a Marion, Indiana, ad un paio di Celtics venne rifiutato il servizio in una tavola calda dopo che poche ore prima alla squadra erano state consegnate le chiavi della città. Bill guidò tutti i giocatori a casa del sindaco e nel cuore della notte gli restituì le chiavi. Solo ventiquattr’ore ore dopo a Lexington, Kentucky, era in programma una partita contro gli Hawks per onorare Frank Ramsey e Cliff Hagan, idoli locali, ma un altro episodio di razzismo spinse Russell e gli altri giocatori afroamericani delle due squadre ad andarsene. I media lo criticarono aspramente , accusandolo di aver mancato di rispetto al compagno di squadra, mentre lo stesso Ramsey dichiarò che comprendeva la reazione. Se un bianco si comportava da razzista non era questa gran cosa, ma se un "negro" reagiva alle provocazioni veniva percepito come ribelle, tanto che qualche anno dopo Bill sarebbe stato soprannominato “Felton X” in un gioco di parole che lo avvicinava a Malcolm X, il leader della rivolta nera violenta.
Nella stagione 1961-62 Chamberlain sfoderò la miglior performance offensiva della storia NBA realizzando 50.4 punti di media e segnando 100 punti in una gara ad Hershey, Pennsylvania. Russell rispose con medie di “soli” 18.9 punti e 23.6 rimbalzi, ma i suoi Celtics diventarono la prima squadra a raggiungere le 60 vittorie in campionato ed il numero 6 si aggiudicò ancora una volta il trofeo di MVP. Nel primo turno di playoffs Boston affrontò Philadelphia in quello che era anche il primo duello post-stagionale tra i due grandi centri. Alla fine della settima partita furono i biancoverdi a spuntarla grazie ad un tiro di Sam Jones, ed in Finale si scontrarono con i Lakers. Anche questa serie si risolse alla settima sfida, con il famoso errore di Frank Selvy a “graziare” il Trifoglio. Nel supplementare Bill giganteggiò raggiungendo quota 30 punti e 40 rimbalzi nel successo di misura - 110 a 107 dopo un tempo supplementare - che valeva il quarto titolo consecutivo. Il campionato successivo sarebbe stato l’ultimo per Bob Cousy, ed allora quale modo migliore per salutarlo che l’ennesima corsa a perdifiato? Dal draft estivo arrivò John Havlicek e Russell fu ancora una volta fantastico, raccogliendo tutti gli allori possibili nel corso di quella stagione 1962-63: segnò 16.8 punti e “svitò” 23.6 rimbalzi di media, si aggiudicò il trofeo di MVP dell’All Star Game e quello di miglior giocatore della stagione, il quarto. Boston vinse 58 partite in stagione, ma nel primo turno di playoffs fece fatica ad avere la meglio sui Cincinnati Royals di Oscar Robertson e Jack Twyman. Era l’ennesima settima e decisiva partita e rappresentò l’ennesima vittoria sofferta per poi arrivare all’ennesima finale con i Lakers. Un serie che fu più aperta di quanto dica il punteggio (4 a 2) con il quale i Celtics si aggiudicarono il sesto titolo, mentre “Cooz” usciva da vincitore.
Il campionato 1963-64 fu quello della “crociata” per dimostrare che si poteva vincere anche senza Cousy: Auerbach mise K.C. Jones in quintetto base ed enfatizzò maggiormente il discorso difensivo. La bontà della scelta fu dimostrata dal fatto che la stagione fu quasi una fotocopia di quella precedente: ancora 58 vittorie raggranellate con Bill a 15 punti di media a partita e ben 24.7 carambole che gli diedero il titolo di miglior rimbalzista dell’NBA per la prima volta dall’avvento di Chamberlain. Nei playoffs, poi, questa volta i Royals non offrirono grande resistenza (4 a 1) ed in finale furono i San Francisco Warriors di Wilt Chamberlain (appena “traslocati” da Philadelphia) a venir dominati (4 a 1) da quella che Russell definì “la miglior difesa di sempre”. Era il sesto titolo consecutivo, il settimo in otto anni, una serie senza precedenti nella storia dello sport professionistico americano. La stagione 1964-65 iniziò con un velo di tristezza: in settembre il grande Walter Brown se n’era andato in silenzio nella sua casa di Cape Cod, e il centro biancoverde aveva annunciato: “Questo lo vinceremo in sua memoria”. E così fecero: 62 vittorie in stagione regolare, ed il sapore dolce del primo quintetto “All Black” nella storia dell’NBA, dopo che Tommy Heinsohn si era infortunato. E’ il campionato della “patch” nera sulla spallina sinistra delle magliette di gioco, del quinto ed ultimo “MVP” per Bill e del “Havlicek Stole The Ball” nei momenti finali di gara 7 contro i Philadelphia 76ers di Chamberlain, dopo che proprio il numero 6 aveva commesso uno dei rarissimi errori sotto pressione. Una volta eliminati i Sixers per 4 a 3, i Celtics in Finale “curarono” ancora una volta i Lakers, e nonostante l' "Aquila con la barba" avesse subìto una ferita alla cornea dell’occhio sinistro a causa di una ditata involontaria di Jerry West, continuò a giocare guidando Boston al 4 a 1 dell’ottavo titolo, quello in memoria di mister Brown. Nel corso dell’estate Russell doveva discutere il rinnovo del suo contratto: Auerbach aveva appena venduto le sue azioni dei Celtics ai nuovi proprietari ricavando una bella sommetta, e quando cercò di “tenere basso il prezzo” il capitano gli rispose: “Baby, you just got yours, now I want mine’s” (“Tu hai appena ricevuto la tua fetta, ora io voglio la mia”). Quando al Kutsher’s Camp di Monticello, New York, si sparse la notizia che Wilt Chamberlain aveva appena firmato un contratto da 100,000 dollari a stagione, lui chiese un rinnovo da 100,001 dollari, uno in più dell’avversario. E lo ottenne.
Sembrava che ad ogni nuova stagione il Trifoglio trovasse un “leit-motiv” diverso per sbaragliare gli avversari: l’ultimo anno di Cousy, il primo senza Cousy, la morte di Brown. Il motivo dominante del campionato 1965-66 fu “L’ultimo di Red”: Auerbach aveva annunciato il ritiro alla fine della stagione ed i suoi ragazzi fecero l’impossibile per salutarlo con l’ennesima bandiera. Non fu un torneo facilissimo visto che i Sixers erano forti come mai, tanto da lasciare indietro Boston (54 vinte – 26 perse, ad una gara di distacco da Phila) nella regular season. E nei playoffs i biancoverdi si trovarono subito sotto per due partite ad una contro Cincinnati: era mai possibile che il "Patriarca" fosse costretto a lasciare in quel modo? Ovviamente no: la difesa di Russell ed i punti di Sam Jones ribaltarono l’esito della sfida. Nel secondo turno i Celtics superarono abbastanza facilmente i 76ers di Chamberlain, ma in Finale Los Angeles si dimostrò il solito avversario coriaceo e rimandò l'epilogo all’ennesima settima partita. Nonostante il “coccolone” finale della rimonta “angelena”, i 25 punti e 32 rimbalzi del capitano furono (appena) sufficienti a mantenere il vantaggio, ed Auerbach potè uscire dalla scena come il coach più vincente nella storia NBA. Russell in stagione aveva fatto registrare 12.9 punti e 22.8 rimbalzi a partita, la prima volta in sette anni in cui scendeva sotto le 23 “carambole” di media. Del 1966 è anche la sua prima autobiografia: il libro dal titolo “Go Up For Glory” propone il punto di vista di un uomo afroamericano di successo in un’America che sta cambiando. A volte abrasivo, sembra che il suo giudizio sulle persone che lo circondano sia frutto di un “razzismo di ritorno” spesso ingiusto sia nei giudizi su Woolpert che – in qualche caso – su Auerbach: in fin dei conti è l’uomo che assieme a Walter Brown gli ha dato l’occasione di diventare ricco e libero, e che ne ha sempre rispettato la personalità. Per fortuna anche questa "ossessione" di Bill col passare degli anni si attenuerà finchè riuscirà a capire chi fosse realmente "Red".
Già, "Red": a quel punto, nel momento del ritiro da coach, si domandò chi potesse sedere sulla panchina dei Celtics. Lo propose ad alcuni dei suoi ex-giocatori, ma Heinsohn gli fece notare che la personalità complessa del capitano era difficile da controllare, ed allora Auerbach si rese conto che il miglior coach per Russell era…Russell! Fu così che nell’aprile del 1966 “l’Aquila con la Barba” divenne il primo coach afroamericano nella storia dello sport professionistico americano, una “medaglia” forse più importante di ogni trofeo di miglior giocatore. “Red non mi ha offerto questo incarico perché sono nero, ma perché pensa che io possa espletarlo nel migliore dei modi”, commentò con la sua proverbiale franchezza. Appena “promosso”, fece immediatamente capire ai compagni di squadra che le cose tra di loro sarebbero cambiate e cominciò a gestire i rapporti con una certa durezza nel timore che gli atleti gli prendessero la mano. Quello di coach-giocatore era un incarico difficile, e non solo per il colore della sua pelle. I Sixers infatti erano allo zenit della loro forma fisica: più giovani ed animati da un irrefrenabile desiderio di detronizzare i biancoverdi, dimostrarono la loro forza stabilendo il nuovo record NBA di vittorie in campionato con 68 e “defenestrando” il Trifoglio nei playoffs con un perentorio 4 a 1. Il pubblico di Philadelphia non si era comportato proprio in modo sportivo, e mentre Russell e compagni uscivano dal campo li aveva salutati con striscioni “The Celtics Are Dead”.
Non c'era bisogno d’altro per costruire le fondamenta del campionato seguente: per ogni tifoso che li aveva derisi, per ogni giornalista che li aveva dati per finiti, i biancoverdi si sottoposero ad allenamenti massacranti e puntarono ai playoffs 1968 con una grinta superiore. Bill si avvicinava ormai ai 34 anni e le sue medie erano in declino (avrebbe fatto registrare 12.5 punti e 18.6 rimbalzi in stagione), ma il campione sapeva come affrontare le partite senza domani. Nei playoffs Boston eliminò Detroit (4 a 2) e si trovò di fronte proprio i Sixers che si aggiudicò tre delle prime quattro gare in un’atmosfera quasi irreale dettata dall’assassinio di Martin Luther King. Nessuna squadra nella storia NBA aveva mai recuperato tale passivo: la stampa notò che l’allenatore-Russell spesso faceva marcare Chamberlain da Wayne Embry, ed ipotizzarono che il giocatore-Russell fosse stanco. I Celtics però non erano ancora domi: grazie ad un incredibile Havlicek si imposero nelle due partite seguenti impattando la serie e presentandosi a Philadelphia per la settima e decisiva sfida. William Felton Russell non aveva mai perso una settima partita, e non accadde nemmeno quel giorno: i tifosi avversari ripiegarono i loro striscioni, mentre i biancoverdi uscivano dal campo vincenti per 100 a 96. “Lo stanco” numero 6 negli ultimi secondi aveva esibito l’intero campionario, segnando un libero, prendendo un rimbalzo, stoppando Chet Walker e regalando a Sam Jones l’assist decisivo. La finale contro gli eterni rivali dei Lakers portò a Boston la decima bandiera, per Bill (le cui medie nei playoffs erano salite a 14.4 punti e 22.8 rimbalzi) la prima da coach.
Erano dei “vecchi Celtics”, quelli che iniziarono la stagione 1968-69. Sam Jones aveva 35 anni, Russell 34, Howell 32, “Satch” Sanders ed “Em” Bryant 30, Siegfried 29 ed i “giovani” Havlicek e Nelson ne avevano 28. E subito cominciarono ad essere vittima di infortuni: uno ad uno finirono sotto le mani del trainer Joe DeLauri per stiramenti, distorsioni, strappi muscolari e quant’altro. Il centro subì un brutto infortunio al ginocchio ma si fermò solo per cinque gare mentre il Trifoglio zoppicava verso un bilancio di 48 vinte e 34 perse, il peggiore dell’era-Russell. Ma non era il fisico ad essere la parte più stanca di William Felton: aveva giocato più di 3,000 partite, aveva vinto 10 titoli NBA, 2 titoli NCAA ed un oro olimpico in quindici anni, ed era decisamente esaurito. Il matrimonio con Rose era ormai agli sgoccioli, e la morte di John Fitzgerald Kennedy aveva dato un’impronta di ineluttabilità al futuro di coloro che lottavano per i diritti umani, come se fosse impossibile cambiare. Anche il basket di fronte a queste cose perdeva senso: durante la gara di Baltimore del 15 marzo 1969, mentre stava motivando i suoi durante un timeout, improvvisamente scoppiò a ridere rendendosi conto che a 35 anni stava seminudo di fronte a migliaia di persone gridando “facciamoli fuori”.
Mentre i giocatori lo guardavano sbigottiti capì che era la fine, ma capì anche che doveva uscirne nel miglior modo possibile. Boston arrivò ai playoffs con il quarto bilancio ad Est: la stampa specializzata non dava speranze ai vecchi guerrieri biancoverdi. In fin dei conti l' "Aquila con la barba" aveva segnato solo 9.9 punti a partita, e nonostante i suoi 19.3 rimbalzi ad allacciata di scarpe fossero ancora extra-lusso, nessuno pensava avesse più la forza per combattere contro i 76ers ed i Knicks. Ed invece i Celtics cominciarono a “macinare”. “Never under estimate the heart of a champion”, mai sottovalutare il cuore dei campioni: Philadelphia venne schiantata per 4 a 1 e New York affondata per 4 a 2, mentre ad Ovest i Lakers si preparavano ancora una volta per lo scontro finale, per la classica, per la tanto attesa resa dei conti. Con il trio Chamberlain-Baylor-West a dominare, i californiani si aggiudicarono le prime due partite, ma rimasero colpiti dalla resistenza dei vecchi rivali. Coach Russell decise di raddoppiare sistematicamente West, e Boston si aggiudicò la terza partita. Il finale di gara 4 è da leggenda: Baylor pesta la riga sull’ultimo possesso, Sam Jones esce da un triplo blocco per sparare un tiro che pareggia la serie. Gara 5 va ai Lakers, gara 6 no, e la settima partita si gioca al Forum di Inglewood. Sì, è quella di Jack Kent Cooke, dei suoi “flyers” che raccontavano le celebrazioni post-partita, quella dei palloncini in alto. Bill chiama a raccolta le sue truppe, e dice: “Possono accadere molte cose, oggi, ma non che i Lakers vincano. Non possono vincere, e sarà divertente vederli tirar giù quei palloncini”. Ed è quello che accadde: i Celtics vinsero 108 a 106 ed uscirono dal campo ridendo ed abbracciandosi. Russell si commosse davanti ai microfoni, ben sapendo che quella era la sua ultima partita.
Auerbach gli tenne la porta aperta fino all’ultimo sperando che cambiasse idea, ma quando il 4 agosto 1969 Sports Illustrated pubblicò la storia del suo ritiro, i biancoverdi iniziarono a ricostruire. Qualche tifoso se la prese pure un po’ considerando che Bill aveva percepito 10,000 dollari per raccontarsi alla rivista sportiva mentre tutti ancora trepidavano per lui. Sparì dalla scena e cercò di mantenere un basso profilo. In un’intervista però non risparmiò una “salva d’artiglieria” alla stampa bostoniana che definì corrotta e razzista, e si attirò a sua volta accuse non del tutto infondate di razzismo. Nonostante avesse dichiarato di non dovere nulla ai fans e che gli risultava inconcepibile firmare autografi in quanto essi non erano una rappresentazione del suo io, accettò di apporre la sua firma su dei “memorabilia” in cambio di 250,000 dollari. Era però anche vero che i fallimenti della sua piantagione in Liberia e del suo ristorante “Slade’s” lo avevano lasciato praticamente in bolletta. Per lungo tempo il rapporto coi tifosi rimase freddo, perfettamente esemplificato dalla famosa “Russell Stare”, l’occhiataccia in grado di ammutolire tutti.
Anche nel 1972, quando Auerbach volle ritirare il suo numero 6, Bill richiese che la cerimonia fosse privata e stessa sorte avvenne per la sua introduzione nella Hall of Fame nel 1975. Nel 1973 divorziò da Rose Swisher e poco dopo venne contattato dai Seattle Supersonics che, con una cifra faraonica, lo convinsero a tornare in panchina. Guidò i suoi alla prima apparizione ai playoffs, ma il suo progetto fallì quando nel 1977 perse il controllo della squadra e fu costretto a dare le dimissioni. Lasciò con un decente record di 162 vittorie e 166 sconfitte e due partecipazioni alla postseason, ed un giocatore da lui voluto, Dennis Johnson, sarebbe stato il trascinatore dei Sonics nell’edizione da titolo 1979.
Nel 1977 sposò “Didi” Anstett, la bellissima ex-miss Stati Uniti, ma il matrimonio sarebbe durato solo tre anni. Russell continuò a vivere nel suo “buen retiro”, su Mercer Island, un’isoletta in mezzo al Lago Washington ad una sassata da Seattle. Dal 1980 al 1983 lavorò come commentatore per la rete nazionale CBS mostrando competenza olte alla solita schiettezza. Nel 1987 venne ingaggiato come allenatore dei Sacramento Kings, ma venne licenziato dopo un incubo da 17 vittorie e 41 sconfitte. Nel 1996 sposò Marilyn Nault, una dolcissima signora che gli sarebbe stata vicino per tredici anni. Nel 1999, quattro anni dopo l’inaugurazione del “Fleet Center” che oggi conosciamo come TD Banknorth Garden, i Celtics decisero di mettere in piedi la celebrazione di fronte ai tifosi che Russell aveva sempre evitato: questa volta Bill accettò, e quando il pubblico gli tributò una clamorosa ovazione si commosse. Ringraziò anche il defunto Wilt Chamberlain per averlo spinto oltre i propri limiti come atleta, ed i tifosi per avergli permesso di essere parte delle loro vite. Il suo “ritorno alla vita pubblica” nel Terzo Millennio ha fatto arricciare qualche naso, specie quando abbinato ad operazioni economiche (400,000 dollari per il libro “Russell Rules”, o i 15,500 dollari chiesti ad ogni fan che avesse voluto partecipare ad un camp a Las Vegas nel 2007), ma è anche servito al Trifoglio a riavvicinarsi ad una delle loro anime più profonde.
Nella stagione 2007-2008 ha fatto da mentore a Kevin Garnett, sottoponendolo ad un corso intensivo di “Pride” culminato in un fantastico video e nello splendido abbraccio tra i due dopo la conquista del diciassettesimo "banner". Il 2 dicembre 2008 Thomas Menino, sindaco di Boston, lo ha invitato a ricevere un prestigioso premio cittadino offrendo al campione ed alla città un’occasione per dimenticare i momenti bui del passato e per riunirsi in un abbraccio ideale. In quell’occasione Bill si è dimostrato felice ed ha commentato che la città era finalmente cambiata. Nel gennaio 2009 è venuta a mancare la sua Marilyn, da tempo affetta da un male incurabile.
Poche settimane dopo il commissioner dell’NBA David Stern ha battezzato “Bill Russell Award” il premio per il miglior giocatore delle Finali, un trofeo che William Felton non aveva mai fatto suo perché era stato istituito solo nel 1969, nell’ultimo anno del giocatore sui parquet della lega. “Chi può rappresentare questo premio meglio del miglior giocatore di ogni tempo, del più vincente”? Si è domandato retoricamente Stern. L' "Aquila con la Barba" ha accettato l’onore con la consueta regalità degna di un nobile, e si è commosso ricordando la sua “significant other”, Marilyn. Ha anche ricordato che il suo unico scopo è sempre stato la vittoria finale, e che quindi l’onore che gli veniva riservato andava diviso con i compagni e con il suo allenatore Red Auerbach. Ha infine dichiarato che sarebbe andato a visitare la tomba del padre Charles per raccontargli del premio: “Era il mio eroe, e condividerò la cosa con lui”.
La visita alla tomba del padre chiude il cerchio nella vita di William Felton Russell e riassume il suo rapporto tormentato con il mondo: padre e figlio non di rado litigavano nonostante da entrambi trasparisse una profonda ammirazione reciproca. Forse è il destino di Bill: litigare con chi ama, siano essi il padre, i tifosi del Boston Garden o i suoi allenatori. Un uomo con un carattere forte che non ha mai accettato di ricevere consigli su come vivere la sua vita e che l’ha sempre presa di petto, spesso sbagliando ma essendo abbastanza uomo da pagare per i suoi errori. Un uomo che ha faticato a capire che al mondo ci sono cose belle e brutte e che non ci si deve far consumare dal Male, ma che allo stesso tempo ha percorso con fierezza una strada difficile, nella quale era spesso solo: troppo ricco per essere come gli altri neri, troppo nero per essere accettato da molti bianchi. La cosa però non gli ha impedito di diventare un campione sia in campo che fuori, e di accendere in tutti noi l’orgoglio di far parte di qualcosa di unico. Come le undici bandiere.





Commenti
Sta di fatto che, non fosse "anche" per lui, probabilmente oggi i titoli biancoverdi non sarebbero 17...
Ma forse il motivo del suo comportamento non proprio "simpatico" sta tutto nella meravigliosa frase in coda all'articolo...
Citazione:
Difetti? Tanti e forse senza non sarebbe stato lo stesso, ma per noi che lo abbiamo ammirato da lontano sono più importanti gli undici titoli vinti e il grande pezzo di storia biancoverde che rappresenta.
Una "chicca"? Quegli anelli gli vennero dati dall'NBA per le foto promozionali, perchè ne aveva solo due o tre. Nell'NBA dei primordi, infatti, l'anello veniva regalato dalla franchigia solo a coloro che lo vincevano per la prima volta, mentre a chi lo vinceva per la seconda, terza eccetera venivano regalati dei gemelli da polso, una spilla per la signora, un fermacravatta, eccetera.
Che dire su Bill che non sia ancora stato detto...l'unica sua lacuna era il tiro da 3
Effettivamente il buon Fabio è un'enciclopedia vivente dei Celtics e se verrai al primo raduno di IAAC, che mi auguro si riesca a fare con la bella stagione, te ne renderai conto di persona.
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