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La Storia dei Celtics
Ci sono cestisti il cui impatto è stato significativo nella storia della loro franchigia, altri che ad un livello superiore hanno influito sulla storia dell’NBA, ma quelli che hanno lasciato il segno anche e soprattutto nella storia del basket si contano sulle dita di una mano. Bill Russell è uno di questi.
Monroe è un paesone nel nord-est della Louisiana diviso in due dalla lama del fiume Ouachita, pigro affluente del Mississippi. All’inizio degli anni Trenta le installazioni per il pompaggio del gas (i cui giacimenti erano stati scoperti nel 1916) deturpavano in parte il paesaggio, ma bastava volgere lo sguardo verso occidente per riconciliarsi con la bellezza di un classico scenario del Sud: quello del lento corso d’acqua al quale sembra aggrapparsi il classico battello a ruota mentre risale la corrente. E’ lì che il 12 febbraio 1934 vide la luce il piccolo William Felton Russell. Figlio di Charles Russell e Katie King, fin dai primi giorni di vita si dimostrò prono alle malattie: non riusciva infatti ad assimilare né il latte materno né quello artificiale e la debolezza lo rese vittima della polmonite per due volte prima di compiere un anno. Mamma Katie prese particolarmente a cuore quello che chiamava “il Bimbo”, anche se il fratello maggiore, Charlie, non ebbe mai motivo di lamentarsi delle attenzioni rivolte al piccolo.
Eppure una sensazione di inadeguatezza si insinuò in Bill non appena la sua giovane coscienza fu in grado di cominciare a mettere a fuoco il mondo che lo circondava. Un’altra delle prime sensazioni forti a colpire il suo io fu quella relativa alla diversità ed al modo fiero in cui il padre – che lui chiamava Mister Charlie – ed il nonno, anch' egli di nome Charles – che invece chiamava “Old Man” – trattavano il colore della propria pelle. La realtà della Louisiana fortemente segregata non aveva vinto l’orgoglio dei due uomini della famiglia Russell, ma mentre il nonno era ormai abituato a vivere in un mondo in cui il bianco ed il nero erano realtà storicamente agli antipodi, il padre voleva un futuro migliore e decise di cercare fortuna in California dove trovò un impiego come custode. Nel frattempo il giovane Bill aveva cominciato ad assaggiare il gusto amaro della discriminazione razziale: una cicatrice alla volta, tanti piccoli fatti, alcuni digeriti con facilità, altri invece difficili da trangugiare. La fontana “per soli bianchi”, i bar dove non potevi entrare, il fondo dell’autobus, e persino parole di elogio come “sei sempre stato un bravo negro”. Intanto papà Russell stava lavorando sodo, e presto riuscì a far arrivare ad Oakland anche il resto della famiglia. Era il 1942, e con la guerra “Mister Charlie” aveva trovato un lavoro più fruttuoso, quello di camionista, che permise anche l’affitto di un appartamento nei “projects”. Non era una vita facile, comunque, e quella che sembrò patire le conseguenze delle difficoltà fu Katie che nel 1946 si ammalò gravemente e nel giro di pochi giorni morì a 32 anni. Nel cuore del piccolo Bill si venne a creare un vuoto enorme: la sua stella, la donna che l’aveva sempre protetto di colpo veniva a mancare. Fu solo grazie ad un’insospettata forza interiore che il ragazzo gracilino crebbe in modo “diverso” da come tutti si sarebbero aspettati. Si innamorò della lettura e cominciò a sviluppare una personalità definita nella quale parole come “respect” e “pride” la facevano da padrone. Eppure, nonostante padre e nonno avessero mostrato doti atletiche superiori alla media (seppure in pratica non agonistica), William nello sport proprio non riusciva a trovare il mezzo di espressione della sua personalità. Il basket gli piaceva, ma non vi era portato e la naturale conseguenza fu l’esclusione dalla squadra delle matricole del liceo McClymonds. Fu ancora grazie alla forza di volontà che cominciò a “cavalcare” l’autodisciplina ed a migliorarsi lentamente, evitando il “taglio” al secondo anno. La mente pronta lo spinse ad andare al di là delle convenzioni, e quando il pur bravo allenatore George Powles gli ordinava di non saltare, lui faceva sì con la testa continuando ad interpretare il gioco alla sua maniera. E poi la classica “growth spurth”, una crescita estemporanea che regalò in dote un po’ di centimetri da amministrare… A 17 anni era diventato uno dei migliori della squadra, anche se non proprio il più forte. Le esperienze che aveva vissuto lo avevano però reso estremamente sensibile alle discriminazioni, tanto che in futuro sarebbe stato vittima di una sorta di “paranoia razziale”, interpretando come offese anche quelle che offese non erano.
La prima “svolta” nella sua carriera avvenne nella primavera del 1952 quando per un puro caso venne invitato a rappresentare McClymonds High in una squadra di “Oakland All Stars” che vagò per tre mesi nel nord-ovest degli Stati Uniti. Fu in quella “tournee” che il giovane Bill raffinò le tecniche difensive, cominciò a studiare gli avversari durante la partita, sviluppò il caratteristico aiuto dal lato debole e trovò per la prima volta nel basket la bellezza dei piccoli dettagli che lo rendono un grande sport. Il secondo grande colpo di fortuna arrivò con la simpatica faccia di Hal De Julio, scout di University of San Francisco: Hal assistette ad una partita del filiforme ragazzo e, nonostante fosse evidente una scarsa pulizia nei fondamentali, riuscì comunque ad intravvedere in lui un’estrema fiducia in sé stesso e la capacità di trovare il tempo giusto nei rimbalzi e nelle stoppate. Ecco perché convinse coach Woolpert a garantirgli la borsa di studio che gli avrebbe cambiato la vita, e l’allenatore non se ne sarebbe pentito. In difficoltà a causa della scarsità di “liquidi”, Russell trovò nel timido K.C. Jones non solo un amico vero, ma anche un compagno che divise con lui la magra “prebenda” di 30 dollari mensili nel momento in cui il “fusillo da Monroe” aveva litigato con papà Charles che aveva “tagliato i rifornimenti”. Le soddisfazioni sul campo da basket erano limitate perché allora la regola voleva che i “freshmen”, le matricole, venissero sottoposte ad una specie di “anno sabbatico” in cui non potevano partecipare alle gare ufficiali, ma dovevano solo allenarsi. Bill sfruttò quell’occasione per lavorare duro sui fondamentali assieme al vice-allenatore Ross Giudice, di chiare origini nostrane: in seguito avrebbe tributato a lui più elogi di quelli spesi per coach Woolpert. Nel frattempo l’amicizia con K.C. Jones diventava sempre più salda ed i due fantasticavano sul futuro studiando nuovi modi di interpretare la pallacanestro.
Alla fine, con l’inverno del 1953, arrivò anche il momento in cui William avrebbe indossato la maglia numero 6 degli “Homeless Dons” (USF non aveva una palestra propria e quindi doveva sfruttare quelle del circondario) in una partita "vera". L’esordio non era dei più agevoli, visto che prevedeva la visita di una delle migliori squadre del panorama universitario, i California Bears di Bob McKeen, un All America Second Team. In quella sera di inizio dicembre del 1953 al Kezar Pavilion Russell si impose immediatamente, e con 23 punti e 13 stoppate oscurò completamente compagni come Jerry Mullen, Frank Evangelho e…K.C. Jones. Questi comunque imbavagliò il play avversario Bob Matheny, McKeen fu cancellato ed il risultato finale di 51 a 33 fece alzare più di un sopracciglio. I “Dons” sembravano poter puntare in alto, ma nello spogliatoio, prima della seconda gara sul campo di Fresno State, si sfiorò la tragedia. L’appendice di K.C., già infiammata, si perforò ed il giocatore rimase per alcuni giorni tra la vita e la morte. I compagni in suo onore vinsero la partita, ma non erano più la “corazzata” di prima. Nonostante Bill migliorasse costantemente, il record di 14 vittorie e 7 sconfitte non fu sufficiente a vincere il campionato e per un’inezia fu Santa Clara di Ken Sears a qualificarsi ai Regionals.
Nella stagione seguente, complice il rientro di “Case” Jones, fermare USF sarebbe diventata un’impresa. Dopo due vittorie venne sconfitta per 47 a 40 ad opera di UCLA di John Wooden e del futuro Celtic Willie “The Whale” Naulls, ma sarebbe stata l’ultima battuta d’arresto per molto, molto tempo. Woolpert inserì nel quintetto base il terzo afroamericano, Hal Perry, prendendo una decisione che spezzò l’ennesima barriera razziale. Russell negli anni a venire non avrebbe risparmiato le critiche al coach, ma alla luce di quanto Woolpert fece sia per lui che per i “Dons” l’allenatore merita una piena riabilitazione. Una settimana dopo ebbe luogo la rivincita con i “Bruins”, e questa volta arrivò una vittoria piuttosto agevole (56 a 44) mentre William metteva insieme 28 punti e 21 rimbalzi. Era la prima di 55 vittorie consecutive. Per la gara seguente USF viaggiò alla volta di Oklahoma City dove avrebbe dovuto partecipare ad un torneo. Quando ai giocatori neri venne negato il permesso di alloggiare in un hotel, tutta la squadra decise di passare la notte in un dormitorio universitario chiuso per le festività. Quell’esperienza creò un forte legame tra i cestisti, ed è inutile dire che nel torneo arrivarono tre facili vittorie contro avversarie valide come Wichita (94 a 75), Oklahoma City University (75 a 51) e George Washington (73 a 57). Da lì in poi fu discesa fino al Torneo NCAA che i “Dons” affrontarono con piglio deciso distruggendo West Texas State per 89 a 66 grazie a 29 punti di Russell. L’11 marzo 1955 nei Western Regionals USF affrontò Utah e si lanciò in un primo tempo da 41 a 20. A metà gara però Bill si sentì poco bene ed un medico gli proibì di rientrare in campo. Galvanizzati dall’assenza del centro avversario, gli “Utes” recuperarono fino al -8 mentre lo staff californiano cercava un altro parere autorevole: in tribuna c’era il dottor Ed Duggan, laureatosi proprio a University of San Francisco, che permise al numero 6 di giocare a patto che si sottoponesse ad una visita il giorno seguente. La squadra riprese il largo e chiuse sul 78 a 59, ma ora il quesito era se William sarebbe stato in grado di scendere in campo contro Oregon State ed il suo gigante da 221 centimetri “Swede” Halbrook.
Anche se fosse stato in condizioni fisiche accettabili erano in pochi a vederlo favorito nello scontro, e persino il grande John Wooden era convinto che Halbrook avrebbe avuto la meglio. I dubbi sulla vittoria di USF aumentarono quando nei primi minuti di gioco Jerry Mullen si procurò una distorsione alla caviglia. "Swede" e l’altro “sette piedi” Phil Shadoin raddoppiavano sistematicamente Russell, e l’ala Stan Buchanan infilò due sospensioni dai sei metri costringendo i “Beavers” ad interrompere i raddoppi sul centro avversario. La partita fu combattuta fino alla fine ed ebbe un epilogo drammatico quando in un modo o nell’altro sul 57 a 56 per i “Dons” K.C. Jones vinse una palla a due proprio con Hallbrook, salvando il risultato. Era la ventiquattresima vittoria stagionale per la squadra di Woolpert e si traduceva nel biglietto per le Final Four di Kansas City dove avrebbe affrontato Colorado. Con l’infortunato Mullen in panchina, USF ebbe difficoltà a scrollarsi di dosso gli avversari: ci riuscì solo all’inizio del secondo tempo quando, dal vantaggio di 25 a 19 dell’intervallo, piazzò il parziale decisivo di 19 a 7 e poi amministrò la partita fino al 62 a 50 della sirena. La finale NCAA era quindi servita: University of San Francisco contro LaSalle, “Russell the Remarkable” contro “Gola the Great”. Tom Gola era infatti la stella dell’ateneo di Philadelphia, e nella semifinale con Iowa aveva raggranellato 23 punti e 13 rimbalzi. La finale però non visse sullo scontro Russell-Gola per il semplice fatto che quella…volpe di Woolpert sguinzagliò K.C. Jones sulle tracce della stella di LaSalle: il coach non voleva infatti che questi portasse Russell lontano da canestro limitando il potenziale dei “Dons” a rimbalzo. Nonostante ciò, l’allenatore era preoccupato, e quando il numero 6 lo vide gli si avvicinò e disse: “Si sieda, coach, questa partita non sarà mai in discussione”. Risultato? Jones giocò un partitone, tenne Gola a 16 punti mentre lui ne realizzava 24, uno in più di Russell (che aggiunse pure 25 rimbalzi), ed USF vinse per 77 a 63 aggiudicandosi il titolo nazionale. I 118 punti del centro di USF nel torneo NCAA battevano il record fatto registrare da Gola un anno prima, e gli valsero il trofeo di MVP, il primo afroamericano a vincerlo. Ma con la consueta umiltà Bill dichiarò: “Lo hanno dato a me, ma l’avrebbe meritato K.C.”. Eppure il premio al miglior giocatore dell’anno andò allo sconfitto Gola, in uno di quegli episodi “strani” che acuirono ulteriormente il senso di ingiustizia nell’uomo-Russell.
I “Dons” partirono forte anche nel campionato successivo e batterono il record per vittorie consecutive nella sera del 28 gennaio 1956, superando California per 33 a 24 in un’orribile partita di “control-ball” che il grande coach dei “Golden Bears” (ed ex allenatore dei “Dons”) Pete Newell considerava l’unica possibilità di superare i campioni in carica.
L’NCAA nel frattempo aveva imposto ad USF di fare a meno di K.C. Jones nella “post-season”: la famosa appendicite infatti gli aveva garantito un anno di “red-shirt”, ma l’Associazione Sportiva Universitaria evidentemente voleva provare a rendere più competitivo il torneo finale. Oltre quindicimila persone accorsero per l’ultima partita di stagione regolare, quella dell’addio a Jones, ed USF schiantò St.Mary’s per 82 a 49 sulla strada del titolo zonale. Il primo turno del torneo nazionale per University of San Francisco si risolveva in un viaggio a Corvallis, Oregon, dove avrebbe affrontato UCLA di John Wooden. I “Dons” costrinsero uno dei migliori attacchi dell’ intero lotto a zero canestri in uno spazio di otto minuti, presero il largo e grazie ai 23 punti di Eugene Brown ed ai 21 di Russell e chiusero agevolmente sul 72 a 61. La sera dopo, in una gara più combattuta di quanto dica il 92 a 77 finale, la squadra dovette lottare fino alla fine per avere ragione degli eterni rivali di Utah, e solo grazie all’ottima gara del numero 6 (27 punti) riuscì ad avere la meglio. Per la seconda volta consecutiva il gruppo di Woolpert era alle Final Four, ma sarebbe riuscito a ripetersi senza K.C. Jones, decisivo nella finale del 1955? Nella prima gara in programma ad Evanston, Illinois, la risposta fu decisamente affermativa, mentre USF fuggiva sul 40 a 19 ed amministrava – seppur con qualche piccolo patema – fino all’86 a 68 di fine partita. William aveva segnato 17 punti e si preparò ad affrontare Iowa in Finale. Gli “Hawkeyes” l’anno prima avevano perso in semifinale e contavano sulla stella Carl “Sugar” Cain per sovvertire il pronostico. Iowa partì alla grande lanciandosi sul 15 a 4. Woolpert a quel punto mise Gene Brown in marcatura su Cain e Russell prese il controllo della gara. Stoppò tre tiri in fila, segnò, prese rimbalzi e guidò i suoi al vantaggio di 38 a 33 a metà gara. Nella ripresa fu ancora più fantascientifico terminò con 26 punti e 27 rimbalzi mentre i “Dons” si aggiudicavano l’incontro per 83 a 71. Woolpert era riuscito nell’impresa del “repeat” con una squadra composta da giocatori della “Bay Area”: K.C. Jones, Eugene Brown, Bill Bush, Warren Baxter, Vince Boyle, Steve Balchios e Bill Mallen erano di San Francisco mentre Russell ed Hal Payne erano di Oakland, Tom Nelson era di San Mateo, Jack King di Petaluma ed Hal Perry di Ukiah.
In virtù delle loro performance Russell e K.C. Jones furono invitati a far parte della squadra statunitense per le Olimpiadi in programma a Melbourne. Bill da tempo era anche un elemento di spicco del programma di atletica leggera di USF e la misura di 206 centimetri lo classificava al settimo posto della graduatoria mondiale di salto in alto. Nonostante il successo in tutti i campi sportivi, la sua personalità continuava ad essere tormentata e ad ampliare piccole ingiustizie sotto la lente del razzismo fino a renderle enormi. Quando si trattò di decidere il suo futuro cestistico, le opzioni si riducevano al far parte degli Harlem Globetrotters di Abe Saperstein o entrare nell’NBA. Saperstein gli fece visita per trovare un accordo, ma si giocò ogni possibilità quando si mise a discutere con coach Woolpert lasciando Russell in disparte, quasi non fosse capace di decidere autonomamente. Con il trofeo di MVP del basket universitario tra le mani, si dichiarò quindi pronto ad entrare nell’NBA: era già un po' che un coach con una spiccata predilezione per il sigaro lo stava tenendo d’occhio. Ad Auerbach la “pulce nell’orecchio” l’aveva messa già da tempo Bill Reinhart, l’allenatore di George Washington che era stato anche il mentore di "Red". Il ragazzone di Monroe sembrava un giocatore perfetto per Boston. I biancoverdi infatti erano noti per le loro spiccate capacità offensive ma soffrivano terribilmente a rimbalzo ed in difesa, due fasi del gioco in cui invece il numero 6 dei “Dons” eccelleva. Ecco perché per la prima volta nella sua carriera di coach e general manager Auerbach era pronto a far “saltare il banco” pur di accaparrarsi il giovane californiano: in un’epoca in cui la visione comune del ruolo del centro era quella di un realizzatore, aveva precorso i tempi puntando sulla specializzazione. Il Trifoglio però aveva una scelta alta ed allora si rendeva necessario mettere in piedi un paio di “giochetti”: sapendo che i Rochester Royals- possessori della prima "chiamata" assoluta – sotto canestro avevano già Maurice Stokes e soprattutto non si potevano permettere di pagare al giocatore i 25,000 dollari richiesti, mandò avanti il proprietario dei Celtics Walter Brown con una proposta: in cambio della mancata scelta di Russell, Brown avrebbe portato a Rochester le “Ice Capades”, lo spettacolo su ghiaccio di cui era uno dei “patron”. Ottenuto l’accordo, "Red" contattò il front office dei St.Louis Hawks chiedendo loro cosa avrebbero voluto in cambio della loro seconda "pick" assoluta. Gli Hawks potevano contare su un’ottima batteria di centri capitanata dal grande Bob Pettit, e Ben Kerner, proprietario della franchigia ed ex datore di lavoro di Auerbach, tirò la corda fino in fondo: pretese in cambio Ed “Easy” Macauley e Cliff Hagan. Macauley aveva un figlioletto malato di meningite e le strutture ospedaliere di St.Louis sembravano più preparate nella cura di questa malattia. Alla fine tutti furono contenti, mentre Russell firmava con Boston l’accordo con la clausola che gli sarebbero stati trattenuti 5,000 dollari per le partite che sarebbe stato costretto a saltare mentre giocava le Olimpiadi. A Melbourne la Selezione statunitense “rullò” le avversarie: 98 a 40 al Giappone, 101 a 29 alla Thailandia, 84 a 44 alla Bulgaria, 113 a 51 al Brasile, 85 a 55 alla Russia e qualificazione per le semifinali. Quindi il “massacro” dell’Uruguay (101 a 38) ed una seconda sculacciata ai sovietici (89 a 55) per aggiudicarsi la medaglia più pregiata: sette vittorie in sette partite con uno scarto medio di 51 punti.
Bill, che era stato il miglior realizzatore della squadra a 14.1 punti di media, non ebbe nemmeno il tempo di cingersi il capo con la corona di vincitore: era già ora di volare verso casa, dove il 9 dicembre 1956 in una chiesetta di Carmel sposò Rose Swisher. Poi un altro aereo alla volta di Boston, ed all’aeroporto trovò ad attenderlo il proprietario dei Celtics Walter Brown ed il compagno Bill Sharman. Quella gentilezza lo colpì come positivamente lo colpirono le parole di Brown: “Perché dovrei punirti per aver vinto una medaglia d’oro per il tuo paese? Dividerò con te la differenza”. “I’ll split the difference”, Brown disse proprio così quando restituì a Bill 2,500 dei 5,000 dollari (su un contratto da 22,500 presidenti deceduti) che avrebbe dovuto trattenergli per contratto. In palestra poi la matricola trovò l’appoggio di Arnie Risen, il centro veterano che senza alcun problema iniziò a spiegargli le sfumature del gioco ben sapendo che il giovanotto avrebbe preso il suo posto. Nonostante l’assenza di Bill, i biancoverdi sembravano comunque aver trovato lo spirito vincente grazie all’arrivo dell’altra matricola Tom Heinsohn, ed al momento della “prima” di Russell vantavano un bilancio di 16 vittorie ed 8 sconfitte. L’esordio con la fatidica canotta bianca dal numero 6 e la scritta “Celtics” avvenne il 22 dicembre al Boston Garden, ospiti proprio i St.Louis Hawks del grande Bob Pettit e dell’ex Ed Macauley: i padroni di casa ottennero una promettente vittoria anche se il Nostro partì dalla panchina e giocò solo 21 minuti. E' pur vero che impiegò al meglio il suo tempo segnando 6 punti, catturando 16 rimbalzi ed allentando le prime stoppate siderali. Il Trifoglio vinse 95 a 93 e mentre Macauley dall’alto dei suoi 17 punti in seguito avrebbe dichiarato che nella prima stagione nessuno temeva Russell, il centro di riserva degli Hawks Charlie Share si accorse che quella sera il gioco stava cambiando davanti ai suoi occhi. Bill infatti saltava e saltava, stoppava, a volte abboccava ad una finta ma finiva sempre e comunque per alterare il gioco degli avversari. La sera dopo i Celtics vennero sorprendentemente battuti a Fort Wayne e il numro 6 rimase un po’ in ombra. Il 26 dicembre segnò per la prima volta in “double figure” quando Boston superò agevolmente i Philadelphia Warriors per 120 a 97: i suoi 15 punti dimostravano che, come aveva sempre fatto in passato a McClymonds High e USF, si stava lentamente adattando al nuovo tipo di gioco finchè inesorabilmente lo avrebbe fatto suo e dominato. Il 27 dicembre si ripetè a quota 15 nella vittoria contro Rochester, ed il 30 alzò l’asticella personale con il nuovo career high a 20 punti condito da una marea di rimbalzi e stoppate che garantirono un tranquillo 105 a 92 su Syracuse. Il 1 gennaio 1957 i Philadelphia Warriors vennero nuovamente "sculacciati" per 100 a 87 grazie alle splendide performance dei due “rookie”: Tom Heinsohn segnò 30 punti ma furono i 17 punti e 25 rimbalzi di Russell a decidere le sorti della gara. Il proprietario dei Warriors Eddie Gottlieb accusò i biancoverdi di giocare una “zona camuffata” nella quale il fusillo di Monroe aspettava gli avversari in area per stopparli, ma Auerbach fece spallucce a quel tentativo di screditare il suo giocatore definendolo “ridicolo”, mentre il supervisore degli arbitri Jocko Collins dichiarava di aver personalmente analizzato la difesa del numero 6 senza riscontrare alcunché di illegale. Era palese però che Bill stesse cominciando a lasciare il segno, a cambiare il gioco aggiungendogli la componente “aerea” che fino a quel momento praticamente non esisteva. Nella sua biografia “Go Up For Glory” fa risalire al dicembre 1956 il suo primo “incontro” con i simpatici “southerners” tifosi di St.Louis. In realtà la prima visita al Kiel Auditorium la fece il 12 gennaio 1957 in occasione dell’incontro in cui gli Hawks superarono Cousy e compagni per 100 a 98. “Babbuino”, “Negraccio”, “Animale” furono alcuni degli epiteti che gli vennero rivolti, delle vere e proprie ustioni per l’anima di un uomo così sensibile a riguardo. “Se dovessi scegliere il giorno in cui la serie di vittorie dei Celtics ebbe inizio, sceglierei quel giorno cristallizzato nella mia memoria”, disse. Aveva ancora qualcosa da imparare, comunque: il 15 gennaio al Madison Square Garden il veterano Harry Gallatin usò ogni trucco del suo repertorio d’esperienza per limitare il “rookie”: trattenute, spinte sui fianchi, gomitate ed i Knicks vinsero per 116 a 106.
Il ragazzo imparava velocemente, però. Il basket professionistico era molto più duro, e dove nell’NCAA era solito evitare i contatti, presto imparò che nell’NBA essi facevano parte del gioco e dovevano essere usati a proprio favore. In febbraio e marzo i Celtics continuarono ad allungare in classifica mentre i compagni cominciavano a conoscere meglio il loro nuovo centro: diventò d’uso comune la difesa “Hey Bill”, quella che prevedeva l’aiuto e la stoppata di Russell sull’uomo marcato dal compagno che aveva lanciato quel grido d’allarme. Conseguentemente si cominciarono a far conoscere anche i “Wilsonburger”, le stoppate ricacciate in gola come fossero panini che prendevano il nome dalla marca dei palloni NBA, la Wilson. L' ex USF continuava a giocare in modo tutto sommato alterno: una sera il suo apporto era sufficiente, un’altra inferiore alle attese, una terza superlativo. Il 22 febbraio nella sconfitta a Philadelphia ritoccò il suo primato personale di punti segnati toccando quota 33, ma Auerbach fu felice nel vedere la sua faccia sconsolata mentre guardava il tabellone col risultato finale. La stagione terminò con i Celtics a 44 vittorie e 28 sconfitte e con premi per (quasi) tutti: Cousy fu l’MVP stagionale ed Heinsohn il “Rookie of the Year”. Russell ancora una volta rimase scottato. Pagava sicuramente il fatto di aver iniziato la stagione in ritardo, ma vedere un giocatore dalla pelle bianca – seppure un compagno - vincere il premio che lui riteneva di meritare lo colpì in uno degli aspetti per lui più sensibili, quello della razza. Aveva ragione? Forse sì: se da un lato “Tommy Gun” segnava 16.2 punti a gara contro i 14.7 di Bill, quest’ultimo tirava meglio (42.7% contro 39.7%, ma molti tiri di Heinsohn erano presi dalla distanza mentre quelli di “Russ” erano schiacciate) e catturava più del doppio dei rimbalzi (19.6 contro 9.8). Nei playoffs Boston si sbarazzò di Syracuse in tre veloci partite, ed all’esordio nella post-season William fece registrare 16 punti, 31 rimbalzi e 7 stoppate. I Celtics si presentarono alla finale coi St.Louis Hawks come favoriti, ma la prima serie di Finale nella storia della Franchigia fu durissima. Gli Hawks vinsero subito in Massachussets ai supplementari ed al Kiel Auditorium si portarono sul 2 a 1. La quarta partita – fuori casa - a quel punto era decisiva ed i biancoverdi se l’aggiudicarono grazie al loro centro, autore di 17 punti e di una grandissima prestazione difensiva. Le squadre poi mantennero il fattore campo nelle due gare seguenti e si presentarono al Garden per la settima e decisiva sfida. In una serata in cui i veterani Cousy e Sharman sembrarono aver dimenticato come fare canestro, furono le due matricole Heinsohn e Russell a tenere in piedi la baracca e - assieme a Frank Ramsey - a conquistare la posta per 125 a 123. I “thirteen-nine-oh-nine” del Boston Garden esplosero in una frenesia senza limiti mentre Bill si godeva uno score da 19 punti, 32 rimbalzi e 5 stoppate, una giocata decisiva (il famoso recupero con stoppata a Jack Coleman) e soprattutto il suo terzo grande successo in quattordici mesi: dopo il titolo NCAA erano arrivati quello olimpico e quello dell’NBA. (fine prima parte)





Commenti
Personaggio grandissimo e contraddittorio, figlio di un'epoca molto distante dalla nostra dal punto di vista sociale, ma anche cestitico e, quindi, difficile da capire davvero.
Però Fabio ci aiuta in questo e l'impatto del giocatore Russell è stato clamoroso.
Impossibile stabilire davvero se lui sia stato il più grande di sempre o se tale "alloro" spetti invece a Jordan, di certo non vedo come sarà possibile che un giocatore riesca a vincere 11 anelli.
Non c'e' solo la vicenda sportiva ma anche quella umana e le frustrazioni della segregazione razziale che hanno influito sull'uomo prima che sul giocatore.
Questo permette a chi non e' uso della storia, comprendere le difficoltà di essere nero in un paese che addirittura ti ha mandato a combattere e morire in Europa per poi farti sedere in fondo ad un autobus al ritorno. Forse questo in Bill e' servito come stimolo di rivincita e lo ha "aiutato" a raggiugere certi livelli; ma per altri meno forti e fortunati il destino era segnato.
Ancora complimenti a Fabio e agli altri curatori dell'opera.
Paragonare lui a MJ mi sembra esercizio difficile, rifacendomi a quanto detto prima Russell ed altri come lui hanno fatto da apri pista nella Lega e nella società a coloro che sono venuti dopo; quindi se dovessi per forza scegliere direi Bill tutta la vita, perche' non solo ha dovuto dimostrare di avere i requisiti per essere un professionista ma anche che un nero potevo esserlo e addirittura giocare meglio dei bianchi. Ha cambiato il modo di giocare e quello di pensare.
Tutto qui ? Non me ne volere Riccardo ma credo che quest'uomo forse meriti un qualcosa di più di un commento di tre paroline, e questo lo scrivo proprio perchè so che nelle tue vene scorre sangue verde fino all'ultima goccia, e perchè te in Radio ti dai da fare moltissimo per fare propaganda biancoverde, direi che per il rispetto del più grande giocatore di sempre dei Celtics e soprattutto di chi perde le notti per raccontarci le sue gesta, forse anche noi umili usufruitori di cotanta roba, si potrebbe lasciare un presente più corposo per quest'uomo che non è un Celtics come tanti. Questo IMHO ovviamente, non me ne volere.
L'incontro con Red sancisce la sua consacrazione.E soprattutto contribuisce a porre la prima pietra di quella casa chiamata integrazione razziale.Come giocatore che dire.Ha completamente rivoluzionato il concetto di Centro.Introducendo la figura del Centro dominante.Oltre che realizzatore, gran difensore, stoppatore e rimbalzista incredibile.
In genere non amo fare classifiche che coinvolgano giocatori di epoche differenti.Ma per Russell farò un eccezione.E dico che, per numero di titoli vinti,e per la rivoluzione copernicana che ha rappresentato nel suo ruolo, Lui è , indiscutibilmente il numero uno.
MJ, seppur grandissimo, resta un gradino dietro.E se proprio devo dirla tutta, a Jordan io continuo a preferire The Legend e Magic Johnson...ma si sa... è mera questione di opinioni.
P.S.grazie ancora a Fabio...per aver compiuto l'ulterire sforzo di "acculturare"un ignorante come me.Ed aver aggiunto, un'altra perla, al filo della collana rappresentata dalla irripetibile storia di questa mitica franchigia.
Cal
E poi, più forte lui, Chamberlain, Jordan? Se con "Air" un paragone è impossibile perchè sono molti, troppi i lustri che li separano, troppa la strada che ha fatto il basket dagli anni 50/60 agli 80/90, è un fatto che con Wilt abbia spesso portato a casa lo scontro diretto in virtù di una intelligenza e di una conoscenza del gioco assolutamente fuori del comune. Capì che limitarlo per 48 minuti era impossibile e scelse di farlo sfogare quando la situazione lo consentiva e stringere la morsa quando era necessario.
Il risultato fu che "il giocatore più dominante della storia" vinse 2 titoli in tutto... e badate che i Sixers della metà dei 60 o i Lakers del 68-69 erano assolutamente al livello dei Celtics, non certo squadracce.
Stiamo poi parlando di un tizio che anche da allenatore ha vinto 2 titoli in 3 anni, a conferma del fatto che il cervello era finissimo.
Citazione:
PS: Michele, su questo non c'è dubbio: quando è stato il momento di scegliere i primi articoli io e Sam siamo partiti dall'assunto che" Ok, Auerbach e Russell li scrive Fabio".
Ed essendo nato come tifoso nel pieno del dualismo Larry / Magic, e poi cresciuto in pieno "Tsunami Jordan", ho avuto per molti anni in testa lo stereotipo che il podio All Time dei giocatori NBA fosse Jordan sul gradino più alto del podio e Magic e Larry a scelta nei restanti due.
Poi una volta fatti i primi click con "Netscape" a metà anni 90, ho scoperto che Russell non era solo un curioso signore, ma probabilmente il più grande giocatore di sempre con buona pace di Jordan.
Ho avuto poi negli ultimi anni dopo aver letto tanto di Bill, anche la fortuna di vedere diverse gare con lui in campo, e la sensazione che ti da è quella di "mandare la partota dove voleva lui".
Non è neppure un problema di cifre (anche se va ricordato che ai suoi tempi le stoppate non venivano contate, e che però qualche anno fa un giornalista del NY post avendo visionato una trentina di gare di una sua stagione a metà anni 60, aveva calcolato che era ben oltre le dieci stoppate di media, e quindi in sostanza Bill sarà andato in tripla doppia di media per diverse stagioni, quindi anche a livello di numeri siamo senza uguali), è un problema di impatto, Jordan cambiava le gare con il suo estro in attacco, facendo saltare la difesa avversaria, Bill costringeva gli altri a snaturalizzarsi perchè in quell'area non era possibile entrarci, questo credo sia il punto chiave, quest'uomo aveva delle capacità intimidatorie che costringevano i coach avversari a cambiare totalmente gioco contro i Celtics, con i risultati che sappiamo, 11 titoli in 13 anni, che poi sarebbero stati 12 se non si fosse fatto male alla caviglia nella finale del 58.
Numeri alla mano ha vinto il doppio di Jordan giocando due stagioni in meno.
E quando oltre al giocatore si mise a fare pure il coach, secondo me portò in fondo le due imprese più clamorosose, perchè i celtics del 68 e del 69 erano veramente logori fisicamente, e non c'erano più gente come Tom (Heinsohn) e Bob (Cousy) perdite clamorose come talento.
Credo che il titolo del 69 sia un qualcosa di irripetibile e Bill era allo stesso tempo il trascinatore in campo e il coach in panchina.
Ne ha passate tante nella vita e nel parquet ha affrontato giocatori e squadre storiche.
Un signore dentro e fuori dal campo con dei modi gentili che difficilmente trovi nei giocatori di oggi o in quelli del suo tempo.
In questi giorni ho acquistato il DVD di Garnett e ad un certo punto si vede KG con Bill durante una conversazione con Russell che, con il suo solito tono pacato ma concreto, dice a Garnett che se giocherà sempre come sa alla fine della carriera riuscirà a vincere 2 o 3 titoli.
Ecco anche a me, che non l'ho mai visto giocare se non in qualche DVD, quella frase ha dato la certezza che i Boston Celtics dei Big Three riusciranno a vincere quei 2 o 3 titoli nella loro era.
Bill Russell Leggendario.
Michele, precisazione quasi "superflua". Per queste cose esistono "gerarchie non scritte" ed anche se sia io che Angelo sappiamo che Fabio avrebbe riposto in noi tutta la fiducia del mondo per lasciarci scrivere "anche" di Auerbach e Russell, credo di poter interpretare anche il pensiero di Angelo dicendo che ci son cose per "Maestri" e cose per "Allievi". Bill Russell appartiene sicuramente alla categoria dei "Questo è meglio che lo scriva Fabio"...
Citazione: (Angelo)
Ecco, appunto...
Cos'altro aggiungere? In pochi post avete già detto tutto: per me l'autentica grandezza di Russell sta nell'aver raggiunto livelli che mai nessuno si sarebbe aspettato da lui; Voglio dire che, per talento naturale, ti "aspetti" che un Jordan domini come ha fatto, e ancora, consideri quasi "normale" che Magic abbia un soprannome che dice tutto e che in campo lo dimostri costantemente...Russell no (e per certi aspetti, nemmeno Bird), lui si "costruì" perchè l'unico dono che ebbe da madre natura fu quella crescita improvvisa ed impressionante che lo portò (credo) ai 206 centimetri d'altezza...da lì in poi tutto il resto fu un costante migliorarsi ed uno "stoico" ed irrefrenabile desiderio di "rivalsa" umana e sociale, prima che sportiva.
Come giustamente sottolineato da Fabio, quella "paranoia sociale" che spesso ha reso il personaggio Russell un po' indigesto ed a volte "scontroso" magari era esagerata, ma probabilmente è proprio la chiave di volta della sua irripetibile carriera...non era mai pienamente soddisfatto e mai pienamente "riconosciuto". Però la gran differenza è che tutti i suoi sforzi per dimostrare che era Il Migliore non erano mai fini a sè stessi ma sempre messi al servizio della Squadra. In questo direi che la sua unicità è palese.
Non posso dire di adorarlo come ho fatto con Larry Bird, troppo distante nel tempo e troppo "distante" anche quando me lo sono ritrovato accanto all'Eurobasket di Madrid di pochi anni fa (fece finta di niente per non permettermi di scattare una foto con lui...
Scusate le maiuscole eccessive, ma certi concetti vanno rimarcati...
Per episodi come questi, non ci sono parole da aggiungere.Come dice lo slogan di un famoso spot pubblicitario..per cose come queste non c'è prezzo.
Grandissimo Bill...che gli Dei del Basket ti proteggano...in eterno!!!
Cal
No, non era altissimo e non era potentissimo. Chamberlain era nettamente più forte fisicamente, ma Russell era provvisto di agilità e tempismo assoluti.
Quello che ora manca a Garnett, dopo l’infortunio, è quello che chiamerei “spazio potenziale d’intervento”: la zona ipotetica che, sia per velocità di piedi che per stacco da terra, un atleta è in grado di coprire in un secondo. Vediamolo come un “cubo” il cui lato varia a seconda del tempismo, della mobilità laterale, dell’elevazione da terra e dell’ampiezza delle braccia del difensore: bene, a mio avviso ora “KG” copre poco più di metà del “cubo” che usava prima dell’infortunio, cosa che viene confermata dalla flessione delle sue statistiche difensive.
Russell fu il primo a introdurre il concetto di intimidazione difensiva, e quindi contava anche sull’effetto “sorpresa”. In più, vista l’assenza del tiro da tre punti, la tendenza era quella di andare a concludere in avvicinamento a canestro, e quindi era più facile subire stoppate. “Russ” nei 13 anni di NBA giocò in media 42.3 minuti a partita, e secondo questi parametri credo si possa affermare senza esagerare che deve aver tenuto una media di stoppate tra le 5 e le 7 ad allacciata di scarpe.
Michele, Russell non era un atleta potente come Chamberlain, ma era comunque un fenomeno. Saltava 2.06 in alto quando il record mondiale era di 2.12, insomma non era uno qualunque. Credo che la commistione di intelligenza e talento atletico fosse “spaziale”, perché in un’epoca in cui i fondamentali consideravano un errore ogni salto, lui caparbiamente decise di continuare a giocare a modo suo per cambiare le cose. E grandissimo fu Auerbach che corresse alcuni piccoli dettagli, ma fu tra i pochi a comprendere la novità che Russell stava “importando” nel gioco.
Grazie a tutti per i complimenti, vedere che apprezzate e comprendete lo sforzo di dare un'immagine a 360° di William Felton Russell mi riempie di soddisfazione. Il problema a volte è quello che definirei "ballacoilupiano": a volte si tende a dare un'immagine troppo edulcorata di fatti e personaggi, e così facendo li si rende più simili a dei santi che a degli esseri umani. Però se si rappresentano anche i difetti e le debolezze, i pregi ed il talento risalteranno ancor di più soprattutto il personaggio tornerà ad essere umano.
Beh, umanità e modestia sono le ultime doti che gli riconoscerei. Famosa è la volta in cui Auerbach gli si avvicinò e gli disse: "Lo sai che sei il miglior giocatore dell'NBA"? Risposta: "Certo che lo so". Auerbach: "Intendo dire che anche se gli altri non se ne sono accorti, volevo che sapessi che io me ne sono accorto".
Umiltà poca, insomma, ma del resto per essere un grande campione ci vuole la sicurezza in sè stessi - reale o millantata - che ti permetterà di segnare il tiro vincente o ammollare lo stoppone salva-gara.
A me di Russell ha sempre colpito l'intelligenza, quella che lo ha portato a non cambiare il suo modo di giocare solo perchè le convenzioni dicevano che doveva farlo. Ed anche il modo "regale" in cui ha gestito il colore della sua pelle. Come difetto, invece, direi una certa qual propensione allo "show me the money", ed al menefreghismo verso chi non faceva parte della sua cerchia.
Tu che ringrazi noi Fabio?..beh allora qui c'è qualcosa che non funziona
Io credo che ognuno di noi, ogni giorno debba ritenersi fortunato , per aver conosciuto un personaggio come te...beh, in effetti il mio giudizio è un pò troppo di parte!!
sai quanto ti voglio bene..e sai che per me sei come un fratellone...la prossima volta cercherò di essere un pochino più distaccato
Cal
Leo,siccome non aggiungerò nient'altro che è già stato detto o commentato dagli altri
GREEN BROTHERS,vorrei farti notare che a me capita spesso leggendo questi meravigliosi articoli scritti da Fabio di ritrovarmi senza parole alla fine e di poter riassumere il tutto con un solo termine: CHAPEAU!
quando nei primissimi anni '80 coach Peterson diceva che la voce tecnica del commento americano che si sentiva in sottofondo era quella del più grande giocatore di sempre, mi sono incuriosito cercando notizie, statistiche, ecc. sia su Bill che su Chamberlain, il suo rivale.
Immaginavo di trovare un Russell statisticamente dominante soprattutto in attacco o che, a livello realizzativo, Bill fosse il migliore almeno tra i Celtics.
Quando mi accorsi che in realtà Russell non era un realizzatore fenomenale e che non era certo grazie all'attacco che dominava il basket degli anni '50 e '60, la mia curiosità aumentò sempre di più. Come faceva a essere il migliore di tutti pur senza segnare come i migliori dell'epoca? In fondo, in questo sport, fare canestro conta!
Finalmente, avuto la possibilità di vedere le vecchie partite, ho capito perchè Russell dominava il gioco: lui era (e rimarrà insuperato) il prototipo del giocatore di squadra, così intelligente (oltre che dotato fisicamente) da capire, anche grazie agli insegnamenti dell'uomo col sigaro, ciò che era necessario fare per far vincere la sua squadra! E lui era in grado di farlo come nessuno prima e dopo di lui; e questo indipendentemente dal talento offensivo.
Per una volta tanto, il cosiddetto "lavoro sporco" (difesa individuale, difesa di squadra, rimbalzi, stoppate) è stato talmente sublimato da quest'uomo da rendere meno decisivo il fare canestro e il gioco d'attacco.
Senza riaprie il discorso "meglio MJ o Russell", credo che, mentre un nuovo Jordan(cioè un atleta pazzesco dal talento strabordante e dalla infinita fame di vittoria) prima o poi nascerà (molto poi....
P.S. bellissima la foto dello scavalcamento ventrale (anche se non tecnicamente ineccepibile).
Sportivamente parlando, è ovvio, ma voi leggetevi questo www.boston.com/sports/basketball/celtics/extras/celtics_blog/2009/12/welcome_to_my_w.html e ditemi se ho ragione
GRANDE CAPITANO!!!IMPOSSIBILE DA NON AMARE...
Appena letto il pezzo, mi è venuto istintivo battermi il pugno al petto...è più forte di me ragazzi, io questo qui lo amo!
Grazie Paul, un bellissimo regalo di Natale per tutti i VERI Celtics!
I'm Paul Pierce and "I am a Celtic"
Perchè non ci ha raccontato di quando disse "sono una stella in una squadra di sfigati"? Perchè non ci ha raccontato del fallo tecnico ad Indianapolis e della famosa garza sul viso?
Poi, come sapete tutti, sono un suo grande tifoso ed ho amato le molte occasioni in cui ci ha regalato la sua classe, o la sua durezza. Come quando Stoudemire gli "sparò fuori" due denti e lui continuò a giocare.
Diciamo che rimane un mio idolo, anche se questo blog - nei toni - mi è sembrato un po' orientato all'acquisizione del consenso, più che alla reale voglia di raccontare e raccontarsi.
Aspettiamo altri interventi e forse ci racconterà anche quello
Mi piace pensare, prima di tutto come tifoso, che lui sia davvero affezionato ai Celtics e a quello che significano, la dichiarazione dopo la vittoria di due anni fa "quando hai vinto un titolo puoi guardare i grandi vecchi Celtics in modo diverso" credo che rispecchi il suo modo di pensare.
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