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La Storia dei Celtics
Erano vecchi. Erano stanchi. Erano “fuori moda”. Erano appagati. Ed infatti vinsero ancora... “Don’t ever underestimate the heart of a champion”: “mai sottovalutare il cuore di un campione”. La frase fu resa celebre da Rudy Tomjanovich nel 1995, ma siamo sicuri che il concetto di base era ben chiaro a tutti i giocatori dei Celtics durante l’incredibile biennio 1968-69. Boston aveva vinto un titolo soffertissimo nella stagione precedente, rendendosi protagonista del primo mitico “ribaltone” nella stora della NBA quando “sotto” 3 partite ad 1 nella finale divisionale contro i campioni in carica Philadephia 76ers di Chamberlain e con il fattore campo a sfavore aveva rimontato la serie per poi andare ad aggiudicarsi il decimo “banner” nella finale contro le “solite vittime designate”, i Los Angeles Lakers.
Ma per molti “addetti ai lavori” si era trattato dell’ultimo “fortunoso” picco della gloriosa parabola del Trifoglio perchè il mondo ora stava per cambiare “per davvero”: c’erano le rivolte studentesche cominciate solo quattro anni prima nell’università di Berkeley in California, le rivendicazioni sociali e le lotte per i diritti civili, la “trasgressione allucinogena” e l’amore libero preteso dai “figli dei fiori”...insomma...in una parola, anzi un numero, c’era il 1968. La società cambiava in modo rivoluzionario e non c’era più posto per i “vecchi”, per “sempre i soliti”, ergo, anche il mondo dello sport sarebbe stato sconvolto, non solo dal salto “interminabile” di Bob Beamon a Città del Messico durante le “Olimpiadi del pugno chiuso”, ma anche da un nuovo, forte ed inarrestabile “vento” di cambiamento che soprattutto la National Basketball Association stava aspettando da anni: la fine dei “vecchi padroni".
A dire la verità, di cambiamenti ce ne furono davvero alla vigilia del 23esimo campionato professionistico NBA: la lega si era estesa a 14 squadre con la nascita dei Phoenix Suns e dei Milwaukee Bucks; i leggendari Hawks, terribili “nemici” di Boston per svariati anni, traslocarono da Saint Louis destinazione Atlanta, Georgia; ma soprattutto, i Philadelphia 76ers videro in un colpo solo “sparire” i principali artefici del trionfo del 1967: coach Alex Hannum migrava alla lega “contender”, la ABA, per questioni di “portafoglio” e Wilt “The Stilt” Chamberlain, ancora offeso per le critiche ricevute dopo il tracollo dell’anno precedente ad opera dei Celtics, decideva di “ascoltare” la chiamata di Hollywood e si accasava ai Los Angeles Lakers di Jerry West ed Elgin Baylor, formando così un’antesignana versione di “Big Three” che aveva tutte le carte in regola per “ammazzare” il campionato e “seppellire i moribondi” ed odiatissimi avversari storici. A pochi mesi dall’omicidio di Martin Luther King, in un contesto sociale a dir poco “esplosivo”, ebbe così inizio un campionato altrettanto agguerrito: 4 squadre vinsero più di 50 partite in “regular season” ma, piaccia o no a noi appassionati lettori, i biancoverdi non furono tra quelle... Ma allora avevano ragioni i “famosi addetti ai lavori”dell’epoca? Erano proprio “morti” Bill Russell e compagnia? Suvvia...siamo pazienti...Certo, le sorprese non mancarono: i Baltimore Bullets, reduci da un mediocre record di 36-46 nell’anno precedente, registrarono un impressionante “turnaround” di 21 partite e, guidati dal futuro “Rookie of the Year” ed “MVP” allo stesso tempo, Wes Unseld, si aggiudicarono il primo posto della stagione regolare con 57 vittorie. Unseld era stato uno di quelli che “boicottarono” le Olimpiadi di Città del Messico ma a Baltimore non avrebbe “tradito” nessuno; anzi, con l’appoggio di Earl Monroe (“Matricola dell'anno”, a sua volta, della passata stagione e secondo miglior marcatore della lega) ed i 23 punti a partita di Kevin Loughery, a “tradire” il “Coach of the Year” Gene Shue fu l’infortunio dell’importante Gus Johnson alla vigilia dei playoffs. A ruota dei Bullets vennero i “riformati” 76ers allenati da Jack Ramsay il quale, non potendo contare sul “fuggitivo” Chamberlain, decise di “promuovere” a leader della squadra Billy Cunningham. Difensore aggressivo, ottimo rimbalzista e gran attaccante, Cunningham ricevette man forte da un rigenerato Hal Greer che, nonostante le 32 “primavere” avrebbe prodotto una stagione regolare da oltre 23 punti a partita. Condizionata dall’infortunio di Luke Jackson, Phila riuscì comunque ad aggiudicarsi 55 vittorie prima della “post season”.
Anche i Lakers, ad Ovest, si aggiudicarono 55 vittorie: coach Butch Van Breda Kolff non era un grandissimo estimatore di Chamberlain, ma la sua squadra finalmente possedeva un centro “vero”, capace di produrre in quella stagione più di 20 punti e 20 rimbalzi a partita con una percentuale di realizzazione superiore al 58% e l’aggiunta di quasi 5 assists di media. La palla, ovviamente, non poteva più essere sempre e solo nelle mani di Wilt come succedeva a Philadelphia; Jerry West, la cui “silhouette” sarebbe stata utilizzata un anno dopo dall’NBA per il suo “logo”, garantì oltre 26 punti e 7 rimbalzi a sera, nonostante i numerosi infortuni che lo attanagliarono durante la stagione ed Elgin Baylor, incurante dei 34 anni “sul groppone”, si mantenne a livelli a lui consoni con oltre 20 punti, 10 rimbalzi e 5 assists a “suono di sirena”. Sarebbe forse stata l’ultima possibilità per Baylor e West di portare finalmente a casa il “maledetto” anello dopo quasi una decade di frustrazioni...e Chamberlain era lì per rendere tutto possibile... La quarta miglior squadra furono i New York Knicks. La franchigia della Grande Mela si rese protagonista di uno degli scambi più discussi dell’epoca quando decise di spedire a Detroit il centro/stella della squadra Walter Bellamy e la “point guard” Howie Komives per il nativo della “Motown” Dave DeBusschere, roccioso difensore e gran rimbalzista che dei Pistons era stato pure giocatore-allenatore (il più giovane della storia, a soli 24 anni). “Red” Holzman poteva ora contare su DeBusschere come “power forward” da affiancare al potente Willis Reed, "lungo" titolare. Al resto ci avrebbero pensato la classe di Walt Frazier ed una panchina solida che conferivano ai Knicks lo status di credibile “contender”. Le loro 54 vittorie stagionali ed il “titolo” di miglior difesa della lega furono il biglietto da visita per i playoffs ma, soprattutto, fornirono un diffuso ottimismo per il futuro prossimo della franchigia, che negli anni a seguire avrebbe vissuto i suoi massimi momenti di gloria.
Sembravano fuori dai giochi, con 48 vittorie ciascuna, gli Atlanta Hawks ed i Boston Celtics, ma con un “trend” completamente diverso. Se per gli Hawks di Zelmo Beaty e Lou Hudson si trattava infatti di un risultato beneaugurante in vista dei playoffs nella più “abbordabile” Western Division, per i il Trifoglio, quarto ed ultimo posto ad Est sembrava significare l’evidente ed inesorabile declino dopo un decennio abbondante di dominio assoluto. Bill Russell, oltre al “peso” della panchina e dei suoi 35 anni, stava lottando pure contro un ginocchio “malandato” ed il resto della squadra, nonostante i 6 uomini in doppia cifra (Havlicek, Howell, Sam Jones, Siegfried, Nelson e Sanders), la sempre arcigna difesa ed il solito “altruismo collettivo”, non sembrava in grado di produrre un altro “miracolo” dopo quello della stagione precedente. A complicare il tutto ci si metteva pure l’altissimo livello medio della Eastern Division nella quale, una squadra del calibro dei Cincinnati Royals di Robertson e Lucas, con un perfetto record del 50% rimaneva fuori dai giochi mentre ad Ovest i Warriors di Nate Thurmond con lo stesso bilancio si aggiudicavano la terza posizione (l’ultima piazza veniva conquistata dai mediocri San Diego Rockets, “detentori” di un misero 37-45 e sospinti quasi unicamente dal “top scorer” della lega Elvin Hayes). Insomma, per capirci, i giornalisti specializzati reputavano che invece di preoccuparsi dei Lakers, i Celtics avrebbero dovuto “darsi per spacciati” ben prima, perchè non sarebbero usciti vivi dagli scontri sulla sponda atlantica... Ma la postseason iniziò e Bill Russell alla vigilia della prima sfida alla Convention Hall di Philadelphia proferì poche parole...ma molto chiare: “Un passo alla volta ragazzi, vi chiedo solo di fare un passo alla volta...”
La “formula” prevedeva che la prima squadra classificata (Baltimore) s’incrociasse con la terza (New York), quindi Boston (quarti ad Est) si sarebbe imbattuta nei 76ers (secondi in regular season). Seguendo lo stesso principio, ad Ovest, i Lakers avrebbero affrontato i Warriors mentre agli Atlanta Hawks toccavano i Rockets di San Diego. Ma se nella Western Division Lakers ed Hawks mantennero le attese aggiudicandosi le rispettive sfide in 6 partite, dall'altra parte lo “shock” fu presto servito: non solo New York si sbarazzò in modo irriverente dei Bullets (4-0) sfruttando appieno l’infortunio accorso a Gus Johnson e la pochezza della panchina dei “Proiettili”, ma soprattutto i “redivivi” Celtics, compiendo “un passo alla volta”, tramortirono i malcapitati (ed infortunati) 76ers in cinque partite grazie al gioco “all around” di John Havlicek, all’eterna classe di Sam Jones, ai fondamentali contributi di Nelson, Siegfried, del “panchinaro” Emmette Bryant e sfruttando appieno la concretezza di Bailey Howell. Bailey Howell. Chi era costui? Sarà che la storia dei Celtics è troppo ricca di leggende per soffermarsi su un giocatore che vinse “solo” due titoli con la canotta biancoverde ma questo singolare personaggio del Tennessee, per il quale i giornalisti dell’epoca non versarono mai troppo inchiostro, merita un breve “accenno” da parte di coloro che, come noi, vogliono offrire i dettagli di tutto ciò che realmente merita l’attenzione dei lettori. Questa “ala piccola” di 2 metri scarsi arrivò a Beantown a 29 anni, dopo aver passato cinque stagioni ai Detroit Pistons e due ai Baltimore Bullets, ed ebbe la sfortuna-record di esordire in canotta biancoverde nell’unica stagione “perdente” (1966-67) della franchigia durante quell’irripetibile e glorioso decennio cominciato nel lontano 1957. L’essere del “profondo Sud” unito ad una certa dose di “taccagneria” lo rese subito speciale agli occhi dei compagni di squadra; “Non possedeva gomme da neve e non concepiva che la gente se le comprasse solo per usarle tre mesi all’anno – ricorda Havlicek – ma presto si rese conto che senza di esse non si sarebbe mosso per Boston. E allora cosa fece? Di certo non se le comprò visto che dovetti prestargli io una delle mie automobili per tutto l’inverno”. Metodico con la sua alimentazione fino a risultare ossessivo, era capace di far impazzire qualsiasi cameriere degli Stati Uniti: “Voglio pane tostato con burro; il pane dev’essere caldo ed il burro ben spalmato su tutta la superficie della fetta. Non lo voglio freddo e con un grumo di burro sopra. Lo voglio perfettamente burrato!” ed ancora: “La bistecca la voglio a media cottura, non media tendente al troppo cotto o media tendente al troppo crudo. Mi piace che sia a perfetta media cottura e di color rosa dentro!” All’interno dello spogliatoio era altresì conosciuto per essere una specie di “guida aerea ambulante”: di ritorno dalle trasferte prendeva voli in orari improponiili nel bel mezzo della notte solo per guadagnare qualche ora rispetto ai compagni di squadra e poter passare così più tempo in famiglia: conosceva a memoria gli orari di tutti i voli per il Massachussets in partenza da qualsiasi aereoporto di qualsiasi città della lega. Ma non pensiate che questa eccentricità lo rendesse automaticamente un giocatore “soft” sul parquet. Tutt’altro. Era un autentico “terrore” su tutti i 28 metri del campo. Grintoso, determinato e combattivo come pochi, fu presto battezzato dal leggendario Johnny Most come “l’uomo dai dodici gomiti”. Nonostante ciò non si fece mai coinvolgere in una rissa perchè era estremamente astuto e se qualcuno lo provocava fisicamente lui rispondeva con un semplice quanto effettivo sorrisino di “scherno”. Non era veloce, ma correva. E la “metteva dentro”. In quella stagione “ragranellò” quasi 20 punti a partita con la miglior percentuale dal campo di tutta la squadra (48,7%) aggiungendoci pure 9 rimbalzi scarsi ad ogni “allacciata di scarpe”. Fu fondamentale per i Celtics: “Senza Bailey non ce l’avremmo mai fatta” – sentenziò alcuni anni più tardi l’amico “Hondo” Havlicek.Ma torniamo alla stagione “giocata”. Le finali divisionali mettevano di fronte Lakers ed Hawks ad Ovest e nonostante la sofferenza patita dalla compagine losangelina durante le prime due sfide, il 4-1 finale lasciò poco adito a scuse; Atlanta aveva fatto il suo “dovere” ma i gialloviola erano di un altro livello ed ora aspettavano con ottimismo l’esito dello “scontro” New York-Boston. Fu battaglia autentica. La serie era stata “venduta” dai mezzi di comunicazione come il fisiologico trait d’union tra le due uniche franchigie “originali” della lega, quelle che c’erano sempre state, dal 1946 in poi. La decadente "Dinastia" doveva cominciare a far spazio agli “scalpitanti” Knicks. Ma i Celtics non avevano fretta....Anzi, sembravano un’altra squadra rispetto alla “zoppicante” regular season. Si erano liberati dei 76ers con autorità e la fiducia era tornata di nuovo a livelli altissimi.“Un passo alla volta” aveva raccomandato Bill Russell alla vigilia della postseason ed i suoi “ragazzi” si strinsero attorno a lui e si guardarono negli occhi. “Non avevamo nulla da perdere” – ricordò Sam Jones – “ma allo stesso tempo volevamo mettere a tacere i tanti detrattori”. Neppure la “spada di Damocle” delle sei sconfitte su sette incontri patite ad opera dei Knicks durante la stagione regolare potevano abbattere il “muro d’orgoglio” dei bostoniani. “Il fatto è che eravamo veramente una squadra differente nei playoffs” ricordò più tardi Havlicek nella sua biografia. L’elemento “detonante” della serie fu ancora una volta fornito dai media: la troppa attenzione riservata dai giornalisti a Willis Reed, peraltro reduce da una stagione semplicemente strabiliante, “alterò” non poco il sempre sensibile Russell...Quando poi ai legittimi attestati di stima si accompagnò il “battesimo” di Reed come “miglior centro della Eastern Division”, allora a quel punto tutti a Beantown sapevano già cosa sarebbe successo...Bill giocò una serie “mostruosa”. Dopo una gara 6 da cardiopalma con tiro vincente allo scadere di Havlicek, i Celtics eliminarono i Knicks per 4 partite a 2. L’esperienza e la “cattiveria” avevano ancora prevalso. Boston era di nuovo in finale. New York avrebbe vissuto i suoi momenti di gloria a partire dalla successiva stagione.
Tutti zitti quindi? Macchè, nemmeno per sogno. Nessuno pensava che i biancoverdi avrebbero potuto battere i Lakers questa volta. Poi con il fattore campo a sfavore non c’era proprio nessuna speranza. Gli "angeleni", dal canto loro non parvero per nulla “condizionati” dal fatto che avevano perso tutti i 6 precedenti scontri negli ultimi dieci anni (il primo dei quali mentre “abitavano “ ancora i “veri” laghi del Minnesota...) e partirono a razzo nella serie vincendo, pur senza dominare, le prime due partite tra le mura amiche (120-118 e 118-112) dopo un autentico doppio “shoot-out” tra Jerry West e John Havlicek (rispettivamente 53 e 41 punti per il “lacustre” contro i 39 e 43 del “celtico”). La sfida nella sfida, quella delle “sportellate” tra Chamberlain e Russell era finita sostanzialmente in parità, mentre fu un appannato, fino ad allora, Elgin Baylor a mettere a referto gli ultimi 12 punti per la sua squadra in gara 2. Con il 2-0 in banca il viaggio verso Boston servì ai gialloviola per coltivare dolci e vendicativi sogni di sweep, di "cappotto". Mai nessuna squadra in precedenza aveva ribaltato uno svantaggio iniziale di due partite in una serie finale della NBA e stavolta sembrava davvero che i "vecchietti" non avessero più benzina. Ma fu ancora una volta Bill Russell a “caricarsi” e dare fiducia ai suoi. Nessuno sapeva in quel momento che la Leggenda di Monroe aveva già maturato la decisione di ritirarsi da entrambi i ruoli di giocatore ed allenatore alla fine di quella stagione. Ma l' "Aquila con la barba" aveva pure deciso che se ne sarebbe andato solo da vincitore. “Ci ritroviamo nella stessa situazione che dovemmo affrontare l’anno scorso con Philadelphia – disse ai suoi giocatori – per cui voglio solo che andiamo là fuori e diamo tutti il nostro massimo...poi vedremo”. Alle parole seguirono i fatti ed i Celtics partirono forte in gara 3. Nel terzo periodo però una maldestra “ditata” di Keith Erickson “spense” l’occhio sinistro di uno scatenato Havlicek permettendo così la rimonta dei Lakers. L’ultima frazione fu combattuta punto a punto ma il “ruggito” del Garden ancora una volta provocò la reazione orgogliosa dei giocatori in campo. Proprio "Hondo" si impossessò del match con 34 punti infilando due tiri liberi anche se menomato, per il 111-105 finale. La quarta contesa fu un altro capitolo da leggenda: Boston era riuscita a rallentare il gioco dei gialloviola costringendo West a passare la palla piuttosto che permettergli di prendersi il solito buon numero di tiri veloci. Gli ultimi quattro minuti furono “stagnanti” con le due formazioni ad un solo canestro di distanza l’una dall’altra. Con quindici secondi da giocare i Lakers erano in vantaggio 88-87 con la palla in mano ...dovevano solo far “correre” il cronometro...ma Emmette Bryant decise di ergersi ad “eroe improbabile” della notte...riuscì a rubar palla e nonostante Sam Jones avesse fallito un “jumper”, il Trifoglio controllò il rimbalzo e chiamò timeout con soli sei secondi da giocare.Ora, sappiamo tutti che la storia dei Celtics è fin troppo ricca di aneddoti ed episodi eroici, ma quanto accadde in quel frangente di gara avrebbe segnato incontrovertibilmente l’esito finale del campionato per cui merita di essere raccontato al dettaglio, attraverso le parole di John Havlicek che ne fu protagonista: “Dovevamo escogitare la giocata finale, e di solito era Bill Russell che ci istruiva sul da farsi. Un giorno Bill era in ritardo per l’allenamento a causa di alcuni impegni pubblicitari così, in qualità di Capitano e di responsabile della sessione decisi di provare una giocata d’emergenza che durante gli anni dell’università ad Ohio State ci aveva permesso di vincere un paio di partite decisive negli ultimi secondi di gioco. Rischiavamo grosso, ma la giocata mi aveva sempre portato fortuna prima! Bryant mi passò la palla e poi fece un blocco alla mia sinistra; Nelson ed Howell si allinearono per formare un triplo blocco, con tre secondi da giocare io scaricai all’improvviso su Sam Jones che, inciampando sul blocco di Howell che tagliava fuori West, praticamente scivolando, rilasciò un jumper dai 5 metri circa, completamente fuori equilibrio ed appena sopra le manone protese di Chamberlain nel tentativo di stoppata.
Lo stesso Sam era convinto che il tiro non sarebbe entrato e ne seguì la traiettoria come per correggerlo; la palla sbattè sul ferro, si impennò, poi rimbalzò ancora una volta per poi finalmente cadere dentro la retina, mentre Wilt saltava con le braccia tese in preda all'angoscia nella speranza di raccogliere il rimbalzo”. Boston aveva pareggiato la serie, vincendo 89-88 gara 4. Fu una pugnalata al cuore per l’incredulo Jerry West, che sentenziò: “È stato il volere divino”. Ma l’inerzia non era certo cambiata, anzi. I Lakers erano furibondi ed alla "puntata successiva" spazzarono via l’incubo di quel finale di partita al Garden; Chamberlain annientò uno spento Russell (solo 2 punti con 13 rimbalzi per lui) con una “doppia-doppia” da 31 + 13 mentre West e Johnny Egan bombardavano dal perimetro facendo registrare rispettivamente 39 e 23 punti per il 117-104 finale. Un leggero infortunio al tendine del ginocchio limitò un comunque sempre temibile West in gara 6; i suoi 26 punti però non salvarono i Lakers dalla sconfitta, 99-90, “causata” da una reazione d’orgoglio di Russell che limitò Wilt "The Stilt" a 2 miseri punti (questi, inoltre, durante tutti i playoffs, aveva deciso di limitare i suoi tentativi di conclusione preferendo spesso il passaggio al compagno libero).Ancora una volta si andava alla settima e decisiva partita. Ma ora sarebbe stata in California. Il Boston Garden “iettatore” era lontano e, nonostante il ginocchio di Jerry West continuasse a fornire una certa preoccupazione, l’ambiente “lacustre” sprizzava ottimismo a 360 gradi: “Non c’è alcuna possibilità per i Celtics...sono all’ultimo respiro prima della morte...sono finiti, e semplicemente fortunati di essere arrivati fin qui”. Questi erano i commenti “in voga” in quei giorni a Los Angeles e dintorni... Incuranti di tutto ciò, Bill Russell e soci prepararono li incontro con la consueta consapevolezza di “avere ancora qualcosa da dire”. Contrariamente a “certa” opinione pubblica, “sentivamo di trovarci nel posto e nella situazione che meritavamo e che ci eravamo guadagnati – ricorda ancora Havlicek – per noi non era certo una novità dover vincere una gara 7 e non importava giocare in casa o fuori. Non potete nemmeno immaginare quanto contasse l’esperienza in situazioni del genere. Semplicemente, nulla ci spaventava od intimidiva, perchè in una singola partita eravamo i migliori”. Entrambe le squadre dunque sembravano sicure dei propri mezzi e della possibilità di trionfo alla vigilia di questo “spareggio finale”. Però qualcuno esagerò. Jack Kent Cooke, il proprietario dei Lakers dal 1965, commise certamente l’errore di “confondere” il concetto di sicurezza con quello di arroganza quando pensò di far appendere migliaia di palloncini sul soffitto del Forum, nella “carnevalesca” convinzione di poterli “liberare” alla fine della partita per festeggiare il trionfo casalingo della sua squadra e vendicarsi così, in un colpo solo, di tante sconfitte, di tanti sigari “auerbachiani”...di tanta frustrazione accumulata da tifosi e giocatori... Questo episodio non fece altro che fornire ai Celtics una motivazione addizionale di cui probabilmente non avrebbero neppure avuto bisogno; ma l’aspetto più importante da sottolineare è che il più “imbestialito” per questa “goliardata” orchestrata da Cooke fu il capitano dei Lakers Jerry West che, intelligente e sensibile com’era, aveva capito subito che la cosa avrebbe potuto ritorcersi contro la sua squadra.
Infatti la partenza dei biancoverdi fu incredibile: rivolsero lo sguardo verso l’alto, ai palloncini, ed infiilarono otto dei primi dieci tiri dal campo! Havlicek (come al suo solito, “in moto perpetuo”) e Sam Jones continuarono ad “infilare” la retina avversaria ed il vantaggio raggiunse i 17 punti; tuttavia poco dopo l’inizio dell’ultimo quarto di gioco un incontenibile (nonostante l’infortunio) West ridusse a 9 punti lo scarto. Quando "Hondo" accumulò il suo quinto fallo e Sam Jones, all’ultima partita della sua formidabile carriera, commise il sesto, mancavano ancora 6 minuti alla conclusione dell’incontro ed il punteggio era 103-94 per gli ospiti. A 5:45 dalla sirena Chamberlain ebbe un cenno di smorfia “atterrando” sul parquet dopo un rimbalzo difensivo. Sentì dolore al ginocchio e chiese di essere sostituito. Coach Van Breda Kolff mandò in campo Mel Counts, ex-Celtic e “back-up” di Russell durante il biennio 1964-66, quello degli ultimi due titoli di Red Auerbach come allenatore. Mel non aveva motivi particolari di “vendetta” nei confronti della sua squadra ma in quei pochi minuti in campo andò oltre il il semplice “dovere fisico” di rimpiazzare il grande Wilt. Il distacco fu ridotto a sole tre lunghezze grazie a 6 punti consecutivi dell’inarrestabile West, e poi, a tre minuti dalla fine, proprio il “7 piedi” Counts sorprese tutti (forse anche sè stesso) “infilando” un tiro in sospensione che apparteneva al suo repertorio e, a tutti gli effetti, “innescava una nuova partita”, con i Lakers in quel momento a solo un punto di distanza. E fu proprio nei momenti successivi che si “consumò il delitto”: Chamberlain si sentiva meglio ed era pronto per fare il suo rientro in campo, ma coach Van Breda Kolff fu lapidario: “Siediti, stiamo facendo più che bene senza di te”. Nei due minuti successivi si assistette ad una sorta di “festival degli errori” con entrambe le squadre incapaci di trovare la via del canestro, almeno finchè, con un minuto da giocare e Boston ancora avanti di un punto, Don Nelson raccolse una palla vagante all’altezza della linea del tiro libero e fece partire un tiro che sbattè sul ferro e s’impennò in aria per poi ricadere all’interno della retina. Al successivo errore in attacco dei Lakers in preda all’ansia ed alla “confusione”, Larry Siegfried "mise in ghiaccio" il match grazie a due centri della lunetta per dare ai suoi un vantaggio di cinque punti che sarebbe poi stato ridotto a due (108-106) senza però cambiare l’esito finale dell’incontro. I Celtics erano ancora Campioni del Mondo.Jerry West dopo la partita era un uomo distrutto dalla sconfitta e soprattutto furibondo con il suo allenatore: non si era infatti reso conto del “fattaccio” intercorso tra Van Breda Kolff e Chamberlain durante gli ultimi decisivi minuti di gioco ed ora la sua rabbia non poteva essere lenita nemmeno con il meritatissimo riconoscimento individuale di MVP delle Finali: era la prima volta che l’NBA assegnava tale premio, e ad accaparrarselo fu un giocatore appartenente alla squadra perdente. I suoi 42 punti, 13 rimbalzi e 12 assist parlavano da soli e gli stessi avversari tributarono il meritato omaggio al fuoriclasse gialloviola che però subì un’ultima beffa qundo ricevette l’automobile che rappresentava il premio come miglior giocatore delle Finali: era…verde! Certo i Lakers avrebbero pianto a lungo su quell’orrendo 28 su 47 complessivo ai tiri liberi nella gara decisiva, ed avrebbero recriminato molto sullo “strano” atteggiamento di Wilt Chamberlain, troppo “pigro” al tiro durante tutti i playoffs; ma la gioia incontenibile dei Boston Celtics aveva mille motivi (uno per ogni palloncino rimasto appeso al soffitto del Forum) d’essere liberata in un unico, immenso abbraccio collettivo. Poco dopo le finali Sam Jones e Bill Russell si ritiravano con, rispettivamente, 10 ed 11 anelli NBA in tasca e lo status acquisito di “simboli eterni” della franchigia.
Il trionfo del 5 maggio 1969 rappresentava il degno e meritato sigillo finale all’irripetibile Dinastiae, probabilmente, la fine di un mondo nel quale il Trifoglio avevano toccato la “sua” Luna; quella vera l’avrebbe lasciata a Neil Armstrong solo un paio di mesi più tardi...





Commenti
Ah, standing ovation per il Parolin, ovviamente...
Tu e la tua mania di raccontare i finali dei film... e magari poi vuoi raccontarci che c'è un'altra Dinastia negli anni '80...
...bei tempi...
...ehm...
Grande Sam...ma anche questo commento, sul lavoro del fratellone Madrileno, credo sia superfluo.
Cal
“solite vittime designate”...bellissima...
CELTICS FOREVER.....
Il problema secondo me sta nel fatto che Denzel Washington è troppo basso per interpretare Bill Russel, altrimenti l'avrebbero già girato.
in quel poco che gioca nel 4\4 sam jones si capisce perchè si affidavano a lui x il tiro della vittoria. uno spettacolo il suo rilascio di palla!!
Gli ultimi 3 minuti di partita sono veramente intensi nonostante i tanti errori da ambo le parti. sarà pesata una tonnellata la palla...cmq che impresa!!!
Parlando ancora di liberi anche il grande Chamberlain li tirava veramente male...
Beh, ecco, in carriera Don ha viaggiato intorno al 75% dalla lunetta... credo che Shaq avrebbe messo la firma per il 65...
Sul tiro fortunato, fece un mezzo miracolo recuperando la palla e tirando prima dello scadere dei 24". Poi "culo" o non "culo" chi segna ha sempre ragione...
E, fidati, non era per nulla scarso, altrimenti Auerbach avrebbe preso qualcun altro.
Un giorno AuerbAch chiese all'ormai ritirato Heinsohn che ne pensava di Nelson...Tommy Gun rispose:
"Red, Don Nelson è lento (in realtà la frase letterale sarebbe "...is slow as shit"). Non è capace di correre. Ma lui e Joe Holup sono gli unici due uomini contro cui abbia mai giocato che non sono riuscito a superare. Non so come ha fatto, ma l'ha fatto"
Auerbach lo prese (e Auerbach e Heinsohn difficilmente avrebbero preso uno "scarso"). Diciamo che fu uno dei migliori sesti uomini dei Celtics, che di sesti uomini se ne intendevano, e se avessimo un Don Nelson ora lo metteremmo a marcare LeBron James, anche se tirava i liberi in maniera poco ortodossa...ma daltronde anche la meccanica di tiro di Posey non è granchè rispetto a un purista come Ray Allen, ciononostante ci è tornato parecchio utile nel 2008.
Di quella serie, specialmente gara 7, tutto fu meraviglioso, i palloncini appesi al soffitto, gara 7 a LA, i Celtics vecchi e sfavoriti e poi il canestro rocambolesco di Nelson.
Aahhh che goduria.
Era comunque un giocatore compatto che in una stagione vinse la graduatoria NBA per la miglior percentuale di tiro. Più avanti ci sarà la sua biografia... Credimi, era nettamente più forte di quanto si vede in quello spezzone di partita.
Intanto ecco il link ad una foto di un suo tiro libero:
3.bp.blogspot.com/_k3pg8z8aErU/Sbb5Wqr08ZI/AAAAAAAADpw/8hvrNpdGFaw/s400/Don+Nelson+1994-95+Upper+Deck+%23358+Auto.jpg
mentre da quel poco che si vede(perchè esce quasi all'inizio del quarto x falli) sam jones al tiro(anche come meccanica) doveva essere un mostro. mentre,sempre parlando di tecnica,mi aspettavo di più da elgin baylor. poi ovviamente se il pallone entra che se ne frega dello stile...
Col passare dei tempi e del progresso certi valori finiranno morti e sepolti, e potremmo ritrovarli sono in pagine di storia come questa.
Inutile dire come anche stavolta Sam ci abbia fatto cogliere l'essenza di quello che successe.
E poi dicono che la storia e' noiosa.
gli ultimi 2 minuti furono un "ciapa no" clamoroso, forse entrambe le squadre erano sulle ginocchia; il tiro di Nelson nasce da una palla praticamente già persa allo scadere dei 24'': questo per dire a tutti che i Celtics non sono mai morti; più avanti nel tempo L.A. si dimenticherà di questa legge spesso, facendone le spese...
Forse la pagina più memorabile della storia dei Celtics, un po come l'uomo che va sulla luna, per rapportarla alla vita reale di quei mesi.
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