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La Storia dei Celtics
Un intellettuale. Un gentleman. Un uomo di classe e di principi. Ma faceva il “lavoro sporco”. Tom Sanders giocò 13 stagioni con i Boston Celtics vincendo otto campionati. Fu la spalla ideale di Bill Russell, un giocatore che capì fin dall’inizio il suo ruolo e vi si immerse con tutta la forza e l’energia possibili. Atleta strordinario, dotato di un fisico longilineo e “fibroso”, fece della tenacia e della caparbietà le sue armi principali, unite ad una “disciplina tattica” e ad un’intelligenza cestistica fuori dal comune. Thomas Ernest Sanders nacque l’8 novembre del 1938 nel cuore di Harlem, New York, e qui crebbe, in un appartamento della 116esima Strada, incastonata tra la Quinta Avenue e Lenox.
Da mamma Luethel (nella foto si cimenta nell'attività del figlio) apprese fin dalla tenera età a porsi degli obiettivi specifici: “(Mia madre) mi chiedeva sempre cosa avessi intenzione di fare durante la giornata – raccontò in un’intervista Tom – di solito si riferiva a piccoli lavori domestici ed io solevo rispondere, per esempio, che avevo lavato già le finestre e spazzato il pavimento, ma lei guardava sempre avanti. ‘Fantastico, ma quel che è fatto è fatto...cosa farai oggi’”? Con queste premesse, è naturale che il ragazzo di abituasse presto a godere dei risultati raggiunti per poi dedicarsi con tutte le proprie forze alle mete successive. Lo ha fatto per tutta la vita, e non importava se lo scenario fosse il parquet di un campo di basket o la scrivania del suo ufficio, una volta smessa la canotta biancoverde o l’uniforme d’allenatore. Questo era ed è il suo stile, a tutt’oggi.
Studente brillante e metodico, scelse la pallacanestro anche se madre natura gli aveva regalato un fisico che si sarebbe potuto benissimo adattare a svariati sport. Dal baseball prese il soprannome, “Satch”: era un ragazzino quando si divertiva con guantone e mazza sul cemento ondulato e “spelacchiato” del Mount Morris Park, nella zona Est del quartiere di Harlem ma a questa “pratica” affiancò ben presto quella della palla a spicchi. Tom era uno tra migliaia di "pivelli" che affollavano i campetti e che partecipavano a tornei locali nei quali “tutti avevano soprannomi fantasiosi ed altisonanti come “Jumpshot Billy”, “Bad Feet Earl” o “California John” ma i miei amici Cecil e Crawford pensarono che io avrei potuto fare strada semplicemente come Satch!” ricorda tutt’oggi. A voler essere precisi, Satch deriva da “Satchel”, il “nickname” con il quale era passato alla storia Leroy Robert Paige, lanciatore di fama nella Negro League di baseball. Esempio quasi unico di longevità e caparbietà, aveva esordito nella Major League nel 1948, alla “tenera” età di 42 anni, con i Cleveland Indians, vincendo le World Series!
Inutile sottolineare come, oltre al soprannome, ciò che Sanders “ereditò” da Paige fu senza dubbio quella ferrea determinazione che contraddistinse prima la sua infanzia e poi l’intera carriera professionistica. A New York, Harlem, negli anni ’50 era il crocevia obbligatorio per quanti cercassero di aprirsi un varco nel mondo della pallacanestro: vi si respiravano talento e competitività allo stato puro. Ancora Tom: “C’erano i Globetrotters si, ma anche i giocatori della Eastern League e gli Harlem Rens, oltre a grandissimi giocatori che invece non furono baciati dalla fortuna e non ebbero mai una vera opportunita’ perche’ il razzismo era un mostro che ti mangiava la giovinezza e ti obbligava a crescere in fretta”. Ma furono proprio alcuni dei giocatori “epici” dei New York Reinassance (da cui “Rens”), “Tarzan” Cooper, Charlie Isles o “Pop” Gates che lo forgiarono nell’arte del “ballgame” e gli insegnarono per mezzo di “aggressioni fisiche e verbali” come un ragazzino dovesse diventare uomo ad Harlem. Questa “educazione particolare” gli permise di prendere le distanze dal piccolo inferno quotidiano che circondava casa sua, una zona della città da sempre teatro di omicidi ed altri atti criminali, oltre che piagata dallo spaccio d’eroina in modo tanto massiccio da causare la morte di cinque suoi parenti stretti in pochi anni. Satch era forte, onesto e “pulito”, l’orgoglio della madre, ma ebbe pure la fortuna di avere due grandi amici d’infanzia come Cecil e Crawford, i due angeli custodi che, oltre ad “affibbiargli” il soprannome, convinsero Tom ad inscriversi alla Seward Park High School nel Lower Manhattan, un po’ più lontano dai pericoli e dalle tensioni sociali (anche la disoccupazione era ancora ad alti livelli nonostante la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale fossero passate da un pezzo).
Così facendo lo salvarono pure dal destino che all’epoca accomunava la quasi totalità dei suoi coetanei in quella zona della città: quello di finire in una delle innumerevoli “vocational schools” in cui avrebbe imparato un “mestiere” e si sarebbe specializzato come idraulico o falegname o muratore. “Cecil e Crawford mi cambiarono la vita. Ma provo ancora molta pena per tutti gli altri ragazzi perchè molti di loro avrebbero meritato una vera educazione e la possibilità di accedere ad una carriera professionale. Furono meno fortunati di me”, ammise Sanders a distanza di anni.
A Seward Park divenne subito la stella ed il leader della squadra di pallacanestro, non solo per il talento che poteva sfoggiare sul parquet ma anche e soprattutto per il senso di responsabilità e l’atteggiamento “maturo” che dimostrava in ogni situazione, nonostante in fin dei conti fosse un teenager come tanti altri.
Il fisico in continuo sviluppo ed un’innata agilità poi lo aiutarono non poco sul fronte sportivo, mentre tra i banchi di scuola eccelleva come studente modello.
Tom lascerà un segno indelebile nel Liceo che ha prodotto più attori che uomini di sport (Walter Matthau e Jerry Stiller tra gli altri) e l’introduzione nella Hall of Fame scolastica, avvenuta nel 1974, sicuramente lo rende tuttora particolarmente orgoglioso. Era arrivato il momento di decidere per l’università e "Satch" aveva solo una cosa chiara nella sua mente: non si sarebbe allontanato dalla sua amata città. New York University, School of Commerce fu la sua scelta, perchè era vicina a casa, alla famiglia ed ai suoi legami, e perchè qui avrebbe potuto abbinare perfettamente la pratica della pallacanestro agli importanti (per lui) studi di ecomonia e marketing.
Fu un chiaro successo, in tutti i campi: nel suo anno da Senior guadagnò gli onori di “All America” e riuscì a condurre i Violets ad un impensabile record di 22 vittorie e 5 sconfitte con una prestigiosa visita alle Final Four della NCAA nel 1960. Nello stesso anno ricevette il Metropolitan Basketball Writers Association’s James Haggerty Award che premiava annualmente il miglior giocatore dell’area metropolitana della Grande Mela: nel triennio universitario aveva eguagliato o superato otto records ed ai giorni nostri detiene ancora quello per il più alto numero di rimbalzi in una stagione (411 nel 1959-60). Ottimo difensore, tecnico, agile e dinamico ma anche buon attaccante, perchè le mani erano “educate”, "Satch", memore dei dettami materni (“What’s next Tom?”), una volta intascata la Laurea in Marketing, guardò avanti e ciò che vide fu...il draft NBA del 1960. Ma se proprio dobbiamo parlare di “vista” come non considerare innanzitutto quella del “vecchio marpione” Auerbach e, contemporaneamente, la “miopia” dei New York Knickerbockers? Mi spiego meglio: Sanders era un prodotto D.O.C. della “City” ("Big Apple" solo per gli "stranieri") ed un beniamino per i suoi appassionati abitanti; la volontà del giocatore stesso sarebbe stata quella di continuare in questo “viaggio verso la gloria metropolitana” che aveva intrapreso sin dalla nascita ad Harlem, passando per i campetti del quartiere verso la High School a Manhattan fino all’università. Nel '60 ai Knicks spettava la scelta numero 3...sembrava tutto scritto, soprattutto perchè dietro ai primi due “picks” (nientepopodimenochè Oscar Robertson e Jerry West, freschi vincitori di oro olimpico a Roma) si sapeva che ci sarebbe stata “bagarre”. Certo, Lenny Wilkens (altro futuro All of Famer) e Lee Shaffer erano pure “papabili” ma, anche in virtù dell’ormai nota (al lettore) regola del “territorial pick” ci si aspettava lo scontato epilogo.
Invece no: all' ombra della statua della libertà approdò Darral Imhoff da California University e, inutile dirlo, "Satch" ci rimase un pò male. Chi non rimase affatto scontento fu "Red" che già da tempo si era informato su questo ragazzo di Harlem attraverso la sempre preziosa collaborazione di Joe Lapchick. L’ex “Original Celtic” degli anni ’20 e ’30 ed ex allenatore proprio dei Knicks fino al 1957, era tornato all’amata panchina della St. John’s University e possedeva un’innata dote di “talent scout” che non poteva che far comodo al "Patriarca". “Prendi Sanders – disse senza esitazioni coach Lapchick ad Auerbach – non sarà pronto subito ma tra un anno vedrai che giocatore ti ritroverai tra le mani. È un ottimo difensore ed un gran giocatore di squadra”. Dolce musica per le orecchie di chi sapeva ascoltare... Pure la sorte venne incontro ai biancoverdi che, “titolari” della scelta numero 8, dovettero aspettare con le dita incrociate che i vari GM "consumassero" le scelte fino all’ottava. Ma questo avvenne e non ci furono esitazioni: "Satch" avrebbe dovuto fare le valigie, destinazione Boston.
Le parole di Lapchick (“non sarà pronto al primo anno”) si rivelarono profetiche: nel suo anno da “rookie” il giocatore collezionò solo 16 minuti scarsi di media a partita ma in quei Celtics infarciti di talento ed esperienza ebbe l’opportunità di crescere in tranquillità e, cosa che non guasta mai, vincere subito un titolo NBA (era il terzo consecutivo della Franchigia ed il quarto in cinque anni). L’incontro con Russell poi, fu particolarmente “educativo” anche se l’umilissimo Tom non avrebbe avuto bisogno di tali lezioni di “nonnismo”: “Avevo conosciuto Bill durante il mio ultimo anno di università ma, nonostante ciò, non mi chiamò mai per nome durante l’intera stagione ed oltre a portargli la borsa agli allenamenti ed alle partite, spesso e volentieri dovetti pure lavargli l’uniforme”. La stagione successiva fu quella della “foritura del tulipano nero”: i suoi minuti sul parquet quasi raddoppiarono (30 a partita) e di conseguenza rimbalzi e punti spiccarono il volo (9,5 e 11,2). Nonostante ciò, provare a descrivere Sanders solo attraverso i numeri sarebbe altamente limitativo perchè le sue statistiche non furono mai eclatanti ma il suo impatto sulla squadra, per quanto “sfumato”, fu pesantissimo.
Il suo atletismo, unito a velocità, stile ed eleganza e la sua perfetta comprensione del “gioco” ne fecero subito un “All around defensive player”; con quel fisico asciutto e slanciato (2 metri per 95 chilogrammi di pura “fibra”), un mix tra Dennis Rodman e Michael Cooper, non ti saresti aspettato di vedergli fare il “lavoro sporco”, ma a lui toccò sempre “ballare con le più brutte”. Era quasi sempre più basso o più “leggero” dei suoi avversari diretti ma non si lamentò mai. C’era da marcare Bob Pettit? “Tom, è tutto tuo”, gli avrebbe urlato Auerbach; Paul Arizin? Dolph Schayes? Tutta “roba” sua...
E se non è abbastanza basta scorrere la lista della Hall of Fame per trovare altri fenomeni “martoriati” dal ragazzo di Harlem: Billy Cunningham, Rick Barry, Dave DeBusschere, Elvin Hayes...senza parlare di Chet Walker, Jerry Lucas o Willis Reed...Ma chi fu quello che più lo fece soffrire? "Satch", senza esitare, risponde ancora oggi Elgin Baylor: “Era un giocatore incredibile; lo pressavi, lo raddoppiavi e lui ti sapeva sempre trovare lo spazio per fornire la palla al giocatore libero od uno spiraglio di luce per tentare la conclusione personale”. Ma a "Red" non importava molto: “Tom, you’re out there by yourself with Elgin”…insomma…”Son cavoli tuoi”. I “cavoli”, spesso, sarebbero stati di Elgin invece...Sanders rispondeva sempre presente. Le luci della ribalta in quegli anni erano per Russell, Cousy, Sam Jones, Heinsohn, e più tardi lo sarebbero state per Havlicek, ma lui vinse a mani basse l’Oscar alla carriera come “miglior attore non protagonista”. La disciplina e correttezza del giocatore in campo trovavano suffragio nella sensibilità e “consapevolezza sociale” dell’uomo fuori dal parquet: non dimentichiamo che stiamo pur sempre parlando dei “tumultuosi” anni ’60 ed il lettore non dovrebbe sorprendersi nell’apprendere che fu parte di quell’ormai mitica “delegazione nera” che rifiutò di giocare la partita d’esibizione in onore di Frank Ramsey a Lexington nel 1961 dopo che in un ristorante era stato rifiutato il servizio ad alcuni dei giocatori afroamericani. Neppure a Boston era stato “esente” dall’ordinaria dose di razzismo ma, appena arrivato e non riuscendo a trovar casa, decise di tagliare la testa al toro trasferendosi nell’area di Roxbury, prevalentemente abitata da gente di colore. Le sue prime trasferte in maglia verde poi furono spesso accompagnate da lanci di bottiglie e monetine, oltre che da irrispettosi epiteti sul colore della sua pelle... Ma torniamo al basket giocato: dopo aver “sfondato” nella seconda stagione in maglia celtica, Tom Sanders seppe mantenersi ad altissimi livelli anche nel 1962-63; tralasciando i pur buoni numeri (quasi 11 punti ed oltre 7 rimbalzi a partita) il giocatore colpiva per la sua maturità e per quelle ormai consolidate doti difensive che avrebbero fatto la fortuna dei Celtics: lui e Russell insieme costituivano una muraglia d’ebano, e di questo pregiato legno non possedevano solo il colore ma soprattutto la durezza e solidità. Il Trifoglio chiuse la stagione con un altro titolo anche grazie all’arcigna difesa di "Satch" su Elgin Baylor durante le finali coi Lakers e Bob Cousy potè appendere le scarpe al chiodo da vincitore...
L’anno successivo la storia si ripetè: questa volta a ritirarsi a fine stagione sarebbero stati i “rocciosi” Frank Ramsey e Jim Loscutoff. Anche per loro il regalo d’addio fu un anello, il sesto consecutivo per il Trifoglio, questa volta ottenuto contro i Warriors di Mister Chamberlain. I minuti di Sanders crebbero fino a rasentare i 30 a partita; la sua continuità di rendimento era pazzesca e la forma fisica sempre perfetta (e prova concreta saranno le 450 partite consecutive giocate in maglia biancoverde durante quel periodo!). E siamo al 1965: altro “consistent year” di Tom, altro titolo, altra battaglia vinta coi Lakers privi dell’infortunato Elgin Baylor...altre dediche. Questa volta il banner fu tutto per l’amatissimo propietario Walter Brown, deceduto alla vigilia dell’inizio della stagione. Ma, come se non bastasse, in pieni festeggiamenti post-titolo, fu Tommy Heinsohn a far andare di traverso la birra ai compagni di squadra, annunciando il suo immediato ritiro, a soli 31 anni ancora da compiere. I Celtics cambiavano ma continuavano a vincere: Auerbach fu sempre in grado di apportare quei piccoli “aggiustamenti” di cui la squadra aveva bisogno e sotto questo aspetto il ruolo di "Satch" fu sempre fondamentale come “collante” del gruppo, il compagno ideale che insegnava la “retta via” del sacrificio a vecchi e nuovi “teammates”. Per il campionato 1965-66 la dedica era già scritta fin dall’inizio, perchè sarebbe stata l’ultima annata di "Red" sulla panchina di Boston...il minutaggio di Sanders scese di quasi cinque minuti a partita, attestandosi sui 26, ragion per cui fece ancora più scalpore il fatto che proprio in questa stagione il newyorkese registrasse l miglior media punti della sua longeva carriera: 12,6 a sera, conditi dai canonici 7 rimbalzi. Era arrivato Don Nelson (dai Lakers...) a dar man forte alla compagine bostoniana e quest’addizione fu importante per scrivere un altra leggendaria pagina di storia: altro titolo, altro boccone amaro per Chamberlain ed i suoi 76ers, altra frustrazione per Los Angeles (appunto...) dopo aver perso l’ennesima gara 7 delle finali. Tom lasciò il parquet del Boston Garden senza la canotta numero 16, rubatagli da un tifoso “esageratamente felice” e il Patriarca potè lasciare la panchina assaporando l’ultimo gustosissimo sigaro (peraltro “imprudentemente” acceso con troppo anticipo dall’amico John Volpe ) della sua irripetibile carriera d’allenatore corroborata da 9 anelli NBA, 8 dei quali ottenuti consecutivamente.
Cominciava l’era di Bill Russell al timone e la sempre maligna opinione pubblica già prevedeva un “ammutinamento” della componente “bianca” dello spogliatoio contro il primo allenatore afro-americano nella storia dello sport professionistico a stelle e strisce. Ma non v’era nulla di più compatto della “locker room” celtica ed in molti dovettero ricredersi sia sull’operato del giocatore-allenatore Russell sia sulle presunte questioni politico-sociali a corollario di esso: i biancoverdi vinsero 60 partite di regular season e se perdettero per la prima volta nel decennio una serie di playoff fu solo ed esclusivamente perchè quell’anno i Philadelphia 76ers di Wilt Chamberlain furono migliori e meritarono il titolo vinto nella successiva finale contro i San Francisco Warriors. Era la fine della dinastia? Questo era ciò che pretendevano gli avversari che, a partire proprio dal fresco vincitore Chamberlain, davano per scontato l’inizio di un “nuovo corso” senza i “vecchi e stanchi Boston Celtics”... Mai errore fu più fatale: questi non erano certo dominanti come alcuni anni prima ma l’orgoglio ed il “cameratismo” sempre vigenti nello spogliatoio avrebbero prodotto due autentici “miracoli sportivi” regalando altri due titoli consecutivi ai propri tifosi. "The Stilt" le prese nel 1968 coi suoi 76ers, salvo poi riprovarci dopo il trasferimento ai Lakers l’anno successivo e, naturalmente, ”prendendole” ancora. E di questo spirito di squadra Sanders era uno degli artefici primari: oltre a contribuire in campo, le sue facezie e la sua mente brillante erano un crogiolo di scherzi ei di buonumore che rendevano più leggero ogni viaggio, più sopportabile ogni fatica.
"Satch" produsse ancora due stagioni solidissime: il suo canonico 11+7 nei 25 minuti di gioco era ormai un marchio di fabbrica; le stelle ora erano Havlicek, Howell, il sempiterno Sam Jones, ma il gregario di lusso era ancora il principale indiziato a mettere la museruola ai top scorers della lega senza tra l’altro disdegnare di farsi trovare perfettamente appostato per il “layup” a canestro nei classici contropiedi orchestrati dalla squadra di Bill Russell. Con l’ultimo titolo di Tom ai Celtics (l’ottavo in totale, meglio di lui fecero solo Russell e Sam Jones) arrivò pure uno strameritato quanto inaspettato riconoscimento personale (per lui tanto “devoto” alla causa della SQUADRA) con l’introduzione nel secondo miglior quintetto di difensori della NBA. Ma era il primo anno in cui si istituiva questo premio nella lega per cui possiamo benissimo immaginare quante “nominations” si fosse perso negli anni precedenti...
Ritiratosi pure l' "Aquila Con La Barba", Sanders fu ancora parte integrante della "banda" durante la gestione Tommy Heinsohn, il coach designato da Red Auerbach per provare a dare continuità ad una franchigia ora si in evidente quanto fisiologica fase di stallo.
I primi acciacchi fisici confermarono che "Satch", nonostante il fisico “Duracell” sfoggiato per oltre un decennio, era pur sempre un uomo in carne ed ossa che resisteva all’imperterrito scorrere delle “primavere”. Tra il 1970 ed il 1973 i suoi minuti e, di conseguenza, i suoi numeri scesero considerevolmente, anche se l’impegno profuso in campo fu sempre quello del fuoriclasse dell’umiltà fatto uomo. Costante esempio di “team player” ed immarcescibile punto di riferimento per le “nuove leve” celtiche, chiuse la sua strepitosa carriera di giocatore dopo 916 partite in 13 stagioni con i Celtics e dal Gennaio del 1973 la sua canotta numero 16 è orgogliosamente appesa alle volte del Garden di fianco al simbolico numero 1 del primo proprietario della franchigia, Walter Brown. Se la carriera di giocatore fu all’insegna del “tutto per la squadra” la successiva traiettoria da allenatore non fu certo meno propensa a questa arcaica forma di “Ubuntu”.
I quattro anni passati sulla panchina di Harvard University servirono soprattutto a “forgiare” giovani uomini prima ancora che giocatori di basket ma gli valsero una “chiamata” da parte di "Red" alla panchina di Boston, prima come assistente dell’amico ed ex compagno Tommy Heinsohn durante la stagione 1977-78 e poi come “head coach” proprio per sostituire Heinsohn nella parte finale della stagione in corso e poi durante parte della successiva. In tutto furono solo 62 le partite dirette da Sanders ed il non entusiasmante record di 23 partite vinte e 39 sconfitte potrebbe far pensare ad un autentico fallimento, ma non fu così: la Franchigia era in piena rifondazione e forse l’unico errore lo commise Auerbach nell’affidare il gruppo ad una persona probabilmente troppo buona e "di classe", alle prese con giocatori che avevano bisogno di essere anche rimproverati e “strigliati” a dovere in certe situazioni. Un peccato, perchè sarebbe stato interessante vagliare le reali capacità di "Satch" dal "pino" quando, a pochi mesi dal suo addio e dopo l’altrettanto breve ed infruttuosa parentesi di Dave Cowens in panchina, sarebbe sbarcato a Boston un certo Larry Bird.
Questo privilegio però toccò al “sergente di ferro” Bill Fitch e Tom non ebbe mai motivo per perdere il suo tempo in rimpianti, anche perchè il suo tempo ed i suoi molteplici “skills” sapeva come farli “fruttare” al meglio.
Aprí un ristorante a Boston, il “Satch’s” (ovviamente...), che diresse personalmente fino al 1984 per poi utilizzare il suo “background” economico in qualità di consulente per la “Kendall Square Associates” a Cambridge, pochi chilometri fuori "Beqantown". Nel 1985 fu chiamato a dirigere un programma della Northeastern University per aiutare i giovani alunni a conciliare le loro vite di studenti ed atleti e a partire dal 1987 mise tutta la sua esperienza e le sue spiccate doti umane, intellettuali, sociali ed economiche al servizio della National Basketball Association come Vice President of Players Program.
Sotto la sua ventennale presidenza il Programma ha lanciato numerose iniziative di successo mirate soprattutto all’assistenza ed allo sviluppo dei giocatori durante le più delicate fasi delle loro carriere, a cominciare da un rivoluzionario quanto necessario “Rookie Transition Program” che aiuta tutt’oggi i giovani ad affrontare il fondamentale passaggio al professionismo attraverso l’aiuto pratico di assistenti qualificati a gestire situazioni di rischio alle quali gi inesperti atleti sono esposti. Senza parlare del “Post Career Counselling” mirato ad aiutare i "players" a muoversi in un mondo, quello “normale”, del quale fondamentalmente devono apprendere le regole più pratiche e basilari, dopo aver vissuto magari per decenni nella “realtà parallela” del professionismo sportivo.
Ancora, il “Drug and Alcohol Program”, sempre incentrato su chi fa del basket il proprio "mestiere", per l’assistenza e la prevenzione di due piaghe alle quali in troppi si sono lasciati andare. Superfluo sarebbe elencare gli innumerevoli premi e riconoscimenti pubblici dei quali Tom fu ed è costantemente insignito per la sua instancabile ed infinita attività a supporto e sostegno dello sport e degli atleti, soprattutto dei meno fortunati in generale; una lista che include decine e decine di “Awards” ed asstestati vari, ma soprattutto l'inclusione nella Hall Of Fame di Springfield in qualità di "Contributor", il 4 aprile 2011, anche se probabilmente avrebbe meritato l'ingresso dalla "porta principale" come giocatore...
Ci piace l’idea di chiudere questo tributo Sanders con una perla che lui stesso ci fornì e che in poche parole prova a “racchiudere” la vastità umana ed intellettuale di questo incredibile personaggio; interrogato su quale fu il ricordo più bello dei tredici anni e degli 8 titoli NBA vinti a Boston, cosí rispose: “La prima e più importante cosa a cui penso quando ripercorro con la mente gli anni passati ai Celtics non si riferisce ad un titolo, una vittoria od un’annata in particolare...Il mio pensiero va subito a tutti i miei compagni di squadra ed a quell’incredibile atmosfera che permeava le mura dello spogliatoio del Garden; Red Auerbach e tutti noi giocatori formavamo una fantastica organizzazione composta da fantastiche persone; a volte bastava un semplice sguardo tra di noi per darci forza e farci capire quanto fortunati eravamo di stare assieme e di formare un team di uomini veri prima ancora che di grandi giocatori”. Tom “Satch” Sanders, altro esempio e definizione perfetta di...“I am a Celtic”.





Commenti
Sanders sarebbe veramente il giocatore che a noi serve e manca quest'anno e che, forse, potrebbe diventare Daniels: la scritta davanti alla maglia prima, quella dietro dopo.
Merita la maglia ritirata e non solo quella, un altro dei grandissimi!
Imhoff, fortemente voluto dai Knicks in un draft che, come Sam ha sottolineato, comprendeva Lenny Wilkens e Lee Shaffer fu un buon centro (e ci mancherebbe, con la pick numero 3) che in 10 anni di carriera riuscì anche a presenziare ad un all star game (in realtà entrò solo per pochissimi minuti)...a conferma che Isaiah Thomas ha avuto ottimi maestri.
Il valore "storico" di Imhoff fu in effetti quello di essere stato parte dello scambio che portò Chamberlain da Philadelphia a Los Angeles...
Michele, io Sam lo conosco da anni e ti assicuro che ha sempre scritto così...se poi ci aggiungi che stà scrivendo sui Celtics...il gioco è fatto!!!
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