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La Storia dei Celtics
11 aprile 1967: Russell e i suoi ragazzi uscivano dagli spogliatoi, sconfitti dai rampanti Sixers che di li a poco si sarebbero aggiudicati il titolo; i festanti tifosi di Philadelphia intonavano il coro "the Celtics are dead" e la maggior parte dei giornalisti e dei semplici appassionati non poteva fare a meno di condividere.
Forse sarebbero stati meno categorici se avessero raccolto le impressioni di Bailey Howell, al suo esordio in maglia biancoverde: “Il mio primo anno a Boston fu anche il primo da allenatore per Bill. Non vincemmo il titolo, lo vinse Chamberlain, ma il modo in cui perdemmo mi insegnò molto su quella squadra: ci cambiammo tranquillamente e altrettanto tranquillamente uscimmo dal palazzetto; nessun indice puntato contro qualche compagno o contro gli arbitri. Se perdi con dignità non sei un perdente. Intendiamoci, ovviamente odiavamo uscire sconfitti, ma allora fu come se ci fossimo scambiati un tacito giuramento, quello di vincere l'anno successivo, ed è quello che facemmo”. Con queste premesse, cinque mesi dopo l’NBA scaldava nuovamente i motori per un campionato che si annunciava come uno dei più equilibrati degli ultimi anni, un'avvincente rivincita tra le due supercorazzate dell'Est ed i Lakers nel ruolo di guastatori con fondate speranze di fare il colpaccio. Due le novità che si profilavano all'orizzonte: la prima, non troppo eclatante, era rappresentata da un'ulteriore ampliamento del "parco squadre" con l'aggiunta di due franchigie a Ovest: i San Diego Rockets e i Seattle Supersonics. Il totale a questo punto era di 12, equamente distribuite tra le due Division. La seconda sorpresa era assai più succosa: si apprestava a decollare l'epocale esperienza dell’ABA. L’American Basketball Association si sarebbe rivelata il tentativo di “lega alternativa” più riuscito in assoluto grazie alla massiccia infusione di gioco spettacolare ed innovazione. Vi militarono giocatori leggendari come Rick Barry, Marvin Barnes, Julius Erving, George Gervin, Spencer Haywood, Artis Gilmore, Dan Issel, Moses Malone e, naturalmente, colui che fu il primo emblema del neonato torneo, che ne incarnò lo spirito da playground: Connie Hawkins. All’ABA si devono le invenzioni del tiro da tre punti, della gara delle schiacciate all’All Star Game nonchè la nascita di franchigie che dopo la “fusione” del 1976 sarebbero diventate protagoniste nell’NBA: San Antonio Spurs, New York Nets, Indiana Pacers, Denver Nuggets. Ed il simbolo dell’ABA, la psichedelica palla bianca, rossa e blu, conta ancor oggi diversi estimatori che si ritrovano oggi in rete su innumerevoli siti “nostalgici”.
Ma torniamo al torneo in cui i Celtics, ormai quasi al capolinea di un decennio trionfale, furono chiamati alla difficile impresa di restaurare le antiche gerarchie: impresa difficoltosa se si considera che dopo Sharman, Cousy ed Heinsohn la Dinastia aveva perso alla fine dell'anno precedente un altro autorevole interprete, quel K.C. Jones che come nessun altro aveva incarnato il lato Operaio (con la maiuscola) della lega, l’abnegazione, la difesa rocciosa ed asfissiante, lo spirito di sacrificio al servizio del collettivo, quell' Ubuntu ante litteram che fin dagli albori degli anni '50 era stato il tratto caratteristico della squadra. Certo, a guardia del castello rimanevano comunque i vecchi armigeri Russell (al secondo anno come giocatore-allenatore) e Sam Jones più Havlicek, in vertiginosa crescita rispetto a quel ragazzotto "dotato-ma-non-troppo", non in grado di impressionare quando si era affacciato al mondo dei “grandi” solo quattro anni prima. Al posto di K.C. Jones era arrivato un “rookie” che non avrebbe fatto parlare troppo di sè negli anni a venire: Mal Graham, minuscola guardia, ritiratasi dopo soli due anni di professionismo a causa di una serie infinita di problemi fisici. Se volete il lieto fine sarete felici di sapere che Mal, classe 1945, pur vedendosi negata dal fato la carriera agonistica non era certo uno sciocco e, a dimostrazione di ciò, attualmente è giudice presso la corte d'appello del Massachusetts.
Ovviamente, nonostante le defezioni il talento rimaneva sopra il livello di guardia e se le stelle di prima grandezza sparivano ad una ad una per raggiunti limiti di età la panchina era eccezionalmente lunga potendo contare, oltre che sul terribile (per gli avversari) “Hondo”, su elementi di spicco come Sanders e Nelson, più Larry Siegfried, vecchio compagno di college di Havlicek. “Ziggy” non era “il solito raccomandato”, ma un difensore rocciosissimo che si era guadagnato la stima di Auerbach sul campo. Inoltre fu un freddissimo tiratore di liberi, con il gradevole (per i tifosi bostoniani, meno per gli altri) vizietto di sapersi procurare abilmente il fallo, cosa che risultava piuttosto utile specie in momenti in cui la palla iniziava a pesare qualche grammo di più.
La stagione biancoverde fu decisamente buona, con il solito inizio al fulmicotone già marchio di fabbrica registrato da Auerbach e felicemente mutuato da Russell: un 6-0 iniziale impreziosito dalle vittorie casalinghe contro i Sixers (104-95) e i Lakers (105-104). Il 22 novembre si arrivò a 14-3, dopo aver timbrato il cartellino (124-110) al cospetto dei “rookies” di San Diego. Altro “highlight” le sette affermazioni consecutive tra il 14 e il 25 dicembre, “striscia” che portò il record a 25-7 prima di un calo fisiologico o della consapevolezza da parte di una compagine non esattamente composta di giovanotti di dover risparmiare le energie, fate voi. Al termine delle 82 partite di preparazione ai playoff il miglior marcatore era il trentaquattrenne Sam Jones con 21.3 punti a partita, seguito da Havlicek a quota 20.7, ancora sopra i 20 per il secondo anno consecutivo...e per molti altri ancora. Bailey Howell si “fermò” a 19.8 confermando la sua vena da "garbageman" di lusso; già, perchè il buon Bailey fu, dal 1966 al 1970 (prima di essere ceduto a Philadelphia per la sua dodicesima e ultima stagione da professionista) il perfetto “spazzino” della squadra, e ne andava orgoglioso. Aveva un istinto per la posizione che gli permetteva di segnare spesso in tap-in, correggendo un numero impressionante di conclusioni sbagliate. A dimostrazione del fatto che non di rado i canestri più difficili da segnare sono proprio quelli da sotto. Cento chili per centonovantanove centimetri, giocava duro, durissimo e si dimostrò un autentico modello di determinazione e longevità accumulando più di 17.000 punti e di 9.000 rimbalzi in carriera. Coach Russell guidò ovviamente la statistica di squadra al capitolo rimbalzi con 18.6 carambole a presenza.
Poche le soddisfazioni in sede di nomine negli All NBA Teams: i biancoverdi dovettero accontentarsi di due “chiamate” nel secondo quintetto: quelle, perlappunto, dell'immarcescibile Russell e di Havlicek, allora utilizzato in prevalenza nel ruolo di guardia per surrogare la pesante defezione di K.C. Jones.
Ad ogni buon conto alla fine le cifre rivelarono un più che positivo 54-28, secondo di Division alle spalle dei fenomenali Sixers (60-22) e terzo di lega dietro ai sorprendenti Hawks, finalmente riappropriatisi dei "quartieri alti" per la prima volta dai tempi dell'addio di Pettit. A far compagnia ai Celtics ad Est, oltre agli arcirivali di Philadelphia, c'erano i New York Knicks, i Detroit Pistons, i Cincinnati Royals e i Baltimore Bullets. Poco da dire sui campioni in carica, praticamente invariati rispetto alla formazione che si era issata sul tetto del mondo nella primavera precedente: Wilt Chamberlain (ancora MVP stagionale, of course), Chet Walker, Hal Greer, Wali Jones e il futuro All Star Billy Cunningham a dividersi i minuti con Luke Jackson per il ruolo di ala forte. Spazio considerevole ebbero il "nonno" Larry Costello (36 anni e reduce da un brutto infortunio al tendine d'Achille patito nel gennaio del '67) e Matt Guokas.
E' evidente anche solo da una sommaria lettura dei nomi a roster che il tasso di classe fosse decisamente elevato. La presenza di "The Stilt" sarebbe bastata a rendere temibile una squadra dal talento anche solo mediocre, figuriamoci se in qualità di scudieri facevano bella mostra un giocatore capace di veleggiare sistematicamente intorno ai 20 punti negli ultimi sette anni (Greer), un'ala devastante in campo aperto nonchè eclettico difensore come Walker (“Chet the Jet” il suo soprannome, e non a caso), un lungo giovane ma già con le stimmate del campione (“Kangaroo Kid” Cunningham). Alex Hannum, coach dei 76ers, aveva di che essere ottimista: la sua squadra aveva un'età media inferiore a quella dei rivali, guidati dalla coppia Russell-Sam Jones - 67 anni in due - e oramai al crepuscolo di una gloriosa quanto logorante vita cestistica; aveva il record migliore con 8 gare di vantaggio e affrontava i playoffs da campione in carica. Boston, peraltro, dimostrò ampiamente di non essere “morta” come avevano ululato i tifosi di Chamberlain pochi mesi prima; in regular season i sei scontri diretti videro per quattro volte vincitori gli sfidanti, a riprova che il "Pride" non è un simbolo arbitrario. Alle spalle dei due colossi poco o nulla, anche se un cenno lo meritano i Knicks, ormai in rampa di lancio per quell'ascesa che li avrebbe portati sul tetto del mondo entro due anni. A Willis Reed si andarono ad aggiungere due campioni come Walt Frazier, leggendaria guardia dalla straordinaria visione periferica, eccezionale ladro di palloni e cecchino da 19.7 punti di media in carriera, e Bill Bradley, "draftato" nel 1965 ma esordiente due anni dopo a seguito della decisione di prendere una laurea anche ad Oxford, in Inghilterra (en passant, militò anche nell'Olimpia Milano, prima squadra italiana capace di aggiudicarsi la Coppa dei Campioni/Eurolega) e dell'assoluzione del servizio militare. In realtà quell'anno Frazier pagò lo scotto del noviziato con un' annata non trascendentale e Bradley, avendo mancato tutta la preseason perchè impegnato con lo "Zio Sam", trovò spazio solo da metà stagione presenziando in 45 gare per 20 minuti scarsi di media, anch'egli senza lasciare segni profondi. Reed e l'esperto Barnett riuscirono comunque a pilotare quei Knicks oltre il 50% di vittorie (43-39) e fino alla qualificazione per i playoffs. I Pistons, nonostante la presenza di un campione assoluto come Dave Bing, forse la prima “combo guard” della storia NBA, nonchè di Dave DeBusschere, chiusero a 40 vinte e 42 perse, sufficienti a tenere alle spalle i Royals di Oscar Robertson (39-43) ed i Baltimore Bullets, solo 36 vinte ma con l'onore di aver tenuto a battesimo l'esordio del “Rookie of the Year” Earl Monroe, talento debordante e giocatore di culto passato alla Storia come "The Black Jesus".
Ad Ovest la sorpresa più eclatante, come detto, fu il primo posto degli Hawks all'ultima recita sul palcoscenico di St.Louis prima di passare ad Atlanta: Lenny Wilkens centrò una grande annata con 20 punti e 8 assist abbondanti a partita. Una grossa mano a Wilkens arrivò da "Big Z", Zelmo Beaty, un centro dal QI cestistico fuori scala che, nonostante apparisse svogliato nel suo incedere altezzoso e quasi distratto, era terribilmente concreto quando doveva prendere posizione, andare a rimbalzo o correggere a canestro. Altri protagonisti di quel campionato degli Hawks furono Paul Silas (segnatevelo, ovviamente) e Lou Hudson, al secondo anno. Subito dietro si piazzarono i Lakers, riemersi dalle secche di una stagione sotto al 50% e per la prima volta con i per noi usuali colori gialloviola. Gli “angeleni” continuavano a patire l'atavica mancanza di un centro dominante e il pur volenteroso ex-Celtic Mel Counts con la sua predilezione per il tiro da fuori non poteva certo rappresentare la risposta al problema. Dopo un inizio stentato gli arrivi di Erwin Mueller e Fred Crawford garantirono maggiore profondità e rapidità alla panchina, qualità questa che veniva clamorosamente a mancare ogniqualvolta West e Baylor erano chiamati a riposare per qualche minuto. Va da sè che con quei due fenomeni (anche se il primo fu ancora una volta condizionato dagli infortuni che lo costrinsero a saltare ben 31 gare di regular season) il traguardo dei playoffs non poteva essere proibitivo, soprattutto nel non trascendentale Ovest. Il sophomore Archie Clark, guardia da 19 punti comodi ad allacciata di scarpe non fu certo estraneo al netto cambiamento di rotta dei suoi. Alla postseason si qualificarono anche i San Francisco Warriors e i Chicago Bulls, questi ultimi con un poco decoroso record di 29-53 e una carenza di talento offensivo solo parzialmente limitata dalla vena realizzativa del positivo Bob Boozer. Nulla di buono dalle due franchigie neonate, Seattle e San Diego. Anzi, San Diego qualcosa di buono partorì, dando i natali cestistici da professionista ad un ventiduenne dall' Università di Kentucky, non un campione ma cervello fino: Pat Riley.
Alla vigilia dei playoff gli addetti ai lavori si schierarono in maniera piuttosto compatta con i Sixers, ma il Trifoglio non aveva certo l'intenzione di farsi condizionare dai pronostici. Sam Jones ebbe a dire in seguito che “Credevamo di avere ancora qualcosa da dire, e poi avevamo Bill con noi. Finchè lui stava bene non mi sarei preoccupato”. Al primo turno i biancoverdi si trovarono di fronte i Pistons che avevano si tra le loro fila la temibile coppia Bing-DeBusschere, ma a due “cagnacci” come Russell e Howell potevano contrapporre solo "Happy" Hairston (peraltro arrivato a stagione ampiamente iniziata), difensore e rimbalzista di ottimo livello ma non certo in grado di sovrastare i temibili avversari. In pratica l'unico lungo "vero" era il durissimo ma non certo talentuoso Joe Strawder.
Tuttavia coach Donnie Butcher e i suoi ragazzi vendettero cara la pelle provocando più di qualche brivido di freddo nella schiena dei tifosi di "Beantown": dopo una gara 1 giocata in scioltezza e vinta al Garden per 123-116, Boston prese due sonore scoppole, la prima addirittura in casa (116-126, poi 98-109). Vecchi, sfavoriti per la vittoria finale, sotto 2-1 in semifinale di Division con un Bing scatenato che a fine serie avrebbe sfiorato i 30 punti di media (28.2). Una squadra “normale” si sarebbe forse sfaldata. Ma non “quella” squadra, soprattutto non Johnny Havlicek. Russell corse ai ripari inserendo l'ex Sesto Uomo più forte di ogni epoca in quintetto e Hondo ripagò il coach con 35 confetti in gara 4 a Detroit per il sonante 135-110 finale. Ma il numero 17 non aveva ancora finito e, per conquistare il 3-2 casalingo nella partita decisiva (110-96) piazzò un'altra accelerazione fermando il contachilometri a 31. Negli spogliatoi della Cobo Arena, quella sera, all "Aquila Con La Barba" fu recapitato un biglietto che lo informava della vittoria dei Sixers. Questo avrebbe significato un'altra sfida con Chamberlain: “Sarà diverso”, commentò laconicamente.
Phila, dal canto suo non arrivò allo scontro diretto con il vento in poppa: i Knicks li impegnarono allo strenuo per le prime quattro partite, soccombendo poi con l'onore delle armi alla sesta. Inoltre Billy Cunningham durante gara 3 si fratturò un polso, terminando anticipatamente la propria stagione. Ed eccoci alla rivincita, quella che per molti era la vera finale di quell'anno. L' esordio fu trionfale: 127-118, "Hondo" ancora sugli scudi (35 punti) seguito a ruota dagli scudieri Sam Jones (28) e Bailey Howell (24). Era il 5 aprile del 1968, due ore dopo la morte del Nobel per la Pace Martin Luther King. Le due squadre decisero di giocare ugualmente, posticipando di cinque giorni il prosieguo della serie perchè la data del funerale era ancora incerta. A tutti sembrò che questo tragico fatto di cronaca giocasse a favore della squadra più “vecchia”, autorizzata a un riposo supplementare. Purtroppo i Sixers non furono dello stesso avviso e infilarono tre vittorie consecutive, due delle quali al Garden, 115-106 e 110-105, intervallate da una affermazione casalinga (122-114). Nessuno era mai “risorto” da 1-3 in un turno di playoff e di fronte c'erano i campioni in carica. Era quanto di più simile ad un vicolo cieco si potesse immaginare. Prima di gara 5 Havlicek e Embry vergarono sulla lavagna dello spogliatoio la parola “PRIDE” perchè tutti la vedessero. Forse non furono quelle cinque lettere a scuotere l’orgoglio, forse la classe dei biancoverdi era di per sè sufficiente a garantire una reazione dirompente, fatto sta che i tifosi assiepati sulle gradinate dello Spectrum di Philadelphia videro le loro urla “i Celtics sono morti, la dinastia è finita” strozzarsi in gola mentre ingoiavano un boccone molto amaro. Il numero 17 non era solo abile a motivare i suoi nella "locker room", a quanto pare: rimase in campo per 48 minuti filati durante i quali il ragazzo smazzò 10 assist...ah, e mise i soliti 29 punti. Sanders ricorderà in seguito di come Boston giocò il pick'n’ roll in maniera quasi ossessiva, senza che gli avversari riuscissero a metterci una pezza: Russell bloccava a turno per Havlicek e Sam Jones, costringendo Chamberlain a cambiare, cosa che Wilt non amava. Fu 122-104 con la chance di impattare sul 3-3 nella partita successiva a Beantown. La missione fu felicemente completata (114-106), ma rimaneva lo scoglio più duro: perfezionare il miracolo andando ad espugnare ancora una volta (la terza) il fortino dei Sixers. La contesa fu tiratissima, nessuna delle due squadre riuscì mai a prendere il sopravvento e i secondi finali furono da infarto: sotto per 98-96 i padroni di casa si aggiudicarono una palla a due e Chet Walker provò il tiro, stoppato da Russell. Hal Greer conquistò il possesso e provò il jumper cogliendo il ferro. Il rimbalzo di Bill aprì la strada agli ultimi due punti degli ospiti, 100-96 il finale. Wilt, che nella stagione successiva avrebbe salutato la “Città dell’Amore Fraterno” per trasferirsi al sole della California, deluse, e non poco. La “macchina da punti” tentò solo 2 volte la conclusione, facendo mancare quasi totalmente il suo apporto offensivo.
E così la banda di vecchietti approdava ancora una volta in finale, e ancora una volta contro i Lakers. Questi avevano “asfaltato” Bulls e Warriors (4-1 e 4-0) e dal 13 aprile attendevano di sapere chi sarebbe stato l'avversario da battere in finale. La serie tra Celtics e Sixers terminò il 19 e gara 1 delle Finals era prevista per il 21. Insomma, era necessaria un'altra impresa, l'ennesima, nonostante il fattore campo a favore. L'inizio di gara 1 fu subito in salita, ma Boston trovò energie insospettate, rimontando nel secondo tempo un ritardo di 15 lunghezze fino ad andare a vincere per 107-101.
Eroe di giornata fu il “garbageman” Howell, con 20 punti messi a segno, seguito da coach Russell, 19 e 25 rimbalzi . A nulla valsero i 25 di West che, ad ogni buon conto andò fuori giri con un tragico 1/9 dal campo nel quarto periodo e di fatto aprì la strada al 26-16 con cui i biancoverdi misero la freccia. Il 24 aprile si replicò ed ancora una volta, come si conviene a una Finale che si rispetti, il risultato restò a lungo in bilico, nonostante la stanchezza dei padroni di casa e un West in gran spolvero. All'intervallo lungo si era in perfetta parità, 54-54, ma i gialloviola in apertura misero in piedi un parziale di 11-0 che consentì loro di vincere con relativa facilità per 123-113. "Mister Clutch" concluse con 35 punti, Baylor con 23 ed a poco servirono i 24 di Havlicek e i 20 di “Nellie”. Howell, determinante in gara 1, uscì per falli fermandosi a 15. Via con il trasferimento in California, dunque, con l'unico imperativo di strappare una W per riprendersi il fattore campo. I Celtics affrontarono l'impegno del terzo incontro con sublime concentrazione, presentandosi all' intervallo lungo con una fenomenale prestazione balistica collettiva: un 55% dal campo che mise presto la parola fine alle speranze dei californiani. Alla fine ben quattro giocatori scollinarono quota 20: Havlicek (27), Siegfried (26), Coach Bill (25...e 16 rimbalzi) e Sam Jones (20). I soliti West e Baylor (61 in due) poterono solo prendere atto del 127-119 finale che riconsegnava l'inerzia nelle mani degli arcirivali.
Come spesso accade in questi casi dopo una vittoria dispendiosa arriva un calo di tensione: i Lakers in gara 4 ebbero buon gioco, complice Russell limitato a soli 2 canestri dal campo, e vinsero con un largo 119-105. All'epoca la formula delle Finals non prevedeva le tre partite consecutive casalinghe per la squadra che non ha il vantaggio del campo, per cui la quinta si giocò al Garden e si rivelò un’autentica battaglia: ad inizio quarto periodo il Trifoglio si portò in vantaggio per 14 lunghezze, ma gli avversari rimontarono punto a punto fino a concludere in parità i tempi regolamentari. Eroi dell'overtime furono Havlicek e Nelson, che “combinarono” 9 punti in due. “Hondo”, inoltre, infilò anche il canestro decisivo a 38 secondi dalla sirena, “griffando” una prestazione magistrale. Passata la paura, le cose si erano messe al meglio; nella peggiore delle ipotesi ci si sarebbe giocati il match-point tra le mura amiche, ma tanto valeva provare ad anticipare la festa, e così fecero i Celtics. La logica avrebbe voluto una compagine gialloviola assetata di sangue per tentare il tutto per tutto alla successiva occasione, ma Boston si presentò in campo con la concentrazione al massimo e non ci fu storia: 70-50 all'intervallo e planata finale fino al 124-109, punteggio figlio dei 40 del solito Havlicek (14/28 dal campo e 12/12 ai liberi), dei 30 di Howell e dei 19 rimbalzi di Russell.
I festeggiamenti di rito suonavano come un incubo per chi aveva sperato che la Dinastia fosse finalmente morta e sepolta, ma i “vecchietti” erano tornati, avevano ancora una volta frustrato le certezze dei Sixers e le speranze dei Lakers. E non era ancora giunto il momento dei titoli di coda...





Commenti
Vorrei anche ricordare a tutti i lettori la profondità del progetto Storia che trovate solo su I Am A Celtic (e nemmeno nel sito ufficiale della squadra): cronache di ogni annata, biografie dei protagonisti, resoconti delle partite più belle, il tutto corredato da fotografie che si riferiscono esattamente al periodo in esame. La prova? Basta posizionare il cursore sopra un'immagine ed aspettare che appaia il nome del file...
Certo, Il Big Three attuale non ha vinto 8 titoli consecutivi come fecero Russell e Sam Jones ma le "accuse" da parte degli addetti ai lavori di essere "vecchi e stanchi" cominciano ad aleggiare minacciose attorno a Boston...
Vedremo, magari finisse allo stesso modo quest'anno...
Ah poi o siete tutti giornalisti o dove cavolo avete imparato a scrivere cosi' bene, perche' c'e' la fusione del report giornalistico con il racconto della storia, non esattamente una cosa semplice rendere il tutto scorrevole e non perdere il filo del discorso.
Poi un giorno si scoprirà che siete tutti professori di lettore con la toga celtica
Quoto sino all'ultima parola...
e poi è noto..gallinavecchia fa sempre buon brodo
Complimenti al "chimico" Merendi...bellissimo il suo articolo.
Cal
Azzeccatissimo il titolo dell'articolo, visto che questa squadra di orgoglio e di voglia di vincere ne aveva da vendere.
Una cosa sul Coach: in gara 6 partì con Sam Jones ala, cosa che spiazzò Van Breda Kolff e che permise di chiudere a + 20 all'intervallo e quindi virtualmente di chiudere la serie.
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