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La regular season si trascina stancamente verso il suo epilogo, e nell'attesa dell'adrenalina fornita dai playoffs "energizziamoci" con le consuete pillole di "Junk Shot": le uniche pasticche prive di controindicazioni, a patto che non si tifi Lakers...
“I AM A D.J., I AM WHAT I PLAY”
Una delle più grosse ingiustizie cestistiche verrà sanata il prossimo 13 agosto quando Dennis Wayne Johnson entrerà idealmente - e finalmente – nel “pantheon” dei più grandi del basket, la Hall of Fame di Springfield, Massachusetts. Alla base del “ritardo” motivazioni un po’ bigotte per le quali non voglio perdere usare neppure una goccia di inchiostro virtuale, dopo che ne sono state sprecate tonnellate. Voglio ricordare il D.J dei canestri, quello che spinse Larry Bird a dire “è il migliore col quale abbia mai giocato”. E già questo avrebbe dovuto essere un “pass” sufficiente per ogni museo dei canestri. Quando arrivò a Boston nel 1983 si presentò come “il buffo ragazzo nero dai capelli rossi e le lentiggini”, definizione che, nonostante per un nero fosse decisamente inusuale, gli procurò immediate simpatie tra i tifosi bostoniani. In questa “pillola” di Junk Shot non eviterò di ripetere la fiaba sulla sua capacità di giocare meglio nelle partite che contavano di più, o quella di segnare i canestri decisivi. Lo ricorderò con due istantanee: la prima mentre in una gara di Finale NBA un arbitro va a sbattere contro di lui e D.J. finge che il contatto gli faccia perdere l’equilibrio. Tensione? Cos’è? La seconda fotografia è quella della sua routine di tiro libero: prima faceva ruotare velocemente la palla su sé stessa lanciandola dall’altezza del petto a quella degli occhi, poi palleggiava una, due, tre, otto, quattordici volte, una per ogni campionato NBA disputato. Grandissimo.UN RONDO A PRIMAVERA
L’NBA tiene conto delle “triple doppie” solo dalla stagione 1979-80, giusto in tempo per l’anno da rookie di Larry Bird, quindi. Ed infatti, come ricordato in passato, “Larry Legend” è il Celtic che ne ha ammassate di più, ben 69 con un anno record – il 1985-86 – da 13. Il secondo in graduatoria è Antoine Walker: nei suoi otto campionati in maglia biancoverde ha raggiunto le quota 13 triple doppie. Ad inizio campionato il terzo in classifica era Paul Pierce con 6, ma per risalire all’ultima occasione in cui nella stessa partita aveva raggiunto o superato quota 10 in tre diverse categorie (escluse le palle perse) si doveva fare un salto all’8 marzo 2006, quando i suoi 31 punti, 10 rimbalzi e 12 assist avevano guidato Boston alla vittoria su Philadelphia. Rajon Rondo ha cominciato a cimentarsi nell’arte della “tripla doppia” solo nella passata stagione. Ottenuta la prima “combinata” il 13 dicembre 2008 contro Indiana, si è poi scatenato ottenendone un’altra contro Dallas e poi tre nei playoffs. Il 10 gennaio, nella vittoria a Toronto ha agganciato Pierce al terzo posto in graduatoria, e poi il 24 marzo scorso contro Denver ha “messo la freccia” realizzando 11 punti, catturando 11 rimbalzi e distribuendo 15 assist. In prospettiva playoffs c’è da augurarsi che, come nella passata stagione, sia l’aria di primavera a risvegliare le doti di Rajon…
IL BARRON RAMPANTE
Per chi segue l’NBA il nome di Earl Barron non è proprio una novità. Dopo aver pattugliato l’area per l’Università di Memphis, Barron aveva giocato in Turchia e nelle Filippine per poi trovare discreto impiego nei disgraziati Miami Heat 2007-08 (15 vinte e 67 perse). In quell’estate era stato in procinto di passare alla Fortitudo Bologna di Dragan Šakota, ma i medici della società felsinea avevano annullato il contratto dopo che il giocatore aveva subito un serio infortunio alla caviglia destra. E senza di lui la squadra bolognese aveva finito per retrocedere… Da allora per Earl tanta NBDL finchè i Knicks, a seguito degli infortuni patiti da Al Harrington e Tracy McGrady, non lo hanno chiamato: dopo aver fatto registrare 10 punti e 6 rimbalzi nella vittoria esterna sui Clippers, il… “Barron Rampante” ha messo assieme 17 punti e 18 rimbalzi (OTTO in attacco) contro gli
“abuliCeltics”. Bravo lui, che si sta giocando al meglio questa opportunità…e vergogna a Boston.
RONDOMETRO
Nella stagione svogliata e “vecchiosa” di molti Celtics sono passati quasi sotto silenzio i numeri da record di Rajon Pierre Rondo. Il “trottolino” di Louisville, ormai lo sappiamo tutti, guida l’NBA nei “furti” di pallone a 2.4 di media ed è quarto negli assist: i suoi 9.8 di media sono inferiori solo agli 11 di Nash, ai 10.7 di Paul ed ai 10.6 di Deron Williams con Jason Kidd ottimo quinto a 9. Sappiamo anche che ha abbondantemente sorpassato il record stagionale degli assist in “casa Celtics” stabilito nel 1960 dal leggendario di Bob Cousy con 715 assistenze. Forse però sfugge la portata di questo primato: in quella stagione i Celtics tirarono quasi novemila volte, mentre nella stagione che va a terminare Boston ha da poco “scollinato” quota seimila. Per rendere meglio l’idea, Cousy propiziò il 19.1% dei canestri segnati da quei Celtics, mentre Rajon è stato il “distributore finale” nel 25.9% delle realizzazioni bostoniane. Grande Rajon, sempre più “metronomo” della musica biancoverde. Almeno in attacco.
PERKINS…UONA LA CAMPANA
Si fa accesissima la lotta per la corona di miglior tiratore dell’NBA, e Kendrick Perkins si fa sentire: a seguito di alcune prestazioni “sotto il par” era stato scavalcato da Dwight Howard in testa alla speciale classifica, ma con un parziale di 19 su 27 (70.3%) nelle quattro partite di inizio aprile aveva riacciuffato il primo posto. Poi il colpo di coda del numero 12 dei Magic che, approfittando dello 0 su 4 al tiro fatto registrare fa “Perk” a Milwaukee, si è riportato al comando tirando 18 su 24 nelle due partite con New York e Washington. 60.8% per Howard, quindi, e 60.3% per Kendrick, una “volata finale” con il centro di Orlando in leggero vantaggio e, se dobbiamo dirla tutta, più meritevole di Perkins della corona in quanto tenta in media 10 tiri ad allacciata di scarpe contro i 6.8 del “Perk”. Anche se la regola è chiara: per qualificarsi il minimo sono 300 tiri segnati, ed il nostro texano ne ha messi a segno 313…
MILLETRECENOTRENTATRE’ PER IL DON
Sono passati poco più di 33 anni da quando un ex-giocatore dei Celtics si sedette per la prima volta su una panchina NBA come allenatore. Il 23 novembre 1976 Don Nelson era succeduto a Larry Costello alla guida dei Milwaukee Bucks in piena ricostruzione dopo la cessione di Kareem Abdul-Jabbar. La prima partita? Proprio contro l’ex signor Lewis Alcindor: una sconfitta per 114 a 117 per mano dei Los Angeles Lakers. 2,393 partite di regular season dopo, Don è riuscito a superare il record NBA per vittorie da coach raggiungendo il successo numero 1,333 nel successo dei suoi Golden State Warriors sui Minnesota Timberwolves del 7 aprile scorso. Almeno una piccola soddisfazione nella travagliata stagione di “Nellie”, che tra regular season e playoffs ha diretto dal “pino” un totale di 2,560 partite! Perché i suoi metodi potranno piacere o meno, ma una tale longevità merita senz’altro un applauso.
MISTER SMITH
Qualche mese fa, lavorando sulla Storia dei Celtics, mi sono riguardato la famosa quinta partita del primo turno di playoffs 1991 contro Indiana: avete presente? Larry Bird che cade faccia in avanti e poi rientra per guidare i Celtics alla vittoria…Bene, rivedendola mi colpì un'altra piccola storia, quella di una guardia/ala di talento che brutti problemi al ginocchio sinistro stavano inesorabilmente portando alla fine della carriera. Qualche anno prima Derek Smith era sembrato sulla strada giusta per l’All Star Game, dopo un titolo universitario nel 1980 con Louisville ed una stagione da 22 punti a partita ai Clippers. Una serie di infortuni al ginocchio sinistro aveva rallentato la sua corsa, e quando era arrivato a Boston era ormai a fine carriera. Nelle prime quattro sfide di quella serie Derek aveva giocato un totale di 19 minuti, ma in quella partita coach Ford lo mise in campo presto e lui rispose da campione: entrò al posto di Kevin Gamble nel primo quarto con il compito di limitare Chuck Person, autore di 7 punti nei primi minuti. Derek non solo “rallentò” il tiratore avversario, ma in quella frazione mise a segno 8 punti (12 nella partita) rintuzzando l’assalto dei Pacers e “preparando il terreno” per gli exploit di Bird. Derek Smith giocò solo 102 minuti con la maglia numero 43 dei Celtics, ma furono sufficienti ad entrare nel cuore dei tifosi. Quando il ginocchio semidistrutto lo costrinse al ritiro, la sua etica di lavoro gli fece trovare un posto tra gli assistenti allenatori dei Washington Bullets. Ed è come assistente allenatore di Wahington che se ne andò il 9 agosto 1996 al largo delle isole Bermuda mentre era in crociera assieme alla squadra. Un infarto a 34 anni. Il figlio Nolan, 8 anni, vide il padre riverso sul ponte della Dreamward e lo prese per mano: “Svegliati, papà, svegliati”. Nolan è cresciuto, e quando a guidarlo non era il ricordo del padre, c’erano sempre presenti suoi ex-compagni di squadra o amici come Johnny Dawkins (dal quale ha acquisito la passione per i Blue Devils) e John Starks. Derek Smith nella Finale NCAA 1980 aveva infilato due tiri liberi decisivi per il titolo: trent’anni dopo suo figlio Nolan Derek Smith vincendo un titolo universitario con Duke ha fatto sorridere papà. Ovunque sia.
NCAA RAJONALS
Pare che dopo l’eliminazione dei Jayhawks di Kansas Rajon Rondo abbia dato la stura ad un po’ di sano trash talking in spogliatoio, sottolineando i risultati dei “suoi” Kentucky Wildcats mentre il capitano masticava amaro. Almeno fino alla "doccia fredda" con West Virginia: alla fine in casa Celtics l'unico a sorridere è stato Shelden Williams, prodotto di Duke.
873 VOLTE IN VERDE
Uno degli aspetti negativi legati all’età è l’aumento degli infortuni, uno di quelli positivi è la messe di record che arriva quasi senza rendersene conto. La partita persa a Salt Lake City il 22 marzo per Paul Pierce è stata la numero 873 di regular season in maglia biancoverde, numero che gli ha permesso di sorpassare Don Nelson all’ottavo posto nel computo ogni epoca della Franchigia. Adesso nel mirino di “The Truth” c’è Sua Maestà Larry Joe Bird con le sue 897 gare, ma visto che alla fine di regular season mancano ormai poche gare l’assalto alla settima posizione è rimandato al prossimo campionato. Ecco la graduatoria:
· John Havlicek 1,270 games
· Robert Parish 1,106 “
· Kevin McHale 971 “
· Bill Russell 963 “
· Bob Cousy 917 “
· “Satch” Sanders 916 “
· Larry Bird 897 “
· Paul Pierce 883 “
IL RUGGITO DEL LEON
Certo che faceva un po’ di tristezza a vederlo tirare col 40%, quando a Boston era una sicurezza oltre il 50. Intendiamoci, la media di un rimbalzo ogni tre minuti e 15 secondi non era male, per fare un paragone Glen Davis ne cattura uno ogni 4 minuti e 20 secondi e Kevin Garnett uno ogni quattro minuti. Ma il contributo offensivo di Leon Powe dal rientro in campo del 25 febbraio scorso era stato poco incisivo. Poi la gara interna con Detroit, 16 punti e 7 rimbalzi in 21 minuti di gioco: nonostante dopo quell’exploit Leon sia stato nuovamente messo in fondo alla panchina, è bello vedere che è tornato. Anche se con un’altra maglia.
DICA 33
Povero Steve. Ha vinto due titoli, ai Celtics, e viene ricordato solo come “l’ultimo ad aver usato il numero 33 prima di Larry Bird”. A dire il vero Steve Kuberski a Boston ha utilizzato anche la maglietta numero 11 nella prima delle due “apparizioni” all’ombra del Trifoglio. E’ infatti l’unico nella storia della Franchigia (assieme ad Antoine Walker) ad aver giocato ai Celtics, ad essere passato ad altra squadra e quindi ad essere tornato in biancoverde. Con tempismo peraltro eccezionale: subito dopo aver vinto il titolo nel 1974 Auerbach lo lasciò “sprotetto” nel draft di espansione per l’arrivo nell’NBA della franchigia di New Orleans. I Jazz lo presero immediatamente, salvo poi girarlo a Milwaukee dove rimase per un campionato. Scaricato dai Bucks e poi dai Braves, venne riacciuffato da Boston l’11 dicembre 1975, giusto in tempo per vincere un altro titolo con Cowens ed Havlicek. E quei due titoli se li meritò abbondantemente non solo per le sue doti cestistiche, ma anche per la sua tenacia “fuori scala” testimoniata dalle parole di Frank Challant, trainer della squadra del 1976: “Ricordo che nella serie contro Cleveland Steve subì una frattura esposta all’anulare della mano destra, quella con cui tirava. Ma si fece proteggere la zona e continuò a giocare, non permettendo al dolore intenso di tenerlo lontano dal parquet”. Altri tempi, anni luce dalla realtà odierna dei giocatori che saltano le partite a causa di “mal di gola”, “piede dolorante” o “sintomi influenzali”… Oggi Steve vive a Winchester, paesino a 12 chilometri da Boston, assieme alla moglie Diane. A 62 anni sta contemplando l’idea della pensione dopo 8 anni di NBA e 25 da imprenditore. "Bert" (questo era il suo soprannome ai Celtics) è infatti il proprietario della Pro-Quip Inc., una ditta con base a Woburn che produce armadietti e materiale per stoccaggio e che ha fornito anche il Conte Forum (“casa” di Boston College) ed… il TD Banknorth Garden! Del resto Red Auerbach non dimenticava mai i suoi ragazzi…ed indovinate qual è il “logo” della Pro-Quip Inc.? Esatto, due magliette verdi col numero 11 ed il numero 33…




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Cal
I PO mi smentiranno, ma non mi pare che per Powe ci possa essere altro se non un impiego di nicchia, perchè Shaq, Ilga, Varejao e Hickson mi sembrano davanti a lui e Jamison offre una dimensione diversa.
Quanto alle partite di Pierce, vedremo le scelte contrattuali in estate, ma se volesse davvero chiudere la carriera a Boston, un rinnovo potrebbe portarlo a minacciare davvero il secondo posto di Parish: Hondo? Direi irraggiungibile!
L'evolversi dei sistemi contrattuali NBA (free agents, salary caps, ecc.) credo faccia sì che il record di Hondo rimmarrà tale nella notte dei tempi.
Per quanto riguarda Pierce molto dipenderà dal risultato di questi PO: non credo Ainge e la proprietà siano disposti ad offrire un rinnovo sui 40/mln x 3 anni in caso di fallimento viceversa credo il giocatore possa avere pretese in tal senso, ergo non raggiungerà Bill Russel al 4° posto in classifica.
Leon Powe è un giocatore che avrei voluto vedere solo con la maglia verde ma il business ha fatto sì che la sua strada e quella dei Celtics divergessero: mi è spiaciuto molto ma me ne faccio una ragione. Gli auguro ogni bene, non solo nella sua carriera di professionista NBA.
Rondo ha la concreta possibilità di superare Walker in classifica, mentre Bird è inarrivabile.
DJ nella HoF non era neanche quotato, solo una questione di tempo... e questo tempo è finalmente arrivato, peccato sia arrivato postumo.
su DJ sottolineo che fu l'unico in grado di limitare Magic e che, pur giocando in un ruolo non suo, si inserì perfettamente nel meccanismo dei Celtics di KC Jones.
mi fa piacere leggere di Derek Smith, un grande talento sfortunato, ma che fu in grado di ritagliarsi un posto nella storia dei Celtics.
a dirla tutta, il logo della Pro-Quip non entrerà mai nella storia della grafica pubblicitaria, però testimonia di come Kubersky sia Celtic fino al midollo.
Ripropongo i soliti complimenti perchè è difficilissimo scovare tutti i mesi 9-10 aneddoti gustosi.
PS: Si, ragazzi, daccordo l'affetto e l'ammirazione per un piccolo grande eltic come fu Kuberski, ma come logo "commerciale" non si può guardare
Condivido anche se, tutto sommato, il logo deve "catturare il target" e se quest'azienda produce armadietti, ecc. non deve preoccuparsi di cosa pensano i clienti di McDonald o di Colgate del suo logo.
Io credo che per il momento l'unico che potrà raggiungere Hondo sarà proprio Rondo...e non per il gioco di parole, ma per ciò che sta dimostrando...spero di non sbagliarmi, ma se rimane tutta la carriera con noi lo può minacciare...
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