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La polvere comincia a posarsi dopo la grande battaglia tra proprietari e giocatori NBA, e possiamo tentare una prima analisi della situazione. Il dato che balza chiaramente all’occhio è che l’unica voce del precedente CBA (Contratto Collettivo di Lavoro) ad essere stata modificata pesantemente è la divisione della “torta”: la quota del “BRI” (Basketball Related Income, circa 4 miliardi di dollari all’ultimo conteggio, dicono i proprietari) spettante ai giocatori passa dal 57% al 50% (51,15% per il prossimo anno, dal 2013 al 51% in caso di bilancio in attivo e 49% in caso di bilancio passivo). Per qualche addetto ai lavori il 51,15% “spuntato” dalla NBPA è una vittoria dei giocatori, in realtà non bisogna dimenticare che la soluzione è provvisoria e negli anni a venire la fetta del BRI tornata in mano agli “owner” sarà del 7/8% (a seconda del bilancio della lega).
La drastica riduzione della parte spettante ai giocatori conferma quanto gli esperti del settore avevano previsto nell’estate: la “battaglia” è stata vinta da Stern e dai proprietari che dopo aver “sparato alto” all’inizio sono comunque riusciti a recuperare molte delle concessioni fatte alla controparte nel corso degli ultimi rinnovi del CBA. Forse con un atteggiamento più conciliante nella forma (seppure non nella sostanza) l’NBA avrebbe potuto ottenere lo stesso risultato senza essere costretta ad annullare 16 delle 82 partite stagionali, ma non va dimenticato che i due fronti erano decisamente spezzati con i proprietari divisi tra “grandi e piccole piazze” e gli atleti separati dal numero di zeri dei rispettivi contratti, e che Stern doveva rappresentare anche la parte più “fondamentalista” degli “owner”, quelli a cui saltare la stagione avrebbe portato benefici.
Alla fine l’Associazione Giocatori lascerà sul piatto approssimativamente 270 milioni di dollari l’anno, circa 9 di media per ognuna delle franchigie partecipanti al campionato. In realtà a godere dei benefici del nuovo accordo saranno le realtà maggiormente in difficoltà come Charlotte e Milwaukee che potranno contare su maggior “ossigeno” senza necessariamente investire in giocatori per migliorare la classifica. Ma è chiaro a tutti che a questo punto gli “owner” possono permettersi di gestire il “giocattolo” in maniera scriteriata e poi far pagare i loro errori ad atleti (direttamente in fase di rinnovo dell’accordo collettivo) e tifosi (indirettamente, privandoli dello spettacolo delle partite).Tra le “sparate” estive dei proprietari una delle più eclatanti era senz’altro la richiesta di un “hard cap”, ovvero di un tetto salariale non flessibile. Proprio su queste pagine avevamo espresso le nostre perplessità sulla reale esigenza di un “hard cap” da parte dell’NBA: in passato la lega aveva infatti sempre preservato la “morbidità” del tetto per evitare che gli atleti cambiassero squadra ad ogni fine contratto “uccidendo” così il senso di immedesimazione dei tifosi nei loro idoli sportivi. Le eccezioni – “Bird exception” in primis – erano nate proprio con quello scopo di limitare i movimenti, perché mai Stern avrebbe dovuto invertire la rotta? Ed infatti l’idea di un “hard cap” si è sciolta come neve al sole, dimostrandosi solo una delle tante “minacce” messe in piedi dalla lega per schiacciare l’Associazione Giocatori. La creazione di regole che favoriscono i rinnovi contrattuali degli atleti in uscita dal “rookie contract” e penalizzano i giocatori che vogliono cambiare squadra dimostrano come l’NBA non abbia mai cambiato rotta e come le sue minacce estive erano in parte fumo negli occhi dell’Associazione Giocatori per creare un quadro apocalittico che li costringesse ad accettare condizioni comunque per loro “sanguinose”.
Il “cap” resta “morbido”, quindi, anche se le “exception” vengono leggermente rivedute e corrette per favorire la firma degli atleti senza contratto da parte delle squadre con un monte salari limitato. Rimangono attive le eccezioni per giocatore infortunato (possibilità di firmare un atleta al 50% del valore del contratto in essere con il giocatore il cui infortunio non è curabile entro la fine della stagione) e la “Traded Player Exception”, mentre le “Mid Level Exception”sono state legate alla situazione salariale della squadra: se una franchigia “viaggia” nella “zona rossa” della “Luxury Tax” (come i Celtics, ad esempio) potrà firmare i free agent ad un massimo di 3 milioni di dollari per un massimo di tre anni, se si trova nella “terra di mezzo” tra tetto salariale e luxury” può permettersi contratti massimi da quattro anni per 5 milioni, se invece naviga sotto il salary cap, una volta che lo ha “riempito” può caricarci sopra ancora un contratto ha diritto da 2,5 milioni massimi per due anni.
Un aspetto importante del nuovo accordo è senza dubbio la modifica delle regole nei meccanismi di scambio dei giocatori. Dove in passato la regola per tutte le squadre sopra il cap – sia nella “terra di mezzo” tra “cap” e “luxury” sia nella zona rossa della “luxury” – prevedeva la possibilità di scambiare giocatori il cui contratto non doveva differire di più del 25% (+ 100,000 $), da oggi l’NBA viaggia a “due velocita”: mentre le squadre nella “zona rossa” infatti continuano ad operare secondo le vecchie regole, quelle al di sotto della “luxury tax” possono portarsi a casa un atleta o con contratto superiore del 50% (+ 100,000 dollari) o allo stesso valore del contratto dell’atleta ceduto (+ 5 milioni di dollari), quale delle due opzioni sia inferiore.
Anche qui facciamo un esempio per rendere più comprensibile la situazione:
In precedenza parlavamo dei rinnovi di contratto, sottolineando che in futuro saranno favoriti i rinnovi con la squadra di appartenenza a scapito delle “fughe” di free agent. Nello specifico le “stelle” in uscita da un contratto lungo potranno godere di un rinnovo con un primo anno pari al 30% del tetto salariale e non più al 25% (norma già battezzata “Rose Rule”), mentre quelli che “forzano” uno scambio potranno aspirare al massimo ad un rinnovo triennale col 4,5% di aumento (regola denominata “Melo Rule”).
Limitando la libertà di manovra dei giocatori (“prendete meno soldi se “forzate” lo scambio) ed aumentando invece quella dei general manager l’NBA si garantisce maggior stabilità e toglie il “pallino del comando” dalle mani di atleti ed agenti: di fatto, in futuro, se Carmelo Anthony vorrà andare a New York lo farà nella consapevolezza che il contratto firmato ai Knicks sarà meno ricco e più corto di quello che avrebbe potuto concludere a Denver. Allo stesso tempo diminuirà il numero degli atleti “cap fodder”, quelli inseriti nelle trade solo per far quadrare i conti e poi subito “mollati” dalle nuove squadre, ed anche questo fattore avrà benefici influssi sia sugli atleti di seconda schiera che sulle società.
Le “pene” nei confronti delle franchigie che entrano nella “Luxury Tax” sono state inasprite: dove in passato chi si avventurava nella “zona rossa” pagava un dollaro per ogni dollaro di sforamento, oggi la tassa è stata aumentata ad 1,5 $... ma solo per uno sforamento minimo entro i 5 milioni. Il front office che in stipendi supera la soglia fatidica per più di 5 milioni e meno di 10 pagherà una tassa di 1,75 $ per ogni dollaro di sforamento, e via così a scaglioni:
Sforamento fino a 5 milioni tassa di 1,50 $ per ogni dollaro di sforamento,
Sforamento da 5 a 10 milioni tassa di 1,75 $ per ogni dollaro di sforamento,
Sforamento da 10 a 15 milioni tassa di 2,50 $ per ogni dollaro di sforamento,
Sforamento da 15 a 20 milioni tassa di 3,25 $ per ogni dollaro di sforamento,
Sforamento da 20 a 25 milioni tassa di 3,75 $ per ogni dollaro di sforamento,
Sforamento da 25 a 30 milioni tassa di 4,25 $ per ogni dollaro di sforamento,
Ed avanti in questo modo con scaglioni di 5 milioni di dollari e 0,50 $ di incremento.
Per fare un esempio concreto, se queste regole fossero state in vigore nella stagione scorsa le squadre in zona “Luxury” avrebbero pagato le seguenti tasse:
Lakers, 20,12 milioni di sforamento * 3,75 dollari 75,46 milioni di tasse
Mavericks, 14,33 milioni di sforamento * 2,50 dollari 35,84 milioni di tasse
Celtics, 11,46 milioni di sforamento * 2,50 dollari 28,65 milioni di tasse
Portland, 4,14 milioni di sforamento * 1,50 dollari 6,21 milioni di tasse.
A questo salasso è stato aggiunto il carico di una “Repeater Tax” che prevede un ulteriore dollaro per dollaro di sforamento alle franchigie che si sono trovate in “zona Luxury” in quattro degli ultimi cinque campionati. L’obiettivo della lega è – come in passato – un calmieramento
E’ facile prevedere che se da un lato questo regime fiscale spingerà tutte le squadre a limitare gli sforamenti ed a puntare su cicli di 3 o 4 anni per poi ricostruire. Diventerà poi più probabile vedere squadre assemblate più dagli agenti che dai GM (come i Miami Heat) con atleti veterani, perché i proprietari avranno tutto l’interesse ad evitare di passare troppi anni sopra la “Luxury”. Anche se non è da escludere, visto il passato, che a delle regole chiare faccia poi seguito un comportamento scriteriato da parte di qualche “owner” (qualcuno ha detto “Jim Dolan”?).
Per quanto riguarda i contratti dei giocatori, le limitazioni imposte dall’NBA sono un altro chiaro segnale della vittoria di Stern nella trattativa: la durata massima di praticamente tutti gli accordi è stata ridotta di un anno ed il numero magico del “12%” – guarda caso l’esatto ammontare della “fetta” tornata nelle mani dei proprietari – ritorna in alcune voci di “taglio”, come ad esempio i contratti “a scalare” delle matricole ed il salario minimo legato all’anzianità del giocatore.
Sono inoltre presenti ulteriori modifiche minori tese a rendere meno traumatico possibile per i portafogli dei proprietari il passaggio dal vecchio al nuovo accordo: la prime e più importante è l’ennesima “Amnesty Clause”, il solito “condono all’italiana” che consente di “cancellare” dal conteggio del monte salari uno degli stipendi dei giocatori (il diritto può essere usato una sola volta e non va necessariamente sfruttato subito). Quando un atleta viene “scaricato” con la “clause” le altre squadre hanno 48 ore di tempo per accollarsi il suo contratto originale e le sue prestazioni: passati i due giorni le franchigie sotto al “cap” hanno l’opzione per assicurarsi l’atleta riscattando parte del contratto (parte rimane di competenza della franchigia originaria). Se le squadre sotto al “cap” non sfruttano l’opzione l’atleta diventa “free agent” e può accasarsi in tutte le squadre meno che in quella che lo ha scaricato. Altra norma interessante è la “Stretch Option” che permette di “spalmare” i contratti degli atleti a cui è stato pagato il “buyout” in periodi più lunghi regalando ulteriore spazio salariale, e poi altre “gabole” minori su “qualifying offer”, “free agency” eccetera, tutte chiaramente “progettate” per agevolare il lavoro aiutare i general manager a rientrare gradualmente nelle più ferree normative del nuovo contratto.Ciò che rimane dopo il lungo scontro salariale è comunque una lega più solida nella quale i proprietari hanno dato una dimostrazione di forza. Che poi abbiano approfittato della situazione per farci sopra pure qualche (tanti!) dollari è sicuramente nel gioco delle parti, ma va anche detto che dopo aver assistito al triste spettacolo degli atleti ed agenti che decidevano il futuro delle franchigie era chiara l’esigenza di apportare dei correttivi ad un sistema che rischiava di premiare solo le piazze più “appetibili” (Miami con gli arrivi di LeBron e Bosh, New York con l’arrivo di Anthony) e di affondare quelle che per ragioni geografiche o di incompetenza dei GM del passato erano destinate a fare da “materasso”.
Potremmo a questo punto essere arrabbiati con i proprietari per i 270 milioni che si sono assicurati con l’aumento della fetta del BRI a loro destinata, o con i giocatori più pagati che alla fine ci rimetteranno ma non subito e soprattutto continueranno a viaggiare a cifre stagionali con sei (o sette) zeri. Ma noi, tifosi ingenui, siamo ormai in piena eccitazione da inizio campionato ed abbiamo già dimenticato il trattamento riservatoci negli ultimi cinque mesi. Al limite potremmo provare dispiacere per gli atleti meno pagati della lega e per la decurtazione di stipendio che subiranno: poi magari pensiamo che il 12% di riduzione su mezzo milione di dollari è il doppio di quanto percepisce un operaio metalmeccanico qui da noi… e ci sentiamo meno tristi.





Commenti
Nel dettaglio :
- Rimane l’assurda regola per cui un giocatore ceduto viene tagliato e dopo 30 giorni rientra alla franchigia originale
- Rimangono i Sign & Trade regola che non si capisce su quale base non necessitino del pareggio dei salari anche se quando ci sono coinvolte squadre sopra il cap
- Rimane le regola che permette ai player ricatti come quello di Melo per andare ai Knicks, ossia giocatori che nell’ultimo anno di contratto di fatto impongono la nuova destinazione alle squadre, minacciando di non firmare se ceduti a squadre non gradite
- Rimane la possibilità di trade a più di due squadre dove se basta una franchigia sotto il cap per far si che squadre sopra il cap aggirino la regola del pareggio dei salari tra giocatori in entrata e in uscita.
- Rimane la selva di assurdi criteri di protezione su scelte future ai draft
In buona sostanza le regole salariali nuove in gran parte dei casi potranno essere tranquillamente aggirate come succede da un decennio, sicuramente dopo 150 giorni di trattative, almeno una pezza su certi vuoti regolamentari era lecito attendersela.
Assolutamente d'accordo
L'impressione dura e sgradevole di questa serie di nuove regole è quella della montagna che va a partorire il topolino.
Comunque, sempre grazie Leo per l'ottimo intervento chiarificatore
Questa in assoluto è la peggiore secondo me! Ormai sono anni che va avanti la pantomima, fanno tanto i complicati con norme che regolano il salary cap che farebbe fatica a districare un avvocato...poi questa buffonata che palesemente serve solo per aggirare le regole, ogni volta che accade fanno finta di non vederla?!?
Con l'aggravante che è sotto gli occhi di tutti, non serve l'avvocato di cui sopra per accorgersi del teatrino...direi deprimente
parlavo di accordo decente a livello di alleggerimenti economici....le giuste questioni che sollevi te secondo me non sono state praticamente nemmeno prese in considerazione visto che il lockout era schiacciato sul lato economico e non su quello "giuridico".
Sono completamente d'accordo con te, anche se sul capitolo "ricatti alla Melo" temo non ci sia nulla da fare. Quale norma potrebbe regolare situazioni del genere?
La regola da fare era semplicissima ed era pure tra quelle che gli OWner avevano proposto in sede di trattative, ossia per i contratti in scadenza (facciamo un esempio a fine giugno 2012), si metteva un termine ultimo per rinnovarli (avevano proposto l'ottobre precedente, quindi nel nostro esempio ottobre 2011), dopo di che non era più possibile fare i rinnovi fino alla scadenza del contratto, quindi per il Melo (o immagino il Chris Paul o il Dwight Howard di turno) diventava impossibile a due giorni dalla deadline obbligare la franchigia a scambiarti a chi avevi scelto, firmando 5 minuti prima della trade il rinnovo con la LBE che garantisce al giocatore un guadagno più grande rispetto alla firma da FA.
Purtroppo è una di quelle cose su cui l'NBA ha ceduto verso i giocatori.
Certo, l'NBA ha confermato la solidità del suo gruppo dirigenziale (ammesso che i quasi due mesi persi fossero il prezzo congruo da pagare) e qualche regola che potrà limitare le spese, come quella che ha accorciato la durata dei contratti.
Però ne restano alcune davvero brutte: l'amnesty, prima di tutte, che permetterà un parziale condono ad alcuni spendaccioni; poi la regola degli scambi con il 150% (prima io ti mandavo giocatori con contratti per 10ML, tu mi mandavi in cambio contratti per 12,5, ora si manderanno contratti per 15!); infine la possibilità dei sign and trade che per altri due anni permetteranno ricatti ai giocatori.
Ma un'altra cosetta interessante avverrà, giusto per strapagare qualche altro giocatore: ogni squadra è OBBLIGATA a spendere almeno l'85% del monte salari e se consideriamo che in molti sono molto lontani da quel limite (quest'anno circa 49ML) soprattutto se useranno l'amnesty e tra questi quasi una decina potrebbero DOVER spendere almeno una trentina di milioni, figuriamoci con quale attenzione, considerati i ridottissimi tempi del mercato (Glen Davis potrebbe essere un beneficiato della situazione).
Purtroppo, da quanto leggo, Miami sembra davvero favorita dalle nuove regole: possono prendere un giocatore con la full mid level exception più un veteranissimo al minimo e magari un "amnistiato".
Mi sembra di capire che questa volta, contariamente a quanto accadde con la "A.Houston Rule", il salario "condonato" viene detratto dal Payroll (nel 2005?, se ricordo bene, continuava a contare contro il CAP ma non ai fini del calcolo della Luxury Tax).
Questa eccezione servirebbe poco ai Celtics, a meno che non si scelga l'opzione eretica di applicarla al Capitano per ottenere spaio salariale sufficiente a firmare due max players (ammesso ma non concesso che ce ne siano due ancora disponibili nel 2012).
Cio' che non mi e' chiaro e se sia possibile firmare come FA (magari al minimo salariale) un giocatore (diciamo Pierce) che dopo essere stato scambiato, viene amnistiato e torna alla casa madre.
Sarebbe l'ennesimo loophole (e non l'ultimo nella storia NBA). Un esempio: Phoenix e Boston si scambiano Carter e Pierce, poi questi vengono amnistiati, waived ed infine rifirmati a cifre inferiori. Praticamente un modo per lasciare intatti i roster e creare spazio salariale.
Probabilmente, per evitare questo raggiro, i FA non possono essere rifirmati dalla squadra che li ha amnistiati per un certo periodo di tempo (1 anno?)
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