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Quando il 3 agosto scorso i Celtics hanno comunicato di aver messo sotto contratto Shelden Williams, la reazione del “Mondo Biancoverde” è stata di perplessità. Che ci veniva a fare a Boston un’ala dalle caratteristiche simili a quelle dei giovani in attesa di contratto? Qualcuno aveva visto nell’arrivo di Williams la fine del rapporto con Davis, qualcun altro di quello con Powe (che avrebbe firmato coi Cavs nove giorni dopo), quelli con la memoria più lunga ricordarono un ottimo allenamento pre-draft svolto a Boston dal giocatore nel 2006. Polizza assicurativa per Garnett e Powe? Vecchio trucco per “sgonfiare” le pretese di Glen Davis e ridurlo a miti consigli (avrebbe rifirmato il 9 agosto)?
A vedere le prime partite di regular season, le spiegazioni della “polizza assicurativa” e dell’ottima impressione fatta da Shelden in quel “workout” del 2006 sembrano le più plausibili, anche se è un dato di fatto che in 36 mesi di NBA è alla quarta casacca diversa (Atlanta, Sacramento e Minnesota) e finora non aveva mai convinto veramente. Colpa della sua non eclatante velocità? Di un’elevazione non superlativa? O piuttosto del fatto che al “piano di sopra” a causa della presenza di lunghi di caratura superiore non puoi “muscle your way inside”, usare i muscoli per avvicinarti a canestro? Forse la seconda delle due motivazioni è quella più vicina alla realtà, anche perché “The Landlord” vicino a canestro non ha mai mostrato un bagaglio di movimenti “meccheliano”. Ma Ainge in lui ha visto, ancora una volta, il prototipo del “4” sottodimensionato: grande fame di rimbalzo offensivo, voglia di tuffarsi nella “spazzatura della partita” per raccogliere qualcosa di buono, discreta attitudine difensiva. Conosciamolo meglio…
Ovviamente il programma di “Coach K” si getta a pesce su questo “Blue Chip” garantendogli minutaggi elevati già nell’anno da “freshman”. Shelden parte bene, tiene medie di 8.2 punti, 5.9 rimbalzi (il “top” per i Blue Devils) ed aggiunge 1.6 stoppate, risultando secondo in questa classifica nella ACC alle spalle di a Chris Bosh. Le sue doti di “cancellatore” di conclusioni gli valgono il soprannome di “Landlord”, una parola che può essere tradotta come “padrone di casa”, “affittacamere”: come a dire che senza il suo permesso, il bivacco nella sua proprietà, l’area dei tre secondi, è altamente sconsigliato. Il 2 gennaio 2003 ottiene la prima “doppia doppia” in carriera contro Fairfield (16 punti e 10 rimbalzi): ne farà registrare altre due in quella prima stagione, assieme a due partite da 20 punti. Nel primo incontro del torneo NCAA contribuisce con 9 punti, 12 rimbalzi e tre stoppate alla vittoria su Colorado, ma poi si perde nelle due gare seguenti, la vittoria su Central Michigan (86 a 60) e soprattutto la Semifinale dei Regionals in programma ad Anaheim in California. Il 27 marzo Kansas supera Duke per 69 a 65 mettendo fine ai sogni di gloria del quintetto di Krzyzewski.
Il meglio sembra però essere in arrivo, per la coppia Redick-Williams: il loro campionato da senior si apre infatti con diciassette vittorie che li proiettano in testa ai “ranking” del basket college. Shelden è una macchina: segna 30 punti a Memphis, 20 o più punti in nove occasioni, cattura otto o più rimbalzi in quattordici delle diciassette partite. Il 4 dicembre 2005, in una sofferta vittoria su Virginia Tech (77 a 75), segna 8 tiri su 11 tentativi, 5 tiri liberi su 7, aggiungendo ai 21 punti 19 rimbalzi e 5 stoppate. L’11 gennaio nel facile successo contro Maryland ottiene la “tripla doppia”: 19 punti, 11 rimbalzi e 10 stoppate. Il 21 gennaio 2006 la “striscia” si interrompe nella visita ai Georgetown “Hoyas”, che si impongono per 87 a 84 “imbavagliando” Shelden nella sua peggior uscita stagionale. Ma anche grazie alla strepitosa annata di J.J. Redick i “Blue Devils” riprendono il cammino infilando altre dici vittorie. Dal 10 al 12 marzo Duke vince tre partite e con esse il torneo ACC (il terzo successo nei quattro anni di Williams), superando in finale Boston College. Poi inizia il torneo NCAA, al quale la squadra di “Coach K” si presenta con i favori del pronostico. Al primo turno Duke supera agevolmente Southern per 70 a 54 (Shelden a quota 29 e 18 rimbalzi), e due giorni dopo la vittima sono i “Colonials” di George Washington, superati per 74 a 61 (Williams 17+14). Il 23 marzo ad Atlanta in Georgia è in programma la semifinale dei Regionals, e Louisiana State University affronta i favoriti Blue Devils dal…basso di una posizione numero 18 del ranking. E si sa come vanno queste cose: Glen “Big Baby” gioca un’ottima partita (14 punti) mentre Tyrus Thomas allenta cinque stoppate. Duke è in difficoltà: come gli era già accaduto nella March Madness contro Kansas nel 2003 e Michigan State nel 2005, Redick litiga col canestro (3 su 18 al tiro) e finisce con 11 punti, ben 16 sotto alla sua media. Shelden Williams è l’unico a tenere botta: 23 punti, 13 rimbalzi e 4 stoppate sono la “linea” della sua ultima partita di basket NCAA, perché Duke, numero 1 del ranking, è spedita a casa da LSU con un perentorio 62 a 54. Il numero 23 chiude la sua esperienza alla corte di Krzyzewki con 18.8 punti, 10.7 rimbalzi e 3.8 stoppate di media: nei quattro anni in cui Shelden ha bazzicato il campus di Durham, North Carolina, Duke ha vinto 116 partite perdendone solo 23.
La prima stagione da professionista per l’atleta inizia a piccoli passettini. Gli Hawks sono squadra giovane e coach Mike Woodson sta “facendo la conta” per vedere chi merita di essere parte del progetto di ricostruzione. Shelden fa vedere qualcosa: 15 rimbalzi contro Milwaukee il 14 novembre 2006, e poi la doppia doppia: 20 punti e 13 rimbalzi il 22 novembre in una sconfitta a Detroit. Ma l’esplosione di Josh Smith danneggia il nostro, che di colpo vede diminuire i propri “minutaggi”. Verso la fine della stagione, con Atlanta ormai fuori dalla corsa per i playoffs, Woodson si lancia negli esperimenti e garantisce all’atleta una “striscia” di partenze in quintetto. Nelle ultime quattro gare di campionato Shelden piazza quattro doppie-doppie mantenendo una media di 16 punti e 12 rimbalzi che rianima un po’ le sue cifre stagionali, alzandole a 5.5 punti e 5.4 rimbalzi in stagione. Numeri sufficienti a garantirgli un po’ di fiducia in più nella stagione seguente? Non proprio. L’arrivo di Al Horford lo spedisce in fondo alla rotazione, i minuti diminuiscono e Williams in quel ruolo di “guastatore occasionale” proprio non ci si trova. Piove sul bagnato ad Atlanta quando il “Landlord” sotto Natale esce dal barbiere, sta per salire sulla sua Chrysler Aspen e due tipacci gli puntano una pistola rubandogli l’automobile. Niente va per il verso giusto in quella stagione, ed è evidente che gli Hawks non hanno un gran bisogno di lui. L’unica “luce” ad accendersi è quella del rapporto con Candace Parker. I due si sono conosciuti durante una visita al camp di Duke della “Michael Jordan al femminile”, e sono diventati amici. Hanno cominciato ad uscire insieme ed alla fine si fidanzano, con buona pace di mamma Parker: “Candace ha bisogno di un uomo forte e sicuro di sé, e Shelden è proprio così”. Seguono a distanza le partite dell’altro e si mandano messaggini via cellulare dandosi consigli. Ma, povera Candace, non c’è niente da fare: il tempo del suo innamorato ad Atlanta sta volgendo al termine: tre punti e tre rimbalzi a partita col 37% al tiro in 12 minuti sono il viatico verso la trade, che avviene il 16 febbraio 2008 quando gli Hawks si assicurano il “King” Mike Bibby.
A Sacramento non è che per Shelden le cose migliorino: anche lì 12 minuti di media in una squadra in declino, e l’ex “Blue Devil” non ci si raccapezza. Trova pure il modo di infilare la doppia-doppia da 12 punti ed 11 rimbalzi ai Lakers il 15 aprile, ma sarà sufficiente per ottenere la fiducia del coach Reggie Theus? Intanto, all’inizio della stagione 2008-09 Shelden e Candace convolano a nozze: il 12 novembre si sposano a Lake Tahoe, con lo splendido scenario della Sierra Nevada a fare da cornice. Ma per il “Landlord” è solo una breve parentesi felice. In una squadra alla deriva (il coach verrà “silurato” di lì a poco) gioca 10 minuti a gara fatturando 3.7 punti e 2.6 rimbalzi, e mettendosi in lista per la prossima “trade”. Che arriva puntuale il 19 febbraio 2009 quando i Kings lo spediscono al freddo del Minnesota (assieme a Bobby Brown) in cambio di Rashad McCants e Calvin Booth. Di male in peggio: la terza squadra in ricostruzione in tre anni. Le grandi manovre dei Timberwolves procedono mentre Shelden trova un paio di doppie-doppie: i lupacchiotti, giovani e martoriati dagli infortuni, languono nei bassifondi dell’NBA. Quando il campionato termina, McHale viene “silurato” ed il nuovo General Manager David Kahn fa sapere al giocatore di non essere interessato a lui. Shelden è ora disoccupato, ma non si preoccupa: il 13 maggio Candace da alla luce la piccola Lailaa Nicole. Che finalmente un po’ di fortuna cominci ad arrivare anche a Shelden?
A vedere le prime partite di regular season, le spiegazioni della “polizza assicurativa” e dell’ottima impressione fatta da Shelden in quel “workout” del 2006 sembrano le più plausibili, anche se è un dato di fatto che in 36 mesi di NBA è alla quarta casacca diversa (Atlanta, Sacramento e Minnesota) e finora non aveva mai convinto veramente. Colpa della sua non eclatante velocità? Di un’elevazione non superlativa? O piuttosto del fatto che al “piano di sopra” a causa della presenza di lunghi di caratura superiore non puoi “muscle your way inside”, usare i muscoli per avvicinarti a canestro? Forse la seconda delle due motivazioni è quella più vicina alla realtà, anche perché “The Landlord” vicino a canestro non ha mai mostrato un bagaglio di movimenti “meccheliano”. Ma Ainge in lui ha visto, ancora una volta, il prototipo del “4” sottodimensionato: grande fame di rimbalzo offensivo, voglia di tuffarsi nella “spazzatura della partita” per raccogliere qualcosa di buono, discreta attitudine difensiva. Conosciamolo meglio…Le volte in cui la provenienza da un “programma” di successo ha finito per ingannare anche i più grandi “cacciatori di talento” non si contano. Persino Red Auerbach alle sue ultime fatiche volle scegliere Joseph Forte e si trovò tra le mani un giovanotto immaturo che evidentemente nel suo percorso sportivo a North Carolina non aveva per nulla capito cosa significasse “gioco di squadra”. Ecco quindi che è comprensibilissimo che Atlanta con la scelta numero 5 del draft 2006 abbia preso questo giovanotto dalla smisurata “apertura alare” (in sede di draft si sussurravano 218 centimetri) e dal curriculum di stella alla corte di coach Krzyzewski ed abbia cercato di farne il suo lungo del futuro. Purtroppo le migliori intenzioni si sono infrante sulla dura realtà: Shelden ha cominciato ad essere associato alla terribile parola “tweener”, e da lì la sua discesa negli inferi della “carne da scambio” è stata veloce ed incontrastabile.
Ma partiamo dall’inizio, da un ragazzino dotato di un fisico superiore che con grinta e volontà si impone come “Mister Basketball” delle lande desolate dell’Oklahoma. Una volta tanto ci sono entrambi i genitori, anzi papà Bob quando è serio lo porta in chiesa, quando invece vuole divertirsi lo porta a pescare. PAssione di fmiglia, il basket? Un fratello, Quincy, è anche lui impegnato come Shelden a seguire le orme del padre, cestista ad Oklahoma Christian University nei primi anni Settanta. Però Shelden DerMar Williams è un giocatore differente, lo si capisce subito: quando comincia a mietere allori al liceo Midwest City di Forest Park, paesone da cinquantamila anime nella cintura metropolitana di Oklahoma City, nessuno si stupisce più di tanto. Il fisico è da predestinato, il contatore di “hustle” si impenna non appena gli passi vicino, ed ecco quindi il titolo di USA Today Player of the Year dell’Oklahoma nel 2001, quando guida anche Midwest City High al titolo statale. Tra le sapienti mani di coach Rodney Dindy migliora costantemente e nel 2002 viene selezionato come All America liceale e tra i primi cinque/sei prospetti dell’intero panorama a stelle e strisce.
Ovviamente il programma di “Coach K” si getta a pesce su questo “Blue Chip” garantendogli minutaggi elevati già nell’anno da “freshman”. Shelden parte bene, tiene medie di 8.2 punti, 5.9 rimbalzi (il “top” per i Blue Devils) ed aggiunge 1.6 stoppate, risultando secondo in questa classifica nella ACC alle spalle di a Chris Bosh. Le sue doti di “cancellatore” di conclusioni gli valgono il soprannome di “Landlord”, una parola che può essere tradotta come “padrone di casa”, “affittacamere”: come a dire che senza il suo permesso, il bivacco nella sua proprietà, l’area dei tre secondi, è altamente sconsigliato. Il 2 gennaio 2003 ottiene la prima “doppia doppia” in carriera contro Fairfield (16 punti e 10 rimbalzi): ne farà registrare altre due in quella prima stagione, assieme a due partite da 20 punti. Nel primo incontro del torneo NCAA contribuisce con 9 punti, 12 rimbalzi e tre stoppate alla vittoria su Colorado, ma poi si perde nelle due gare seguenti, la vittoria su Central Michigan (86 a 60) e soprattutto la Semifinale dei Regionals in programma ad Anaheim in California. Il 27 marzo Kansas supera Duke per 69 a 65 mettendo fine ai sogni di gloria del quintetto di Krzyzewski.Shelden nel campionato successivo trova ancora più spazio e lo sfrutta nel migliore dei modi. Le cifre salgono a 12.6 punti, 8.5 rimbalzi e 3 stoppate ad incontro con una percentuale di realizzazione del 58.6%. Il 17 gennaio Williams strapazza Wake Forest (vittoria 84 a 72) con 16 punti, 14 rimbalzi ed 8 stoppate. Il 12 marzo a Greensboro, sede delle finali dell’ACC, domina Virginia (successo per 84 a 74) segnando 18 dei 27 punti nel secondo tempo ed ottenendo il “career-high”. Il giorno dopo, nella semifinale del torneo ACC contro Georgia Tech mette assieme 20 punti e 18 rimbalzi e diventa anche il leader ogni tempo a Duke nelle stoppate in una stagione. La finale de torneo ACC è amara, con la sconfitta contro Maryland per 95 a 87, ed i “Blue Devils” si lanciano nella “Pazzia di Marzo” per rifarsi della delusione con gli interessi. Eliminano Alabama State e Seton Hall al primo turno, Illinois e Xavier ai Regionals in programma ad Atlanta e si qualificano per le “Final Four” di San Antonio, Texas. Ed è nella semifinale contro Connecticut che Williams soffre una delle peggiori delusioni della sua carriera. Shelden non è praticamente mai in partita, limitato dai falli a soli 19 minuti di gioco, e mette a segno solo uno dei nove tiri tentati. Ma la cosa sarebbe sopportabile, se Duke non sprecasse un vantaggio di 8 punghezze negli ultimi 3’ e 28” di gioco. Gli “Huskies” Rashad Anderson e Ben Gordon rimettono in piedi la gara, e poi ci pensa Emeka Okafor a “stendere” definitivamente la truppa di un arrabbiatissimo Mike Krzyzewski. Arrabbiato con gli arbitri: i suoi tre “big men” Shelden Williams, Shavlik Randolph e Nick Horvath sono tutti fuori per falli, e “Meka” lavora indisturbato nella “pittura” fino al 79 a 78 Connecticut della sirena. Una grande occasione sprecata, vista la qualità del quintetto di Duke composto da Chris Duhon, J.J. Redick, Daniel Ewing, Luol Deng, ed il nostro Shelden: tutti finiranno nell’NBA, anche se il figlio di Patrick Ewing vi resterà “solo” per due anni, per poi emigrare in Europa.
Nonostante le partenze dei “senior” Deng e Duhon, i “Blue Devils” di Redick e Williams iniziano il campionato 2004-05 alla grande vincendo le prime 15 partite. Poi il ritmo cala un pochino, ma Duke arriva comunque alla “Grande Danza” marzolina con un ottimo record. Si aggiudica il torneo ACC vincendo contro Virginia, North Carolina State e Georgia Tech e poi si imbarca nel torneo NCAA. Le speranze sono alte, ma alle finali dei Regionals Duke, nonostante un Shelden da 19 punti e 12 rimbalzi, si fa sorprendere dai “Lupacchiotti” di Michigan State, e tanti saluti. I miglioramenti di Shelden continuano: è passato a 15.5 punti, 11.2 rimbalzi e 3.7 stoppate, diventando il primo giocatore di “Coach K” ad andare in “doppia doppia” di media ed il primo“Blue Devil” dalla fine degli anni Settanta a guidare l’ACC nelle stoppate per due anni consecutivi (allora era stato Mike Gminski). L’Associated Press lo inserisce nel terzo quintetto nazionale, insomma è un mezzo trionfo personale.
Il meglio sembra però essere in arrivo, per la coppia Redick-Williams: il loro campionato da senior si apre infatti con diciassette vittorie che li proiettano in testa ai “ranking” del basket college. Shelden è una macchina: segna 30 punti a Memphis, 20 o più punti in nove occasioni, cattura otto o più rimbalzi in quattordici delle diciassette partite. Il 4 dicembre 2005, in una sofferta vittoria su Virginia Tech (77 a 75), segna 8 tiri su 11 tentativi, 5 tiri liberi su 7, aggiungendo ai 21 punti 19 rimbalzi e 5 stoppate. L’11 gennaio nel facile successo contro Maryland ottiene la “tripla doppia”: 19 punti, 11 rimbalzi e 10 stoppate. Il 21 gennaio 2006 la “striscia” si interrompe nella visita ai Georgetown “Hoyas”, che si impongono per 87 a 84 “imbavagliando” Shelden nella sua peggior uscita stagionale. Ma anche grazie alla strepitosa annata di J.J. Redick i “Blue Devils” riprendono il cammino infilando altre dici vittorie. Dal 10 al 12 marzo Duke vince tre partite e con esse il torneo ACC (il terzo successo nei quattro anni di Williams), superando in finale Boston College. Poi inizia il torneo NCAA, al quale la squadra di “Coach K” si presenta con i favori del pronostico. Al primo turno Duke supera agevolmente Southern per 70 a 54 (Shelden a quota 29 e 18 rimbalzi), e due giorni dopo la vittima sono i “Colonials” di George Washington, superati per 74 a 61 (Williams 17+14). Il 23 marzo ad Atlanta in Georgia è in programma la semifinale dei Regionals, e Louisiana State University affronta i favoriti Blue Devils dal…basso di una posizione numero 18 del ranking. E si sa come vanno queste cose: Glen “Big Baby” gioca un’ottima partita (14 punti) mentre Tyrus Thomas allenta cinque stoppate. Duke è in difficoltà: come gli era già accaduto nella March Madness contro Kansas nel 2003 e Michigan State nel 2005, Redick litiga col canestro (3 su 18 al tiro) e finisce con 11 punti, ben 16 sotto alla sua media. Shelden Williams è l’unico a tenere botta: 23 punti, 13 rimbalzi e 4 stoppate sono la “linea” della sua ultima partita di basket NCAA, perché Duke, numero 1 del ranking, è spedita a casa da LSU con un perentorio 62 a 54. Il numero 23 chiude la sua esperienza alla corte di Krzyzewki con 18.8 punti, 10.7 rimbalzi e 3.8 stoppate di media: nei quattro anni in cui Shelden ha bazzicato il campus di Durham, North Carolina, Duke ha vinto 116 partite perdendone solo 23.Non passa molto, che è già tempo di draft. Williams lavora sodo e si sottopone volentieri ai massacranti “workout” messi in piedi dalle franchigie in odore di scelta. Ne passa ben sei: Houston, Golden State, Utah, Oklahoma, Seattle e, ovviamente, Boston! A Waltham quel sabato 3 giugno 2006 sono presenti sia Ainge che i membri del coaching staff, e gli altri atleti sono Mohamed Sene, Patrick O’Bryant ed il bostoniano Torin Francis. Shelden, nonostante la decina di centimetri in meno, surclassa la peraltro non eccezionale concorrenza lasciando nei Celtics un’impressione positiva che risulterà decisiva tre anni dopo. “Anche se mi sento un’ala – dichiara ai microfoni di Peter Stringer – in quasi tutti i miei allenamenti sono stato fatto giocare in posizione di centro. E’ qualcosa a cui devo abituarmi, ai cambi di marcamento ed agli aiuti a livello NBA”. Dichiara di essere pronto alla scelta in qualsiasi punto della “lotteria”, dalla 4 alla 15. Gli va piuttosto bene: Atlanta lo sceglie alla 5, due sole posizioni prima dei Celtics che quindi scambiano la loro scelta con Sebastian Telfair.
La prima stagione da professionista per l’atleta inizia a piccoli passettini. Gli Hawks sono squadra giovane e coach Mike Woodson sta “facendo la conta” per vedere chi merita di essere parte del progetto di ricostruzione. Shelden fa vedere qualcosa: 15 rimbalzi contro Milwaukee il 14 novembre 2006, e poi la doppia doppia: 20 punti e 13 rimbalzi il 22 novembre in una sconfitta a Detroit. Ma l’esplosione di Josh Smith danneggia il nostro, che di colpo vede diminuire i propri “minutaggi”. Verso la fine della stagione, con Atlanta ormai fuori dalla corsa per i playoffs, Woodson si lancia negli esperimenti e garantisce all’atleta una “striscia” di partenze in quintetto. Nelle ultime quattro gare di campionato Shelden piazza quattro doppie-doppie mantenendo una media di 16 punti e 12 rimbalzi che rianima un po’ le sue cifre stagionali, alzandole a 5.5 punti e 5.4 rimbalzi in stagione. Numeri sufficienti a garantirgli un po’ di fiducia in più nella stagione seguente? Non proprio. L’arrivo di Al Horford lo spedisce in fondo alla rotazione, i minuti diminuiscono e Williams in quel ruolo di “guastatore occasionale” proprio non ci si trova. Piove sul bagnato ad Atlanta quando il “Landlord” sotto Natale esce dal barbiere, sta per salire sulla sua Chrysler Aspen e due tipacci gli puntano una pistola rubandogli l’automobile. Niente va per il verso giusto in quella stagione, ed è evidente che gli Hawks non hanno un gran bisogno di lui. L’unica “luce” ad accendersi è quella del rapporto con Candace Parker. I due si sono conosciuti durante una visita al camp di Duke della “Michael Jordan al femminile”, e sono diventati amici. Hanno cominciato ad uscire insieme ed alla fine si fidanzano, con buona pace di mamma Parker: “Candace ha bisogno di un uomo forte e sicuro di sé, e Shelden è proprio così”. Seguono a distanza le partite dell’altro e si mandano messaggini via cellulare dandosi consigli. Ma, povera Candace, non c’è niente da fare: il tempo del suo innamorato ad Atlanta sta volgendo al termine: tre punti e tre rimbalzi a partita col 37% al tiro in 12 minuti sono il viatico verso la trade, che avviene il 16 febbraio 2008 quando gli Hawks si assicurano il “King” Mike Bibby.
A Sacramento non è che per Shelden le cose migliorino: anche lì 12 minuti di media in una squadra in declino, e l’ex “Blue Devil” non ci si raccapezza. Trova pure il modo di infilare la doppia-doppia da 12 punti ed 11 rimbalzi ai Lakers il 15 aprile, ma sarà sufficiente per ottenere la fiducia del coach Reggie Theus? Intanto, all’inizio della stagione 2008-09 Shelden e Candace convolano a nozze: il 12 novembre si sposano a Lake Tahoe, con lo splendido scenario della Sierra Nevada a fare da cornice. Ma per il “Landlord” è solo una breve parentesi felice. In una squadra alla deriva (il coach verrà “silurato” di lì a poco) gioca 10 minuti a gara fatturando 3.7 punti e 2.6 rimbalzi, e mettendosi in lista per la prossima “trade”. Che arriva puntuale il 19 febbraio 2009 quando i Kings lo spediscono al freddo del Minnesota (assieme a Bobby Brown) in cambio di Rashad McCants e Calvin Booth. Di male in peggio: la terza squadra in ricostruzione in tre anni. Le grandi manovre dei Timberwolves procedono mentre Shelden trova un paio di doppie-doppie: i lupacchiotti, giovani e martoriati dagli infortuni, languono nei bassifondi dell’NBA. Quando il campionato termina, McHale viene “silurato” ed il nuovo General Manager David Kahn fa sapere al giocatore di non essere interessato a lui. Shelden è ora disoccupato, ma non si preoccupa: il 13 maggio Candace da alla luce la piccola Lailaa Nicole. Che finalmente un po’ di fortuna cominci ad arrivare anche a Shelden?La fortuna arriva sotto forma di telefonata da parte di Danny Ainge. Contratto annuale da 1.3 milioni e la possibilità finalmente di far parte di una squadra già “pronta”, dopo tre esperienze in progetti di ricostruzione. Per i Celtics il peso relativo di un contratto al minimo garantito che vale come assicurazione in caso di mancate firme e/o infortuni dei guerrieri della frontline. Ainge non ha nulla da perdere, anzi, in caso di necessità rischia di fare l’ennesimo figurone. Cosa che accade puntualmente quando “Big Baby” Davis, titolare del ruolo di primo cambio allo “spot” di power forward, si infortuna stupidamente al pollice della mano destra litigando con un amico. Ecco che Shelden Williams si trova improvvisamente catapultato nella situazione ideale, non dovendo più mostrare di cosa è capace ma aspettando di raccogliere le “briciole” del gioco altrui, al fianco di All Star come Garnett e Wallace. All’esordio nell’inferno della Quicken Loans Arena entra in campo in un momento difficile: il quintetto base le ha “buscate” e tocca alla “second unit” recuperare la partita. Shelden non cerca di strafare, in 12’ mette quattro liberi e cattura tre rimbalzi per poi tornare a sedersi una volta che la gara è ritornata in parità: tocca ai titolari vincerla, e Pierce fa la differenza. Nella seconda partita, il 28 ottobre contro i Bobcats, il “garbage time” arriva presto ed il numero 13 dei Celtics può mettere assieme 22 minuti di gioco, 12 punti e 9 rimbalzi. Due sere dopo arriva la doppia-doppia: 10 punti e 10 rimbalzi ai Bulls in un altro “tempo di rifiuti” da 24 minuti. Il 1 novembre contro gli Hornets gioca meno: la partita rimane in discussione a lungo, finchè Kevin Garnett e Paul Pierce non decidono di chiuderla. Williams in 10’ “fattura” 2 punti e 3 rimbalzi. A Philadelphia la gara si decide ad inizio ripresa, e Shelden ha modo di giocare altri 22 minuti nei quali colleziona 11 punti e 7 rimbalzi. A Minneapolis solo 9 minuti di gioco, ma un perfetto 2 su 2 al tiro e ed ai liberi, per 6 punti. Nella sconfitta coi Suns 2 punti e 4 rimbalzi in 12 minuti, e nel New Jersey 8 punti e 3 rimbalzi.
Le cifre complessive finora parlano di 16.1 minuti medi ad allacciata di scarpe in cui Shelden segna 6.9 punti col 60% al tiro ed l’86.2% ai liberi e cattura 5.1 rimbalzi. Ma ciò che ha finora più impressionato è l’estrema semplicità con la quale l’atleta si è inserito nel modulo di gioco di “Doc” Rivers. Sette vittorie in otto partite, ed Ainge a fare l’ennesima figura da genio…che mondo ingiusto.





Commenti
Detto questo dispiace davvero aver rinunciato a un ragazzo come Leon, forse la storia più bella nella cavalcata di due anni fa...
PS: Auguri ragazzi per questa vostra nuova avventura, vi seguirò compatibilmente agli impegni!
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