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Approfondimenti
Sapete che a me i solisti del basket non sono mai piaciuti. Ed anche se con le attenuanti generiche delle sue divine doti passatorie, Pete Maravich rimane sempre e comunque un atleta che faceva fatica a capire dove finiva il suo ego e dove cominciava la squadra. Ma c’è una cosa che invece amo: i cestisti in grado di trasformare, per un breve attimo, in un’istantanea, il basket in un’arte, un movimento in una poesia. Doctor J, Connie Hawkins, Michael Jordan, Drazen Petrovic, Bob Cousy, sono tutti stati atleti capaci di far dimenticare per un attimo il risultato di un incontro, mentre rimanevi a bocca aperta o scuotevi la testa incapace di spiegare quello che avevi appena visto. Anche Pete “Pistol” Maravich appartiene a questa categoria.
Prima metà degli anni Settanta, nove pulcini ed un fenicottero rincorrono un pallone da basket più piccolo di quelli regolamentari e lo sbatacchiano contro un tabellone ed un canestro posti a due metri e mezzo di altezza. Ad un certo punto il fenicottero conquista la palla, ma ha due avversari di fronte che stanno già per portargliela via, ed allora cosa fa? Istintivamente la passa ad un compagno facendola scivolare dietro la schiena… fischio dell’allenatore (allora si chiamava “istruttore”, come i sergenti dei film in stile “Full Metal Jacket”) ed urlaccio: “Anderle, chi ti credi di essere, Pete Maravich”?
E’ stato il mio primo impatto con Pete Maravich. Ad inizio anni Settanta non ci sono internet ed i satelliti, ma due canali televisivi nazionali che trasmettono solo di sera e solo programmi piuttosto barbosi. Non c’è proprio modo di identificare quei nomi strani che a volte si sentono nominare in palestra. Maravich…Chamberlain…Havlicek…sembrano quasi mostri mitologici, come l’Idra o Polifemo…Poi, papà per il compleanno 1976 mi regala l’abbonamento a “Giganti del Basket”, ed anche grazie alle lezioni d’inglese a scuola, ecco che riesco ad agganciare i primi nomi alle prime facce. E se quasi tutto il mio interesse va a Dave Cowens ed i suoi Celtics – complice anche un film in Super 8 di una partita vista a casa di un amico – le altre figure non è che perdano interesse, anzi, diventano più reali. Chamberlain è il “Golia del Basket”, Havlicek è “il Capitano”, e Pete Maravich… rimane Pete Maravich, una figura mitica come l’Idra o Polifemo.
Sì, perché il nipote di immigrati serbi, anche quando lo conosci meglio rimane sempre assurdamente superiore agli altri. Il ball-handling è qualcosa di mai visto, sa far “prillare” la palla sulle dita, poi la sposta sul gomito o sulla spalla, con quella faccia da bambino che sembra quasi non ci creda neppure lui. Ma Pete sa anche passare divinamente, tirare da fuori o concludere in penetrazione. A Louisiana State University è diventato il miglior realizzatore nella storia dell’NCAA con medie assurde che nei quarant’anni seguenti nessuno riuscirà nemmeno ad avvicinare: 44,2 punti ad allacciata di scarpe SENZA poter usufruire del tiro da tre punti. Per spiegare meglio il concetto, anni dopo il coach di LSU Dale Brown guarderà le cassette delle partite di Pete e, calcolando ogni tiro segnato da oltre 5,8 metri (la distanza del tiro da tre NCAA allora) aggiungerà una media di 13 punti a partita per un irreale 57 di media. Ecco quindi in parte spiegato anche quel 44% al tiro che, per una guardia di quell’epoca è un dato buono, ma non eccezionale. In parte, però, perché la scelta dei tiri da effettuare e di quelli da lasciare non è tra le doti di Pete…
Nel frattempo ha anche servito oltre 5 assist ad incontro, insomma un “mangia palloni” che però sa giocare di squadra. Ed il tutto su un’impalcatura fisica all’inizio piuttosto gracile, poi decisamente più potente ma sempre inferiore a quelle degli avversari coi quali si trova a duellare. Ma oggi non voglio raccontare per intero la storia di Pete Press Maravich, detto “Pistol Pete”, nato ad Aliquippa, Pennsylvania, il 22 giugno del 1947. Ci hanno pensato già molte biografie, la migliore si intitola “Pistol, the Life of Pete Maravich” ed è stata scritta da Mark Kriegel…
No, oggi voglio raccontare i demoni di un atleta, le sue paure, la sua fragilità. Perché Pete Maravich è paragonabile ad una di quelle stelle del rock lanciate a folle corsa verso l’autodistruzione, di quelle per cui percepisci con netto anticipo, pur senza saperlo spiegare, che troveranno la morte prima del tempo. Nel letto di un hotel come Jim Morrison o John Belushi, o al volante di un’auto sportiva come James Dean, o magari suicidi, come Kurt Cobain. Quella del piccolo Pete è una passione che nasce presto. Papà Press, ex giocatore professionista di discreto livello, vede che la palla a spicchi piace al suo bimbo, e lo incoraggia ad allenarsi. Gli insegna trucchi ed esercizi, e lo stimola a fare sempre meglio. E più il piccolo diventa bravo, più Press lo spinge a migliorarsi, più Pete si impegna per eccellere e per ricevere l’approvazione del padre-padrone in un circolo vizioso che non promette nulla di buono.
“La pressione produce diamanti”, recita un famoso detto, ma il cervello umano è un meccanismo delicato, meno resistente delle pietre preziose. La palla da amica diventa quasi un’ossessione, e Press – che è allenatore di livello assoluto - a volte svergogna i suoi atleti portando con sé quel bimbo gracilino ma dalle incredibili qualità. Quand’è che la sana voglia di migliorarsi diventa pericolosa? Press magnifica sempre le qualità di Peter, tanto che anche il grande John Wooden in un’occasione gli ricorda “hai un altro figlio ma non ne parli mai”. Il coach di origine serba in un’intervista a Jake Penland ammette: “Mio figlio Ronnie ha le carte in regola per essere un buon giocatore all’università; Peter, l’altro mio figlio, quello di 12 anni, è ancora più forte”. Sembra quasi che Press sia la teoria del basket, e Peter ne sia l’applicazione, arrivando dove il padre non aveva potuto arrivare da atleta.
Pete si allena perché gli piace. Pete si allena perché vuole che Press sia orgoglioso di lui. Pete si allena perché ha paura di fallire. Pete si allena, e poi si allena, e poi si allena ancora. Ore ed ore, in cortile, al campetto, in garage. La palla è uno strumento, è parte di lui, è il suo dio ed il suo demone. Al Liceo Daniel di Central, South Carolina, è così forte che lo fanno giocare prima che abbia l’età per studiare all’high school. Poi la famiglia si muove seguendo la carriera di Press che da coach di Clemson passa allo staff di North Carolina State, e Pete completa il suo iter liceale in una high school di Raleigh. E’ di quel periodo la nascita del soprannome che lo accompagnerà per sempre: per riuscire a tirare a canestro da distanze siderali, Maravich carica la palla in alto facendola partire dal fianco, quasi avesse una sorta di fondina dalla quale estrarre una pistola. Eccolo qui il soprannome: “Pistol”.

Finito il liceo, il ragazzo vorrebbe diventare un “Mountaineer” di West Virginia, ma il rapporto odio-amore con il padre ancora una volta si mette in mezzo. Press è coach di Louisiana State University e c’è chi dice che sia stato messo lì proprio per convincere Peter ad andare a Baton Rouge.
“Tu NON ci vai, a West Virginia”
“Certo che ci vado”
“Se vai a West Virginia, non riportare più il tuo sedere a casa mia”.
Alla fine Pete cede, a condizione che Press gli compri la macchina. A quella situazione, si aggiungono ulteriori problemi familiari. Ronnie è tornato dal Vietnam raccontando storie orribili di combattimenti corpo a corpo e dei “Charlie” che ha fatto fuori. E’ decisamente in difficoltà ed indugia spesso nell’alcol. Ma ancor peggio sta mamma Helen, una vita difficile alle spalle e poi il matrimonio con Press. Che l’ama, ma ama di più il basket e Pete, e quindi “fa un taglia fuori” su tutto il resto. Anche Helen comincia a bere ed a cadere ripetutamente nel baratro della depressione.
Nel frattempo la carriera universitaria di Pete parte alla grande, anche se la lotta costante tra quello che vorrebbe essere e quello che la sua mente ed il suo corpo gli permettono di essere comincia a richiedere un doloroso tributo. L’atleta domina in campo, ma fuori da esso a volte trova nel fondo delle bottiglie l’unico modo per dimenticare. O finisce in qualche rissa con un paio di marines o con un paio di “biker”, i motociclisti dal giubbotto di pelle e le borchie. Il suo volto da bambino prende un’espressione sofferente che lo accompagnerà per tutto il suo cammino. La famiglia è unita e si amano tutti davvero, ma richiedono troppo uno all’altro, e la pressione sale. L’ambizione di Press è l’espressione delle sue frustrazioni di giocatore che trasferisce nel figlio, generando in lui una voglia di riuscire superiore alle sue – peraltro grandi – possibilità. Ambizione, frustrazione quindi, che spingono il giovane campione a fuggire dal padre ma allo stesso tempo a cercarne l’assenso, a farlo contento.
Dipendono uno dall’altro e non se ne rendono conto, mentre gli allenamenti testardi, maniacali di Pete sono un misto di amore per il basket, di voglia di migliorarsi e di fuga dal padre e ritorno del figliol prodigo. Ed è questo uno dei limiti di “Pistol”: invece di cercare la soluzione negli amici, nella sua ragazza Jackie, si isola con il pallone da basket diventando una sorta di disadattato. Mamma Helen intanto viene divorata giornalmente dal senso di isolamento, beve e prende farmaci. Una combinazione che non porta lontano. Perde lentamente il contatto con la realtà, a volte vede – o crede di vedere - il fantasma di una zia nel patio di casa. E Press non fa solo l’allenatore di LSU, ma in casa cucina, fa le pulizie e la spesa.
Il numero 23 di LSU diventa una leggenda anche per tanti addetti ai lavori, che appena possono vanno a vederlo giocare. Il taglio di capelli, i calzettoni flosci sulle caviglie, lo sguardo sofferente di un direttore d’orchestra, tutto contribuisce alla creazione del mito. Pete lo mette assieme partita dopo partita, e Press gli mette a disposizione il resto dei Tigers. Intendiamoci, non è che “Pistol Pete” sia solo un “mangiapalloni” da 45 tiri a partita, il programma di LSU migliora sensibilmente: nei cinque anni precedenti al suo arrivo il bilancio è stato un desolante 45 vinte e 82 perse, ma con il ragazzo della Pennsylvania si passa a 14-12, 13-13 e poi un ottimo 22 vinte e 10 perse nell’anno da senior, con l’accesso alle Final Four del NIT da giocare al Madison Square Garden. Pete fa le cose per bene: arriva presto in albergo, chiede al concierge di non passargli telefonate, si prepara ad andare a dormire prima della sfida con Marquette in semifinale. Poi arriva qualcuno con un “six-pack”, sei lattine di birra, e la festa ha inizio. Maravich si ubriaca – come al solito per sfuggire alla tensione – e poche ore dopo la gara con Marquette non ha storia: 101 a 79. “Pistol Pete” in seguito dichiarerà dichiarato: “La mia stupidità ha non solo contribuito alla sconfitta, ma ha umiliato mio padre, e questo è stato insopportabile”. Ancora la voglia di fuggire da Press ed allo stesso tempo la frustrazione per averlo deluso.
In quella sconfitta, però la colpa va attribuita anche a dei problemi ad un ginocchio e ad un’anca, e mentre stava alleviando il dolore in una delle vasche idromassaggio di proprietà dei New York Knicks, ecco avvicinarsi un signore dalla pelle d’ebano paludato in un cappotto di pelle e con un cappello a tesa in testa: Walt Frazier detto “Clyde”, ottimo difensore ed All Star. “Pistol Pete – dice con un sorriso asciutto – ho qualcosa per te, adesso che entri nell’NBA”.
“Sì, cosa”? Domanda Maravich.
“La difesa”, dice Frazier, poi si volta e si allontana ridendo.
“Pistol Pete” a quel punto è un uomo nel mirino. Lo scelgono gli Atlanta Hawks, ed il resto dell’NBA non vede l’ora di insegnargli cosa sia il basket professionistico. Inoltre non c’è più Press a proteggerlo, ed il coach degli Hawks Richie Guerin non vuole vedere passaggi dietro la schiena o tiri forzati…che sono sempre stati la prerogativa di Peter. Oltre a ciò il suo nuovo contratto piace poco ai compagni reduci dalla vittoria nella Western Division: soprattutto Walt Hazzard e Bill Bridges, ma anche il lunatico “Jumpin’ Joe” Caldwell che si arrabbia, vuole più soldi e poi se ne va ai Carolina Cougars CUGARS dell’ABA. E se il basket college per Maravich era un dolce tormento, l’NBA è Inferno puro. La tensione viene acuita dalla consapevolezza di dover dimostrare di meritare lo stipendio da due milioni di dollari, dal conflitto con un coach all’antica, con avversari che vogliono distruggerlo, con compagni di squadra che sono invidiosi di questo ragazzo bianco e miliardario. Tanto che si becca la mononucleosi e perde 8 chili. Per uno come lui dovrebbe essere una mazzata, ed invece quando torna il 23 gennaio 1972 incontra i Milwaukee Bucks campioni in carica e mette assieme 35 punti e 14 assist eludendo la marcatura del grande Oscar Robertson e guidando al successo gli Hawks. Nei playoffs ne segna 36 in gara 4 ai Celtics pareggiando la serie, ma quelli sono troppo forti e li superano in sei partite.
La sua fame di autodistruzione si acuisce. Corre a folle velocità con la sua Porsche, beve, finisce a fare a botte nei bar. Eppure riesce ad affermarsi come uno dei realizzatori più prolifici della lega. Ma il prezzo è alto. Il 4 novembre del 1972 ne mette 44 a Philadelphia, poi va a casa perché soffre dell’ennesima forte emicrania. L’8 novembre è in un hotel di New York e si sveglia con il lato destro della faccia completamente paralizzato. Ormai anche il nuovo coach di Atlanta, Cotton Fitzsimmons, comincia a domandarsi se Pete possa sostenere quel genere di pressione. “Avrei bisogno di uno sciamano, o qualcosa di simile”, risponde il giocatore. Nei playoffs del 1973, dopo una discreta stagione da 46 vinte e 36 perse, Atlanta affronta nuovamente Boston. Perde le prime due partite, e tutti pronosticano la classica “sweep”, ma gli Hawks sorprendono i Celtics al Garden e poi l’8 aprile li affrontano sul loro terreno. E’ una delle migliori performance di Pete, che segna 37 punti e soprattutto ne mette 14 nell’ultimo quarto, guidando Atlanta alla vittoria per 97 a 94. Sul 3 a 2 Celtics, Atlanta si trova in vantaggio all’Omni, ma subisce un parziale di 22 a 0 che decide partita e serie in favore degli ospiti.
Maravich continua la sua lotta giornaliera contro il mondo, finchè gli Hawks decidono di voltar pagina cedendolo ai New Orleans Jazz. E’ il maggio del 1974: Pete vuole vincere, ma per la prima volta la pressione cala visto che i Jazz sono squadra d’espansione, e nessuno chiede loro troppo. Tutto sembrerebbe a posto, ed invece il 9 ottobre mamma Helen, nell’ennesima ricaduta in depressione, trova la pistola di Press e trova anche i proiettili calibro .22 nascosti accuratamente altrove. E si suicida. Pochi giorni dopo a Chicago Neal Walk cerca il compagno di squadra: “Avete visto Speed”? Speed è il soprannome che hanno dato a Peter per le scorribande ad alta velocità sulla Porsche. I giocatori si dividono in piccoli gruppi e lo trovano in un bar di Rush Street, completamente distrutto dall’alcol e dai sensi di colpa.
Quando Press viene licenziato, la misura è colma e Peter ricade in depressione. Lo salva la sua Jackie, fidanzata fin dai tempi di LSU. Poi i Jazz assumono Press come “scout”, ed il numero 7 torna “Pistol Pete”. Il campionato dei Jazz non è granchè, ma ai tifosi basta vedere Maravich… e poi via a bere un “hurricane”, come dice anche il commentatore delle partite “Hot Rod” Hundley: “Win or lose, everybody at Pat O’Brien’s”… “che si vinca o che si perda, poi ci troviamo al bar”.
Il Pat O’Brien’s è uno dei locali “storici” del quartiere francese di New Orleans. Ed in effetti nella capitale americana del carnevale, o Mardi Gras, come lo chiamano laggiù, lo spettacolo è più importante della vittoria, la forma più della sostanza… ecco quindi che Maravich dovrebbe trovarsi a suo agio, finalmente. Ed invece no: nonostante nelle cinque stagioni seguenti sia capace di segnare 8,000 punti, di risultare capocannoniere dell’NBA nel 1977, di finire due volte nel primo quintetto NBA e di giocare altre tre partite delle stelle (portando il totale a 5), Pete non è contento, perché non riesce a vincere.
Segna ancora molto: nel campionato 1976-77 raggiunge o supera i 50 punti per ben quattro volte, con la ciliegina sulla torta dei 68 ai New York Knicks. In quella gara, giocata il 25 febbraio 1977, irride la difesa di Walt Frazier, vendicandosi della battuta di sette anni prima nello spogliatoio del Madison Square Garden. E poi distrugge Dean Meminger, Butch Beard e Ticky Burden, tutti quelli che provano a fermarlo, mentre l’allenatore dei Knicks, Red Holzman commenta sconsolato: “la sua partita è la migliore che abbia visto giocare ad una guardia.
Ma alla fine l’umore di Pete non è quello di uno che ha appena raggiunto il proprio record personale, ed il terzo nella storia NBA: “La mattina dopo non volevo far altro che restare a letto. Perché nella prossima partita i tifosi, i proprietari, i compagni di squadra, mio padre e soprattutto io stesso avremmo voluto di più. Come se l’unico modo per venire accettato ed accettarmi fosse segnare di più, e poi ancora di più”.
Un solista, dunque? Sì è no: fin dal liceo l’unico modo per le squadre di Maravich di raggiungere la vittoria era quello di fargli prendere la maggior parte dei tiri, ma lui amava il passaggio, come dimostrato dalla sua media di 5,3 assist a partita in una carriera NBA spesa senza avere a fianco grandi assi. Nel campionato 1977-78, durante una facile partita contro Buffalo che per i Jazz si sta traducendo nella venticinquesima vittoria in 49 gare, “Pistol” parte in contropiede, serve con un delizioso passaggio Aaron James e poi si accascia tenendosi il ginocchio sinistro. Partito il menisco, ed è l’inizio della fine. La sua assenza dimostra che è grazie a lui che i Jazz sono diventati una squadra vincente, perché quando non c’è perdono. Eppure nessuno sembra rendersi conto della sua importanza. Le sue paure di uomo, la sua fragilità e la sua difficoltà a relazionarsi con gli altri lo rendono una sorta di disadattato. Riempie la casa di allarmi, diventa vegetariano, studia ufologia e poi la religione induista. Ma poi, rendendosi che il suo ginocchio non sarà più lo stesso, indulge nell’alcol e nell’autocommiserazione. Alla fine nella stagione 1979-80 i Jazz – che nel frattempo si sono spostati a Salt Lake City, Utah - gli danno il “buyout” e lo salutano.
Le due squadre più “calde” dell’Est si gettano su di lui: Philadelphia 76ers e Boston Celtics. Ma anche se viene dalla Pennsylvania, “Pistol Pete” è sempre stato un Celtic dentro, e decide di accettare l’offerta di Red Auerbach. Dapprincipio non vede molti minuti di gioco, e la cosa è un colpo al suo ego. Ma poi, complice anche un infortunio a Chris Ford, coach Fitch si affida a lui e Pete lo ripaga: segna 5 tiri di fila nel parziale che porta la vittoria con New Jersey, e la sera dopo ne segna 31 contro Indiana, in una rara partita in cui Larry Bird fa baruffa col canestro.
Il 25 marzo 1981 realizza 17 punti nell’ultimo quarto compreso un tiro da 3 in allontanamento che mette in ginocchio Washington, ed è anche grazie a lui che Boston supera Philadelphia in classifica arrivando a 61 vittorie ed al miglior record nella lega. Purtroppo nei playoffs Fitch accorcia la “rotazione”, e Maravich gioca solo sporadicamente sia nella serie vinta contro Houston che in quella persa con Philadelphia. In quella sfida contro i Sixers sono in molti a pensare che un maggior utilizzo di Maravich sarebbe stato utile a Boston,e tra questi il grande Leigh Montville del Globe che scrive: “Se Bird è marcato, l’attacco dei Celtics sembra disperato”. Chris Ford segna solo 4 punti nelle ultime due gare, e nell’unica partita in cui Maravich riceve un po’ di spazio segna 4 dei 5 tiri tentati e Boston vince 96 a 90. E’ anche l’unica vittoria di Boston che viene eliminata per 4 a 1.
Pete però non si arrende. Vuole un titolo, e passa l’estate ad allenarsi, a giocare col figlio Jaeson appena nato, a fare giardinaggio, la sua nuova passione. Arriva al training camp dei Celtics in perfetta forma e nella prima partita interna segna 38 punti. Fitch però nella rotazione gli preferisce Ford ed il rookie Gerald Henderson, nella rotazione, e soprattutto non perde occasione per maltrattarlo. In un allenamento in cui è di umore particolarmente nero, il coach se la prende con tutti al punto che, quando da le spalle al gruppo, un esasperato M.L. Carr tira un calcione ad una palla facendola volare per la palestra. Fitch si gira e siccome Maravich è a fianco di Carr gli grida: “Non abbiamo bisogno di comportamenti da ragazzino dai nostri veterani, abbiamo bisogno di leadership”. Carr sta per farsi avanti ed ammettere le sue colpe ma Pete gli fa segno che no, che va tutto bene. “Non ho bisogno di questo”, dice a M.L. a fine allenamento, poi saluta tutti, chiude l’armadietto e se ne va per sempre, ritirandosi dal basket. E perde la grande occasione di vincere il “suo” titolo, perché quei Celtics strapazzano i Rockets nelle Finali 1981.
Gli anni passano, e Pete si trasforma in un ottimo padre. Non mette nei figli la stessa pressione che ha subìto lui. E con Press le cose migliorano nel momento in cui possono guardare al basket senza dover raggiungere un obiettivo, senza spingersi a vicenda. Anzi, fanno anche dei “clinic” insieme, Press spiegando la parte tecnica e Pete dedicandosi alle dimostrazioni sul campo. Poi nel 1985, durante un camp in Israele, Press si sente male. La dignosi è terribile: un cancro alla prostata si è diffuso e non rimane molto tempo. Pete in ospedale chiede perdono al padre per aver lasciato il camp dei Celtics, e per aver bevuto la sera della semifinale del NIT. Press sorride, dice che non c’è bisogno, che è tutto a posto, ma il figlio insiste, ed allora il vecchio serbo lo guarda dritto negli occhi e gli dice “ti perdono”.
Adesso è Press a dipendere da Pete, e pete si prende cura di lui fino all’ultimo, alleviandogli le tremende sofferenze, tenendogli la mano. Si sono cercati a lungo, ed alla fine si ritrovano nel momento supremo. Provano cure sperimentali, volano persino in Germania, ma “la livella” non risparmia chi ha fama e ricchezza. Uno degli ultimi sorrisi di Press arriva quando Peter gli comunica di esser stato inserito nella Hall of Fame di Springfield. Vicino al letto, prega e legge la Bibbia, chiedendo un miracolo…finchè si rende conto che il miracolo è già avvenuto, che padre e figlio sono nuovamente uniti ed in pace.
Press spira la mattina del 15 aprile 1987, e Jackie esce dalla camera in lacrime. Poi, quando vi rientra, sente Peter dire a suo padre “Ci incontreremo presto”. Trova conforto nella religione, “Pistol Pete”, ed essendo un uomo di eccessi non si limita a pregare, ma lo fa con fervore, in una smania di evangelizzazione. Forse è così che trova la sua pace, alla fine, regalando tacchini di Natale ai più poveri nelle varie chiese della zona. Il ragazzino introverso, ribelle, disadattato, parla ora a migliaia di fedeli affascinandoli con la parola di Dio. Finalmente nei suoi occhi c’è una luce che potrebbe esser quasi definita di felicità, ma a tutti non sfugge il suo precoce invecchiamento: ha quarant’anni, ma sembra più vecchio di almeno dieci.
Il 5 gennaio 1988 è nel sud della California per essere ospite di una trasmissione radiofonica, ed ha accettato di partecipare una partitella con dei vecchi amici. La gara comincia in una palestrina di San Dimas, e per un po’ tutti giocano. C’è chi vuol fare bella figura, chi vuol provare ad umiliare il grande “Pistol”, chi si diverte solo ad essere lì. Ad un certo punto Maravich barcolla, cade a terra con la bava alla bocca mentre tutti si precipitano da lui e tentano di praticargli la rianimazione cardio-polmonare. Arrivano dei paramedici, provano il defibrillatore, poi caricano Pete Maravich sull’ambulanza e partono. A sirene spente. L’epitaffio migliore per Maravich lo ha scritto Lou Hudson, suo compagno di squadra ad Atlanta: “Era più veloce di Jerry West ed Oscar Robertson, e portava palla molto meglio. Tirava come loro, ed in termini di talento puro, è il più grande che abbia mai visto. La differenza stava tutta nello stile. Pete sarebbe sempre stato un perdente, qualsiasi cosa facesse. Per lui non è stato facile essere Pete Maravich”.
Una saga familiare che qualche secolo fa avrebbe regalato materiale a grandi scrittori come Thomas Mann, o Leon Tolstoj. Un figlio plasmato sul sogno del padre, un ragazzo che per toccare il cielo deve pagare un prezzo altissimo. La storia della famiglia di Pete Maravich, quello che – per usare le parole del più grande menestrello del ventesimo secolo, Bob Dylan – avrebbe potuto giocare anche se fosse stato cieco.





Commenti
Grazie, Fabio.
Il titolo dell'81 è come se fosse anche suo.
Un grazie a Fabio per questa ennesima bellissima storia e anche per quel "Anderle, chi ti credi di essere, Pete Maravich?" che mi ha strappato un sorriso.
Complimenti Fabio, riesci a emozionare e "insegnare vita" con capacità fuori dal comune.
La storia ben si prestava a questo Capolavoro, ma per realizzarlo servivano le gesta del "fenicottero".
Grazie, davvero!
Miri
Racconta solo storie di basket mettendoci dentro la sua esperienza e la sua conoscenza, ed è felice se queste possono destare qualche emozione. E solitamente quelli che provano emozioni sono quelli più simili a lui, quelli che condividono una certa filosofia di vita, quelli danno importanza agli stessi valori.
Su questo sito abbiamo spesso parlato di “vincenti”: Auerbach, Russell, Heinsohn, Bird… questo articolo – come tutta la serie di podcast di cui “Maravich Story” in origine faceva parte - si propone di raccontare anche le storie di quelli che “non ce l’hanno fatta” o che nella vita hanno dovuto affrontare problemi ben peggiori di un tiro sbagliato.
In un periodo in cui il basket giocato è assente, io e Leo abbiamo voluto dare impulso anche ad altri canali di comunicazione (il podcast, appunto, ma anche i quiz). E ci conforta sapere che apprezzate, visto l’impegno e la dedizione che queste iniziative richiedono.
Giustamente hai parlato da un lato dei "vincenti" e dall'altro non dei "perdenti", ma di chi "non ce l'ha fatta", io porrei la figura di Pistol Pete su entrambi i versanti, se pensiamo che ne parliamo ad oltre 30 anni dall'ultimo passaggio dietro la schiena o dall'ultimo tiro innanzitutto ricordandolo come un grande giocatore che con la palla faceva quello che voleva, poi la storia personale e la sua scomparsa prematura ne hanno tracciato le caratteristiche di mito, ma se non fosse stato un grande giocatore pochi lo ricorderebbero. Ed uno che viene ricordato così può non avercela fatta nella vita ma è riuscito a rendersi immortale nella memoria ed insomma è diventato, se non un vincente, un qualcosa che si avvicina moltissimo.
Grazie ancora a Fabio per questa ulteriore straordinaria pagina.
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