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Approfondimenti
Dalla scelta del primo giocatore nero della storia delle Lega all’utilizzo del primo allenatore di colore, senza dimenticare l’impiego del primo quintetto base afroamericano, la Franchigia del Trifoglio è sempre stata un passo avanti al resto dell’NBA. Ebbene, due dei suoi giocatori più famosi e celebrati sono anche tra i padri dell’Associazione Giocatori dell’NBA. Furono due stelle in biancoverde a combattere le prime battaglie al fine di garantire la tutela degli interessi dei giocatori, soprattutto quelli che languivano in fondo alle panchine e che venivano trattati come carne da cannone dai proprietari. Bob Cousy non fu solo un formidabile passatore, e Tommy Heinsohn non fu solo un magistrale realizzatore: insieme hanno vinto 16 titoli, hanno partecipato a 19 All Star Game, hanno visto le loro maglie numero 14 e 15 appese alle volte del Garden e sono stati ammessi nella Hall Of Fame di Springfield. Eppure, mentre si allenavano e giocavano hanno trovato l’energia e la determinazione per ergersi a paladini della loro categoria, a dimostrazione che per vincere, oltre ad una dose enorme di talento è necessario il possesso e l’utilizzo di teste pensanti.
Forse non tutti sanno che alla nascita dell’NBA (allora si chiamava BAA, Basketball Association of America) nel 1946, essa era già “provvista” di un salary cap rudimentale. Allora ammontava a 55,000 dollari (meno di quanto Kevin Garnett oggi incassa in un giorno) e la maggior parte degli atleti percepiva salari nell’ordine dei 4/5,000 presidenti deceduti a stagione che, ricalcolati alla luce delle cifre dell’inflazione, corrispondono a circa 50,000 dollari odierni. In quei primi anni i giocatori potevano sfruttare la presenza della lega rivale, la NBL (National Basketball League) per “spuntare” accordi più
favorevoli, ma quando nel 1949 le due leghe si fusero dando vita all’odierna NBA il vantaggio venne meno ed in qualche modo proprietari e general manager cominciarono a “taglieggiare” la controparte. Gli atleti infatti non avevano diritto alla pensione, dovevano essere sempre disponibili per gli allenamenti, non percepivano rimborsi per apparizioni pubbliche, non avevano diritto ad un arbitrato in caso di divergenze contrattuali e dovevano pagare senza discutere tutte le multe – giustificate o meno – che gli venivano comminate. Oltre a ciò, non era stabilito il numero delle gare pre-stagionali (ed ai giocatori non veniva corrisposto un centesimo in più per quella partite), insomma, un inferno a confronto di quanto accade oggi in una lega in cui i giocatori possono aggredire un allenatore e non venir licenziati, oppure continuare a percepire il loro salario nonostante siano manifestamente dipendenti da alcolici.
Ebbene, dov’è che poteva nascere il primo Sindacato dei giocatori NBA, la famosa NBPA (National Basketball Player Association) se non tra le fila dei Boston Celtics, la franchigia più attiva nel sociale dell’intera storia NBA? Mentre altri proprietari combatterono per anni la “union” dei giocatori, questo non accadde con Walter Brown, il primo proprietario della franchigia, l’uomo che decise che “Celtics” suonava meglio di “Whirlwinds” e “Unicorns” (grazie a Dio!), che firmò un allenatore di origine ebrea, che scelse il primo afroamericano nella storia della Lega. Certo, in un’occasione anche il grandissimo Walter entrò in rotta di collisione con l’NBPA, ma quando nel 1954 Bob Cousy cominciò a gettare le basi per un programma, il proprietario dei Celtics, a differenza di altri “owners”, non si oppose. La prima mossa di Cousy fu quella di contattare i giocatori più rappresentativi della altre squadre: era chiaro che solo i nomi più importanti potessero avere voce in capitolo, perché, per quanto “scomodi”, le franchigie non avrebbero potuto liberarsi dei “primattori” dello spettacolo NBA. “Cooz” scrisse a Paul Arizin di Philadelphia, Carl Braun di New York, Bob Davies di Rochester, Paul Hoffman di Baltimore, Andy Phillip di Fort Wayne, Jim Pollard e Dolph Schayes di Syracuse e Don Sunderlage di Milwaukee tentando di incoraggiare la solidarietà tra atleti, ma i tempi non erano ancora maturi e l’unico a rispondere positivamente fu Andy Phillip. Nonostante Phillip fosse ben disposto, il proprietario di Fort Wayne (oggi Detroit) Fred Zollner fu uno dei più accaniti oppositori del sindacato giocatori, ed impose ai suoi giocatori di non entrare a far parte dell’unione.
La risposta di Cousy fu brillante ed emblematica: nel gennaio del 1955, in occasione dell’All Star Game, si presentò al Commissioner Maurice Podoloff con una lista di richieste: il pagamento degli stipendi arretrati ai giocatori della franchigia “defunta” dei Baltimore Bullers, un limite di 20 partite prestagionali a contratto (oltre le quali i proprietari avrebbero dovuto spartire gli utili con i cestisti), l’abolizione delle multe “selvagge”, il rimborso spese per tutte le attività di rappresentanza e l’istituzione di un consiglio indipendente per dirimere le dispute contrattuali. Podoloff nicchiò, diede un colpo
al cerchio ed uno alla botte (pagò due settimane di arretrati agli ex-Bullets) e rinviò ulteriori decisioni fina a quando Cousy fu costretto nuovamente a prendere in mano la situazione. Nel gennaio 1957 contattò dei rappresentanti dell’American Federation of Labor e del Congress of Industrial Organizations (AFL-CIO), il più potente sindacato degli Stati Uniti, proponendo l’affiliazione della NBPA. Questa mossa preoccupò fortemente i proprietari, che si affrettarono a riconoscere l’NBPA nell’aprile dello stesso anno, e furono costretti ad accettare tutti i punti della lista-Cousy, compresa la “diaria”, il rimborso giornaliero di 7 $. Nel 1958, pago dello storico successo ottenuto ma frustrato dal mancato pagamento della quota di iscrizione da parte di molti giocatori, Cousy si dimise dalla carica di Presidente dell’NBPA: aveva arricchito i giocatori di un paio di migliaia di dollari solo con i rimborsi, e quelli non ne versavano 10 per la tessera?
“Cooz” venne sostituito da un altro Celtic, Tommy Heinsohn, che riprese a negoziare in modo alquanto aggressivo con l’NBA. “Tommy Gun”, assieme a Richie Guerin dei Knicks e Dolph Schayes di Syracuse nel 1961 trovò con la Lega un accordo di massima su un piano pensionistico che a partire dai 65 anni di età prevedeva una quota mensile di 100 dollari per i giocatori con cinque anni di anzianità NBA ed una di 200 per i giocatori con dieci anni di militanza. Nonostante l’apparente buona volontà dei proprietari delle franchigie, però, l’accordo non veniva mai ratificato, e nel 1962 Heinsohn perse la pazienza. Ingaggiò Larry Fleisher, consulente sindacale di chiara fama, ed allargò il campo delle richieste ben oltre il piano pensionistico, rivendicando anche l’eliminazione delle partite di sabato sera quando la domenica era prevista un’altra partita in TV, un aumento della diaria, una riduzione delle partite prestagionali, ed il diritto dei giocatori di usufruire delle prestazioni di un trainer preparato ed abilitato. Heinsohn non aveva però capito che sulla questione della pensione l’NBA stava nicchiando, e che non c’erano mezze misure: o sì o no.
Le trattative si trascinarono stancamente fino al gennaio 1964, quando i giocatori si decisero ad approfittare di un avvenimento storico.
Al Boston Garden infatti era in programma l’All Star Game annuale, e per la prima volta sarebbe “passato” in diretta televisiva nazionale: un’occasione unica per l’NBA per far decollare il proprio “prodotto” in un mercato in cui per i primi venti anni di vita il basket professionistico era stato nettamente subordinato a baseball ed hockey. Era anche un’occasione unica per Walter Brown, proprietario dei Celtics, per mettere in vetrina l’organizzazione della squadra sei volte campione NBA, ed il “Papà dei Celtics” si sentiva particolarmente responsabilizzato ed orgoglioso, in qualità di “socio fondatore” della Lega. Come contorno aveva organizzato la presentazione di due delle squadre “storiche” degli anni ruggenti, i New York Original Celtics ed i New York Rens (da “Renaissance”, il nome della sala da ballo in cui la squadra afroamericana giocava le sue prime partite), ed era previsto pure un “cameo”
del grande centro George Mikan. Nessuno però si sarebbe aspettato che il vero spettacolo si tenesse nello spogliatoio: mentre fuori dal Garden infuriava una tempesta, un’altra cominciò ad infuriare quando il nuovo Commissioner Walter Kennedy, contravvenendo ad accordi presi nel pomeriggio, informò Fleisher ed i giocatori che nessun accordo sarebbe stato firmato quel giorno. Le stelle dell’NBA capirono che se l’accordo non fosse stato ratificato quella sera sarebbe slittato alle calende greche, e si rifiutarono di giocare la partita.
Mentre il pubblico televisivo, ignaro, si domandava perché le due squadre non scendessero in campo, negli spogliatoi la bufera assunse connotazioni da tregenda e superò la tempesta di neve che furoreggiava su Boston. Brown definì Heinsohn “la più grande delusione da quando faccio parte dell’NBA”, e Bob Short, “owner” dei Lakers, minacciò di licenziare Elgyn Baylor e “Mister Logo” Jerry West. Alla fine, però, Kennedy ed i proprietari NBA alzarono bandiera bianca, e l’All Star Game potè iniziare in leggero ritardo. Nel maggio seguente tra i punti dell’accordo collettivo venne inserito un piano previdenziale che prevedeva versamenti pensionistici al 50% tra NBA e giocatori. Heinsohn spuntò un aumento ad 8 dollari della diaria (1 dollaro in più!!): ed ovviamente si dichiarò soddisfatto solo quando, al banchetto di fine stagione dopo che i Celtics avevano vinto il titolo del 1964, Walter Brown gli sorrise e dichiarò che “la vittoria di questo titolo va attribuita soprattutto ad un giocatore, un giocatore che ha lavorato estremamente duro per la squadra: Tommy Heinsohn”. “L’ascia di guerra” era stata sepolta, ed il numero 15 era di nuovo nel cuore del leggendario primo “owner” dei Celtics.
Tornando alla diaria, anche tenendo conto dell’inflazione le cifre di cui parliamo sopra sembrano ridicole, ma 8 dollari dei primi anni Sessanta equivalgono a 40 € odierni. Storie lontane e difficili, allora, che forse sarebbe opportuno raccontare agli strapagati campioni dei giorni nostri. Che comunque percepiscono una diaria di 114 $, e spesso come dichiarò DerMarr Johnson nel 2007, se la giocano già sull’aereo. Eppure furono quei dimenticati i pionieri che aprirono le porte alla ricchezza odierna, a volte rischiando l’estromissione dall’NBA. Tom Heinsohn lasciò la carica di Presidente dell’Associazione Giocatori nel 1966 e gli successe Oscar Robertson. Ma lui e Cousy sono un altro esempio di come i Celtics siano sempre stati la punta di diamante dell’NBA non solo in quanto ad impegno e dedizione sul campo, ed oltre ai trofei vinti possano vantare conquiste sociali che non potranno mai essere pareggiate.





Commenti
Tempi che, in ogni caso, erano lo specchio della società dell'epoca, nella quale la coscienza sindacale non era sviluppata e scontata come oggi; mi pare di ricordare, inoltre, che solo molto di recente siano state ritoccati i meccanismi per le pensioni dei giocatori molto anziani ancora in vita (la generazione appunto dei Cousy), nonchè il meccanismo di solidarietà per gli ex giocatori con problemi economici, temi delicati e che in una lega di super ricchi sembrano scontati.
Un caso che siano stati due Celtic a guidare l'associazione giocatori ai suoi inizi? Forse, magari avrà avuto un peso la comune formazione universitaria dei due, magari solo una questione caratteriale (mi piacerebbe conoscere il loro punto di vista sull'attuale situazione), magari l'ambiente di Boston città avrà contribuito, chissà. Resta la soddisfazione di poter affarmare che i pionieri dei diritti sindacali sono stati giocatori di Boston.
Condivido parola per parola l'analisi di Michele (evento quantomai straordinario) ma d'altronde e inverosimilmente ci accomunano l'orgoglio di tifare per una franchigia di basket Nba che è molto di più che 5 ragazzi in pantaloncini e canotta che corrono in mezzo ad un campo cercando di spedire un pallone in un cerchio.
E questa storia non è altro che una delle tante conferme di come il grande Red costruisse le sue squadre: atleti di talento certo, ma uomini di valore assoluto dentro e fuori dal campo!
Grazie a Fabio perchè se questo sito riesce ad appassionarmi ancora di più ai Celtics è grazie a racconti come questi e grazie anche al progetto storia che ci fa sentire parte di un progetto nato tanti tanti anni fa e che continua ancor oggi.
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