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Approfondimenti
“Per me, una delle cose più belle è vedere un gruppo di uomini che coordinano i loro sforzi verso un obiettivo comune, fungendo ora da leader ora da gregari al fine di ottenere il vero gioco di squadra. E’ quello che ho cercato di fare – è quello che tutti noi abbiamo cercato di fare - ai Celtics (Bill Russell)
Premetto che “bene” e “male” sono concetti relativi: ogni tanto gli studi tornano utili, ed allora “importiamo” le parole del filosofo Spinoza: “ognuno di noi giudica cosa sia bene e cosa sia male e lo sfrutta a proprio vantaggio o secondo il proprio carattere”. Una volta d’accordo sul fatto che ognuno di noi può essere convinto di rappresentare “il bene” e mai “il male”, proviamo ad applicare questi concetti al basket cercando di capire dove è andato e dove sta andando. Essendo da sempre tifoso dei Celtics, so che cosa significhi essere considerati “il male”: la “giornalista” di ESPN Jemele Hill nel 2008 scrisse che “tifare per i Celtics è come dire che Hitler è stato una vittima, è come sperare che Gorbaciov schiacciasse il bottone rosso lampeggiante prima di Reagan”. A prescindere dalla legittimità dell’idea che Gorbaciov fosse più cattivo di Reagan, mi confortò sapere che ESPN aveva sospeso l’ignorante signorina che – essendo originaria di Detroit – forse avrebbe dovuto approfondire maggiormente la storia dei Celtics e sforzarsi un po’ nel ricordare come giocassero i Pistons di Rodman e Laimbeer.
Ma al di là del concetto di “male” assimilato ai biancoverdi per presunte ed inesistenti discriminazioni razziali, i Celtics negli anni ’80 erano anche sinonimo di “gioco a metà campo”, “difesa arcigna” e “basket fisico” in contrapposizione al contropiede, allo “Showtime” dei Lakers. E questo ovviamente finiva per far identificare gli “ageleni” con “il bene”, ed i biancoverdi con “il male”. In realtà i modi diversi che le squadre di Bird e “Magic” utilizzavano per interpretare il basket avevano in comune il mezzo con cui raggiungere il fine ultimo della vittoria: ad essa si poteva arrivare solo sfruttando al meglio le caratteristiche tecniche ed atletiche del materiale umano a disposizione. Il “Gioco” alla fine era sempre legato indissolubilmente al lavoro di squadra, e che la palla l’avesse in mano Larry Bird o Magic Johnson, il tiro doveva andare “all’uomo smarcato più vicino a canestro”. Le squadre che non condividevano questa “visione” erano sempre destinate alla sconfitta, ed a vincere erano solo quelle che riuscivano a fare in modo che “il tutto” fosse più importante della somma delle singole parti.A questo tipo di basket aveva fatto seguito il famoso “Uglyball” dei “Bad Boys” di Detroit (cara signorina Hill…) e dei Knicks di inizio Anni Novanta: essendo squadre dotate di tasso tecnico inferiore a quello di Boston e Los Angeles, l’unico modo per riuscire a competere era aggredire fisicamente l’avversario, spingere, trattenere, “sommergere” la classe altrui con la forza e l’atletismo. Sebbene fosse brutto a vedersi e legato all’inesorabile crescita dell’aspetto atletico a scapito di quello tecnico – cosa che peraltro si stava verificando in tutti gli sport – anche il “Uglyball” preservava gli aspetti che avevano regalato tanti successi alle loro più blasonate avversarie. A “salvare” il “Gioco” dalla “forza bruta” di quelle squadre furono prima i passi da ballerino di Hakeem Olajuwon e poi i voli di Michael Jordan. “His Airness” però lasciò anche un’eredità scomoda: la diffusione dell’idea che la manovra corale fosse cosa sorpassata mentre il nuovo eroe Nietzschiano usava il pallone come una Excalibur per dominare il “Gioco”. Pur senza discutere il talento di “MJ”, va detto che nel frattempo la lega si era “watered down”, “annacquata” per l’ingresso di numerose nuove franchigie che avevano portato il totale delle squadre da 23 (1986) alle 30 odierne, ed il numero di cestisti a contratto era salito da 276 a 360 (e poi a 450). Il livello medio di talento nelle squadre si era ovviamente abbassato, e per la prima volta quintetti composti da due campioni e tre onesti comprimari riuscivano a dominare il campionato.
Il periodo da Bird-“Magic” a Jordan coincise con l’esplosione del marchio Nike: negli Anni Ottanta gli Stati Uniti stavano vivendo la “rivoluzione del fitness” e la casa dello “swoosh” la cavalcò accattivandosi l’approvazione (e gli acquisti) delle masse anche grazie a delle innovative strategie di marketing che facevano l’occhiolino ad aspetti della cultura statunitense ed utilizzavano atleti – Michael Jordan in primis – che in breve tempo si identificarono con il marchio e fecero salire i profitti in modo clamoroso. Ovviamente la reazione delle altre multinazionali della calzatura e dell’abbigliamento fu quella di iniziare massicci investimenti sia in pubblicità che nello “spessore” del “testimonial”…e cominciò la “caccia alla stella”. L’NBA, spaventata dal ritiro di “Magic” e Larry ed invogliata dalla cascata di dollari che arrivava assieme a scarpe e magliette “col baffo”, lasciò fare, anzi, addirittura “cavalcò la tigre” proponendo un prodotto che in nome del Dio Dollaro sconfessava quel passato in cui uno dei valori fondamentali era che “ciò che è scritto sul petto è più importante di ciò che è scritto sulla schiena”. Si arrivò quindi ad una nuova NBA, quella dell’hip-hop , quella il cui “target” principale erano i tifosi “teen-ager” ed in cui l’atleta trovava maggior soddisfazione nel piazzarsi in testa al “Courtside Countdown” (la classifica delle dieci azioni più eccitanti della settimana) che nel vincere la partita. Ingolosite dall’effetto-Jordan, le case produttrici di scarpe ed abbigliamento sportivo entrarono prepotentemente in scena ed… abbassarono “l’età sponsorizzabile” avvicinando le giovani “stelline” quando ancora frequentavano il liceo. Di fatto le vite dei giovani atleti venivano condizionate come la loro crescita sportiva. I coach delle high school e dei college, non potendo competere con chi era in grado di pagare i giocatori, videro svanire la loro influenza sugli atleti e persero la componente “maestro di vita”, diventando dei meri insegnanti di basket. E chi non fu in grado di adattarsi al nuovo mondo divenne una sorta di dinosauro: Bobby Knight su tutti, ma anche i “santoni” del passato dovettero cambiare approccio con atleti che vedevano il loro passaggio all’università come una breve tappa verso il basket professionistico.
La strada ormai era aperta ai “pirati dei canestri”, i faccendieri (Sonny Vaccaro in primis) che assunsero il controllo della situazione arricchendo sé stessi e Nike, Adidas e Reebok. Pensate a Sebastian Telfair: “poverino – direte voi – nella carriera NBA dalle squadre per cui ha giocato ha percepito solo 15 milioni”! Bene, a questo denaro va aggiunto quello del contratto da lui firmato con l’Adidas nel maggio 2004 che “chiamava” da 6 a 15 milioni (a seconda del raggiungimento di incentivi) in sei anni: “Bassy” a 19 anni era già milionario…prima ancora di essere scelto dai Portland Trail Blazers! E lo stesso discorso vale per Kobe Bryant che firmò con Vaccaro (allora all’Adidas) un contratto da 8 milioni prima ancora di venire scelto da Charlotte e quindi “girato” ai Lakers. Ma sarebbe sbagliato incolpare di questo processo solo i giocatori. Spesso in passato a loro non arrivava nulla, mentre a gonfiarsi erano solo i portafogli di chi gestiva il talento: le grandi università che, con la scusa dell’educazione gratuita e del dilettantismo, potevano incassare milioni di dollari in diritti televisivi, marketing e tasse (che aumentano sempre dopo la vittoria della squadra dell’Università nel torneo NCAA), i network televisivi, le franchigie NBA che “monetizzavano” il prodotto lasciando le briciole soprattutto agli atleti di contorno. E così si arrivava all’assurdo: l’NCAA “cancellava” i risultati dei Michigan Wolverines di Chris Webber perché il campione aveva accettato qualche pugno di dollari, ma non ripudiava i milioni di dollari incassati dalle TV nazionali “cavalcando” il talento di quella squadra!
Quando il solitamente riflessivo David Stern censurò i camp estivi che le grandi case di calzature sponsorizzano per avvicinare i giovani talenti ed “agganciarli”, la cosa fece scalpore. “Questo atleti di talento mondiale vengono sfruttati fin dall’inizio”, tuonò Stern. Come se l’NBA fosse un ente di carità che provvede a salvare i cestisti in difficoltà… Il “collega universitario” di Stern di allora, vale a dire Myles Brand, presidente dell’NCAA, non volle essere da meno ed affermò: “I problemi del basket pre-universitario sono il problema più devastante per noi”. L’NCAA che squalifica un atleta perché ha posato per un calendario per beneficienza (Steve Alford di Indiana nel 1984) ma non si fa nessun problema ad incassare palate di denaro grazie al sudore di questi ragazzi: il contratto stipulato dall’NCAA con la CBS ed in vigore dal 1999 al 2010 prevedeva 6 miliardi di dollari per la trasmissione di 11 “Final Four”…Ma in realtà perché ci si sarebbe dovuti aspettare un approccio diverso da Nike, Rebook ed Adidas, in un libero mercato? La torta del basket americano è così grossa che l’influenza delle multinazionali avrebbe potuto essere prevista fin dai tempi in cui “Doctor J”, “Magic” e Larry avevano dato il primo impulso alla globalizzazione del prodotto.
Però gli effetti del “mutamento di equilibri” all’interno del “giocattolo basket” sono sotto gli occhi di tutti. I milionari diciottenni non sempre hanno la personalità per gestire una carriera NBA, e spesso è difficile per loro distinguere il… “bene” dal “male” fuori dal campo, figuriamoci tra due canestri! Ed è un processo che appare irreversibile: la componente più vera e bella del Gioco, il “coordinamento degli sforzi” di Bill Russell è stato barattato con denaro e globalizzazione generando una miriade di “piccoli mostri” che ha cominciato ad infestare l’NBA. Il risultato è chiaro, nel bene e nel male: il talento e gli eccessi dei “Fab Five” di Michigan o dei Portland “Jail Blazers”, l’aggressione di Latrell Sprewell a coach P.J. Carlesimo, l’uso di spinelli e pistole, il “Malice at the Palace” (la rissa ad Auburn Hills tra i Pacers Ron Artest, Jermaine O’Neal e Stephen Jackson ed alcuni tifosi dei Pistons). Il legame tra squadra e giocatore si è sempre più affievolito, così come quello tra presente e passato.
In che direzione sta navigando il basket americano? E’ innegabile che i “nuovi equilibri” nell’NBA del Terzo Millennio portano inesorabilmente ad un maggior controllo delle politiche societarie da parte delle stelle: come Jordan poteva imporre il veto sull’acquisto o sulla cessione di un giocatore, così oggi i vari James, Bryant, Anthony e Wade possono influenzare l’operato dei manager e dei proprietari lasciando pendere sul loro capo la spada di Damocle della “free agency”. Sarà sempre più raro vedere coach come “Doc” Rivers o Greg Popovich che tentano di costruire un gruppo in cui i singoli, pur di ottenere il successo, piegano il proprio ego alla “visione” del loro coach. Al contrario, sempre più allenatori si sono “riciclati” come “cortigiani” del nuovo “Re”, come sacerdoti del nuovo “Prescelto”, come guardiani del nuovo “Mamba”. Il gioco ruota attorno ai nuovi mostri e con esso anche la carriera del coach. E quando l’atleta vince ed è contento anche il coach vince. Il supereroe della nuova NBA è atleticamente superiore ma ha una visione egocentrica delle dinamiche della Lega e non crede troppo al gioco di squadra. Nel momento in cui si cerca di insegnargli “il bene” la reazione naturale è “con questa filosofia sono arrivato fin qui, perché dovrei cambiare”? Lo stesso Paul Pierce fu riluttante quando Rivers tentò di convincerlo che il modo usato dai Celtics di O’Brien non era quello corretto per arrivare alla vittoria. Ma per un caso in cui il coach riesce a dimostrare alla propria stella che il “Gioco” funziona, ci sono cento casi in cui il coach si accontenta di “cavalcare” le proprie tigri, di “indirizzarle” verso l’obiettivo “comprandone” il consenso con la libertà di fare ciò che vogliono, a patto che lo sostengano... O’Brien, ma anche Phil Jackson, Mike Brown, Eric Spoelstra…
Alla fine non ci sono né buoni né cattivi, ma attori diversi che recitano con obiettivi diversi. Il basket college, come l’NBA, come le multinazionali dell’abbigliamento sportivo… tutti pronti a “masticare” i giocatori, a sfruttarli ed a “sputare” ciò che resta. Ed allora perché chiedere lealtà a chi fin da ragazzo è stato trattato come un “prodotto”? Le università e le franchigie NBA hanno i loro bilanci, le multinazionali pure, gli atleti “monetizzano” il più possibile. E’ un processo irreversibile che in pochi hanno interesse a fermare proprio perché chi ieri perdeva oggi vince, e viceversa. A parte gli atleti che hanno fallito, quelli che si possono trovare ai margini del mondo professionistico, in Cina, nelle Filippine, o addirittura in Iran…loro hanno perso in ogni caso perché prima o poi l’ultima chance sarà bruciata, ed un giovane atleta scartato dall’NBA terrà in vita i propri sogni schiacciando i loro…
In uno scenario complesso come questo, il concetto di “purista del basket” è soggettivo. In molti trovano che “l’uno contro tutti” messo in atto a volte da Kobe Bryant sia la normale evoluzione del Gioco, e quando al capitano dei Lakers viene consegnato un trofeo di MVP delle Finali nonostante abbia tirato con percentuali deficitarie e siano stati altri a togliere le castagne dal fuoco – Gasol, Fisher ed Artest – non si fa altro che passare il messaggio che il Gioco sia proprio questo. Ad altri amanti dell’NBA – al sottoscritto, per esempio - non può non far male vedere una squadra che si aggiudica il titolo di campione con un gioco basato su “isolamenti” e “pick and roll” (seppure in un contesto teoricamente “libero” come la Triangle Offense). Oltre a ciò la poesia della “motion offense” è stata uccisa dai fischi arbitrali per “blocchi in movimento”, e dove l’NBA enfatizza l’uno contro uno per vendere più magliette sarebbe auspicabile un ritorno al gioco di movimento, alla strategia, al basket “pensato”, al basket di squadra. Non ci resta che sperare che a vincere i prossimi titoli siano i Celtics, o gli Spurs. Gruppi condotti da allenatori che dimostrino all’NBA qual è la via giusta per arrivare al successo preservando il Gioco del Basket, salvaguardando il patrimonio che in tanti, da Bob Cousy a Larry Bird, da Oscar Robertson a “Magic” Johnson hanno lentamente creato, e che il nuovo gioco globale ed individuale sta erodendo.





Commenti
Cal
Non sono per nulla d'accordo sul fatto che il Jordanismo abbia cambiato l'NBA. Perchè si badi bene tra il "solismo" di Jordan e quello dei vari LeBron, Kobe Wade etc etc ci corre quanto il giorno e la notte.
Jordan è vero era un attaccante irreale ma sapeva benissmo che serviva la squadra, è quello dei 45 punti nella g6 di Utah, ma è anche quello che ha passato tiri che hanno deciso le finali a "comprimari" come John Paxons e Steve Kerr.
Kobe che passa un tiro decisivo a Rick Fox o Jordan Farmar (se ne prese uno Horry ma era a fil di sirena e gli arrivò in mano), non me lo ricordo, anzi ricordo che un anno fa se non era per Artest e Gasol avrebbe chiuso una G7 con una sconfitta associata ad un 6/25 al tiro che sprizzava egoismo da ogni poro, e di Jordan finali decisive da 6/25 non ne ricordo. Non infierisco su LeBron, due finali perse e Zero titoli.
Quindi la differenza fondamentale è che Jordan era un egoista al bisogno ma sapeva benissimo che per vincere serviva la squadra e serviva sbucciarsi i gomiti in difesa in prima persona anche se eri una stella (Jordan Drexler se lo marcò da solo, non andava dal suo coach a dirgli di metterlo di Kersey, quando invece Kobe chiedeva di marcare Rondo per non finire il fiato dietro a Ray Allen, oppure Wade e LeBron si guardavano in cagnesco per chiedersi chi dove marcare Jason Terry), questi della nuova generazione sono egoisti e basta che non si rendono conto che per vincere ci vuole una squadra, un attacco omogeneo (e quindi più imprevedibile) e uno spirito di sacrificio in difesa, dove la stella deve dare l'esempio e non lasciare agli altri i compiti più duri.
Per assurdo credo che Jordan sia molto più vicino a Bird e Magic di quanto non lo sia verso questi fenomeni di oggi.
Tutto è cambiato da metà anni '80 a oggi e non possiamo pretendere che sia l'NBA a dare l'esempio di pulizia e rettitudine anche se qualcosa ha provato a fare (politiche anti droga, stay in school, abbigliamento dei giocatori) pur se magari solo per interesse sul ritorno in termini di soldi (tanto per cambiare).
Concordo con Leo sulla particolare situazione di Jordan: sua la "rottura" con un certo tipo di basket precedente, ma il valore tecnico e psicologico del giocatore era così superiore da non permettere alternative e non credo che un diverso utilizzo sarebbe stato possibile.
Dopo di lui la seconda metà degli anni '90 sono stati un periodo negativo da questo punto di vista, ma era difficile pretendere che uno Stern o i vertici di Nike, Adidas ecc. percorressero strade diverse.
Ovvio che la nostra tradizione ci avvicini a un basket di altri tempi, difficile da ripetere oggi soprattutto in mancanza di risultati e l'ubuntu rimane un esempio quasi irripetibile di quella cavalcata vincente.
Il problema era che all'incredibile atletismo di "MJ" faceva ora da contraltare una NBA "gonfiata" dall'entrata di troppe franchigie che avevano annacquato il livello. E dove nell'NBA degli Anni '80 non bastavano quattro futuri "Hall of Famer" in quintetto per vincere, negli Anni '90 erano sufficienti due: Jordan e Pippen (il terzo, Rodman, ma arrivò nella "seconda tornata di titoli Bulls).
Il discorso però non voleva incolpare Jordan per il gioco dei solisti, Angelo, ma oltre a dare una visione a volo d'uccello degli ultimi 30 anni di NBA voleva sottolineare come il basket NBA abbia scambiato il Gioco del Basket con un monte di dollari.
Se è stato un bene per il basket, non lo è stato per il "Gioco", ed ora l'eredità di quel periodo sono i giocatori che sfasciano le squadre dall'interno perchè a conti fatti sono loro quelli che vendono magliette e biglietti.
Come nota Michele, che ha compreso perfettamente lo spirito dell'articolo, il "Bene ed il Male" sono concetti soggettivi, e dove il Bene per un tifoso Celtics si identifica in determinati concetti tradizionali (non solo sul campo da basket, ma anche fuori), per il tifoso dei Lakers il Bene è un giocatore che domina la squadra, un allenatore che non interpreta la storia dei Lakers ma che gioca con la psicologia di atleti ed assistenti come se fossero delle marionette nelle sue mani.
Io preferisco ricordare che nessuna squadra di Auerbach è mai "implosa", quando me lo paragonano a Phil Jackson... ma sono di parte... ;)
jordan è il punto di riferimento e l'ossessione di tutte le giovani stars, ma era unio, cosi' come sono stati unii magic e bird..e poi i bulls giocavano di squadra con un movimento di palla per niente assimilabile con gli heat di adesso o altre squadre di quel periodo tutte incentrare su pick&roll e iso.
jackson nn sarà simpatico ( adesso troppo schiavo del suo personaggio) ma per me è un grande coach, ma nn per i titoli vinti. ha saputo convincere jordan a giocare in un modo diverso e vincente, ha assemblato i primi bulls consacrando pippen e grant, ha saputo gestire spogliatoi difficili, ha saputo tirar fuori da molti giocatori stagioni che non hanno piu ripetuto. dietro le schiaciate di jordan c'era cmq un impianto di gioco corale (vedi gara 6 finali 92 con i bulls in rimonta e jordan in panca per quasi tutto il 4 periodo).
Citazione Leonardo Ancilli:
Citazione Michele Pulcini:
Citazione Legend:
Non so cos'altro aggiungere, però, forse una cosa c'è...
Michael Jordan.
All'epoca, naturalmente, ero appiattito sul presente e MJ mi si presentava come Kobe e compagnia danzante mi appaiono oggi.
Adesso, vedendo le cose in una più giusta prospettiva, riesco a collocare meglio i fatti di allora e giudico diversamente MJ.
(omissis...)
Ho trovato ciò che avevo scritto nei post di altri, che metto qui sotto.
Citazione cipriani:
Citazione giancleto83:
Jackson è stato un buon allenatore, è stato un rigoroso gestore dello spogliatoio e ha cercato di tirare fuori il meglio da ciò che aveva a disposizione. Certo, in cascina si è ritrovato MJ, Pippen, Rodman, Shaq, Kobe, Gasol, per citare solamente le prime file dei lineup, e quindi ha potuto incassare parecchi anellini.
Però Red è stato un'altra cosa, sono d'accordo.
Volevo aggiungere qualche riflessione:
condivido quanto detto da Leo su MJ; aggiungo che la grande illusione jordaniana fu quella che una dinastia si può fondare su una guardia senza avere lunghi dominanti: per ora c'è riuscito solo MJ, in un'epoca peraltro dove erano al loro culmine Ewing, Olajuwon e Robinson, dimostrazione di quanto fosse speciale Jordan; se vogliamo il fatto che senza lunghi non si vince è una rivincita di una concezione del gioco più “di squadra” (ai lunghi la palla bisogna passarla) rispetto a quella di gioco più individualistico;
posto che lo scopo dell'NBA è vendere magliette, in un'epoca come l'attuale dove atteggiamenti narcisistici ed individualistici la fanno da padrone (scusate se faccio il sociologo del bar Sport), è giocoforza spingere più verso i giocatori piuttosto che verso le squadre (il nipote di una mia amica all'età di 5 anni alla domanda “come ti chiami” rispondeva baldanzoso “Michael Jordan”), sfruttando anche il fatto che il talento e la personalità di certi giocatori era talmente grande da essere trasversale rispetto al tifo......io da ragazzino avevo anche la t-shirt di Dr.J perchè .....come si fa a non amare Julius anche se era un Sixer?
la domanda che mi pongo però è: questa scelta di privilegiare i singoli sulla squadra, legata soprattutto ad interessi economici è il fattore principale dell'evoluzione (o involuzione) del gioco? Sicuramente lo è al di fuori del campo da gioco, ma l'aumento esponenziale di atletismo dei giocatori e di tatticismo degli staff tecnici secondo me sono variabili altrettanto importanti; in fondo è più difficile trovare e costruire giocatori tecnicamente completi che non grandi atleti, e gli aiuti tattici derivanti dalle analisi dei video, degli scout, delle statistiche sempre più accurate spesso suppliscono alle mancanze tecniche e soprattutto possono servire a limitare i giocatori di talento. In questi giorni sto rivedendo molte partite del passato e notavo come ci siano quattro grandi assenti nel basket attuale rispetto a quello anni 70-80: il contropiede, inteso come contropiede sistematico e come gioco impostato sulla transizione (non lo fa più nessuno, se non Dallas quando gioca Kidd); il gioco spalle a canestro sia da parte dei lunghi, sia delle ali (tipo di giocatori come Dantley, Aguirre, Maxwell, non esistono più); il palleggio arresto e tiro, ora molto meno utilizzato ed un tempo bagaglio di moltissimi giocatori e soprattutto non esiste più il gioco di passaggi che a mio giudizio è responsabile della sparizione dei grandi passatori, soprattutto tra i pivot. Questa però è una tendenza di tutto il basket mondiale, non solo della NBA e non solo, cosa ben più grave, dei campionati professionistici; guardavo l'Italia alle amichevoli pre europei: gioco base una specie di 5 fuori, con il pick 'n roll alto e 3 fuori a prendere gli scarichi....ma che basket è questo? I lunghi ormai corrono per il campo per portare blocchi al primo che mette la palla per terra, sembra che senza pick 'n roll nessuna batta più il proprio uomo in 1 vs 1, e vi assicuro che è così anche in serie C e purtroppo anche negli under 19, e in queste serie non ci sono super atleti. Io comincio a temere che il tatticismo esasperato dei coach e il disuso dei fondamentali (non è vero che non si insegnano, semplicemente non si usano più) sia un motivo imprescindibile dell'involuzione del gioco in tutto il mondo e a tutti i livelli;
anche il capitolo arbitri è fondamentale: la fisicità del gioco ha portato paradossalmente a troppa tolleranza da parte dei grigi; ci sta che si giochi più intensamente dal lato fisico, è inevitabile se gli atleti sono del livello attuale nell'NBA; ma non ci sta il gioco “sporco” (le trattenute sui tagli, le stoppate col contatto del corpo, le manate 50% mano 50% cuoio, i flop ai bordi del cerchio che neanche Pippo Inzaghi); gli arbitraggi attuali concedono tropo alle difese, a confronto negli anni '70 si fischiavano i sospiri, con conseguenti maggiori difficoltà nel gioco d'attacco che perde fluidità;
concordo completamente sulla degenerazione del legame tra giocatore e squadra (peraltro rispetto a quanto accade ora nel calcio, l'NBA è una lega di dilettanti.......), dovuta agli effetti del dio Dollaro ma anch'essa di fatto rappresentatrice dello spirito del tempo in cui viviamo
Dopo tutto questo vado a tirarmi su di morale rivedendomi gara 7 Boston vs NY 1984, col mio amico Pitino vice di Hubie Brown e con Bird che tagliava a fettine la sua zone press a suon di passaggi.....
Quindi quando leggo di confronti tra Auerbach e jackson o tra Russell e chiunque altro, posso rispettare anche le opinioni altrui, ma sotto sotto mi è difficile non pensare "questo non capisce niente", anche se in realtá dovrei semplicemente pensare "la vediamo diversamente", ma non ci riesco proprio ed il mio complesso di superiorità per vedere il mondo dalla prospettiva celtica è incontenibile.
A me il basket piace perchè è uno sport in cui il collettivo può supplire alla semplice somma delle individualità e quindi non posso che considerare il bene i Celtics di quasi tutte le epoche e per uscire dal nostro territorio certamente gli Spurs dell'ultimo decennio abbondante e sotto certi punti di vista anche i bad boys di detroit perchè l'uglyball se non lo facevi in 5 (o meglio in 12) non arrivavi da nessuna parte.
La "colpa" di MJ è stata quella che visti i risultati sportivi e commerciali ottenuti, dopo di lui si è sempre cercato l'erede creando fenomeni fatui e snaturando la logica della "squadra" nella maggioranza degli appassionati delle giovani generazioni, ma anche qui non faccio che ripetere quanto detto da Fabio.
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