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Approfondimenti
Minneapolis, ottobre 2000
Non sono molto convinto. Mandare me, bianco, trentaseienne ad intervistare un miliardario nero di ventiquattro anni forse non è la migliore delle idee. Intendiamoci, non che io mi senta a disagio, anzi: conosco quel po’ di cultura afroamericana sufficiente per poter affrontare eventuali “assalti” di chi fosse preconcetto nei miei confronti, ma la mia filosofia di basket non si sposa con questa nuova generazione di eroi dell’NBA dediti all’arricchimento del conto in banca più che all’arricchimento del Gioco. Le “posse”, le “famiglie” dei giovani atleti allargate ad amici, parenti di quarta generazione e semplici sanguisughe mi hanno sempre fatto venire l’orticaria, specie quando questi personaggi cominciano ad interferire con l’attività in campo del loro “protetto”, come nel caso di Stephon Marbury.
Sono arrivato all’aeroporto internazionale Minneapolis-St.Paul alle 8 ed ho “ingannato il tempo” con una colazione al bar e la lettura distratta di un quotidiano. Il campione ha lasciato detto al mio editore di chiamarlo alle 9, e so che questi ragazzi spesso partecipano a feste, soprattutto fuori dalla stagione NBA. Ecco quindi che, puntuale, chiamo il numero in rubrica e dall’altro capo mi risponde una voce assonnata: “Oh, yeah, the italian reporter, sure”. Per le 10:30 devo essere a casa sua, e così impiego i 90 minuti restanti per rileggere i miei appunti, per pagare la colazione e quindi per saltare a bordo del primo taxi disponibile. L’autista messicano resta stupito quando gli passo l’indirizzo in spagnolo, e mi chiede da dove vengo: “Acabo de llegar desde Italia, soy un periodista”, “sono un giornalista appena arrivato dall’Italia”. Gli occhi nello specchietto – al quale è appesa la classica Vergine di Guadalupa - si stringono tradendo la sorpresa, evidentemente non si capacita di come qualcuno possa lasciare le bellezze del Bel Paese per finire nel grigiore delle “Twin Cities”. E del resto potrei chiedergli anch’io cosa ci faccia un messicano tra le nevi del Minnesota. Anticipo la sua domanda e gli dico che sono a Minneapolis per un’intervista a Kevin Garnett: gli occhi nello specchietto si illuminano e l’uomo comincia a parlare fitto fitto, guardandomi come se fossi un privilegiato. “Hombre, cuidado con el carro”! gli dico mentre sfiliamo pericolosamente vicino ad una Honda Civic che ha improvvisamente deciso di svoltare a sinistra. Ma è come se non mi sentisse, continua volteggiare sulle strade di Minneapolis mentre magnifica le doti di atleta e di uomo di Kevin, quasi che il tempo a disposizione per raccontarmi la sua verità fosse troppo poco. Alla fine arriviamo in un’elegante quartiere nella zona di Minnetonka, e si ferma all’altezza di un enorme cancello. Scendo velocemente e pago il simpatico ma logorroico autista: lui annuisce mentre appoggio le banconote sul palmo della sua mano, ma mi ferma non appena raggiungo la quota segnata dal tassametro: “los amigos de Kevin son mis amigos”, mentre i suoi denti macchiati di nicotina si scoprono in un altro sorriso.
L’amore del tassista ispanico per “The Kid” mi ha colpito ma non è sufficiente a spazzar via le mie perplessità. Quanti sono gli atleti con scarsa attitudine per il concetto di squadra che si trascinano a fianco pletore di lontani parenti ed amici succhia dollari? Se da un lato non gli si può fare una colpa, visto che spesso è stato il loro “egoismo sportivo” a farli uscire da una vita da delinquenti, allo stesso modo non posso non guardare con timore all’imbarbarimento del basket, alla “isolation” sia sul campo che nello spogliatoio. Il primo impatto conferma la sensazione di fastidio: al citofono risponde l’amico Jamie detto “Bug”, “Cimice”, che in forte accento del Sud Carolina mi dice: “Sta ancora dormendo, puoi tornare fra un’ora”? Col mio forte accento italiano rispondo che no, che poco prima dell’una ho un volo per Atlanta e che non ho molto tempo per l’intervista. Dal citofono esce un metallico “Come in” mentre “Bug” fa scattare il comando del portone elettrico. Mi incammino nell’ampio e ben curato giardino, stringo lo zainetto sulla spalla, e quando arrivo alla porta mi trovo di fronte un ragazzotto in abbigliamento sportivo che mi saluta col classico “Yo” e mi invita a seguirlo all’interno di un appartamento. Mentre si gira non posso fare a meno di notare la collana di platino con un medaglione che sbatacchia sul suo ventre mostrando un clamoroso “OBF” tempestato di brillanti. “OBF”, “Original Block Family”, il nome del clan di Kevin Garnett. “OBF”, la “Famiglia del Quartiere d’Origine”, nacque a Nickeltown, sobborgo di Mauldin, tra i ragazzi di Basswood Drive durante un giretto in macchina: l’amico Will Valentine inventò l’acronimo ed incontrò subito il favore di Kevin e “Bug”, che lo adottarono immediatamente perché rifletteva perfettamente lo spirito della loro amicizia.
Nel salotto, tirato a specchio ed arredato con sorprendente cura, mi imbatto subito in una pila di cartoni della AND1. Scarpe, abbigliamento, confezioni dalle quali tutti possono “attingere” i doni del nuovo sponsor. “Bug” mi sorride e mi fa accomodare sul soffice divano istoriato con motivi etnici: “Ya know, he don’t trust reporters a lot”, mi dice. Grande… non si fida dei giornalisti. E del resto come dargli torto? Il 1 ottobre 1997 aveva firmato il contratto da 126 milioni di dollari che lo aveva reso il giocatore più ricco dell’NBA, e da allora la simpatia che il suo ruolo di “ragazzino prodigio” generava nell’NBA era stato sostituito dall’invidia, dall’antipatia, dalla voglia di vederlo cadere. Nella patria del liberismo economico e del “sogno americano”, i perbenisti si erano scatenati affermando che quello era un ricatto allo sport, e che quelli come Kevin erano la rovina del Gioco. Garnett aveva trovato supporto nel vecchio “OBF” e nella grande etica di lavoro, e si era ripromesso di lavorare il doppio, il triplo, per dimostrare a tutti che quei soldi li valeva. Jamie si accorge che lo sbrilluccichio del suo medaglione attira la mia attenzione, ed in modo un po’ vanesio butta in fuori il petto: “Questo è ciò che siamo – dice con malcelato orgoglio – e non vogliamo dimenticare le nostre origini. Quando eravamo piccoli le nostre madri ci hanno insegnato a prenderci cura l’uno dell’altro perché era stato sempre così”. Ed io sorrido a quel ragazzo che vive nell’ombra del campione, ma che lo ha sempre aiutato nei momenti difficili. E’ stato al suo fianco quando Kevin finì in manette a Mauldin, in quella oscura storia di aggressione ad un ragazzo bianco. E’ stato al suo fianco quando Kevin, le sorelle Sonya ed Ashley e mamma Shirley si trasferirono a Chicago, ed è lui che lo ha abbracciato dopo la sconfitta di Farragut Academy nelle semifinali dello stato dell’Illinois nel 1995. E’ stato a bordo campo durante l’incredibile “workout” a Chicago in cui Garnett convinse uno stuolo di GM che era “materiale da NBA”, ed è stato sempre “Bug” a mettergli una tuta addosso quando due ore dopo, esausto, il campione si era appisolato in un angolo della palestrina. E’ stato sempre lui a guidare la stracarica “familiare” lungo la “Interstate 94” da Chicago a Minneapolis il 30 giugno 1995…il bagagliaio pieno di vestiti, di scarpe e di sogni. Per ingannare l’attesa gli chiedo cosa ricordi dei primi giorni nelle “Twin Cities”, cinque anni fa: “Da money”. I soldi, mai visti tanti, prima… “Appena arrivati andiamo nell’ufficio dei T’wolves e dopo un po’ danno a Kevin questa busta bianca. Lui non la apre, ma appena siamo soli la alziamo in controluce e cerchiamo di guardarci attraverso. Poi in macchina la apre e mi fa ‘Bug, quanti sono gli zeri dietro ai numeri’? Ma i soldi non lo hanno cambiato, continua a dire che se tu sei contento, allora è contento anche lui”. “You shine, I shine”…il successo arriva solo tramite il gioco di squadra… non ho ancora incontrato Kevin Garnett, ma un po’ mi ricredo sui “giovani atleti e le loro posse”. “Tu splendi, io splendo” è una sorta di grezzo “Celtic Pride”, dopo tutto. Però il ricordo di quel “Nightmare Team” delle Olimpiadi di Sydney è ancora troppo fresco: una squadra tanto forte quanto cialtrona, che aveva trovato il modo di vincere tra i fischi dello sportivissimo pubblico australiano. Ma non gli chiederò di Sydney, come non gli chiederò dell’altro argomento di cui “Revolution” non vuole parlare: la morte del compagno Malik Sealy avvenuta su una rampa della Highway 100 solo cinque mesi fa.
Alla fine, ecco che “The Big Ticket” appare, ed è proprio “Big”. Braccia lunghissime, spalle larghe ed una vita stretta. Forse un po’ troppo magro, nonostante nel corso degli ultimi anni abbia messo su un bel po’ di chili. Mi alzo per stringergli la mano, e lui mi anticipa dandomi il benvenuto in modo piuttosto cordiale. Ha la faccia un po’ assonnata, veste una tuta blu della Nike (anche se ha appena lasciato la prestigiosa casa dello “swoosh” per passare alla “And1”) ma sembra ben disposto alla conversazione. Mi presento e lo assicuro che l’intervista durerà solo una ventina di minuti, non voglio rubargli troppo tempo. “Man, sei venuto dall’Italia, non ti preoccupare”, mi risponde. Ed allora parto con le domande:
FA: “Hai appena guidato i Timberwolves a 50 vittorie stagionali, ma ai playoffs siete stati ancora una volta eliminati al primo turno la quarta di fila. Senti la responsabilità di guidare i tuoi un po’ più ‘in profondità’, nella post-season”?
KG: “Una delle prime cose che ho dichiarato appena arrivato a Minneapolis è stata che voglio essere parte di una squadra d’elite, ed ora lo siamo. Adesso dobbiamo continuare a crescere e per farlo dobbiamo continuare a lavorare insieme. Ma credo che per passare il primo turno ci serva anche qualche rinforzo, perché battere Blazers, Mavericks e Spurs richiede armi più potenti. E Kevin [McHale] ha fatto il possibile per ovviare alla perdita di Malik, Jackson e Smith con gli arrivi di Chauncey Billups e LaPhonso Ellis”.
L’ho visto a disagio, mentre pronunciava il nome di Sealy, ed allora dico solo “Malik”… e poi cambio discorso. Ma lui mi sorprende:
KG: “Man, Malik è mio fratello. Gioco col 21 fin dal liceo perché l’avevo visto usare da lui a St. John’s. E poi, quando l’ho conosciuto di persona, non ho potuto fare a meno di volergli bene. Ero introverso, ed è stato lui ad insegnarmi come aprirmi con gli altri. Come fa la gente ad andare in macchina contro mano e rovinare una famiglia in quel modo? Ero legato a lui prima, e adesso lo sono ancor di più perchè il giorno del mio compleanno è quello della sua morte. Malik è e sarà sempre mio fratello, nel mio cuore”.
I think everybody goes through something in their lives that makes them who they are in the present, that’s what Malik was for me,” Garnett said.
A testimoniare la sua intenzione di non dimenticarlo si batte il petto, come a mostrare che un po’ di Malik albergherà sempre lì dentro. La conversazione prende un tono meno solenne, e mi rendo conto perché il ragazzo che ai giornalisti sembra una Sfinge, una volta colto nel suo ambiente naturale ritorna ad essere un giovane brillante e sensibile. Mi mostra i tatuaggi sulle braccia:sul bicipite sinistro le scritte “KG” ed “Ashley” assieme ad uno scorpione (non si riferisce alla sorellina, assicura) e sul bicipite destro “Blood Sweat Tears” e “Sky’s the Limit” con due mani che cullano il globo. “Malik Sealy RIP” campeggia sull’avambraccio sinistro. Si commuove al pensiero dell’amico, ed allora cambio discorso.
FA: “C’è una ragione particolare per la quale non ti fidi dei giornalisti”?
Si passa la mano dalle lunghe dita sulla testa rasata e mi scruta in silenzio per qualche secondo, quasi soppesandomi. In realtà sta scrutando dentro di sé alla ricerca di una risposta…
KG: “Dare fiducia per me è un problema. Non mi fido di molte persone, anche se mi piacerebbe essere meno sospettoso. Invece tengo sempre la guardia alta perché ho imparato che in questo mondo, se non stai attento, ci mettono poco a fregarti. Ecco perché preferisco che a gestire i miei affari siano i miei familiari. E’ naturale, e ,mi sembra assurdo che qualcuno pretenda giustificazioni o scuse per questo”.
Accade qualcosa di strano, nonostante “The Big Ticket” non si fidi dei reporter, comincia a parlare e meno domande faccio più si apre. L’energia che mette in campo è evidente, e sembra quasi che la sua carica adrenalinica finisca per contagiare i presenti: “Bug”, il sottoscritto, in un attimo ci troviamo a ridere ed a scherzare. Mi racconta della casa e di come sia lui a fare le pulizie:
KG: “Sono la miglior donna delle pulizie tra tutti i giocatori NBA, pulisco con attenzione, più accuratamente di molte donne”!
Sorrido e torno a parlare di basket…
FA: “Di cosa sei più orgoglioso a questo punto della tua carriera”?
KG: “Della mia capacità di giocare ogni sera ad alto livello. Non mi piace subire delle crisi di rendimento anche se è molto difficile trovare ogni sera le motivazioni giuste per fare ciò che tutti si aspettano da me. Ovviamente spero di non tirarmi addosso la sfiga, dicendo questo, ma diciamo che essere in salute e garantire un rendimento costante sono gli aspetti dei quali vado fiero”.
FA: “Finora i Timberwolves si sono trovati in difficoltà nei playoffs, anche perché la Western Conference è decisamente agguerrita. Che rapporto hai con la sconfitta”?
KG: “La odio. Pretendo sempre il 110% da me stesso, però mi rendo conto che nella mia squadra troppo spesso i compagni aspettano che sia io a dare l’esempio, a guidarli, e questo rende le cose più semplici alle avversarie. Però io non temo la pressione, so di essere un leader e voglio continuare a lavorare duro per guidare la squadra alla vittoria. Anche se mi aspetto di più dal front office per costruire un gruppo vincente.
FA: “Se tu potessi cambiare qualcosa del tuo passato sportivo, cosa cambieresti”?
KG: “Se avessi potuto fare qualcosa, Stephon [Marbury] non se ne sarebbe andato. E’ stata una sua decisione, però se avessi potuto convincerlo a restare, lo avrei fatto. Perché credo che con lui sarei riuscito a vincere uno o due anelli”.
L’intervista è sempre più simile ad una conversazione, “Bug” porta della Coca Cola e “KG” mi chiede se preferirei della birra, ma io ringrazio e dico che la Coca va benissimo. Sono sempre più colpito dalla maturità di questo giovane uomo che a 24 anni con le sue convocazioni all’All Star Game e con la medaglia d’oro Olimpica ha conquistato il mondo dei canestri, eppure sembra un “boy in the ‘hood”, un ragazzo della porta accanto…solo più alto. Provo allora a “testare” la sua voglia di vincere, che poi è il discriminante finale tra un ottimo giocatore ed un campione…
FA: “Minnesota nelle ultime quattro stagioni è sempre stata eliminata al primo turno di playoffs. Quanto sei frustrato”?
KG: “Sei frustrato quando ti strappi i capelli, ma io non ne ho – dice con quel sorriso ad illuminargli il volto – e quindi non posso essere frustrato. E’ più un peso, una spina nel fianco. Quel pezzetto di cibo che si infila tra i denti e che non riesci a togliere, ma che continui a tormentare con la lingua. Perché ci siamo, stiamo lì a bussare alla porta, ed è come se chi sta dall’altra parte avesse messo la catena, guardasse dalla fessura ma non ti facesse entrare”.
FA: “Cambieresti squadra se i T’wolves non dovessero mettere in piedi un gruppo competitivo”?
KG: “Potrei cominciare a pensarci. Se non lavori per vincere, per cosa stai lavorando? Io sono qui per vincere, man, e non per pensare ai soldi o al prossimo anno. Anche quando sei giovane il tuo orologio ticchetta, ticchetta inesorabile verso la fine della carriera. Ed io voglio vincere il titolo”.
Improvvisamente mi accorgo che ho appena il tempo di chiamare un taxi e di fare il “check-in” verso Atlanta, ed allora mi alzo dal comodo divano ringraziando tutti per l’ospitalità. “We done”? Mi chiede un po’ perplesso, ed io gli dico che sì, che è stato anche più gentile di quanto mi aspettassi. “Hail a cab, Bug” dice, e Jamie fa arrivare un taxi per me. Stringo la mano a Jamie e Kevin, e “The Big Ticket” mi ammolla sulla spalla una pacca amichevole che mi fa barcollare, sono sicuro che appena uscirò dalla porta i due ci sghignazzeranno sopra… e sorrido anch’io, entrando per istante a far parte del loro “OBF”.
Mentre un altro tassista, questa volta dai lineamenti e dall’aplomb scandinavo, mi scarrozza verso l’aeroporto delle “Twin Cities” non posso fare a meno di domandarmi come un giocatore del genere possa rimanere ai confini del mondo e del basket.
La mia anima di tifoso Celtics, gelosamente tenuta nascosta nelle ultime due ore per rispetto al mio ospite, torna prepotentemente fuori e richiama alla memoria paragoni con la nobiltà fiera di William Felton Russell, tanto simile a Kevin Maurice Garnett…
Ed è a quel punto che mi trovo a pensare a quanto starebbe bene in biancoverde, quel giocatore alto alto e magro magro…
(racconto ispirato liberamente da due interviste a Kevin Garnett del mensile “SLAM”, e con un – voluto – omaggio a “Black Jesus” di Federico Buffa)
Non sono molto convinto. Mandare me, bianco, trentaseienne ad intervistare un miliardario nero di ventiquattro anni forse non è la migliore delle idee. Intendiamoci, non che io mi senta a disagio, anzi: conosco quel po’ di cultura afroamericana sufficiente per poter affrontare eventuali “assalti” di chi fosse preconcetto nei miei confronti, ma la mia filosofia di basket non si sposa con questa nuova generazione di eroi dell’NBA dediti all’arricchimento del conto in banca più che all’arricchimento del Gioco. Le “posse”, le “famiglie” dei giovani atleti allargate ad amici, parenti di quarta generazione e semplici sanguisughe mi hanno sempre fatto venire l’orticaria, specie quando questi personaggi cominciano ad interferire con l’attività in campo del loro “protetto”, come nel caso di Stephon Marbury.
Sono arrivato all’aeroporto internazionale Minneapolis-St.Paul alle 8 ed ho “ingannato il tempo” con una colazione al bar e la lettura distratta di un quotidiano. Il campione ha lasciato detto al mio editore di chiamarlo alle 9, e so che questi ragazzi spesso partecipano a feste, soprattutto fuori dalla stagione NBA. Ecco quindi che, puntuale, chiamo il numero in rubrica e dall’altro capo mi risponde una voce assonnata: “Oh, yeah, the italian reporter, sure”. Per le 10:30 devo essere a casa sua, e così impiego i 90 minuti restanti per rileggere i miei appunti, per pagare la colazione e quindi per saltare a bordo del primo taxi disponibile. L’autista messicano resta stupito quando gli passo l’indirizzo in spagnolo, e mi chiede da dove vengo: “Acabo de llegar desde Italia, soy un periodista”, “sono un giornalista appena arrivato dall’Italia”. Gli occhi nello specchietto – al quale è appesa la classica Vergine di Guadalupa - si stringono tradendo la sorpresa, evidentemente non si capacita di come qualcuno possa lasciare le bellezze del Bel Paese per finire nel grigiore delle “Twin Cities”. E del resto potrei chiedergli anch’io cosa ci faccia un messicano tra le nevi del Minnesota. Anticipo la sua domanda e gli dico che sono a Minneapolis per un’intervista a Kevin Garnett: gli occhi nello specchietto si illuminano e l’uomo comincia a parlare fitto fitto, guardandomi come se fossi un privilegiato. “Hombre, cuidado con el carro”! gli dico mentre sfiliamo pericolosamente vicino ad una Honda Civic che ha improvvisamente deciso di svoltare a sinistra. Ma è come se non mi sentisse, continua volteggiare sulle strade di Minneapolis mentre magnifica le doti di atleta e di uomo di Kevin, quasi che il tempo a disposizione per raccontarmi la sua verità fosse troppo poco. Alla fine arriviamo in un’elegante quartiere nella zona di Minnetonka, e si ferma all’altezza di un enorme cancello. Scendo velocemente e pago il simpatico ma logorroico autista: lui annuisce mentre appoggio le banconote sul palmo della sua mano, ma mi ferma non appena raggiungo la quota segnata dal tassametro: “los amigos de Kevin son mis amigos”, mentre i suoi denti macchiati di nicotina si scoprono in un altro sorriso.L’amore del tassista ispanico per “The Kid” mi ha colpito ma non è sufficiente a spazzar via le mie perplessità. Quanti sono gli atleti con scarsa attitudine per il concetto di squadra che si trascinano a fianco pletore di lontani parenti ed amici succhia dollari? Se da un lato non gli si può fare una colpa, visto che spesso è stato il loro “egoismo sportivo” a farli uscire da una vita da delinquenti, allo stesso modo non posso non guardare con timore all’imbarbarimento del basket, alla “isolation” sia sul campo che nello spogliatoio. Il primo impatto conferma la sensazione di fastidio: al citofono risponde l’amico Jamie detto “Bug”, “Cimice”, che in forte accento del Sud Carolina mi dice: “Sta ancora dormendo, puoi tornare fra un’ora”? Col mio forte accento italiano rispondo che no, che poco prima dell’una ho un volo per Atlanta e che non ho molto tempo per l’intervista. Dal citofono esce un metallico “Come in” mentre “Bug” fa scattare il comando del portone elettrico. Mi incammino nell’ampio e ben curato giardino, stringo lo zainetto sulla spalla, e quando arrivo alla porta mi trovo di fronte un ragazzotto in abbigliamento sportivo che mi saluta col classico “Yo” e mi invita a seguirlo all’interno di un appartamento. Mentre si gira non posso fare a meno di notare la collana di platino con un medaglione che sbatacchia sul suo ventre mostrando un clamoroso “OBF” tempestato di brillanti. “OBF”, “Original Block Family”, il nome del clan di Kevin Garnett. “OBF”, la “Famiglia del Quartiere d’Origine”, nacque a Nickeltown, sobborgo di Mauldin, tra i ragazzi di Basswood Drive durante un giretto in macchina: l’amico Will Valentine inventò l’acronimo ed incontrò subito il favore di Kevin e “Bug”, che lo adottarono immediatamente perché rifletteva perfettamente lo spirito della loro amicizia.
Nel salotto, tirato a specchio ed arredato con sorprendente cura, mi imbatto subito in una pila di cartoni della AND1. Scarpe, abbigliamento, confezioni dalle quali tutti possono “attingere” i doni del nuovo sponsor. “Bug” mi sorride e mi fa accomodare sul soffice divano istoriato con motivi etnici: “Ya know, he don’t trust reporters a lot”, mi dice. Grande… non si fida dei giornalisti. E del resto come dargli torto? Il 1 ottobre 1997 aveva firmato il contratto da 126 milioni di dollari che lo aveva reso il giocatore più ricco dell’NBA, e da allora la simpatia che il suo ruolo di “ragazzino prodigio” generava nell’NBA era stato sostituito dall’invidia, dall’antipatia, dalla voglia di vederlo cadere. Nella patria del liberismo economico e del “sogno americano”, i perbenisti si erano scatenati affermando che quello era un ricatto allo sport, e che quelli come Kevin erano la rovina del Gioco. Garnett aveva trovato supporto nel vecchio “OBF” e nella grande etica di lavoro, e si era ripromesso di lavorare il doppio, il triplo, per dimostrare a tutti che quei soldi li valeva. Jamie si accorge che lo sbrilluccichio del suo medaglione attira la mia attenzione, ed in modo un po’ vanesio butta in fuori il petto: “Questo è ciò che siamo – dice con malcelato orgoglio – e non vogliamo dimenticare le nostre origini. Quando eravamo piccoli le nostre madri ci hanno insegnato a prenderci cura l’uno dell’altro perché era stato sempre così”. Ed io sorrido a quel ragazzo che vive nell’ombra del campione, ma che lo ha sempre aiutato nei momenti difficili. E’ stato al suo fianco quando Kevin finì in manette a Mauldin, in quella oscura storia di aggressione ad un ragazzo bianco. E’ stato al suo fianco quando Kevin, le sorelle Sonya ed Ashley e mamma Shirley si trasferirono a Chicago, ed è lui che lo ha abbracciato dopo la sconfitta di Farragut Academy nelle semifinali dello stato dell’Illinois nel 1995. E’ stato a bordo campo durante l’incredibile “workout” a Chicago in cui Garnett convinse uno stuolo di GM che era “materiale da NBA”, ed è stato sempre “Bug” a mettergli una tuta addosso quando due ore dopo, esausto, il campione si era appisolato in un angolo della palestrina. E’ stato sempre lui a guidare la stracarica “familiare” lungo la “Interstate 94” da Chicago a Minneapolis il 30 giugno 1995…il bagagliaio pieno di vestiti, di scarpe e di sogni. Per ingannare l’attesa gli chiedo cosa ricordi dei primi giorni nelle “Twin Cities”, cinque anni fa: “Da money”. I soldi, mai visti tanti, prima… “Appena arrivati andiamo nell’ufficio dei T’wolves e dopo un po’ danno a Kevin questa busta bianca. Lui non la apre, ma appena siamo soli la alziamo in controluce e cerchiamo di guardarci attraverso. Poi in macchina la apre e mi fa ‘Bug, quanti sono gli zeri dietro ai numeri’? Ma i soldi non lo hanno cambiato, continua a dire che se tu sei contento, allora è contento anche lui”. “You shine, I shine”…il successo arriva solo tramite il gioco di squadra… non ho ancora incontrato Kevin Garnett, ma un po’ mi ricredo sui “giovani atleti e le loro posse”. “Tu splendi, io splendo” è una sorta di grezzo “Celtic Pride”, dopo tutto. Però il ricordo di quel “Nightmare Team” delle Olimpiadi di Sydney è ancora troppo fresco: una squadra tanto forte quanto cialtrona, che aveva trovato il modo di vincere tra i fischi dello sportivissimo pubblico australiano. Ma non gli chiederò di Sydney, come non gli chiederò dell’altro argomento di cui “Revolution” non vuole parlare: la morte del compagno Malik Sealy avvenuta su una rampa della Highway 100 solo cinque mesi fa.Alla fine, ecco che “The Big Ticket” appare, ed è proprio “Big”. Braccia lunghissime, spalle larghe ed una vita stretta. Forse un po’ troppo magro, nonostante nel corso degli ultimi anni abbia messo su un bel po’ di chili. Mi alzo per stringergli la mano, e lui mi anticipa dandomi il benvenuto in modo piuttosto cordiale. Ha la faccia un po’ assonnata, veste una tuta blu della Nike (anche se ha appena lasciato la prestigiosa casa dello “swoosh” per passare alla “And1”) ma sembra ben disposto alla conversazione. Mi presento e lo assicuro che l’intervista durerà solo una ventina di minuti, non voglio rubargli troppo tempo. “Man, sei venuto dall’Italia, non ti preoccupare”, mi risponde. Ed allora parto con le domande:
FA: “Hai appena guidato i Timberwolves a 50 vittorie stagionali, ma ai playoffs siete stati ancora una volta eliminati al primo turno la quarta di fila. Senti la responsabilità di guidare i tuoi un po’ più ‘in profondità’, nella post-season”?
KG: “Una delle prime cose che ho dichiarato appena arrivato a Minneapolis è stata che voglio essere parte di una squadra d’elite, ed ora lo siamo. Adesso dobbiamo continuare a crescere e per farlo dobbiamo continuare a lavorare insieme. Ma credo che per passare il primo turno ci serva anche qualche rinforzo, perché battere Blazers, Mavericks e Spurs richiede armi più potenti. E Kevin [McHale] ha fatto il possibile per ovviare alla perdita di Malik, Jackson e Smith con gli arrivi di Chauncey Billups e LaPhonso Ellis”.L’ho visto a disagio, mentre pronunciava il nome di Sealy, ed allora dico solo “Malik”… e poi cambio discorso. Ma lui mi sorprende:
KG: “Man, Malik è mio fratello. Gioco col 21 fin dal liceo perché l’avevo visto usare da lui a St. John’s. E poi, quando l’ho conosciuto di persona, non ho potuto fare a meno di volergli bene. Ero introverso, ed è stato lui ad insegnarmi come aprirmi con gli altri. Come fa la gente ad andare in macchina contro mano e rovinare una famiglia in quel modo? Ero legato a lui prima, e adesso lo sono ancor di più perchè il giorno del mio compleanno è quello della sua morte. Malik è e sarà sempre mio fratello, nel mio cuore”.
I think everybody goes through something in their lives that makes them who they are in the present, that’s what Malik was for me,” Garnett said.
A testimoniare la sua intenzione di non dimenticarlo si batte il petto, come a mostrare che un po’ di Malik albergherà sempre lì dentro. La conversazione prende un tono meno solenne, e mi rendo conto perché il ragazzo che ai giornalisti sembra una Sfinge, una volta colto nel suo ambiente naturale ritorna ad essere un giovane brillante e sensibile. Mi mostra i tatuaggi sulle braccia:sul bicipite sinistro le scritte “KG” ed “Ashley” assieme ad uno scorpione (non si riferisce alla sorellina, assicura) e sul bicipite destro “Blood Sweat Tears” e “Sky’s the Limit” con due mani che cullano il globo. “Malik Sealy RIP” campeggia sull’avambraccio sinistro. Si commuove al pensiero dell’amico, ed allora cambio discorso.
FA: “C’è una ragione particolare per la quale non ti fidi dei giornalisti”?
Si passa la mano dalle lunghe dita sulla testa rasata e mi scruta in silenzio per qualche secondo, quasi soppesandomi. In realtà sta scrutando dentro di sé alla ricerca di una risposta…
KG: “Dare fiducia per me è un problema. Non mi fido di molte persone, anche se mi piacerebbe essere meno sospettoso. Invece tengo sempre la guardia alta perché ho imparato che in questo mondo, se non stai attento, ci mettono poco a fregarti. Ecco perché preferisco che a gestire i miei affari siano i miei familiari. E’ naturale, e ,mi sembra assurdo che qualcuno pretenda giustificazioni o scuse per questo”.
Accade qualcosa di strano, nonostante “The Big Ticket” non si fidi dei reporter, comincia a parlare e meno domande faccio più si apre. L’energia che mette in campo è evidente, e sembra quasi che la sua carica adrenalinica finisca per contagiare i presenti: “Bug”, il sottoscritto, in un attimo ci troviamo a ridere ed a scherzare. Mi racconta della casa e di come sia lui a fare le pulizie:
KG: “Sono la miglior donna delle pulizie tra tutti i giocatori NBA, pulisco con attenzione, più accuratamente di molte donne”!
Sorrido e torno a parlare di basket…
FA: “Di cosa sei più orgoglioso a questo punto della tua carriera”?
KG: “Della mia capacità di giocare ogni sera ad alto livello. Non mi piace subire delle crisi di rendimento anche se è molto difficile trovare ogni sera le motivazioni giuste per fare ciò che tutti si aspettano da me. Ovviamente spero di non tirarmi addosso la sfiga, dicendo questo, ma diciamo che essere in salute e garantire un rendimento costante sono gli aspetti dei quali vado fiero”.
FA: “Finora i Timberwolves si sono trovati in difficoltà nei playoffs, anche perché la Western Conference è decisamente agguerrita. Che rapporto hai con la sconfitta”?
KG: “La odio. Pretendo sempre il 110% da me stesso, però mi rendo conto che nella mia squadra troppo spesso i compagni aspettano che sia io a dare l’esempio, a guidarli, e questo rende le cose più semplici alle avversarie. Però io non temo la pressione, so di essere un leader e voglio continuare a lavorare duro per guidare la squadra alla vittoria. Anche se mi aspetto di più dal front office per costruire un gruppo vincente.
FA: “Se tu potessi cambiare qualcosa del tuo passato sportivo, cosa cambieresti”?
KG: “Se avessi potuto fare qualcosa, Stephon [Marbury] non se ne sarebbe andato. E’ stata una sua decisione, però se avessi potuto convincerlo a restare, lo avrei fatto. Perché credo che con lui sarei riuscito a vincere uno o due anelli”.L’intervista è sempre più simile ad una conversazione, “Bug” porta della Coca Cola e “KG” mi chiede se preferirei della birra, ma io ringrazio e dico che la Coca va benissimo. Sono sempre più colpito dalla maturità di questo giovane uomo che a 24 anni con le sue convocazioni all’All Star Game e con la medaglia d’oro Olimpica ha conquistato il mondo dei canestri, eppure sembra un “boy in the ‘hood”, un ragazzo della porta accanto…solo più alto. Provo allora a “testare” la sua voglia di vincere, che poi è il discriminante finale tra un ottimo giocatore ed un campione…
FA: “Minnesota nelle ultime quattro stagioni è sempre stata eliminata al primo turno di playoffs. Quanto sei frustrato”?
KG: “Sei frustrato quando ti strappi i capelli, ma io non ne ho – dice con quel sorriso ad illuminargli il volto – e quindi non posso essere frustrato. E’ più un peso, una spina nel fianco. Quel pezzetto di cibo che si infila tra i denti e che non riesci a togliere, ma che continui a tormentare con la lingua. Perché ci siamo, stiamo lì a bussare alla porta, ed è come se chi sta dall’altra parte avesse messo la catena, guardasse dalla fessura ma non ti facesse entrare”.
FA: “Cambieresti squadra se i T’wolves non dovessero mettere in piedi un gruppo competitivo”?
KG: “Potrei cominciare a pensarci. Se non lavori per vincere, per cosa stai lavorando? Io sono qui per vincere, man, e non per pensare ai soldi o al prossimo anno. Anche quando sei giovane il tuo orologio ticchetta, ticchetta inesorabile verso la fine della carriera. Ed io voglio vincere il titolo”.
Improvvisamente mi accorgo che ho appena il tempo di chiamare un taxi e di fare il “check-in” verso Atlanta, ed allora mi alzo dal comodo divano ringraziando tutti per l’ospitalità. “We done”? Mi chiede un po’ perplesso, ed io gli dico che sì, che è stato anche più gentile di quanto mi aspettassi. “Hail a cab, Bug” dice, e Jamie fa arrivare un taxi per me. Stringo la mano a Jamie e Kevin, e “The Big Ticket” mi ammolla sulla spalla una pacca amichevole che mi fa barcollare, sono sicuro che appena uscirò dalla porta i due ci sghignazzeranno sopra… e sorrido anch’io, entrando per istante a far parte del loro “OBF”.
Mentre un altro tassista, questa volta dai lineamenti e dall’aplomb scandinavo, mi scarrozza verso l’aeroporto delle “Twin Cities” non posso fare a meno di domandarmi come un giocatore del genere possa rimanere ai confini del mondo e del basket.
La mia anima di tifoso Celtics, gelosamente tenuta nascosta nelle ultime due ore per rispetto al mio ospite, torna prepotentemente fuori e richiama alla memoria paragoni con la nobiltà fiera di William Felton Russell, tanto simile a Kevin Maurice Garnett…
Ed è a quel punto che mi trovo a pensare a quanto starebbe bene in biancoverde, quel giocatore alto alto e magro magro…
(racconto ispirato liberamente da due interviste a Kevin Garnett del mensile “SLAM”, e con un – voluto – omaggio a “Black Jesus” di Federico Buffa)





Commenti
Un predestinato a Boston? Il rapporto poi mostratoci con Russell potrebbe farmelo credere anche se la mia diffidenza verso i media mi lascia un poco perplesso, anche se la sua interpretazione dell'ubuntu e la sua dedizione alla causa non si prestano a dubbi.
Il grande rammarico è per quella maledetta serata di Salt Lake City in cui abbiamo dovuto rinunciare ad (almeno) un titolo che lui e i suoi compagni avrebbero meritato, la grande gioia è per aver potuto ammirare un altro grande interprete di questo gioco in maglia (la 5, già di Walton!) biancoverde.
Persino un'intervista a KG. il racconto è talmente dettagliato e curato che sembra davvero di essere lì vicino al Big Ticket di qualche anno fa...
Ehi Fabio, ma perchè non riprovarci ora! Un'intervista impossibile al KG di oggi per sentire cosa pensa dei suoi anni trascorsi in Nba e di questa favola dal nome Celtics! Sicuramente si sentirà ancora pronto per un ultimo assalto all'anello e non starà di certo pensando ad altro che a quello ma, il suo futuro fuori dal basket giocato è purtroppo alle porte e magari un pensierino a quello che farà da grande ce lo potrà pure regalare...
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