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Approfondimenti
In America, per definire una storia d’amore scritta nelle stelle, dicono che è “made in Heaven”. Ed in effetti il rapporto Boston-Jeff Green è stato segnato da tanti punti di contatto, da far sembrare il ritorno dell’atleta solo la logica conseguenza del fato. Uno con il nome “Green”, cresciuto nel “feudo” di Red Auerbach, allenato da John Thompson III, lodato da Dave Gavitt e scelto da Danny Ainge al draft, come poteva stare lontano dalla “Beantown”?
Lo sport preferito di Jeff, da ragazzino, non era nemmeno il basket… nonostante il suo metro e 88 decisamente superiore alla media dei ragazzini al primo anno di liceo, alla Northwestern High di Hyattsville, Maryland, ci era andato per giocare a football. Correndo “pattern” profonde si sentiva un po’ un Randy Moss, ed era come se nessuno potesse fermarlo. Poi, improvvisamente, a fermarlo ci pensò Madre Natura. Una storia sentita spesso e capitata pure al general manager che lo avrebbe scelto al draft NBA: arrivò l’improvvisa “growth spurt”, una crescita di 10 centimetri, ed ecco che per un quasi due metri il football diventò più complicato. Papà Jeffrey Senior (pure a Cheverly, Maryland, non è che la fantasia imperasse) lo aiutò nella transizione verso la palla a spicchi ed anche il ragazzo con le “braids”, le treccine, cambiò tipo di abbigliamento e dalle t-shirt NFL virò decisamente su quelle con argomento cestistico. L’ascesa ai vertici del basket del liceo Northwestern fu incredibile ed inarrestabile, ed all’ultimo anno Green guidò la sua squadra al successo statale con medie di 17 punti, 10 rimbalzi e 4 stoppate. Era ormai una delle stelle dello stato, e la cosa gli valse l’invito al Jordan Capital Classic di Washington, mentre il solito stuolo di reclutatori universitari si precipitava alla sua porta.L’opera di convinzione più credibile ed interessante per la famiglia Green fu quella di coach Craig Esherick da Georgetown, e del resto Jeff aveva sempre amato l’aura di successo del programma degli “Hoyas”. Purtroppo lo sfortunato Esherick venne “silurato” poco prima che due dei suoi migliori “recruit” – Jeff, appunto, ed il centrone Roy Hibbert – arrivassero agli “Healy Gates”, l’entrata dello splendido campus in stile gotico che sorge sulle rive del fiume Potomac. Ad accoglierli i due trovarono invece John Thompson III, progenie illustre di quel John Thompson che per due anni aveva funto da riserva a Bill Russell ai Celtics a metà anni Sessanta per poi intraprendere una grande carriera da coach culminata nel titolo NCAA del 1984 con la sua Georgetown. Buon sangue non mente e Thompson (III) ci mise poco a capire lo smisurato talento di Jeff, dandogli immediatamente responsabilità offensive importanti nel progetto di rinascita degli “Hoyas”. Già da “freshman” il ragazzo fece registrare medie di 13.2 punti, 6.6 rimbalzi e 2.9 assist a gara col 50.2% da due ed il 40% da tre, e soprattutto si guadagnò il rispetto degli addetti ai lavori. Dave Gavitt, ex general manager dei Celtics ed una delle figure storiche della Big East Conference, sentenziò: “Accidenti, se sa giocare! E’ uno di quegli atleti che mostrano miglioramenti ogni volta che li vedo giocare. Jeff lascia che la partita fluisca a lui, capisce perfettamente il gioco senza palla e commette pochissimi errori di valutazione”. Ed in effetti la “Princeton Offense” giocata da Thompson (del resto era stato proprio il geniale Pete Carill ad insegnargliela quando John allenava i “Tigers”) sembrava fatta su misura per il basket cerebrale ed allo stesso tempo atletico del giovane numero 32.
Nel complesso l’annata era stata più che favorevole, ed il bilancio di 19 vittorie e 13 sconfitte era un chiaro cambio di rotta dal 13-15 fatto registrare un anno prima dallo sfortunato Esherick. Jeff si era pure guadagnato il trofeo come “Rookie dell’Anno” della Big East, seppure in coabitazione con tale Rudy Gay da Connecticut…più di così…Ma l’anno da “sophomore” non fu facilissimo per Green che proprio per il suo approccio “intelligente” al gioco dapprincipio venne messo da parte da compagni cestisticamente meno maturi e più portati alla conclusione personale. I vari Roy Hibbert, Brandon Bowman, Ashanti Cook e D.J. Owens gli tolsero spazio fino a gennaio, quando le sue medie di realizzazione ricominciarono a salire. La spiegazione della rinascita? Semplice, quando era una matricola con le treccine giocava prevalentemente da centro, ora aveva dovuto reinventare il proprio gioco offensivo per non andare a cozzare con i 7-piedi-e-due di Roy Hibbert…e Thompson era sempre più impressionato dall’intelligenza cestistica del ragazzo. Anche in un campionato inferiore alle aspettative riuscì però a lasciare il segno: in uno scontro con Duke, favorita per il titolo nazionale, Jeff abusò dell’All American (e futuro Celtic) Shelden Williams segnando 18 punti, passando 7 palloni smarcanti ai compagni e guidando gli “Hoyas” al successo. A fine stagione la media di realizzazione era scesa a 11.9 punti ad allacciata di scarpe, la media di tiro al 44,5% e quella da tre al 31,5% (con 6.5 rimbalzi e 3.2 assist), eppure la flessione nelle cifre non disturbava coach Thompson che in un’intervista su Sports Illustrated si espresse così: “Quanto sto per dirvi vi colpirà sicuramente, ma è la verità: Jeff Green è il più intelligente giocatore che io abbia mai allenato”. Un complimento non da poco da parte di un coach reduce da cinque stagioni come coach dei “cervelloni” di Princeton! Nel primo turno del torneo NCAA in programma a Dayton gli “Hoyas” superarono a fatica Northern Iowa con un Green da 0 su 5 al tiro. Ma nella gara successiva Jeff si riprese ed i suoi 19 punti, 8 rimbalzi e 6 assist furono decisivi nel largo successo per 70 a 52 su Ohio State. Purtroppo nella semifinale dei Regionals Georgetown incocciò nei futuri campioni, i “Gators” di Noah, Brewer, Horford e Cook: combattè valorosamente ma dovette cedere per 57 a 53. Rimase per Green la soddisfazione di aver portato gli “Hoyas” alle “Sweet Sixteen” e di aver tenuto Florida sulla corda fino alla fine, con 15 punti e 6 rimbalzi a rappresentare la sua consacrazione definitiva.
Nel terzo anno agli ordini di coach Thompson Jeff continuò a convincere. Mentre per la terza stagione di fila si confermava capocannoniere di “G-Town” (14.3 punti di media), le sue percentuali di realizzazione tornarono sopra il 50% (51.3). Venne eletto “Big East Player Of The Year”, il primo cestista di Georgetown a guadagnarsi il titolo dal 1992, anno in cui se l’era accaparrato tale Alonzo Mourning. Fece registrare anche 6.4 rimbalzi e 3.2 assist di media diventando il leader della squadra che sulle sue ali oltre che sulla potenza sotto canestro di Roy Hibbert costruì una stagione da favola. Gli “Hoyas” infatti arrivarono al torneo NCAA con un record di 26 vinte e 6 perse, e procedettero eliminando nell’ordine Belmont, Boston College, Vanderbilt e North Carolina. Soprattutto in queste ultime due sfide la stella di Jeff splendette come non mai: contro Vanderbilt con gli “Hoyas” in svantaggio per un punto “ruppe” un raddoppio ed infilò il tiro vincente a 2,5 secondi dalla sirena finale. Nella gara contro i “Tar Heels”, poi, sul -11 con poco più di 12 minuti da giocare guidò la rimonta dei suoi fino alla vittoria nel supplementare: alla fine aveva all’attivo 22 punti e 9 rimbalzi, era stato eletto Miglior giocatore degli East Regionals ed aveva guidato Georgetown alle Final Four a 22 anni di distanza dalla precedente apparizione. Ma “la Grande Danza” in programma al Georgia Dome di Atlanta non fu felice per Green e compagni che vennero sconfitti da Ohio State in semifinale. La grande difesa sul lato debole dei “Buckeyes” limitò Jeff a soli cinque tiri (quattro a segno), ma il numero 32 giocò una gara decente aggiungendo ai 9 punti ben 12 rimbalzi. Eppure fioccarono le critiche per la sua mancanza di “assertività”, critiche che sarebbero arrivate anche in futuro, al “piano di sopra”.
Il draft del 2007 era decisamente ricco. Chiaro, i pezzi pregiati erano Greg Oden e Kevin Durant, ma anche le scelte seguenti sembravano in grado di lasciare un segno nell’NBA: Al Horford, Mike Conley, Yi Jianlian, Thaddeus Young, Corey Brewer, Joakim Noah…I Celtics erano rimasti “scornati” dalla lotteria e potevano contare sulla quinta chiamata assoluta… a quel punto, come anticipato, era il Destino a portare Green a Boston: un nome “verde”, la provenienza da quel Maryland che per decenni era stato “terreno di caccia” di “Red” Auerbach (il nome Len Bias non vi dice nulla?), un “mentore” con sangue Celtic come John Thompson III, la chiamata del Trifoglio col numero 5 assoluto… ed invece Jeff non fece in tempo a vestire il cappellino biancoverde che venne immediatamente “girato” ai Seattle Sonics assieme a Delonte West e Wally Szczerbiak nella trade per Ray Allen e la seconda scelta tramutata poi in “Big Baby” Davis. Era lo scambio che avrebbe “preparato il terreno” per l’arrivo di Kevin Garnett nel “Hub”, mentre Green finiva in una squadra giovanissima a fare da “secondo violino” al sensazionale Kevin Durant.
Nell’anno da matricola – che coincise anche con l’ultimo campionato dei Sonics a Seattle – Jeff fece vedere tutto il suo potenziale. Nonostante la giovanissima età – aveva appena compiuto 20 anni – partì in quintetto in 52 delle 80 partite disputate, e fece registrare medie interessanti di 10,5 punti (anche se con un languido 42.7% al tiro) e 4.7 rimbalzi.a partita. Verso la fine della stagione trovò minutaggi interessanti ed il 6 aprile in una vittoria su Denver Green mise a referto il suo career-high: 35 punti frutto di un interessante 14 su 21 al tiro e conditi da 10 rimbalzi. Quello fu solo il momento più luminoso di un finale di stagione con 14 doppie cifre nelle ultime 20 gare, e fu subito chiaro che se Kevin Durant era l’astro nascente del firmamento NBA, Jeff nei nuovi Sonics si era comunque ritagliato un ruolo di spicco.
Ecco, appunto, dicevamo dei “nuovi Sonics”… i “nuovi Sonics” finirono quell’estate, quando il nuovo proprietario Clay Bennett dopo 41 anni trasferì – non senza polemiche - “la baracca” ad Oklahoma City, regalando alla squadra un nuovo nome “Thunder”. “L’Operazione Tuono” iniziò nel peggiore dei modi: clamorosamente spaesati, gli atleti partirono con un orribile 1 vinte – 17 perse. P.J. Carlesimo venne sostituito da Scott Brooks ma le cose no migliorarono molto, ed i Thunder toccarono le 3 vinte – 29 perse prima di ricominciare a giocare a basket. La cura Brooks cominciò a funzionare ed Oklahoma City vinse 20 delle ultime 50 partite, limitando i danni dopo l’inizio da incubo. Jeff partì in quintetto in tutte e 78 le gare disputate, e vide i suoi minutaggi salire a quasi 37 minuti ad allacciata. Ovviamente anche il suo “fatturato” aumentò sensibilmente, stabilizzandosi sui 16,5 punti e 6,7 rimbalzi per gara con un discreto 44,6% al tiro ed un interessante 38,9% da tre. La difesa era ancora rivedibile, ma il numero 22 continuava a promettere bene.
Nel campionato seguente, 2009-10, Green mantenne nel complesso le stesse cifre fatte registrare in precedenza. La media punti calò da 16,5 a 15,1 a causa di un peggioramento nel tiro da tre (33,3%), ma Jeff si confermò comunque uno dei tre giovani “rampanti” Thunder assieme alla stella Durant ed alla rivelazione Russell Westbrook. Oklahoma City fu protagonista di un’ottima annata, ed il “programma” acquistò credibilità con vittorie a Boston, Miami, San Antonio e Dallas. I Thunder chiusero con un incredibile 50 vinte – 32 perse e si qualificarono per i playoffs con l’ottavo record ad Ovest. Questo significava incontrare subito i campioni in carica… nella serie con i Lakers, Oklahoma City impegnò i campioni NBA allo stremo, portandoli alla settima partita. Green però deluse le aspettative, venendo sistematicamente messo sotto scacco dalla difesa angelena. Le sue medie di realizzazione “scivolarono” dai 15.1 punti della regular season ad 11.8 e la percentuale di tiro crollò dal 45 al 33%. Così, quando all’inizio della stagione in corso Sam Presti, general manager dei Thunder, si presentò di corsa alla porta di Kevin Durant per offrirgli il rinnovo ma non bussò a quella di Jeff, fu immediatamente chiaro che il “dinamico duo” di Oklahoma City poteva avere i giorni contati. L’atleta dichiarò allora di essere pronto a rinnovare in estate ma Presti sembrò nicchiare, sapendo che comunque l’atleta sarebbe rimasto “restricted free agent”, lasciando cioè la possibilità alla squadra di pareggiare qualsiasi offerta da parte di altre franchigie.
Nonostante l’incertezza sul suo futuro, Green ha affrontato la stagione 2010-2011 con la consueta professionalità ed è stato parte importante nell’ottimo inizio dei Thunder, anche se la squadra si dimostrava sempre più il “giocattolo” di Durant e della rivelazione Russell Westbrook. La crescita esponenziale di Serge Ibaka, però, ha cambiato i piani di Presti, e quando tra infortuni e scadenza di contratto anche i Celtics hanno cominciato ad avere dubbi sul rinnovo a Perkins, i Thunder hanno visto l’opportunità di approdare ad uno dei migliori centri difensivi dell’NBA che in prospettiva playoffs gli permette di limitare Lakers e Spurs sotto canestro. Il 24 febbraio Oklahoma City ha spedito Green a Boston assieme al centro Nenad Krstic ricevendo Kendrick Perkins e Nate Robinson in cambio. Ainge ha scommesso sul futuro puntando sul recupero dei due O’Neal ed allo stesso tempo rafforzando gli “spot” di ala per dare maggior respiro a Pierce e Garnett, giunti un po’ in debito di ossigeno alle Finali 2010. Green è attaccante di razza, capace di giocare “spalle canestro” ma anche di infilare il tiro da fuori. E’ giovane (compirà 24 anni il 28 agosto), talentuoso, atletico ed allenabile, anche se a volte manca di continuità e fatica a prendere l’iniziativa.
Soffre avversari molto aggressivi e deve trovare maggior esplosività sul primo passo, ma in difesa la sua formidabile “apertura alare” potrebbe diventare un “asset”: non per nulla il suo coach universitario lo aveva definito “la reincarnazione di Scottie Pippen”. Per il momento Rivers usa Jeff “alla Odom”, cioè come un’ala dalle mani docili ed in grado di portare energia e punti dalla panchina. Green rimane comunque un atleta in grado di tirare, passare e penetrare, quella che in gergo viene definita “tripla minaccia”. In sede di rinnovo contrattuale ai Thunder avrebbe potuto “comandare” almeno 8 milioni, resta da vedere se i Celtics vorranno puntare su di lui anche nel “dopo Big Three”.
Intanto ha già fatto vedere qualche lampo di classe come i 21 punti rifilati ai Warriors in una serata in cui Boston era in difficoltà. Possibile che la sua “storia d’amore” con il Trifoglio stia finalmente sbocciando? Anche la “cabala” sembra riportarlo sempre ai Celtics: giovedì 3 marzo, mentre cercava di familiarizzare con le vie di Boston, si è perso ed ha dovuto fare ricorso al navigatore GPS per tornare all’albergo.
Per chi ama la storia della Franchigia, questo episodio non può non riportare alla memoria l’illustre predecessore che trent’anni fa si era perso per le vie del “Hub” mentre faceva jogging… ed al motociclista che l’aveva aiutato a ritrovare la strada aveva rivolto le immortali parole: “Tutto sommato credo di essere ancora un contadino di French Lick”…





Commenti
Ricordo bene quella notte seguita in diretta con alcuni di voi, la chiamata di Green, lo scambio con Ray che sulle prime ci lasciò basiti perché allora pensavamo alla ricostruzione, volevamo prospetti giovani e gente fresca, possibilmente lunghi da affiancare a Big Al: cosa potevamo farcene di un grande tiratore in là con gli anni e verso fine carriera? Ri-uhm!
Da allora ho sempre seguito con curiosità l’evolversi della carriera di Jeff e sono davvero contento che sia "tornato a casa"; superato un iniziale periodo di ambientamento, potrà essere la nostra arma principale in uscita dalla panchina e si giocherà insieme a big baby (anche lui frutto di quello scambio…strani scherzi del destino) lo spot di 4 tattico per i finali di partita incandescenti, quando Doc andrà con i 4 piccoli.
PS: posso chiederti Fabio dove le prendi tutte queste informazioni biografiche?
Jeff mi intriga, chi parla di un nuovo Pierce spara troppo in alto, ciò non toglie che il ragazzo ha un fisico da paura, non ha ancora 24 anni e ampi margini di crescita. Ai Thunder ha sviluppato un po troppo poco il gioco a difesa schierata, ma a Boston avrà ottimi maestri. Con quel fisico e con quei cm, se impara da PP un po di mestiere in post basso, potrebbe diventare uno degli attaccanti più pericolosi in ala. Difensivamente secondo me va migliorato a livello di letture, però anche qui c'è margine di lavoro.
Spero che Ainge lo rinnovi in estate, il ragazzo vale e oltre che servire nel presente, può essere una buona base di partenza con Rondo per il post Big Three !
Lui non ci nega mai il suo impegno e trova sempre il tempo per sfornarne uno caldo caldo a pochi giorni dall'arrivo del ragazzo.
Ignoro quale potrà essere il contributo di Green alla causa ... biancoverde e ignoro anche se rimarrà per anni oppure deciderà di proseguire la sua carriera altrove, però se Ainge per lui ha di fatto sacrificato un suo figlioccio come Perkins, un motivo ci deve essere.
In bocca al lupo al ragazzo e a tutti noi.
Quoto assolutamente Michele..io che scrivo articoli per un sito e faccio questo genere di rubriche direi che è un lavoraccio
Giocatore interessante e forte, tanto dall'essere costato il nostro centro titolare e titolato. Potenziale illimitato, per ora un atteggiamento da vero Celtic, e' passato da fare 37 minuti a partita in quintetto base in una squadra forte ad essere un giovane che esce dalla panchina con pochi minuti, transizione non facile. Viene da football e il fisico suggeriva questa provenienza.
Altro bellissimo profilo di Fabio.
mi associo, complimenti a Fabio
Ma... chi è il giocatore che trent’anni fa si era perso per le vie del “Hub” mentre faceva jogging?
Perdonate l'ignoranza
Kg, le informazioni biografiche sono frutto di una "raccolta" da vari siti: quelli "canonici" con le statistiche, i giornali dei luoghi in cui ha giocato, gli "annuari" delle univeristà frequentate eccetera eccetera.
E' un lavoro lungo, ripetitivo ed a volte noioso, ma se si vuole che il "prodotto finale" non sia "acqua sporca", l'unica via è quella dell'approfondimento.
Questo è un signor giocatore e senz'altro ci regala quei punti dalla panchina di cui avevamo bisogno (quante volte abbiamo pregato che qualcuno che non fosse Big Baby mettesse una decina di punti?)...resta da vedere se Ainge e la proprietà decideranno di investire su di lui per il futuro...e Big Baby??? Mah, meno male che a Boston c'è chi sa fare il suo mestiere, perchè non sarà una decione facile.
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