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Approfondimenti
Troy Murphy farà meglio a rinnovare il contratto ai Celtics, questa estate. Perché c’è solo una franchigia NBA in cui uno come lui può essere venerato, e questa è Boston. Nessun tatuaggio, una faccia da bravo ragazzo un po’ goffo, pelle di un bianco accecante che ricorda le tonalità dell’etereo Larry Bird. E’ più alto di Larry, questo ragazzo del New Jersey, meno talentuoso – ovviamente – ma discreto tiratore e rimbalzista. E nonostante le squadre NBA “di riferimento” nel New Jersey fossero Nets e Knicks, fin da bambino lui ha tifato proprio per la squadra in cui evoluiva il campione dai baffetti biondi…cosa che non passerà inosservata nel “Hub”. E poi un’altra cosa che farà innamorare i ruvidi tifosi del New England è la formidabile etica lavorativa del ragazzone, quella che gli ha fatto guadagnare il soprannome di “Horse” anche approfittando dello scontato gioco di parole con il mitico “Cavallo di Troia”. Ed in effetti Troy ha sempre lavorato tantissimo fin dai tempi della fanciullezza in cui la palestrina di Sparta, (luogo in cui era nato) e quella di Morristown (dove frequentava il liceo Delbarton) non gli bastavano spingendolo a chiedere aituo a mamma Chris ed a papà Jim che sorridevano girando la chiavetta d’accensione dell’automobile alla volta della tetra Newark, ad oltre 100 chilometri di distanza.
Il ragazzo aveva un amico che si allenava alla St. Rocco’s Church, ed a dire il vero arrivarci era già una mezza impresa tra vetri rotti, prostitute, “pusher” e quant’altro. Ma per Troy era fondamentale trovare avversari più forti di quelli che avrebbe dominato a casa, ed a St.Rocco’s ce n’erano a bizzeffe: “La prima volta che ci andai mi resi conto che ero l’unico dalla pelle bianca. Ok, mi dissi, sei 2 metri e 5 e schiacci, non ti possono fare paura. E fu allora che quel ragazzo di un metro e 85 decollò e sbattè la palla nel canestro in modo assurdo”. Murphy imparò cosa fosse il gioco “fisico” in incontri interminabili in cui non si chiamava fallo nemmeno dopo contatti più duri. Lezione che gli servì moltissimo quando scelse di frequentare l’università di Notre Dame a South Bend, Indiana. Fin dal primo giorno da “freshman” fu chiaro a tutti che il numero 3 dei “Fighting Irish” era un giocatore speciale, e che per evitare di inchinarsi alla “Legge di Murphy” gli avversari gli avrebbero appiccicato addosso il più duro e sporco difensore a disposizione. Fuori dal campo però “Horse” era un vero mattacchione: per Halloween si era fatto truccare da una compagna di corso e con un paio di alette posticce era andato in giro per il campus vestito da cherubino… ve lo immaginate un angelo di 2 metri e 10 che con voce cavernosa intima “Dolcetto o scherzetto”? Per non parlare della volta in cui per il letto dell’angusta stanza- dormitorio aveva comprato lenzuola con l’effigie di Winnie the Pooh… In un’occasione aveva tentato di tingersi i capelli alla Eminem, ma qualcosa era andato storto ed il risultato era una capigliatura rosso acceso che aveva fatto inorridire il coach… che sagomaccia…
Ma in campo gli scherzi finivano, Troy diventava improvvisamente un killer silenzioso: senza flettere i muscoli dopo una schiacciata o senza infliggersi tatuaggi, piercing ed orecchini, preferiva far parlare il campo fissando l’avversario diretto. Unica “licenza” alla sua vena di saggia pazzia era un’inquietante scritta sulle scarpette da gioco, il “REDRUM” che tutti i cinefili conoscono alla perfezione. Ma siccome su questo sito agli appassionati di basket non è richiesta anche una conoscenza enciclopedia del cinema a stelle e strisce, ricorderemo che “REDRUM” è una parola da leggere al contrario che compariva nel film “The Shining” nel momento in cui Jack Nicholson perdeva la ragione e tentava di affettare la moglie con un’accetta. Non che Murphy abbia mai assalito gli avversari con un’accetta… ma li ha spesso fatti a fettine col suo appuntito tiro da fuori e con la sua ingombrante a rimbalzo. Ecco perché i coach della Big East cominciarono a piazzargli addosso il “marzocco” più ruvido a loro disposizione anche se questo non avrebbe fatto canestro in una piscina… Nonostante le “attenzioni particolari” delle difese, nei tre anni a Notre Dame Troy riuscì a ritagliarsi uno spazio importante nella storia cestistica di un’ateneo che tutto sommato neu suoi annali poteva già contare sulla presenza di John Shumate, Adrian Dantley, Kelly Tripucka e Bill Laimbeer. Guidò gli “Irlandesi da Combattimento” al Torneo NCAA nella stagione 2000-01 (erano a secco di presenze dal 1990) e nel frattempo trovò il modo di farsi eleggere Giocatore dell’Anno nella tosta Big East Conference per ben due volte…quarto atleta ad ottenere tale risultato dopo Chris Mullin, Pat Ewing e “Rip” Hamilton. E se le mere cifre non bastavano, il dio del Basket John Wooden parlando di lui disse: “Ci sono così tanti giocatori da circo oggi che è estremamente raro trovare un atleta dai fondamentali solidi. Troy è uno dei pochi con di questo tipo, ed è migliorato tantissimo negli ultimi dodici mesi”. Parola del “Mago di Westwood”, come possiamo dubitare? Con oltre 2,000 punti segnati e 900 rimbalzi “arpionati” in tre stagioni (medie di 21.4 punti e 9.8 “carambole”) si guadagnò una chiamata di lotteria dall’NBA, sognando di vestire la maglia dei Celtics che nel 2001 avevano a disposizione ben tre scelte di primo giro. Se alla 10 fu doverosa la “chiamata” di Joe Johnson, meno comprensibile fu alla 11 quella del “progetto” Kedrick Brown e Troy finì ai Golden State Warriors tre turni dopo.
Il suo primo impatto con l’NBA fu un training camp in cui il coriaceo Danny Fortson lo sbatacchiò ben bene, e Murphy si rese presto conto che l’NBA era un’altra cosa. Ai Warriors il “rookie” fece benino, anche se immediatamente si alzarono le “palette rosse” sul suo limitato atletismo e sulla sua difesa (o mancanza di). I minutaggi limitati dell’anno da matricola limitarono Troy a 5.9 punti e 3.9 rimbalzi nei quasi 18 minuti di utilizzo. Lui però si rese conto che doveva lavorare sodo se voleva emergere nel duro mondo dell’NBA: nell’estate del 2002 si mise a lavorare con il preparatore atletico Mike Grabow su u programma che prevedeva lavoro coi pesi la mattina, fondamentali con la palla il pomeriggio e corsa la sera. “Fu così intenso che la prima settimana facevo fatica a mettermi lo shampo nei capelli”, raccontò. Ma “Horse” non avrebbe mollato: “A volte vomitava – ricorda Grabow – e pochi secondi dopo era di nuovo in campo come se nulla fosse accaduto”. Ed i risultati cominciarono ad arrivare. Anche in una squadra male organizzata come quei Warriors (nelle prime stagioni Troy ebbe quattro allenatori diversi, Dave Cowens, Brian Winters, Eric Musselman e Mike Montgomery) quel lungo dalla mano morbidissima cominciò a farsi notare. In 31 minuti di utilizzo medio fece registrare 11.7 punti e 10.2 rimbalzi partendo sempre in quintetto base. Continuò a lavorare duramente d’estate e modificò leggermente la sua meccanica nel tiro da lontano, che nelle prime stagioni non aveva funzionato molto bene (11 su 40 complessivo): “Li tiravo quasi solo con le braccia, ma imparai ad usare di più le gambe in quella specie di mezzo piegamento che mi permise di far volare meglio la palla”. Nel campionato seguente, quello 2003-04, venne “fermato” da una serie di infortuni fastidiosi. Prima una fascite plantare, poi una contusione ossea seguita da un problema alla caviglia destra, e per finire una contusione al petto lo limitarono a solo 28 apparizioni nelle quail ovviamente non fu brillante come in passato. Musselman lo invitò a lavorare per estendere il suo “range” di tiro, e “Horse” tanto per cambiare passò un’intensa estate in palestra. Tirò da 200 a 300 “triple” al giorno con medie dell’86%. La frustrazione per i problemi fisici passati ed il lavoro estivo gli permisero di riscattarsi l’anno dopo mettendo a segno 15.4 punti e catturando 10.8 rimbalzi (quinto nella lega), ma soprattutto portando le sue medie di tiro da tre punti alla soglia del 40%. Le difese però cominciarono a “curarlo” con attenzione come una delle prime opzioni offensive di Golden State, ed il risultato fu una leggera flessione nelle percentuali di tiro da 3 (dal 39,9% al 32%), bilanciata però da migliori risultati nelle conclusioni da 2. L’arrivo ai Warriors di Don Nelson coincise con l’ascesa del centro lituano Andris Biedrins e con la conseguente uscita di scena di Murphy. Troy infatti a questo punto era “spendibile” ed il 17 gennaio 2007 venne mandato ad Indianapolis assieme a Mike Dunleavy ed in cambio di Al Harrington e Stephen Jackson.
Il ritorno nell’Indiana non gli dispiacque affatto, anche perché era finito alla corte del suo idoli di gioventù: Larry Bird. Coach Rick Carlisle – altro ex Celtic, guarda caso – puntò su Murphy e lui lo ricambiò confermando le cifre interessanti fatte registrare sul Pacifico (una dozzina di punti e 6/7 rimbalzi ad allacciata di scarpe). Nel campionato 2008-09, forse la sua miglior stagione di sempre, raggiunse i 14.3 punti e gli 11.8 rimbalzi di media, “condendo” il tutto con un fantascientifico 45% nel tiro da tre punti. Era il primo giocatore nella storia dell’NBA a classificarsi nei primi cinque sia nella media rimbalzi a partita che nella percentuale di tiro da tre! Su azione tirava un complessivo 47.5% che aveva dell’incredibile se si considera che circa la metà delle sue conclusioni era presa da “acque internazionali”, ed anche dalla lunetta l’82,6% era un dato decisamente interessante. Una leggera flessione nel torneo seguente (anche se i punti di media salirono a 14.6 ed i rimbalzi rimasero in doppia cifra, 10.2) lo resero “spendibile” nel momento in cui il “fusillo” Roy Hibbert cominciò a dimostrare di poter essere il centro dei Pacers del futuro. Ecco quindi che Indiana, alla disperata ricerca di una point guard, si rivolse a New Orleans per ottenere Darren Collison: nella trade entrò anche James Posey ma c’era bisogno di altre due franchigie per far “quadrare i salari” dei giocatori coinvolti. Ariza andò da Houston a New Orleans, Cortney Lee passò da New Jersey a Houston, e l’affare venne concluso. I Nets del resto volevano aiutare Brook Lopez vicino a canestro e Troy sembrò una buona idea: capace di “aprire il campo” come pochi lunghi nell’NBA, avrebbe garantito maggior spazio di penetrazione ai compagni. E poi per lui era un altro ritorno a casa, visto che era nato a Sparta, New Jersey! Ma le cose per Murphy non funzionarono: in preseason si infortunò alla schiena, e quando faticosamente sembrò aver recuperato una condizione atletica accettabile fu il piede destro a dargli delle noie. In una stagione poco divertente per i Nets, a lungo condizionati dalle voci sull’arrivo di Anthony, Kris Humphries e Derrick Favors si accaparrarono i minuti in precedenza destinati a Murphy che scivolò tristemente fuori dalla rotazione. Coah Avery Johnson non era un suo grande tifoso, i suoi 11.9 milioni a contratto rimasero a lungo seduti in fondo alla panchina, e già da metà novembre fu chiaro che i Nets volevano inserirlo in qualche trade.
Il GM di New Jersey Billy King aveva il suo bel da fare a cercare di convincere i me
dia ed i tifosi che no, Troy sarebbe rientrato nei piani della franchigia: lo stipendio era chiaramente un “asset” interessante per tutte le squadre che volessero “aggredire” il mercato, visto che era all’ultimo anno e quindi potenzialmente poteva abbassare il “cap” di molte squadre in ricostruzione. E così il 23 febbraio scorso, solo poche ore dopo essersi assicurati Deron Williams in una trade inattesa, i Nets spedirono Troy ed una prima scelta ad Oakland in cambio di Dan Gadzuric e Brandan Wright. A quel punto era chiaro che Murphy non sarebbe rimasto a lungo sul Pacifico. I Warriors non lo avevano voluto più quando di anni ne aveva 25, figuriamoci se lo avrebbero trattenuto ora che ne aveva 30 e soprattutto erano nettamente fuori dalla “zona-playoffs”. Il GM di Golden State testò il mercato per vedere se fosse possibile tirar fuori un coniglio dal cilindro, ma gli altri 29 manager fecero orecchie da mercante o per disinteresse o perché sapevano bene che in pochi giorni Troy sarebbe stato libero di andare dove voleva. Ed infatti il 28 febbraio i Warriors e Dan Fegan, l’agente del giocatore trovarono l’accordo per il “buyout”.
A quel punto di squadre che potevano aver bisogno del centro con la mano più gentile dell’intera NBA ce n’erano tante, e del resto i suoi 383 tiri da tre mandati a bersaglio negli ultimi tre campionati - superiori ai 330 di Andrea Bargnani o ai 191 di Dirk Nowitzki – erano una testimonianza eloquente del suo talento offensivo. E le pretendenti si ridussero presto a Heat e Celtics: i Warriors avevano posto come condizione al “buyout” che Troy tornasse ad Est, e quelle erano le due squadre con maggior “appeal”. Alla fine la scelta per l’atleta non è stata particolarmente difficile, perché se è vero che Miami aveva tutto quanto potesse attirarlo (minuti di gioco, bisogno di un rimbalzista, clima favorevole), è altrettanto vero che in qualche modo “Celtic si nasce”. Ce l’hai nel sangue, e tutte le maglie che hai vestito nel frattempo – come Kevin Garnett e Ray Allen – o quelle che vestirai dopo – come Robert Parish o Kendrick Perkins – diventano una marcia di avvicinamento al momento “clou” della tua carriera o “il viale del tramonto” dopo di esso. Quanto possa essere d’aiuto a Boston rimane ancora un’incognita: le “stimmate” del campione ci sono, ma la condizione atletica è palesemente in ritardo e la sua familiarità con gli infortuni negli ultimi anni è cresciuta pericolosamente. Però i Celtics hanno sempre mostrato interesse verso i rimbalzisti con la capacità di attirare gli avversari lontano dal canestro come dimostrato dai vari Raef LaFrentz o un Rasheed Wallace. Ed anche se Murphy non ha il talento difensivo di “Sheed”, tutto sommato la sua mobilità laterale è decente e la sua limitata esplosività non limita troppo la sua area di influenza a rimbalzo. Non è mai stato e mai sarà un centro stoppatore, ma se Shaquille e Jermaine O’Neal saranno nel roster dei playoffs non sarà lui a dover precludere la “pittura” agli avversari.
Insomma, il ragazzo da Sparta, New Jersey, ha deciso di passare per Boston perché in fondo è sempre stato un Celtic dentro, non ci formalizzeremo mica sui suoi (pochi) difetti?





Commenti
Mi auguro che possa dare il contributo da rimbalzista e tiratore da tre che speriamo, di certo i pick 'n roll con lui dovrebbero fornire varianti tecniche innovative rispetto al passato e si potrebbe accoppiare bene con Shaq in attacco (in difesa li vedo un poco meno dinamici della coppia Garnett/Green
Insomma, un'arma tattica che a roster completo può dare soddisfazioni.
Mi auguro che Troy ritrovi una forma fisica decente al più presto perchè credo che questo “Celtic nato” potrebbe dare una gran mano alla squadra; lo ricordo con Indiana come un cecchino tremendo da 3 ed un signor rimbalzista, ed averlo ora a Boston (dopo averlo “rubato” a Miami
http://www.repubblica.it/sport/2011/03/08/foto/shaquille_compleanno_bambini-13323139/1/?ref=HRESS-5
fosse a posto ci sarebbe da lucidarsi gli occhi!
manco fosse nastassja kinski :oops:... ho un debole ragazzi
Ho visto anch'io altre sue foto alla festa di compleanno e sono rimasto colpito. Si nota soprattutto dal viso che non è più "gonfio" (bifidus acti regularis?
a noi servono rimbalzi ed a lui serve continuare ad avere una carriera
in più lui nasce tifoso Celtics
le premesse per fare del bello ci sono tutte, quindi, se la (mala)sorte non ci metterà lo zampino, eccoci servita una faccia da Garden utile anche in campo e non solo per il folklore
http://www.youtube.com/watch?v=KKB2ZHRIgf4&playnext=1&list=PLD352F7EE1C4D07BF
Son soddisfazioni!
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