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Approfondimenti
“Holdout”, nel gergo dell’NBA, è il braccio di ferro tra società e giocatore che vuole un nuovo contratto più vantaggioso. Il primo “holdout” della storia dei Celtics fu quello che nell’estate del 1968 vide ai ferri corti “Red” Auerbach e Larry Siegfried, la “rocciosa” guardia dell’Ohio. “Siggy” era reduce da un’ottima stagione, ma il suo carattere decisamente imprevedibile e le voci di una sua possibile “trade” con Atlanta lo avevano fatto scendere sul piede di guerra, ed ecco quindi servito il primo “non ci sto” del Trifoglio. Tanto che in seguito il giocatore ammise “lo scriveranno sulla mia tomba: il primo holdout nella storia dei Celtics”.
Nato a Shelby, Ohio, il 22 maggio del 1939, il figlio di un operaio ci mise poco a conquistare la cittadina a suon di canestri, fino a quando, con una media di 38 punti a partita, guidò il piccolo liceo al titolo statale. Era un realizzatore dotato di mano morbidissima, eppure fu solo ad Ohio State University che capì il valore della Difesa, e la “D” maiuscola non è un caso quando il maestro è Fred Taylor. E per i pochi che non sapessero chi sia Taylor, diremo solo: il maestro di Jerry Lucas, John Havlicek e Bobby Knight.
Eppure quella squadra vinse “solo” un titolo NCAA, a dimostrazione che il basket a volte è imprevedibile. Per Siegfried gli anni ad Ohio State non furono facilissimi: il prodotto locale viaggiava su una sua lunghezza d’onda che per gli altri era difficile da captare. Eppure il talento sprigionato da quel ragazzo coi capelli a spazzola era sopraffino, e chi ama i “talenti con problemi” avrebbe idolatrato dieci volte quanto un “normale” Antoine Walker. Perché il ragazzo aveva mani dolci, spirito guerriero e carattere sopra le righe: a fine carriera universitaria venne scelto dai “locali” Cincinnati Royals ma li rifiutò. Il perché è degno di nota: i Cincinnati Bearcats dell’NCAA avevano battuto i “cugini” di Ohio State nel 1961, e lui con quei “cittadini” con la puzza sotto al naso non voleva proprio averci niente a che fare.
Dico: andare a giocare coi Cleveland Pipers dell’ABL invece di passare la palla ad Oscar Robertson in un “back court” da sogno? Bisogna essere pazzi! O forse solo vivere in un mondo a parte, e danzare ad un ritmo diverso, quello del proprio cuore. E che cuore…la lega ABL faceva fatica e finì in frantumi, e nessuno volle il mago di Shelby…finchè John “Hondo” Havlicek non sussurrò qualche parolina all’orecchio di “Red” Auerbach, che prontamente firmò Larry arruolandolo ai Celtics.
E Siegfried dimostrò di meritare il Trifoglio: nella squadra allenata da Auerbach giocò “di rincorsa”, alle spalle di K.C. Jones, e con il passare delle stagioni (e dei titoli) diventò sempre più determinante, sempre più “Celtic”. Uno “scrapper”, tutto difesa e grinta, ma capace di andare spesso in doppia cifra con quel tiro dolce come il miele e quelle mani... Da 3.3 punti di media passò a 16.4 (con 4.3 assist e 4.8 rimbalzi) e poi 13.7, e 14.1 nella sfortunata stagione 1967. Ancora 12.2 punti di media nel campionato 1967-68, col ritorno al successo, e con il famoso e famigerato “holdout”. Auerbach cedette ma non dimenticò l’intromissione del primo agente, Bob Woolf (che sarebbe tornato a farsi “amare” quando avrebbe patrocinato Larry Bird una decina d’anni dopo), e dopo altre due stagioni (“Siggy” segna 14.2 e 12.6 punti) lo lasciò “sprotetto” in un draft d’espansione. I Portland Trail Blazers non se lo fecero sfuggire e poi lo girarono ai San Diego Rockets, ma per “Siggy” dopo aver provato Boston, il resto era noia e la sua anima cestistica si spense.
Il perché di questo addio – che spezzò il cuore di “Siggy” – non è solo nella diatriba sul rinnovo contrattuale, ma anche sull’atteggiamento del giocatore che non si era trovato in sintonia con il nuovo coach Tom Heinsohn. E dove in precedenza il carisma di Bill Russell riusciva a tenerlo in riga (sebbene anche “l’Aquila Barbuta” avesse identificato il carattere da “outsider” di questa “scheggia impazzita” soprannominandola “Telstar”, dal nome del primo satellite a trasmettere immagini televisive), il ruolo un po’ “ballerino” di Heinsohn – spesso involontariamente messo in ombra dallo stesso Auerbach – e le sconfitte tipiche di ogni processo di rinnovamento erano state benzina sul fuoco di uno spirito decisamente un po’ troppo libero. Dicevamo della noia cestistica e dello sfiorire del talento atletico: dopo la fine della carriera NBA (ancora un anno in NBA diviso tra Houston ed Atlanta) Larry lavorò nel penitenziario di Mansfield ed aiutò tanti ragazzi che stavano per gettare la vita alle ortiche. Gli parlava anche di Celtics, e di duro lavoro, e delle tante volte in cui lo avevano gettato a terra sul campo da basket, e del fatto che si era sempre rialzato.
Quando i Celtics vinsero il titolo nel 2008 tutti i vecchi campioni del passato sorrisero e dissero che sì, questi qui erano “veri”, e meritavano di entrare nella “famiglia” dei grandi di sempre. Ed invece no, chi poteva essere l’unico ad opporsi, se non Lawrence Eugene Siegfried? “Aspettiamo che ne vincano due, di titoli. O tre. O quattro. Allora sì che saranno come eravamo noi”. Larry se n’è andato il 14 ottobre scorso, un buco grande come un dollaro d’argento in quel cuore Celtic, e lui a combatterlo per quattro giorni. Quattro interventi chirurgici, mentre tentava di rialzarsi ancora una volta dopo che era finito a terra. Non ce l’ha fatta, questa volta, ma sulla sua tomba nessuno scriverà “Il primo holdout nella storia dei Celtics”. Nonostante fosse un ribelle, quel cuore puro e quell’animo guerriero un posto nella leggenda biancoverde gliel’hanno ritagliato. Non so cosa verrà scritto su quella pietra, ma so cosa vorrei scrivere io: “I am a Celtic, and I’ll always be”. E per quanto il valore di queste pagine sia effimero, su IAAC posso farlo.








Commenti
Ah, Fabio invece potrebbe "giocare titolare" in qualunque luogo in cui si scriva qualunque cosa (non solo di Celtics...)
Sarò blasfemo ma x me sei la sacra bibbia celtica! Il libro cui attingere nei momenti di buio che prima o poi tutti circondano. Non c'è avvenimento, ricorrenza e perfino (purtroppo) dipartita che non riesci a dipingere in forti tinte verdi, mistiche e dense dense di orgoglio celtico!
Grazie.
Gran lottatore ma anche buonissimo tiratore, diciamo che l'aspetto caratteriale prevalse su quello tecnico (comunque ottimo) agli occhi degli "addetti ai lavori"..
Ma avercene di giocatori così...
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