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Approfondimenti

Nel microcosmo sportivo della storia dei Celtics la Franchigia del Trifoglio - nata nell’estate del 1946 - ha cominciato ad avere un’identità a partire dal 1950 grazie ad uno di quei momenti “silenziosi”. Ma andiamo con ordine: nella primavera di quell’anno Boston aveva chiuso la stagione perdendo 11 delle ultime 12 partite, coach “Doggie” Julian aveva alzato bandiera bianca e le casse segnavano un passivo di oltre mezzo milione di dollari, cifra astronomica per l’epoca. Il proprietario Walter Brown, alla ricerca di nuovi partner per far fronte alle spese, aveva contattato il “paisà” Lou Pieri che aveva da poco smantellato i suoi Providence Steamrollers.
Pieri aveva accettato di contribuire a risanare la situazione a condizione che il prossimo coach fosse Arnold Auerbach, un newyorchese che aveva fatto bene a Washington e con i Blackhawks e che lo aveva favorevolmente impressionato. Nel frattempo la stampa della “Beantown” sbavava per il giovane Robert Cousy, un altro newyorchese che era stato protagonista tra le fila dell’università di Holy Cross, un piccolo college gesuita con base a Worcester. Al momento del draft 1950 Auerbach si orientò su Charlie Share, centro da sette piedi proveniente da Bowling Green: quando i reporter bostoniani criticarono la scelta il nuovo coach/GM rivolgendosi a Brown pronunciò la frase immortale: “Ci si aspetta che vinca o che accontenti qualche bifolco del posto”? Non il modo migliore per iniziare un rapporto con la stampa…
Nello stesso draft in cui i Celtics al secondo giro si sarebbero assicurati Chuck Cooper, primo afroamericano scelto nella storia NBA, Cousy scivolò verso la fine del primo “round” e venne chiamato da Ben Kerner, precedente datore di lavoro di Auerbach ai Tri-Cities Blackhawks. Spazio per un’altra frase da ricordare: “Tri-Cities? Dov’è Tri-Cities”? In realtà Cousy sapeva benissimo che i Blackhawks – nonni degli odierni Hawks – erano “Tri-Cities” perché giocavano le loro partite casalinghe a Davenport (Iowa), Moline e Rock Island (Illinois) e lui, dopo aver aperto una scuola guida ed una stazione di rifornimento a Worcester non aveva nessuna intenzione di lasciare i sobborghi di Boston per finire nel “sottoscala” dell’NBA. Sparò alto a quota 10,000, Kerner rispose “massimo 6,000 dollari” ed il matrimonio non si fece.
Anzi, Tri-Cities lo scambiò a Chicago, ma quando gli Stags fallirono l’NBA organizzò un “dispersal draft”, un “recupero” di giocatori tra le franchigie più bisognose. Tra queste i Celtics erano chiaramente in pole position, ma poco tempo prima Brown ed Auerbach avevano ricevuto in regalo Ed “Easy” Macauley dai “defunti” St. Louis Bombers, ed ora il commissioner Maurice Podoloff, un ebreo russo poco portato ai rapporti interpersonali, aveva fatto capire chiaramente che Ned Irish dei New York Knicks, Ed Gottlieb dei Philadelphia Warriors e Walter Brown dei Celtics avrebbero dovuto trovare un accordo.
Il compromesso però apparve subito alquanto improbabile: i tre proprietari ovviamente sbavavano dietro a Max Zaslofsky, tiratore principe degli Stags e “premio” più ambito, e chi non fosse riuscito ad arrivare a lui avrebbe potuto consolarsi con il play Andy Phillip, passatore di talento che avrebbe persino speso il tramonto della carriera in bianco verde. Cousy era decisamente il meno considerato: in fin dei conti – come disse anche Auerbach – era altro solo 185 centimetri e doveva dimostrare di poter “esportare” le sue magie anche nel basket professionistico, allora dominato da centri enormi che trasformavano le aree intorno al canestro in vere e proprie tonnare.
Ecco quindi che Gottlieb, Irish e Brown si incontrarono con Podoloff a New York per cercare il compromesso. Il bostoniano cercò subito di spiegare perché per l’NBA fosse un bene che Zaslofsky andasse ai Celtics, ma il fatto che avesse ricevuto Macauley venne fatto notare immediatamente. Irish ricordò che l’atleta era nato e cresciuto a New York, e Gottlieb si riferì a complicate trade di Philadelphia trovando improbabili agganci.
Era evidente che tutti stavano tirando acqua al loro mulino, ed allora, vista l’impossibilità di trovare un’intesa, Podoloff sentenziò che a decidere sarebbe stata la sorte. I nomi dei tre atleti vennero scritti su dei foglietti che vennero poi messi nel cappello di Danny Biasone, owner di Syracuse e futuro inventore dell’orologio dei 24”.
Il proprietario dei Celtics, da signore quale era, lasciò che fosse Irish a scegliere per primo e subito si pentì, vedendo il collega sprizzare gioia da tutti i pori mentre brandiva il bigliettino col nome di Zaslofski. Gottlieb espresse soddisfazione quando con il secondo biglietto si assicurò Phillip, lasciando a Brown l’ultimo estratto, Bob Cousy. Brown appallottolò il pezzetto di carta e lo gettò a terra, dimostrando tutta la sua frustrazione per l’ennesimo colpo di sfortuna dei suoi Celtics. Poi, una volta tornato a Boston, firmò Cousy per 8,500 dollari.
Nessuno si rendeva ancora conto che quello era il primo mattone nella costruzione di una squadra vincente che sei anni più tardi avrebbe cominciato a dominare, vincendo 11 titoli in 13 anni. Nessuno si rendeva ancora conto che la città aveva trovato il suo primo eroe dei canestri, il primo atleta in cui il bostoniano medio o il bimbo con una palla in mano avrebbero potuto identificarsi. Nessuno si rendeva ancora conto che in Bob Cousy l’NBA aveva trovato un campione vent’anni avanti al suo tempo, che con le sue doti di playmaker avrebbe funto da modello futuro per le generazioni successive.
Tutto era cambiato in un istante, quello in cui tre bigliettini erano stati piazzati in un elegante cappello, quello in cui il destino aveva deciso che Robert Joseph Cousy avrebbe dovuto giocare per i Celtics e non per i Knicks o i Warriors. Era il 5 ottobre, sessant’anni or sono.





Commenti
E altro esempio di come il caso, nel bene e nel male, domini la vita...
"Il caso non esiste caro Andrea" direbbe il saggio maesto Oogway...
Nahhh, niente avviene per caso, quindi il sorteggio è andato come DOVEVA andare e Red ha dovuto prendere atto delle qualitù di quel piccoletto.
Fabio hai raccontato questo aneddoto con una dovizia di particolari che è propria di chi ha direttamente partecipato all'evento
A parte gli scherzi è buffo pensare come le cose nascano spontaneamente, per caso e poi, gestendole adeguatamente, può venire fuori qualcosa di unico.
ma rondo è l'evoluzione nel terzo millenio del cooz?
Nell’arrivo di Cousy mi affascina il fatto che, nonostante il “francese” fosse stato rifiutato da Auerbach, alla fine il destino ha congiurato per farlo tornare a Boston: provate a pensare, Kerner che lo scambia a Chicago, Chicago che fallisce, ed a quel punto Boston ha esattamente il 33% delle possibilità di prenderlo: chiamiamolo caso, destino, fato, ma le probabilità che l’idolo di Worcester finisse a Boston erano pochissime.
Ecco perché sono d’accordo con Andrea: anche se è nella natura umana non accettare di essere in balìa degli eventi, anche se vogliamo tutti credere che “homo faber fortunae suae”, in realtà basta un niente a cambiare le nostre vite per sempre. C’è chi è più sfortunato e si prende un proiettile nel collo, c’è chi è più fortunato e diventa un’icona dello sport…
P.S. Non ero presente all'evento, ma dalla cinquantina di libri sui Celtics ho la fortuna di poter guardare ad ogni fatto da "differenti telecamere virtuali" e di poter carpire i diversi punti di vista fino a riassemblarli in "3D".
Ecco perchè sembra fossi presente... anche se sarei nato "solo" 13 anni e mezzo dopo..
Il fine ultimo di raccontare una storia è proprio quello di far sentire "presente all'evento" chi la legge, quindi grazie del complimento, Piero.
Un applauso al nostro Legend, firma preziosa e prestigiosa che abbiamo la fortuna di leggere, apprezzare e amare.
Miri
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