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Approfondimenti
BASKETBALL FOR THE PLAYER, THE FAN & THE COACH di Arnold 'Red' Auerbach; Simon & Schuster, New York; 1971:
Ragazzi, se avete la fortuna di mettere le mani su questo “reperto”, non fatevelo sfuggire. Posso assicurarvi che è “l’esperienza totale”, il “3D dei libri sul basket” e che dopo averlo letto conoscerete lo sport più approfonditamente che se aveste guardato 100 partite. “Red” spiega la sua filosofia sullo sport dei canestri e lo fa – secondo il suo carattere – senza lasciare nulla al caso e senza “prendere prigionieri”. Un libro per tutti gli amanti del Basket con la B maiuscola, prezioso sia per il tifoso che per l’esperto. Se è consigliato a chiunque si senta bisognoso di “ripetizioni”, assurge al ruolo di vera e propria “bibbia” sportiva per chi allena: a prescindere dal livello di gioco, gli insegnamenti di Auerbach sono validi per l’istruttore di minibasket come per il coach di serie A perché vanno “alla radice” senza perdersi in fronzoli ed orpelli. All’uscita della prima edizione, nel 1953, aveva creato grande scalpore nel mondo dei coach statunitensi: tattiche come far rotolare lentamente il pallone verso l’arbitro per rallentare il contropiede avversario o impossessarsi della palla su una rimessa dubbia per influenzare la decisione del direttore di gara erano state giudicate “antisportive”. Ma Auerbach sapeva che nel momento in cui la vittoria fosse stata a portata di mano, tutti quei coach ipocriti che lo avevano criticato avrebbero “piegato” le regole. “Red” non era un falso moralista: “Se è legale e mi può far vincere, lo farò” era il suo motto e questo libro riassume la sua filosofia. L’edizione in mio possesso è del 1971, alla terza revisione, ed è un “must”.
THE SHORT SEASON: A BOSTON CELTICS DIARY, 1977-78 di John Powers; Harper & Row Publisher; 1979:
John Powers è reporter “veterano” del Globe oltre che bostoniano “doc”. Specializzato in tutto quanto riguardi le Olimpiadi (che segue dal 1976), raramente ha prestato la sua penna al basket ma quando lo ha fatto il risultato si è sempre dimostrato godibile…e del resto da un vincitore di premio Pulitzer non ci si potrebbe aspettare di meno. In “The Short Season” Powers racconta il campionato 1977-78, quello segnato dagli arrivi degli All Star Curtis Rowe e Sidney Wicks ma fallito miseramente in mezzo ad un mare di infortuni ed alla mancanza di “chimica” di squadra. Il reporter, dopo aver seguito la squadra dal camp pre-stagionale all’ultima gara, ci racconta le peripezie di quel gruppo e con maestria “naviga” tra i problemi di quel torneo regalando al “cast” dei Celtics una dimensione umana che a volte sfugge ai tifosi. Nelle pagine di “The Short Season” (stagione “corta” perché Boston nonostante le previsioni che la davano tra le favorite non riuscì neppure a qualificarsi per i playoffs) la parte dell’eroe tragico spetta sicuramente a Tom Heinsohn. Il coach campione solo due anni prima si trova tra le mani un roster indebolito dai problemi contrattuali, torturato dagli infortuni e dalle pretese economiche e non dei “figli della generazione post-Russell, e finisce per essere “silurato”. Lettura godibile, anche se ovviamente il “filone catastrofico” poco si addice ai tifosi Celtics abituati alle vittorie, ed il triste finale lascia l’amaro in bocca.
UNFINISHED BUSINESS - On and Off the Court with the 1990-91 Boston Celtics di Jack McCallum; Summit Books, New York; 1992.
Sempre del “filone catastrofico” fa parte “Unfinished Business”, solo che a differenza di “The Short Season” - che testimoniava la triste fine dell’epoca Havlicek - si occupa del crepuscolo dell’era-Bird. Giovani ancora troppo acerbi, infortuni, un ambiente “guastato” da qualche polemica con il coach e da qualche giocatore dalla lingua troppo lunga sono i “veleni” che si insinuano nel gioco dei Celtics fino al finale inevitabile. Jack McCallum è abile nel tracciare in modo leggero anche argomenti pesanti ed a fornirci un quadro preciso del “viale del tramonto” di una grandissima squadra. Anche qui si soffre, da tifosi, ma allo stesso tempo il momento del declino riveste la stagione di un’aura eroica, mentre i “Big Three” combattono contro il Tempo per conquistare un ultimo briciolo di gloria.
DYNASTY'S END - Bill Russell and the 1968-69 World Champion Boston Celtics di Thomas J. Whelan, Northeastern University Press; 2004.
Libro piuttosto recente. Nonostante l’autore fosse misconosciuto, il suo lavoro colpisce per la completezza delle informazioni e per la dovizia di particolari. Fa parte del filone “annalistico”, soffermandosi su una sola stagione dei Celtics e sviluppandone temi ed argomenti con il supporto di un’ottima base bibliografica. Sicuramente un lavoro molto approfondito che spiega esaurientemente gli ultimi lampi di luce della formidabile squadra capitanata ed allenata da Bill Russell. Ma è anche un’introduzione ad un periodo in cui il basket NBA stava cambiando con il tramonto dei grandi campioni degli anni Sessanta (lo stesso Russell, Sam Jones, Elgin Baylor, Oscar Robertson e Wilt Chamberlain). I particolari sulla gestione del parco giocatori da parte dello staff dei Celtics (Auerbach e Russell), sugli infortuni e sulle partite chiave sono molto interessanti, ed il “carneade” Whelan si impone con un prodotto di qualità superiore anche rispetto a titoli più strombazzati, “Top Of The World” di Peter May, ad esempio. Il lieto fine ovviamente aiuta…
TOP OF THE WORLD di Peter May; Capo Press; 2009.
Peter May non è più quello di venti anni fa, ce ne siamo accorti. Ha giocato tutte le sue “fiches” sui numeri anti-Ainge e quando la ruota si è fermata sul “17” del “banner” appeso alle volte del TD Garden, Peter ha perso credibilità tra i tifosi ed ha visto bruciati i ponti con la squadra. La differenza con i piccoli capolavori del passato frutto del lavoro svolto in tempi in cui aveva accesso a notizie “fresche” in questo libro è chiara e si fa sentire. Di più: raccontando la stagione 2007-2008 non identifica alcuni momenti decisamente chiave nello sviluppo di quella squadra, unica nella storia NBA ad essere nata in un’estate e ad aver vinto un titolo all’inizio dell’estate seguente. Se domandate a Paul Pierce o a Kevin Garnett quanto sia stato importante il soggiorno romano pre-stagionale per cementare il gruppo, entrambi vi risponderanno “moltissimo”. Se domandate a “Doc” Rivers quali siano state le prime gare di campionato in cui tra i Celtics si fosse fatta largo la convinzione di essere una squadra speciale, vi risponderà “le trasferte a Toronto ed a Charlotte”. Eppure May a quei momenti chiave dedica poco o nulla, attingendo a piene mani dalle cronache locali per mettere in piedi un racconto privo della vitalità e dell’energia dei lavori passati. Se May era stato battezzato “Captain Hindsight”, “Capitan Senno Di Poi” per il talento mostrato nello scrivere di storia sportiva e la sua poca competenza su ciò che è “in progress” (clamorosa una sua “gaffe” in un articolo in cui trattava del rinnovo di contratto di Paul Pierce nel luglio del 2006), questa volta nemmeno il senno di poi lo aiuta a ritrovare la freschezza del passato. E per chi ha assaporato gli ottimi “The Last Banner” e “The Big Three” la sensazione è che si sia ormai al… “Mayday”.
DYNASTY: THE RISE OF THE BOSTON CELTICS di Lew Freedman, Lyons Press; 2008.
Ecco un libro di cui non si sentiva la mancanza. Nessuna antipatia per Lew Freedman, per carità, ma raccontare la storia dei Celtics senza eccessivo entusiasmo, con pochi punti di vista, pochi aneddoti ed una scarsa integrazione nel quadro della storia americana è un esercizio fin troppo facile. Ecco perciò che la sfida a penne ben più talentuose quali Bob Ryan, Joe Fitzgerald, Jeff Greenfield e Dan Shaughnessy è persa in partenza soprattutto se il confronto avviene venti/trenta anni dopo che i “campioni” hanno già raccontato tutto e se lo “sfidante” non aggiunge nulla di nuovo. Il povero Freedman ne esce con le ossa rotte: duecentoquaranta pagine senza grandi sussulti… almeno ci fossero state un po’ di fotografie inedite a giustificare una spesa di venticinque dollari (più spedizione). Pollice verso.
PISTOL – THE LIFE OF PETE MARAVICH di Mark Kriegel, Free Press, New York; 2007.
Lo so, Peter Press Maravich è stato un Celtic solo per pochi mesi. Eroe da tragedia greca, venne maltrattato dal “sergente di ferro” Bill Fitch al training camp 1980 ed abbandonò i biancoverdi alla vigilia del loro quattordicesimo titolo. Che sfortuna, non avrebbe mai raggiunto il grande sogno di vincere l’anello di campione NBA. La biografia di Kriegel rende giustizia ad un campione che spesso è stato dipinto come egoista ed arrogante quando invece era preda dei “mostri” creati da un rapporto troppo intenso con il padre e con la palla a spicchi. Kriegel racconta alla perfezione le mille contraddizioni di Maravich: solista in un gioco di squadra, giocoliere in un mondo in cui gli “orpelli tecnici” erano considerati inutili, “Speranza Bianca” in una NBA che si stava “abbronzando”. E spiega con cura come il sogno di papà Press di rendere il figlio il miglior cestista di sempre si sia rivelato la fortuna ed allo stesso tempo la disgrazia di Pete e come l’intensità del loro rapporto abbia influito su entrambe le vite fino a consumarle nella ricerca della perfezione. Forse l’unica parte che non regge di questa classica storia di “Rise, fall and redemption” è proprio quella della redenzione: anche se alla fine Pete sembrava sulla strada giusta per controllare i propri “mostri” - alcolismo ed ansia in primis - il suo tuffo quasi “talebano” nella fede cristiana, per quanto sincero, appare un pelino sopra le righe. Ma la morte improvvisa su un playground californiano lo ha reso immortale, un Elvis Presley della palla a spicchi, un James Dean dei canestri. E Kriegel fa un lavoro eccellente nel raccontare anche gli aspetti più bui della personalità del campione: sebbene a volte la sua simpatia per Maravich condizioni qualche giudizio, la biografia è strutturata alla perfezione e risulta difficile staccarsene prima di aver raggiunto l’amaro epilogo.
THE CELTICS IN BLACK AND WHITE, Images of Sports di Richard A. Johnson e Robert Hamilton Johnson, Arcadia Publishing; 2006.
E’ un volumetto umile umile che però ha il pregio di proporre un “volo” sulla storia dei Celtics per mezzo di una serie di ottime fotografie in bianco e nero. Gli autori, Rich e Robert Johnson, sono curatori del Museo Sportivo adibito all’interno del TD Banknorth Garden, e sono soliti mostrare ai visitatori magliette, tute, il primo orologio dei 24” dei Celtics eccetera eccetera. Hanno devoluto il ricavato della pubblicazione di questo volume alle attività del museo, e solo questa sarebbe una buona ragione per comperare il “tomo”. Se poi aggiungiamo la freschezza sprigionata da queste pagine ed il “volo storico” che propongono, non vedo nessun motivo per non consigliarlo. Non tutte le immagini presenti sono colte “in action”, anzi, sembra proprio che i curatori della raccolta abbiano volutamente cercato fotografie inusuali che uscissero dal solito schema giocatore-con-palla-e-canestro. Ecco quindi spiegato Jim Barnett in tenuta da “marine” della Guardia Nazionale, Mal Graham in attesa alla stazione tra i bagagli durante una delle interminabili trasferte, Jack Nichols che riceve il diploma di dentista alla Tufts University, Bill Russell accolto a Boston dal proprietario dei Celtics Walter Brown e dal futuro compagno di squadra Bill Sharman. Senza troppe pretese questo “book” fotografico ci accompagna in un volo nella storia del Trifoglio, e la maggior parte degli scatti è inedita. Per chi non sa che faccia avesse John Mahnken, per chi non ricorda chi fosse il giocatore ricevuto in cambio di Bob Cousy quando giocò qualche partita da allenatore/giocatore dei Royals, per chi non ha mai visto la – col senno di poi – agghiacciante foto di Reggie Lewis seduto sul parquet del Boston Garden durante la prima partita della serie con gli Hornets nel 1993 alle prime avvisaglie del male che se lo sarebbe portato via. Insomma, un prodotto di ottima qualità che copre praticamente tutto l’arco della vita della Franchigia.
THE LAST LOUD ROAR di Bob Cousy e Ed Linn; Prentice-Hall, Inc., New York; 1964.
Per questo libro devo ringraziare una persona speciale che ha fatto il diavolo a quattro pur di farmelo avere. E devo dire che “The Last Loud Roar” è stato a tal punto una sorpresa, da conquistare inaspettatamente il posto tra i miei libri preferiti sui Celtics. Per chi ha presente “Gioco d’Amore”, il film sul baseball con Kevin Costner (il cui titolo originale “The Perfect Game” è stato violentato nella traduzione), possiamo dire che la struttura della pellicola è simile a quella del libro di cui vi sto parlando. Il protagonista Bob Cousy, infatti, racconta la cronaca dei giorni antecedenti la settima partita delle Finali 1963 fino all’epilogo dell’incontro in un play-di-play in prima persona. E mentre le ore passano nell’attesa dell’incontro si sofferma sui compagni di squadra, sul suo passato, sui rapporti interpersonali e su tutto quanto gli passa per la testa fino a dare un quadro completo non solo della gara ma anche della sua storia di giocatore e della vita tra i Celtics. In questo Cousy viene aiutato dall’abile mano di Ed Linn, autore di formidabili biografie su veri e propri monumenti dello sport a stelle e strisce da Leo Durocher a Ted Williams. E come se non bastasse, il libro è corredato da una ricca serie di fotografie originali di quell’incredibile partita. Insomma, dal momento in cui si apre la copertina verde (c’erano dubbi?) si entra in un mondo fantastico, quello dei Celtics di inizio anni Sessanta, e chiudere il libro prima di aver raggiunto la fine è un’impresa. Che è poi ciò che accade con i libri migliori.
FORTY EIGHT MINUTES - A Night in the Life of the NBA di Bob Ryan e Terry Pluto, Macmillan Publishing Co.; 1987.
Altra lettura interessantissima: la formula è esattamente quella di “The Last Loud Roar”, solo che questa volta la partita scelta per fare da argomento principale è una gara tra Celtics e Cavaliers del gennaio 1987. E così il “play-by-play” che scandisce il lento scorrere dei minuti diventa anche un modo per approfondire la situazione delle due squadre impegnate, le dinamiche interne, le personalità di atleti ed allenatori. A raccontare a quattro mani sono Bob Ryan e Terry Pluto, il primo bostoniano il secondo da Cleveland. Di Ryan si è detto e scritto tutto, una vera icona del giornalismo della “Beantown”, capacità affabulatrice all’ennesima potenza e forse una puntina di ego di troppo. Terry Pluto, per chi non lo conoscesse, è l’autore di un paio dei più coinvolgenti libri sportivi di sempre, “Tall Tales” sulla nascita dell’NBA e soprattutto quel “Loose Balls” che racconta magistralmente la storia della psichedelica ABA. Lettura quindi di ottimo livello, anche se a volte la cronaca dell’incontro fluisce troppo lentamente, e si perde il filo.
WHEN THE GAME WAS OURS di Larry Bird, “Magic” Johnson e Jackie MacMullan, Houghton Mifflin Harcourt; 2009.
Anche in questo caso è il regalo di un amico, anzi, di un fratello, e già questo basterebbe a rendere il libro gradito. Ma non mi faccio influenzare, ed allora partiamo nella critica: prendete due dei migliori interpreti del gioco del basket, create una rivalità tra di loro, fateli scontrare in una finale NCAA ed in tre Finali NBA, e poi fategli scoprire che pur essendo totalmente diversi per razza, esperienze di vita e carattere in fondo sono stati resi simili dal linguaggio dei canestri. Se a fare da “emcee” ci mettere l’ottima Jackie MacMullan, per anni ottima reporter del Globe e di Sports Illustrated, il risultato non può che essere da Hall of Fame. Storie magari già sentite e risentite assumono nuova vita quando viste secondo prospettive opposte, allo specchio di squadre rivali. Ecco, la magia di questo libro sta tutta nel cambio di angolazione della “telecamera” della MacMullan che “inquadrando” ora uno ora l’altro regala un “film” nuovo riuscendo persino nell’impresa di far capire – anche se non condividere, ma siamo Celtics – persino lo “spirito Laker” di Johnson. L’unica parte che avrei evitato è forse l’attacco a Cedric Maxwell: Bird, come già visto in passato, fatica a capire che non tutti gli esseri umani sono in grado di vivere, mangiare, respirare basket come lui. Ecco quindi che certi atteggiamenti di Maxwell e McHale gli fanno l’effetto della neve per un tuareg. Ed invece di provare a mettersi nei panni altrui, “Larry Legend” usa il suo metro e taglia col bisturi. Peccato che in quest’opera pure lui perda un po’ del suo carisma…ma forse si è sentito in dovere di mostrare i denti dopo aver visto “Magic” maltrattare l’ex amico Isiah Thomas. Libro molto buono, anche se in certi tratti viziato da un po’ di puzza sotto al naso.
THE BOSTON CELTICS - A Championship Tradition - FIFTY YEARS di George Sullivan, Tehabi Books; 1996.
Più che un libro sui Celtics, questo sembra un negozio di giocattoli per tifosi. Non fraintendetemi, le storie della “vulgata” biancoverde ci sono tutte, il “messia da Washington” che salva il “Grande Padre del Trifoglio”, l’avvento di “Aquila con la Barba”, quello del “Rosso Kentuckiano” e quello del “Hick from French Lick”. Ma non si perde troppo tempo a raccontare i primi cinquant’anni di Celtics, lasciando maggior spazio alle fotografie. Ci sono le biografie dei personaggi più importanti, ovviamente, ma diciamo che si rimane sul “entry level”, raccontandoli a rapide pennellate mentre le immagini dominano il campo. Ecco quindi l’ufficio di Auerbach, le tute e le magliette della squadra nel corso degli anni, i “grandi” della Franchigia, i poster, gli anelli da campioni, l’evoluzione delle scarpe, persino le mini-fotografie di quasi tutte le squadre dal 1946 al 1996…il paradiso del Trifoglio, una specie di “luna park grafico” biancoverde che ti lascia a bocca aperta dalla prima all’ultima pagina. Poi chiudi il libro e ritorni un adulto...
HOOPS - Behind the Scenes with the Boston Celtics, fotografie di Henry Horenstein, testi di Brendan Boyd e Robert Garrett; Pond Press Book negli Stati Uniti e Little, Brown & Co. in Canada, 1989.
Quanto sono carini, i libri come questo. Non sono “specifici”, ma affrontano argomenti diversi dipingendo lo “spaccato” di un modo che al tifoso medio è spesso sconosciuto. Ecco quindi che “Hoops” racconta momenti di “vita Celtics” che sono spesso sconosciuti: l’attività di un “equipment manager” (all’epoca – si parla del 1987 – era il baffuto Wayne Lebeaux), il lavoro della “Bull Gang” (il gruppo che smonta a rimonta il mitico “parquet incrociato” sopra al “rink” ghiacciato sul quale pattinano i Bruins), l’operato delle “troupe” televisive che “coprono” la partita. Il tutto è corredato da immagini interessanti, anche se in una pubblicazione edita alla fine degli anni Ottanta l’uso delle fotografie a colori sarebbe stato senz’altro gradito. Nonostante questo difettuccio, “Hoops” rimane un “tomo” ricco di notizie fresche e poco conosciute e fornisce spunti utili anche in chiave di confronto: un esempio? Il modo in cui tra gli atleti si stabilivano le gerarchie su chi dovesse volare in prima classe una volta che i posti erano limitati…
THROUGH THE HOOP: A Season with the Celtics di Pamela R. Schuyler, Houghton Mifflin, Boston, MA; 1974.
Anche se il titolo potrebbe far pensare ad un altro libro del filone “un anno coi Celtics”, in realtà “Through The Hoop” è più vicino al genere “dietro le quinte” in stile “Hoops” perchè focalizza l’attenzione sugli aspetti della vita NBA che solitamente il tifoso non riesce a percepire. Molte fotografie rigorosamente in bianco e nero di quei Celtics del dopo-Russell nel momento in cui la ricostruzione di Auerbach aveva posto le basi per i titoli del 1974 e del 1976. Alcune immagini sono d’impatto, ma nella maggior parte dei casi risultano “fuori tempo”: un pallone che esce dalla retina mentre i Celtics stanno rientrando in difesa, uno “scontro” su una palla vagante, momenti di “wrestling” a palla lontana. Le fotografie migliori sono generalmente quelle in cui i protagonisti sono colti a “bocce ferme”: Heinsohn che svolge un rullino di pellicola preparando la “sessione video”, Steve Kuberski e Art Williams alle prese con i benefici dell’idromassaggio, Paul Westphal mentre partecipa alla riunione tecnica indossando un cappellino da baseball. Nel complesso un libretto interessante anche se chi non tifa Boston o chi non ama la storia potrebbe trovarlo piuttosto noioso.
RED AND ME - My Coach, My Lifelong Friend di Bill Russell con Alan Steinberg, HarperCollins Publishers, New York; 2009.
Un libro in cui Bill Russell parla di Red Auerbach? Mi ci sono buttato a pesce…e sono rimasto deluso. Non fraintendetemi, gli aneddoti sono gustosi, a volte, ed il lavoro fatto dal grande centro dei Celtics assieme ad Alan Steinberg per raccontare la relazione tra due persone diversissime che però avevano in comune la smisurata fame di vittorie è lodevole e tutto sommato ben organizzato. Quello che però non mi va giù è l’eccessivo zucchero che a volte esce dalle pagine, e che da l’idea di un revisionismo “post-mortem”. Forse Russell col passare degli anni si è “ingentilito”, forse ha capito quanto fosse vero il sentimento che lo aveva avvicinato ad Auerbach, chi siamo noi per giudicare? Però a volte trovo esagerate certe scelte, come quella di condividere il momento privato ed intenso in cui i due si salutarono, mentre “Russ” poneva la sua manona sopra la bara. Che bisogno c’era di raccontare questo a tutti i tifosi? E poi, che cambiamento dal primo libro di Bill, “Go Up For Glory”, nel quale tra l’altro si leggeva: Sarebbe bello descrivere il nostro coach-generale dell’esercito-ricco uomo d’affari come il creatore di un rapporto fraterno. Sarebbe anche una bugia. Piuttosto, descriverei la nostra relazione come cordiale ma non profonda”. Quarantatrè anni dopo Russell cambia idea, a possiamo anche credere che il tempo abbia operato questo splendido cambiamento. Oppure possiamo essere cinici e pensare che oltre all’onorevole desiderio di ricordare un amico, anche il puro lato economico possa essere stato preso in considerazione. Come i bravi ragazzini, però, continueremo a voler credere che il numero 6 sia un “supereroe perfetto”, che Babbo Natale porti i regali dal camino, e che alla fine i buoni vincono sempre.
NOTHING BUT NET di Bill Walton e Gene Wojciechowski, Hyperion, New York; 1994.
Bill Walton è sempre stato uno dei miei giocatori preferiti. L’NBA ha avuto grandi centri rimbalzisti, realizzatori e stoppatori, ma pochissimi che avessero una visione di gioco alla Larry Bird e che sapessero passare la palla con grande maestria. Bill era l’arma totale, peccato che la sua carriera (e la sua vita) siano state segnate da due piedi troppo fragili. Nella biografia parla di tutto: la sua storia, le sue scelte, i suoi errori. Interessante la sua filosofia sul basket nella quale rivestono grandissima importanza gli insegnamenti di John Wooden. A volte appare un po’ ingenuo, quando critica i giocatori che a livello universitario scelgono il college in base alle contropartite economiche invece di puntare ai valori più puri dello sport: se Walton fosse cresciuto in a pochi chilometri di distanza, per esempio ad Oakland, e con un colore di pelle diverso forse i ricordi della sua fanciullezza sarebbero diversi e capirebbe che a chi non ha mai avuto nulla certe occasioni sono golose e forse irripetibili. Però la maggior parte delle critiche – ad allenatori troppi “sergenti” (Bobby Knight) o troppo “manager di sé stessi” – sono condivisibili, così come è condivisibile il suo approccio “purista” al basket, approccio per il quale ha del resto sacrificato i piedi. Le parti migliori rimangono quelle in cui racconta le sue grandi passioni dalla bicicletta da corsa (e questo l’abbiamo in comune) ai Grateful Dead, o quando racconta gustosi aneddoti sulla sua vita e sulla sua carriera (la battaglia contro la balbuzie, le sfide in campetto col fratello, ex giocatore dei Cowboys del football, e mille altre), mentre quando comincia a divagare trinciando giudizi su arbitri, allenatori e giocatori alla lunga perde in freschezza e credibilità. Un libro comunque godibile…e mi sono già ripromesso di andare a caccia di “Bill Walton's Total Book of Bicycling”: quando le ginocchia ed i piedi dei grandi campioni cominciano a fare le bizze, la bicicletta è un’ancora di salvezza…





Commenti
Ribadisco che, considerato il piacere che hai di certo provato a scrivere questo articolo, non sento la necessità di ringraziarti ....
"Dinasty" ce l'ho a casa ma non l'ho ancora letto. "Top of the World" ha solo il merito di "celebrare" per primo il titolo del 2008, per il resto quando ne parlammo in passato con Fabio concordammo che, senza troppa arroganza, forse i "signori della storia" di questo sito avrebbero potuto scriverlo pure un po' meglio...
"When the game was ours" per me è veramente un piccolo gioiello: direi molto consigliabile come regalo perfetto per persone speciali...
Ok, mi son stampato il resto della lista...mi sa che presto qualche altro volume riprenderà a volare sulla rotta Seattle-Madrid...
The Rivalry: Bill Russell, Wilt Chamberlain, and the Golden Age of Basketball di John Taylor
Non e' specifico sui Celtics, in realta' non e' neanche "solamente" un libro di sport: parla degli anni 60 del basket e dei suoi protagonisti (e quindi giocoforza Boston c'entra parecchio) ma spesso si sofferma sui cambiamenti sociali nell'America di quel periodo, e di come lo sport vi possa avere contribuito.
Grande importanza viene data al rapporto tra Russell e Chamberlain, provenienza diversa, grandi amici fuori dal campo fino a gara 7 del 1969, poi gelo totale fino al riavvicinamento pochi anni prima della morte di Big Dipper.
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