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Approfondimenti
Le dita corrono sulla tastiera, e mi sto chiedendo perchè. Forse perché è una storia di sport e perché si parla della città di Boston? Forse perché col protagonista condivido l’età e la passione per i Boston Celtics?
Per Darryl quel 28 settembre 1979 si stava rivelando uno dei più eccitanti giorni della sua giovane vita. La squadra di football del liceo Jamaica Plain stava sfidando la Charlestown High sul suo terreno, un campo nella parte settentrionale della città ricavato in una piccola penisola formata dai bacini del fiume Charles e del fiume Mystic, ed era in vantaggio per 6 a 0. Alzando lo sguardo, tra le “sbarre” della griglia di protezione dell’elmetto Darryl poteva vedere le imponenti ciminiere dello zuccherificio, le gru coi loro carichi ed i vagoni che rollavano lentamente sui binari oltre le acque fangose del Little Mystic. Era un pomeriggio caldo, rivoli di sudore scorrevano sui corpi degli atleti, tanto che coach Tom Richardson, ex-ricevitore dei Patriots, a metà gara aveva deciso di non rientrare nei roventi spogliatoi. L’allenatore stava spiegando la strategia per il secondo tempo, e nella “end zone” i giocatori prestavano attenzione…anche se Darryl col pensiero tornava alla ricezione che aveva praticamente regalato il vantaggio alla sua squadra portandola a poche yard dalla meta. Che salto aveva fatto! Sopra i difensori, a raggiungere quell’ovale di pelle che sembrava essere lì solo per lui... Distratto dal pensiero del suo volo aveva spostato lo sguardo sul maestoso monumento alla battaglia di Bunker Hill, ma non aveva notato le tre figure sul tetto della casa oltre la strada.
Steven McGonagle era uno dei tre ragazzi sulla sommità della casa a tre piani in mattoni rossi all’84 di Monument Street. Assieme agli amici Joe Nardone e Pat Doe in quel pomeriggio caldo d’autunno aveva cercato refrigerio nella birra, in troppa birra…i tre avevano scherzato, si erano passati la pistola calibro .22 presa chissà dove e stavano probabilmente pensando a come farsi quattro risate. Era un modo come un altro per passare un venerdì pomeriggio come tanti in quel pianeta chiamato Charlestown in cui due ragazzini su tre vivevano senza il padre e quattro su cinque campavano grazie al sussidio statale. Erano i “Townies”, i tipici abitanti dell’antico borgo bostoniano: famiglie per lo più di origine irlandese ed italiana con basso livello di scolarizzazione, senza grandi scopi ed aspirazioni nella vita, che finivano per ingrossare le fila dei carcerati nel penitenziario di Concord. I “bramini” di Beacon Hill o i ricchi residenti nella Back Bay guardavano alla “ciurma” della zona del porto arricciando il naso, quasi potessero il “fetore della povertà” emanato da quelli che chiamavano “project rats”, “topi delle case popolari”. Come per la ”feccia” di “downtown” Compton, California, o per quella del “banlieu” parigino, delle “favelas” di Rio de Janeiro o per quella di mille altri ghetti, anche a Charlestown i giorni scorrevano sempre uguali, e sempre senza futuro. Voglia di adrenalina? “Toh, guarda, dei negri che giocano a football”! Chissà cosa spinse i tre “Townies” a salire sul tetto con in mano quella pistola calibro .22.
Per Darryl Williams, nonostante avesse solo quindici anni, il futuro era chiaro. Anche se era cresciuto senza il papà, da mamma Shirley aveva imparato ad evitare i guai del quartiere di Roxbury ed era ormai un ragazzotto di un metro ottanta. Correva le quaranta yard in 4 secondi e 7, a tre decimi di secondo dai tempi fatti registrare dal suo idolo, lo “Steeler” Lynn Swann. Era il miglior “wide receiver” del liceo Jamaica Plain. Anche se non si poteva ancora affermarlo con ragionevole sicurezza, con ogni probabilità il suo talento gli avrebbe fruttato una borsa di studio universitaria. Sarebbe potuto diventare un professionista? Difficile dirlo, visto che solo “uno su mille ce la fa”. Ma nel suo liceo era quello che sul panno verde della vita aveva il maggior numero di “fiches”.
Come un mese fa, come fra un mese, i turisti attraversano Charlestown per raggiungere le ultime due “stazioni” della “Freedom Trail”. Le guide gli risparmiano il lato oscuro del sobborgo, i casermoni di Medford Street o i fatiscenti magazzini portuali sul fangoso Little Mystic, e li indirizzano dritti ai “docks” della Marina a visitare la U.S.S. Constitution, la “Vecchia Fianchidiferro”, la più antica nave da guerra ancora operativa al mondo. Poi nell’ultima tappa del “Sentiero della Libertà” i vacanzieri prendono Constitution Road, svoltano su Adams Street e si dirigono verso Monument Square, la piazza in cui torreggia l’enorme obelisco in granito in memoria della battaglia di Bunker Hill. Dall’alto dei 294 gradini che portano alla sommità della collina si può dominare tutta Charlestown e con un po’ di fantasia si può quasi sentire il colonnello Prescott gridare: “Non sparate finchè non vedete il bianco dei loro occhi”. Duecento anni dopo Prescott, anche Steven McGonagle impugnava un’arma. Non vedeva gli occhi di Darryl Williams, o di coach Tom Richardson, o degli altri 26 ragazzi della squadra di Jamaica Plain High. Eppure sparò.
Il proiettile in una frazione di secondo coprì i 100 metri che separavano il tetto dell’edificio dalla “end zone” del campo da football. Nella sua traiettoria assurda trovò strada nell’angusto spazio tra l’elmetto di Darryl e la protezione delle spalle, e si infranse sulla quinta vertebra cervicale nel collo. A causa della distanza dalla bocca dell’arma e del piccolo calibro, il proiettile non riuscì a frantumare l’osso, ma l’onda di compressione generata dall’impatto danneggiò le terminazioni nervose della spina dorsale interrompendo il collegamento tra il cervello e gli arti, ed il ragazzo crollò al suolo come una bambola di pezza. Lo sparo sembrò congelare l’attimo in un’eternità, poi qualcuno gridò “a terra”, e tutti si gettarono carponi nell’erba. I ragazzi bianchi sul tetto della casa di mattoni rossi si scossero, si resero conto che sul campo c’erano dei poliziotti ed allora si lanciarono giù per le scale. Nel frattempo sul campo tutti erano stesi a terra e coach Richardson provò a chiedere più volte a Darryl cosa fosse successo. Ma lui non era in grado di rispondergli.
Chi ha qualche nozione di balistica sa che la traiettoria di un proiettile in volo è condizionata da due forze: l’attrito dell’aria e la forza di gravità. Sa anche che una pistola è meno precisa di un fucile, e che minore è il calibro del proiettile, maggiori sono le probabilità di fallire il colpo. Il “calibro 22” è il più piccolo, la “palla” ha un diametro di 5,6 millimetri. Un ottimo tiratore con una pistola riesce a colpire il bersaglio a 50 metri: McGonagle non era un buon tiratore, aveva bevuto molta birra, aveva fatto fuoco con un’arma a canna corta e di calibro relativamente piccolo. Pensare che avesse mirato al ragazzo nero equivarrebbe a regalargli una patente di tiratore scelto che non merita. Molto probabilmente il suo scopo era quello di spaventare i ventuno ragazzi neri (su ventisei atleti) e l’allenatore nero della squadra di Jamaica Plain: quel gesto sconsiderato si era tramutato improvvisamente in un atroce scherzo del destino. Arrivò l’ambulanza e Darryl venne portato a sirene spiegate al Boston City Hospital di Harrison Avenue dove gli venne immediatamente praticata una tracheotomia per risolvere i problemi respiratori. Non sarebbe riuscito a parlare per cinque mesi. Nel frattempo Steven McGonagle avvolgeva l’arma in un asciugamano e poi la gettava nelle acque prospicienti la Naval Shipyard, a qualche centinaio di metri dalla fregata U.S.S. Constitution. “Che devo fare”? Chiese a Joe Nardone. “Ho colpito un essere umano, e non volevo farlo”.
La reazione delle cariche più alte della città fu dura: il sindaco Kevin White parlò di crimine a sfondo razziale e nei due chilometri quadrati di Charlestown sguinzagliò oltre 50 agenti di polizia per chiudere il caso al più presto. Era anno di elezioni, in sovrammercato papa Giovanni Paolo II stava per arrivare in città ed era previsto un suo intervento al Boston Common, lo splendido parco tra Charles e Beacon. L’argomento “razza” è sempre stato delicato a Boston, in una città che gode della sua anima “liberal” ma alla fine spesso si scopre meno garantista di quanto vorrebbe, e quella non fu un’eccezione. Numerosi rappresentanti politici visitarono il reparto al quinto piano del City Hospital, strinsero la mano a mamma Shirley, la fissarono negli occhi gonfi di lacrime e le promisero supporto. Darryl stava ancora lottando per sopravvivere quando gli investigatori catturarono I tre giovani responsabili del crimine.
Poi arrivò il Papa e nel suo discorso chiese a tutti di pregare per la guarigione del ragazzo. Shirley chiese pubblicamente alla comunità afroamericana di reagire in maniera non violenta, il sindaco White per gettare acqua sul fuoco fece marcia indietro affermando che non c’erano prove concrete che il crimine fosse stato motivato da odio razziale: ma questo comportamento ambiguo (o forse la sua prima dichiarazione) poco tempo dopo gli costarono cari e non venne rieletto. I giorni passarono lenti per Darryl nella camera d’ospedale. Dopo cinque mesi potè riprendere a parlare, un ragazzino di quindici anni con i giorni migliori dietro alle spalle. All’ospedale continuavano ad arrivare lettere di auguri ma anche tanti rivoltanti biglietti anonimi, come quello che riportava la scritta “Nigger, die soon”! “Muori presto, negro” …qualcosa di peggiore persino della pistolettata perché se su quella aleggiava il dubbio di uno scherzo criminale andato male, il fatto che un essere “umano” si fosse messo ad un tavolo ed avesse coscientemente augurato la morte ad un ragazzino tetraplegico è ancor oggi decisamente nauseante, forse il lato più schifoso di tutta la storia.
McGonagle e Nardone al processo dichiararono che era stato un errore e che stavano sparando a dei piccioni, ma il giudice non era un piccione ed al duo comminò una pena di 10 anni per aggressione a mano armata. Il terzo ragazzo sul tetto, Pat Doe, venne rilasciato per non aver commesso nulla di illecito. Sulla vicenda cadde il silenzio, chi aveva dato aveva dato, chi aveva avuto aveva avuto. Gli aiuti a Darryl si fecero sempre più scarsi, e gli uomini politici che avevano promesso di dare una mano quando il “ferro era caldo” si defilarono. Estenuata dalla mancanza di aiuto, la famiglia di Darryl nel 1985 citò in giudizio la Città di Boston per non aveva protetto adeguatamente il campetto di gioco, ma perse la causa quando il giudice distrettuale Andrew Caffrey sentenziò che “se una vittima si pone volontariamente in una situazione di pericolo e viene ferita, [da parte della municipalità] non è dovuta alcuna protezione o supporto” ed aggiunse che nessuno aveva forzato Williams a recarsi a Charlestown.
Ancor oggi aspettiamo che il giudice distrettuale Caffrey ci spieghi perchè un ragazzino di 15 anni dovrebbe vedere un campetto da gioco come una “situazione di pericolo”. In quello stesso anno McGonagle venne rilasciato sulla parola ma la libertà condizionata gli venne revocata per un’accusa di aggressione. Nuovamente fuori sulla parola quando l’aggredito fece cadere le accuse, venne riarrestato per aver pugnalato un altro uomo che poi però rifiutò di testimoniare: era lo stile dei “Townies”, non ci si manda in galera a vicenda. Nel maggio del 1988 McGonagle fece ritorno a casa, negli “housing projects” di Charlestown. Il 27 luglio in un appartamento di Mystic Street venne alle mani col cugino John Ferreira che gli sparò al petto: morì dopo sei settimane di lenta agonia. L’altro “Townie” condannato per il ferimento di Williams, Joe Nardone, mentre attendeva il processo venne arrestato per quattro volte: rapina a mano armata, furto, possesso d’arma da fuoco. In totale si beccò 20 anni di galera, ma con la possibilità di avere la pena parzialmente condonata. Nel novembre del 1981, due mesi prima della libertà condizionata, fuggì dal centro detentivo e venne riacciuffato mentre girava a bordo di una macchina con un fucile a canne mozze appoggiato sul sedile del passeggero. Spedito al penitenziario di Concord completò la sua trasformazione da “ragazzo problematico” a “delinquente comune”, e quando venne rilasciato sulla parola nel 1993 entrò immediatamente nel racket della cocaina dei “signori della droga” John Houlihan e Michael Fitzgerald. Poco tempo dopo era già conosciuto come sicario senza scrupoli, e nel 1995 venne processato con l’accusa di aver eliminato tre persone e di aver tentato di liquidarne altre due. Questa volta venne condannato all’ergastolo.
La vita di Darryl Williams nel frattempo continuava ad essere un inferno. Dipendeva dagli altri praticamente in tutto e passava lunghe ore immobile nel suo letto a pensare. Ma reagì nell’unico modo possibile, utilizzando le sole parti del corpo che erano ancora sotto il suo controllo: la bocca ed il cervello. Provò a frequentare l’università, mollò, e poi riprese con nuova lena: fu un processo lungo, dal 1992 al 2001, ma alla fine si laureò alla Northeastern University. Nel frattempo aveva cominciato a lavorare come “leader motivazionale” per l’organizzazione “Sport in Society” recandosi nelle scuole medie e superiori e sensibilizzando i giovani sulle problematiche relative alla lotta alla discriminazione ed alla soluzione dei conflitti interpersonali. Predicava pace e fratellanza: “L’ignoranza ha puntato una pistola verso di me e l’odio ha tirato il grilletto. La pallottola che mi ha colpito ormai non farà male a nessun altro, ma l’ignoranza e l’odio che l’hanno sparata sono ancora vivi, in giro, e pronti a colpire altri ragazzi come me allora, e come voi oggi”. Nel 1995 Travis Roy, giocatore di hockey alla Boston University, rimase paralizzato in un incidente di gioco e Darryl lo aiutò a reagire al trauma sia fisico che psicologico ed a trovare stimoli concentrandosi sulle cose che poteva fare, non su quelle che non avrebbe potuto fare più.
Quando parlava ai ragazzi delle scuole di Boston, quelli che avevano la stessa età alla quale la sua vita era cambiata per sempre, l’uomo sulla sedia a rotelle concludeva spesso il suo intervento con le parole: “Vi prego, lasciate che sia la pace a vincere, e lasciate che cominci qui, oggi, con me”. Pace. Ecco, forse comincio a capire perché le mie dita abbiano cominciato a pigiare i tasti senza parlare di basket, perché abbiano aperto questo vaso di Pandora di dolore e sofferenza che sembra alieno ai Celtics. Darryl Williams, 46 anni, tifava Celtics ed è stato trasformato in una bambola di pezza da un gesto dettato forse dal razzismo ma sicuramente dall’ignoranza. Eppure non ha lasciato che l’odio prendesse il sopravvento. Ha continuato a seminare pace, Ubuntu, a dire che quel proiettile poteva aver danneggiato il suo corpo ma non il suo spirito.
Sono passati 31 anni da quel 29 settembre, dal giorno in cui Boston non potè più fingere di essere liberale, aperta, integrata. E sei mesi dalla notte tra sabato 27 e domenica 28 marzo, la notte in cui Darryl se n’è andato in silenzio, nel sonno. Può farci star meglio il pensiero che adesso non soffre più? Può essere di conforto il fatto che grazie alla sua pace interiore fosse alla fine riuscito a sconfiggere l’odio e l’ignoranza? O forse tutto questo non ha un senso, e le uniche costanti del comportamento umano sono quelle basate sull’odio, sul dolore, sulla violenza dell’individuo sull’individuo? Ognuno può pensarla come vuole, ma su una cosa saremo tutti d’accordo: senza Darryl Williams il mondo è un posto peggiore. E nel momento del suo addio un’altra piccola fetta di Buio ha coperto la luce del sole.





Commenti
Fabio, apparteche dopo l'articolo su Rogers è la seconda volta che mi fai commuovere in meno di un mese (sadismo?), questi tuoi articoli mi fanno apprezzare ancora di più il piacere dei minuti che passo su IAAC, quindi grazie.
Grazie per l'ennesima perla.
Di questa storia, e di tante altre, dobbiamo trarne il massimo possibile per arricchire la nostra persona perchè quello che ha fatto Darryl da quel momento in poi (aveva 15 anni per DIO) è un qualcosa che andrebbe tramandato nelle scuole e nei libri, nei luoghi di culto di qualsiasi religione essi siano e nei palazzi della politica.
Grazie Fabio perchè con storie come questa ci dai la possibilità di fermarci a riflettere.
Oltre alle perle di storia celtica, questi sono pezzi che ci regalano storie di persone straordinarie che senza il tuo contributo non avremmo mai conosciuto. Grazie!
E un grazie, purtroppo, va anche al coraggio e alla forza che un ragazzo ha avuto nel trasformare l'odio in amore e pace. Molto facile a dirsi, quasi impossibile da farsi. Per fortuna ci sono state persone capaci di renderlo possibile! Sull'esempio di queste persone dovrebbe costruirsi una società civile e un mondo migliore...
"L’ignoranza ha puntato una pistola verso di me e l’odio ha tirato il grilletto. La pallottola che mi ha colpito ormai non farà male a nessun altro, ma l’ignoranza e l’odio che l’hanno sparata sono ancora vivi, in giro, e pronti a colpire altri ragazzi come me allora, e come voi oggi... "
Capisco che per qualcuno leggere un qualcosa extra Celtics può sembrare una palla, ma se gli dedicate 8-10 minuti capirete che certe "incazzature" da tifosi spesso sono fuori luogo, e che il tifo va vissuto in modo più sereno.
Buona lettura a tutti.
No, anzi rilancio dicendo che è difficile leggere articoli così belli in generale...complimenti!!
Boston è una città troppo spesso dipinta a tinte chiare, dove storie di ordinaria follia come questa suonano strane: se capitano a Chicago, LA o NY non fa quasi notizia metre risulta irreale pensare che anche a Boston c'è del marcio.
Il film "Mystic river" aveva già aperto quello scenario che però è ancora fortemente influenzato dai media televisivi; pensate solo ai serial TV: a Boston si girano "Crossing Jordan" e "Boston Legal" mentre a NY "NYPD"...
Citazione Leonardo Ancilli:
Concordo in pieno. Essere tifosi dei Celtics è diverso da esserlo di ogni altra squadra così come far parte di questo gruppo di tifosi dovrebbe essere diverso che far parte di qualsiasi altro gruppo, anche e soprattutto per dettagli come questo.
Citazione Shamrock:
Mi associo al consiglio.
non è per riaprire vecchie polemiche, rispetto in linea di massima queste posizioni ma mi sento veramente di dire che non le condivido... soprattutto sotto questa forma... trovo veramente eccessiva questa retorica continua sull'onore e su tutto ciò che ne consegue... questa continuo rimarcare qualità che ogni giocatore dei C's dovrebbe avere sempre, in ogni momento della sua vita, senza poter sbagliare mai, diventa veramente fasullo... in ogni caso ti sei ripetuto nella stessa forma della volta precedente, “in cuor mio, mi piace pensare che“... evidentemente a Boston e anche qui tra i redattori c'è qualcuno che non si sofferma in maniera ossessiva su queste cose, e aggiungo “fortunatamente“... senza polemica eh, però ci tenevo a portare un punto di vista “diverso“... Walker fa parte della storia dei C's, se vogliamo fare esercizio di “epurazione“ facciamolo pure... io non ci sto
Poi tutti sappiamo che sono professionisti poco innamorati della maglia e che poco possiamo pretendere da loro, però anche a mio parere Walker ha esagerato.
Ciò detto, lo considero un giocatore con pregi e difetti, e se alla fine i difetti sono stati quelli più enfatizzati, va ricordato che Toine è stato anche protagonista di qualche momento storico – in positivo e negativo – della storia della Franchigia.
Però, Luca, Piero ha diritto di dire la sua come tu di dire la tua, in sede di commento. Conosco Piero sufficientemente da poterti assicurare che in lui non albergano sentimenti razzisti o “epurazionisti”, ma solo uno smisurato amore per quello che rende i Celtics qualcosa di diverso ed unico.
Ecco perchè mi piacciono sia il tuo commento che il suo: lui richiama ai valori di “squadra” che sono alla base della storia della Franchigia, mentre tu fai presente come sia giusto ricordare un giocatore in senso assoluto, con il “plus” e con il “minus”, senza farsi condizionare da come è finito il rapporto con lui.
Pollice verde ad entrambi.
Ringrazio poi tutti per le belle parole. I pezzi di questo tipo sono sempre a rischio di retorica o di luogo comune ma il gioco vale la candela quando si riesce a raccontare una storia senza volersi ergere a giudice o giuria.
Anche perché se è vero che il più sfortunato in questa storia è Darryl, allo stesso tempo il suo feritore rimane comunque un uomo quasi condannato in partenza, un essere che avrebbe avuto bisogno di molta fortuna per uscire da una strada senza uscita che il destino aveva tracciato per lui.
x Fabio e Michele... la mia non è una crociata Pro-Walker, conosco benissimo il personaggio e tutto ciò che ne consegue... la mia “annotazione“ è relativa alla FORMA con la quale vengono espressi certi pensieri... e la “polemica“ sulla foto mi sembrava veramente eccessiva, tutto qui...
volente o nolente, Forma e Contenuto coincidono spesso...
Beh trovo molto logico che ci sia qualcuno che la pensa diversamente e mi fa piacere poterne discutere. Tieni conto che:
1) Mi sembra fai riferimento ad una precedente polemica di cui non ho ricordo e mi trovo un po' in imbarazzo;
2) La retorica sull'onore: purtroppo al giorno d'oggi parlando di onore in un contesto sportivo si finisce giocoforza per essere retorici
3) "Senza poter sbagliare mai", "esercizio di epurazione" --> Non mi sembra di aver detto cose del genere nè, in sincerità, l'ho mai pensato, evidentemente mi sono spiegato male.
4) "Diventa veramente fasullo", "ti sei ripetuto nella stessa forma..."evidentemente...anche qui fra i redattori...non si sofferma in maniera ossessiva...fortunatamente" quindi, perdonami, sarei stato fasullo, ripetitivo ed ossessivo e per fortuna qualche redattore la pensa in maniera diversa? Sicuraemente fraintendo perchè, posto che tu affermi, ed io concordo, che non vuoi aprire una polemica ciò che scrivi potrebbe essere inteso in maniera opposta al senso che, giustamente, hai precisato.
In ogni caso guarda non ho nulla contro di te (tra l'altro no so chi tu sia) a prescindere dalle tue idee ed in quanto tifoso dei Celtics mi sei simpatico ed il fatto che accetti e ti proponi ad un dialogo aperto fa di te una persona intelligente.
Fabio (ed altri) sanno quanto penso realmente ciò che provo a scrivere, magari non sempre ci riesco in modo corretto o fruibile ma la mia sincerità verso questa squadra è (spero) indubbia.
Walker è stato un giocatore che bisogna accettare perchè fa parte della storia, peraltro recente, dei Celtics e, a mò di battuta, era curioso vedere un uomo piccolo (sulla sedia a rotelle) e dal grande cuore "umano" a fianco di un uomo grosso dal piccolo cuore "sportivo".
Esagerato...Si hai ragione (quanto sei buono).
L'avesse fatta Totti una sparata del genere credo che nella tua città ci sarebbe stato un pò di trambusto
Se invece l'avessero sparata Renato Zaccarelli o Paolo Pulici nella mia di città... Uguale! Almeno in questo non siamo diversi.
Scherzi? Il Pupone è mooolto più intelligente di "The Genius" ed è tutto dire!
La casualita' della vita mi atterrisce mentre la forza di certe persone e' di esempio e insegnamento per tutti. Grazie Fabio.
Grazie Fabio per averci raccontato un'altra storia UNICA.
Sto ripassando gli articoli di storia per l'esame finale del quiz...
ma come facevo a rinunciare a questa lettura.
semplicemente GRAZIE.
GRAZIE!!!
Grazie Fabio, come sempre.
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