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Approfondimenti
Ecco a voi la seconda parte della "guida ai nickname" che hanno costellato la gloriosa storia dei Celtics...
Arnie Risen “Stilts”
Arnold Risen da Williamston, Kentucky, non è che fosse proprio così alto. Ma nel basket college degli anni ’40 essere due-zero-sei era decisamente cosa fuori dall’ordinario e gli valse il soprannome di “Stilts”, “Trampoli”. Risen guidò Ohio State a due Final Four, e, da professionista, vinse il titolo con i Rochester Royals nel 1951. Fu All Star in quattro occasoni ed a fine carriera fece da “mentore” a Bill Russell insegnandogli tutti i trucchi del basket NBA. In “premio” ebbe il secondo titolo personale nel 1957, e 31 anni dopo fu inserito nella Hall of Fame. Doveroso.
Eric Williams “O.C.”
“O.C.”? Orange County? Of Course? Niente di tutto ciò. Eric Williams un giorno si convinse che come lui ce n’era solo uno, al mondo, e perciò di
fece tatuare una “O” sul retro del braccio destro poco sotto la spalla, ed una “C” nella stessa posizione, solo sul braccio sinistro. Il significato – spiegò – era che sua madre, quando l’aveva fatto, aveva dato vita ad una Creazione Originale, “Original Creation”, appunto. Ma a parte questo momento di “debolezza”, Eric si è rivelato persona normalissima giocatore dall’alto QI cestistico…
Dee Brown “Dee-lightful”
Dee Brown visse la sua parabola cestistica a Boston dal 1990 al 1998 e con essa le incredibili contraddizioni di quel periodo. Fu capitano dei Celtics ma fu anche il primo capitano dei Celtics a chiedere di essere scambiato sul mercato. Difese la memoria dell’amico Reggie Lewis dalle accuse di essere cocainomane, ma in campo non si mostrò difensore altrettanto valido, ed alternò lampi di classe a momenti da “X-Generation”. Nel 1991 entrò nella leggenda dell’All Star Game quando “pompò” le sue Reebok per poi andare ad effettuare la schiacciata “no look” che gli valse il trofeo. Il soprannome “Dee-lightful” mutuato sul suo nome ci sta tutto: “delizioso” infatti rende l’idea di qualcosa di ornamentale e carino, ma assolutamente privo della potenza necessaria per farti vincere.
Tom Heinsohn “Tommy Gun”Una delle battute che circolavano nei Celtics di Russell era che mentre le ultime note dell’inno statunitense erano ancora nell’aria Tom Heinsohn avesse già tirato tre volte. Che simpaticoni, i suoi compagni di squadra…magari non tre, però una volta aveva tirato di sicuro! Del resto gliel’aveva chiesto il coach, viste le sue ottime doti di realizzatore, con quel tiro teso nato in una palestra troppo bassa ed il tiro in gancio che lasciava partire da distanze siderali. Niente da fare, il suo nome e la sua attitudine al “run and gun” richiamavano alla memoria un’arma, ed ecco che giocando sul doppio senso il passo verso il soprannome “Tommy Gun” che definiva il mitragliatore Thompson T-1 (reso famoso nelle sparatorie di
Mafia negli anni ’30) fu breve.
Henry Finkel “High Henry”
Mettetevi nei panni di un gigante gentile che nella squadra più titolata del mondo prende il posto del centro più vincente di sempre. Aspettative
altissime ed impossibili da tifosi assuefatti alla vittoria, ed il rifiuto di vedere Henry “Hank” Finkel per quello che realmente era: non una stella
ma un onesto mestierante, un mattone della ricostruzione e non la pietra angolare. Ecco quindi spiegati gli orribili “boo” che gli vennero riservati,
gli sberleffi di “tifosi” sui generis ad un uomo che, invece, li scusava: “E’ comprensibile, erano abituati a Bill Russell”. E lo faceva soffrendo fino a meditare propositi di ritiro. Una stagione d’inferno, quella 1969-70, con abusi verbali così esagerati al numero 29 che persino coach Tom Heinsohn si irritò parecchio, abbaiando ai reporter: “Henry Finkel non è la causa delle nostre sconfitte, e non è giusto ritenerlo l’unico responsabile per i problemi di una squadra. Se perdi Bill Russell, è logico che ci siano delle conseguenze negative”. Con Finkel sull’orlo del ritiro, Auerbach ed Heinsohn lo tranquillizzarono, anticipandogli che di lì a poco sarebbero arrivati i rinforzi. E quando i Celtics si assicurarono Jo Jo White e Dave Cowens, “Hank” potè fregiarsi del titolo NBA nel 1974. Nel frattempo, i suoi 214 centimetri gli avevano portato in dote il soprannome da parte di Johnny Most, quel “High Henry” che ha sempre mantenuto orgogliosamente anche dopo il ritiro, quando mise in piedi una piccola compagnia che fornisce arredamenti da ufficio a negozio. Oggi Finkel si gode la meritata pensione, e sorride quando qualcuno spara il classico “Hey, High Henry”! Sì, a quasi 68 anni, lo chiamano ancora così.
Tom “Satch” Sanders
Thomas Ernest Sanders era nato in una “zona sismica”: Quinta Avenue e Lenox, a New York, si scrive “Harlem” e si traduce con “alto rischio”. Droga,
stupri, prostituzione, omicidi non facevano notizia ed i ragazzini erano abituati a giocare in mezzo a scenari post-atomici. Ecco quindi che Tom non
si preoccupava troppo mentre si dedicava a basket e baseball assieme a ragazzini dai soprannomi altisonanti come “Jumpshot Billy” e “Bad Feet Earl
California John”. Per Sanders non si sforzarono troppo: i due amici Cecil e Crawford notarono una sua certa qual somiglianza col lanciatore della “Negro League” Leroy Robert Paige detto “Satchel” e da qui alla contrazione “Satch” il passo fu breve.
Nate “Tiny” Archibald
Nato nel lontano 1948 da una famiglia poverissima in una zona poverissima di New York, Nathaniel Archibald trovò nel basket il modo migliore per tenersi lontano dalla realtà di degrado che nel South Bronx inghiottiva molte giovani vite. Ed è proprio nei playground cittadini che avversari e tifosi lo battezzarono “piccolo, sottile” mentre li deliziava con quello stile da “slasher” che avrebbe incantato l’NBA. Poi non guastò il fatto che il suo primo coach nell’NBA fosse tale Robert Cousy, e nella stagione 1972-73 “Tiny” divenne il primo nella storia della Lega a guidare sia la classifica marcatori (34 punti) che quella dei passatori (11.4 assist) tra le fila dei Kansas City/Omaha Kings. Ma l’unico titolo della sua carriera venne a vincerlo a Boston, “innescando” Larry Bird e vincendo pure un MVP all’All Star Game del 1981…
Pete Maravich “Pistol Pete”
Lo so, lo so, 26 partite di regular season e 9 di playoffs non sono tante, ma non è un onore aver avuto questo campione ai Celtics? Anche se nella sua vita la scalogna l’ha seguito costantemente, Pete rimane il “James Dean dei canestri”, talentuoso e dannato in una vita ad “alta pressione” fino alla morte prematura. Come tanti particolari sul suo mito, anche l’origine del nickname “Pistol Pete” era ammantato di mistero: c’era chi diceva che gli fosse stato appioppato fin dai tempi al liceo Daniel di Central, South Carolina, chi invece era sicuro che fosse stato un giornalista che seguiva
le partite di Louisiana State University. Fu lo stesso giocatore a svelare l’arcano in un articolo del dicembre di quarant’anni fa su Sports Illustrated, dichiarando: “A tredici anni ero solito tirare in gancio da cinque/sei metri, era più facile arrivare a canestro in quel modo. Tiravo anche facendo partire la palla all’altezza dell’anca perché non ero abbastanza forte da permettermi di lanciarla dopo averla caricata al petto o sopra la spalla. Ero alto solo un metro e mezzo e pesavo forse quaranta chili, ed allora sparavo dal fianco, ad una mano. Penso che sia stato proprio allora che qualcuno mi chiamò ‘Pistol’ per la prima volta”.
Cedric “Cornbread” MaxwellCedric, che sarebbe diventato una delle figure più divertenti dello spogliatoio dei Celtics dell’era Bird coniando più di un soprannome ai compagni (a Parish in primis), dovette subire la “verve” del compagno di squadra al college di UNC Charlotte Melvin Watkins. Watkins, dopo aver visto il tristissimo film “Cornbread, Earl and Me” notò una certa somiglianza col protagonista “Cornbread” interpretato dal futuro Laker Jamaal Wilkes. A “Max” (questo era il suo “nick” tra i Celtics) il soprannome non piaceva per nulla, ma i successi di UNC at Charlotte lo resero noto, il “nick” prese piede e diventò famoso anche in Italia quando Dan Peterson lo tradusse con “Focaccia di maìs”. Con accento rigorosamente sulla i.
Sherman Douglas “The General”
Se di nome fai “Sherman” “Grant” o “Lee” e sei playmaker - e quindi “comandi” il gioco – non puoi proprio evitare il soprannome di “Generale”. In fin dei conti William Sherman era stato uno dei grandi generali della Guerra di Secessione ed aveva colpito l’immaginario americano tanto da battezzare col suo nome anche carri armati e sequoie giganti. Tornando ai Celtics, Douglas è stato un ottimo passatore che nel suo periodo ai Celtics riscuoteva le simpatie del “consigliere speciale” Larry Bird. Peccato che il duo M.L. Carr/Paul Gaston avesse deciso di puntare sul meno talentuoso ma più appariscente Dee Brown, ed ecco quindi la “trade” ai Milwaukee Bucks in cambio di Alton Lister e Todd Day. Se però andiamo a vedere la graduatoria dei Celtics ogni-tempo relativa alla media di assist a partita, dopo l’irraggiungibile Cousy (7.57 assist/partita) e Nate Archibald (7.06) al terzo posto a 6.80 c’è proprio “The General” Douglas: davanti a Brian Shaw (6.53), Dennis Johnson (6.44), Rajon Rondo (6.43) e Larry Bird (6.35). Dee Brown? Solo 3.96…bah.
McDaniel Xavier “X-Man”
Xavier McDaniel arrivò ai Celtics quando ormai era in parabola discendente. Il giocatore esplosivo che attaccava il canestro, “sparava” “turnaround
jumper” mortiferi, “puniva” fisicamente gli avversari e li derideva col “trash-talk” stava svanendo: eppure il cranio rasato, il fisico scolpito e
lo sguardo minaccioso restavano un marchio di fabbrica. Re dell’intimidazione, nel 1987 durante una gara coi Lakers aveva aggredito il povero (e più
piccolo) Wes Matthews, quasi soffocandolo con ferrea una presa al collo. Non sono mai stato un grande tifoso di “X-Man” anche perché l’ho sempre
identificato con la nuova NBA, quella nella quale la forza contava più della tecnica ed il menefreghismo dell’hip-hop e dell’Isolation stavano suonando a morto la campana del gioco di squadra. McDaniel, però, anche se è in grado di citarti a memoria le proprie medie di punti e rimbalzi, è solo uno dei “colpevoli” di questo fenomeno e sarebbe ingiusto scaricare su di lui tutte le colpe: la X-Generation non si chiama così per colpa sua! Il soprannome di “X-Man” gli arrivò dai cartoni della Marvel: Stan Lee e Jack Kirby avevano raccontato le storie di Hulk, dei Fantastici Quattro e degli X-Men, e con quei muscoli guizzanti ed il testone liscio liscio Xavier sembrava proprio uno di loro…





Commenti
Grazie per l'ameno articolo... noto che "the legend" te lo sei lasciato fra gli ultimi... lì però scatta il conflitto d'interesse...
ormai su questo sito le "chicche" sono all'ordine del giorno!
aggiungo come il grande Aldo Giordani traducesse in "polenta" il Cornbread di Maxwell.
Tra le storie rievocate dall' Anderle scelgo quella dignitosissima di Hank Finkel, un signore che ha avuto l'unico torto di essere stato un giocatore normale con il titanico compito di sostituire Russell, oltretutto in una squadra he aveva perso anche Sam Jones dopo 12 anni di trionfi...per fortuna che Auerbach non perse tempo e costruì a tempo di record un'altra squadra vincente.
Standing ovation per la serie di articoli di Fabio, ideale lettura estiva in attesa dello stress da stagione NBA.
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