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Approfondimenti
In sessant’anni di attività gli atleti che hanno indossato la casacca dei Celtics sono stati circa cinquecento, e come da costume statunitense a molti di loro è stato appioppato un soprannome. A volte ironico, a volte legato al mondo del cinema, a volte ad un pregio o un difetto, a volte ad un episodio della loro vita. In qualche occasione il “nick” è arrivato da tifosi, altre da avversari, da coach o da giornalisti, ma quelli più simpatici di solito sono quelli coniati dai compagni di squadra che, ovviamente, possono conoscere più in profondità la personalità della “vittima”: tra questi i più brillanti sono sicuramente stati Danny Ainge e Cedric Maxwell. Ecco quindi una “carrellata” tra i soprannomi più curiosi della storia dei Celtics…
Art Spector “The Original Celtic”
A fine anni Quaranta Art Spector era l’unico “sopravvissuto” del roster della prima squadra messa in campo dai Celtics. Ecco quindi che il soprannome “The Original Celtic” poteva essere sia un complimento che una presa in giro nel momento in cui suggeriva che, data l’età, avrebbe potuto essere un giocatore degli Original Celtics newyorchesi, squadra che evoluiva 25 anni prima.
Jim Loscutoff “Jungle Jim”
196 centimetri di forza pura al servizio di Red Auerbach, e chi avesse voluto sfidare i Celtics giocando sporco avrebbe dovuto fare i conti con
lui. Quando Bob Brannum si era ritirato Boston aveva avuto necessità di un altro “enforcer” che proteggesse Cousy dalle tattiche “distruttive” degli
avversari, ed ecco arrivare Loscutoff. Gomiti pericolosi, tanto che l’arbitro Joe Gushue ammise: “Lo chiamavamo l’Addetto al Traffico, perché dovevi
tenerlo sempre d’occhio”. Origine russa, tecnica discreta ma una certa qual propensione allo scontro fisico che lo rese protagonista di un numero
incredibile di risse. Altri tempi, quelli in cui i tifosi sciamavano sul campo e davano il via a scazzottate in stile “film western”, ed in un’occasione al notoriamente “caldo” Kiel Auditorium di St. Louis Loscutoff colpì per sbaglio un poliziotto, rischiando la galera. Ecco perché il grande Johnny Most lo aveva soprannominato “Jungle Jim”: ma Tarzan era una mammoletta, a confronto…
Horace McKinney “Bones”
Un grande, credetemi. Da giocatore non vinse un titolo, ai Celtics, ma da quando – coach universitario a Wake Forest e ministro della Chiesa
Battista – entrò a far parte della “mafia” auerbachiana aiutò Boston a vincerne molti altri. Un esempio su tutti? Consigliò a “Red” tale Sam Jones
che nessuno conosceva: esatto, proprio il giocatore che “per anni prese il tiro decisivo che valeva una stagione, e per anni lo segnò”. Parole e musica di Bill Russell. Ma “Bones” era molto di più… nonostante fosse uomo del Sud si offerse di dividere la stanza col primo nero dell’NBA, Chuck Cooper, ed era sempre e comunque fonte di umorismo fuori dal campo come di impegno totale in campo… Era detto “Bones” per il fisico segaligno e per gli 85 chili che, per un lungo NBA, erano decisamente scarsi. Per definire meglio il personaggio, quando in vista dello striscione di “arrivo” a fine carriera un giornalista gli chiese cos’avrebbe fatto, lui rispose che sarebbe tornato nel suo Kentucky natìo e si sarebbe seduto sulla sedia a dondolo per un paio d’anni. “E poi”? Domandò l’ingenuo reporter… “E poi comincerò a dondolare”. Come lui, non li fanno più.
K.C. Jones “Case” e “Square Eyes”
Kevin McHale “Mucker” e “The Black Hole”
Frank Ramsey “Rams” e “The Kentucky Colonel”
K.C. appartiene ad una rara “razza” di atleti che poteva vantare un doppio soprannome. A quello “veloce” col quale venivano apostrofati in campo dai
compagni si aggiungeva immancabilmente un altro più ironico. Ecco quindi che Jones era “Case” (dal nome K.C.) in campo e “Square Eyes” (“Occhi Quadrati”, per una esagerata passione per la TV) fuori, come Kevin McHale era “Mucker” sul terreno di gioco e “The Black Hole” (“il Buco Nero” per la scarsa propensione a passare la palla) fuori, e Frank Ramsey era “Rams” tra i canestri e “The Kentucky Colonel” a bocce ferme.
Fred Scolari “Fat Freddie”
Nei Celtics pre-Russell c’era un giocatore lontano anni luce dai “canoni atletici” di Red Auerbach. Cieco da un occhio, sordo da un orecchio,
decisamente sovrappeso: eppure il grande Red lo volle a Boston nel tramonto della sua carriera per fare da “chioccia” a Bob Cousy. Ottimo difensore, era stato inserito nella squadra degli “All-BAA” (il primo nome dell’NBA) nel 1947 e nel 1948, ed era famoso perché faceva partire il suo tiro dall’anca. Come un pistolero. Perché “Fat Freddie”? Che domande, il cibo italiano è da sempre il migliore, e Fred amava indulgere ai piaceri del palato.
Willie Naulls “The Whale”
William Dee Naulls era stato soprannominato “Willie The Whale” (“La Balena”) ancor prima di arrivare ai Celtics. Il nomignolo era stato mutuato sul
simpatico protagonista di un cartone disneyano del 1946: un cetaceo che canta arie d’opera con le voci di tenore, baritono e basso, e che viene
ucciso da un impresario convinto che il mammifero abbia ingoiato tre cantanti lirici… E poi dicono che i cartoons non erano violenti… Naulls a
fine carriera venne convinto da Red Auerbach a giocare ancora qualche stagione ai Celtics, salvo poi trovarsi sottoposto alle “attenzioni” del
coach che gli fece perdere in chili in “surplus” in modo decisamente traumatico. E “Willie the Whale” svenne al primo allenamento…ma per due
titoli di campione NBA, chi non l’avrebbe sopportato?
Don Chaney “Duck”
Protagonista dei titoli degli anni ’70 ed unico a poter dichiarare di aver giocato sia con Bill Russell che con Larry Bird, Chaney deve il suo
soprannome “Duck” a Paperino. All’Università di Houston evidentemente non avevano tutta questa fantasia, e siccome il nome americano del simpatico
eroe disneyano è “Donald Duck”, ecco che dal nome di battesimo il passaggio era praticamente obbligato.
Kevin Gamble “Oscar”
Ecco uno dei parti della mente perversa di Danny Ainge: quando giocava a baseball coi Toronto Blue Jays ebbe modo di conoscere Oscar Gamble, il
pittoresco esterno dei New York Yankees famoso oltre a tutto per un clamoroso “afro” che schizzava fuori dal cappellino come nei cartoni di
“Napo Orso Capo”. Quando ai Celtics arrivò Kevin Gamble, Danny notò un’improbabile somiglianza e lo “battezzò immediatamente…
Kevin “Chuck” Connors
Dagli anni Cinquanta Kevin Connors diventò famoso ad Hollywood interpretando il ruolo di Lucas McCain nella fortunata serie televisiva “The Rifleman” e facendo parte del cast di molti film di cassetta, compreso il grande affresco wyleriano “The Big Country”. Prima però aveva provato a far fortuna negli sport professionistici risultando un discreto prima base nel “farm system” dei Brooklyn Dodgers ed un passabile centro nei Celtics dei primi, difficili anni. Il suo soprannome lo eredita proprio dal baseball: per mettere “out” gli avversari che correvano verso la sua prima base Kevin era solito invitare i compagni in possesso di palla con un perentorio “Chuck it to me”, “Tira qua”. Da quell’invito al “nickname” per tutta la vita il passo fu breve, ed i produttori di Hollywood trovarono “Chuck” più “televisivo” del vero nome che Connors avrebbe voluto usare nel mondo della celluloide… Alla fine, una stella sulla “Walk of Fame” di Hollywood Boulevard testimonia il successo di quest’uomo che nella vita ha fatto praticamente di tutto: dal chierichetto al carrista, dal professionista di basket e baseball all’attore. Niente male…
Larry Siegfried “Siggy” e “Telstar”
Siegfried si era complicato la carriera NBA dal primo giorno, quando aveva rifiutato di giocare per i Cincinnati Royals ricordando la sconfitta della sua Ohio State contro i Cincinnati Bearcats. E così “l’innesco” di Jerry Lucas e John Havlicek finì nella moritura American Basketball League, dove con i Cleveland Pipers vinse il titolo nell’unico anno di vita della lega. Quando l’ABL chiuse non gli restò che tornare all’NBA col cappello in mano: i St.Louis Hawks gli diedero una possibilità ma lo tagliarono immediatamente. Havlicek convinse Auerbach a “firmarlo”, e per lungo tempo
non se ne sarebbe pentito. Dopo un inizio traballante, il suo tiro e la sua difesa divennero un’arma in più per i Celtics che nei finali con fallo
sistematico poterono anche contare sulla sua precisione dalla lunetta (fu il miglior tiratore di liberi della lega nel 1966 e nel 1969). Cinque titoli testimoniano la sua importanza in quei Celtics guidati da Bill Russell, mentre il suo caratterino è testimoniato da un gustoso aneddoto. Una sera un reporter domandò ad Auerbach come mai Siegfried non avesse effettuato un tiro nelle ultime cinque partite, e Red rispose: “Perché gli ho detto che non mi erano piaciute le sue scelte di tiro nell’ultimo quarto di una gara, e lui ha pensato di darmi una lezione”. A volte Larry volava in un mondo tutto suo, insomma, ecco perché al “Siggy” derivante dal suo cognome Russell aggiunse il “nickname” di “Telstar”, il satellite che nei primi anni ’60 per primo era stato utilizzato per ripetere i segnali televisivi.
Bob Brannum “The Tank”
Altro Celtic “d’antan”, Robert Warren Brannum venne definito da Red Auerbach “il Celtic più duro che abbia mai fatto parte di una mia squadra”. Non vi basta? Sentite questa: nel 1952 il diretto concorrente di Brannum per un posto da centro dei Celtics era Francis Mahoney, giocatore tecnicamente più dotato di Bob. Bene, in pre-season Bob continuò a “stendere” Mahoney ogni volta che questo andava in entrata, finchè alla fine il povero Francis si limitò a tirare da fuori. Oh, e per chi fosse rapidamente arrivato alla (errata) conclusione che Mahoney fosse un coniglio, ricorderemo solo che
aveva combattuto nelle trincee della Guerra di Corea dal 1950 al 1952. Ma evidentemente i fanti cinesi erano meno pericolosi del “Tank”, “Il Carro
Armato”…
Art Spector “The Original Celtic”
A fine anni Quaranta Art Spector era l’unico “sopravvissuto” del roster della prima squadra messa in campo dai Celtics. Ecco quindi che il soprannome “The Original Celtic” poteva essere sia un complimento che una presa in giro nel momento in cui suggeriva che, data l’età, avrebbe potuto essere un giocatore degli Original Celtics newyorchesi, squadra che evoluiva 25 anni prima.
Jim Loscutoff “Jungle Jim”196 centimetri di forza pura al servizio di Red Auerbach, e chi avesse voluto sfidare i Celtics giocando sporco avrebbe dovuto fare i conti con
lui. Quando Bob Brannum si era ritirato Boston aveva avuto necessità di un altro “enforcer” che proteggesse Cousy dalle tattiche “distruttive” degli
avversari, ed ecco arrivare Loscutoff. Gomiti pericolosi, tanto che l’arbitro Joe Gushue ammise: “Lo chiamavamo l’Addetto al Traffico, perché dovevi
tenerlo sempre d’occhio”. Origine russa, tecnica discreta ma una certa qual propensione allo scontro fisico che lo rese protagonista di un numero
incredibile di risse. Altri tempi, quelli in cui i tifosi sciamavano sul campo e davano il via a scazzottate in stile “film western”, ed in un’occasione al notoriamente “caldo” Kiel Auditorium di St. Louis Loscutoff colpì per sbaglio un poliziotto, rischiando la galera. Ecco perché il grande Johnny Most lo aveva soprannominato “Jungle Jim”: ma Tarzan era una mammoletta, a confronto…
Horace McKinney “Bones”
Un grande, credetemi. Da giocatore non vinse un titolo, ai Celtics, ma da quando – coach universitario a Wake Forest e ministro della Chiesa
Battista – entrò a far parte della “mafia” auerbachiana aiutò Boston a vincerne molti altri. Un esempio su tutti? Consigliò a “Red” tale Sam Jones
che nessuno conosceva: esatto, proprio il giocatore che “per anni prese il tiro decisivo che valeva una stagione, e per anni lo segnò”. Parole e musica di Bill Russell. Ma “Bones” era molto di più… nonostante fosse uomo del Sud si offerse di dividere la stanza col primo nero dell’NBA, Chuck Cooper, ed era sempre e comunque fonte di umorismo fuori dal campo come di impegno totale in campo… Era detto “Bones” per il fisico segaligno e per gli 85 chili che, per un lungo NBA, erano decisamente scarsi. Per definire meglio il personaggio, quando in vista dello striscione di “arrivo” a fine carriera un giornalista gli chiese cos’avrebbe fatto, lui rispose che sarebbe tornato nel suo Kentucky natìo e si sarebbe seduto sulla sedia a dondolo per un paio d’anni. “E poi”? Domandò l’ingenuo reporter… “E poi comincerò a dondolare”. Come lui, non li fanno più.
K.C. Jones “Case” e “Square Eyes”
Kevin McHale “Mucker” e “The Black Hole”
Frank Ramsey “Rams” e “The Kentucky Colonel”
K.C. appartiene ad una rara “razza” di atleti che poteva vantare un doppio soprannome. A quello “veloce” col quale venivano apostrofati in campo dai
compagni si aggiungeva immancabilmente un altro più ironico. Ecco quindi che Jones era “Case” (dal nome K.C.) in campo e “Square Eyes” (“Occhi Quadrati”, per una esagerata passione per la TV) fuori, come Kevin McHale era “Mucker” sul terreno di gioco e “The Black Hole” (“il Buco Nero” per la scarsa propensione a passare la palla) fuori, e Frank Ramsey era “Rams” tra i canestri e “The Kentucky Colonel” a bocce ferme.
Fred Scolari “Fat Freddie”
Nei Celtics pre-Russell c’era un giocatore lontano anni luce dai “canoni atletici” di Red Auerbach. Cieco da un occhio, sordo da un orecchio,
decisamente sovrappeso: eppure il grande Red lo volle a Boston nel tramonto della sua carriera per fare da “chioccia” a Bob Cousy. Ottimo difensore, era stato inserito nella squadra degli “All-BAA” (il primo nome dell’NBA) nel 1947 e nel 1948, ed era famoso perché faceva partire il suo tiro dall’anca. Come un pistolero. Perché “Fat Freddie”? Che domande, il cibo italiano è da sempre il migliore, e Fred amava indulgere ai piaceri del palato.
Willie Naulls “The Whale”
William Dee Naulls era stato soprannominato “Willie The Whale” (“La Balena”) ancor prima di arrivare ai Celtics. Il nomignolo era stato mutuato sul
simpatico protagonista di un cartone disneyano del 1946: un cetaceo che canta arie d’opera con le voci di tenore, baritono e basso, e che viene
ucciso da un impresario convinto che il mammifero abbia ingoiato tre cantanti lirici… E poi dicono che i cartoons non erano violenti… Naulls a
fine carriera venne convinto da Red Auerbach a giocare ancora qualche stagione ai Celtics, salvo poi trovarsi sottoposto alle “attenzioni” del
coach che gli fece perdere in chili in “surplus” in modo decisamente traumatico. E “Willie the Whale” svenne al primo allenamento…ma per due
titoli di campione NBA, chi non l’avrebbe sopportato?
Don Chaney “Duck”
Protagonista dei titoli degli anni ’70 ed unico a poter dichiarare di aver giocato sia con Bill Russell che con Larry Bird, Chaney deve il suo
soprannome “Duck” a Paperino. All’Università di Houston evidentemente non avevano tutta questa fantasia, e siccome il nome americano del simpatico
eroe disneyano è “Donald Duck”, ecco che dal nome di battesimo il passaggio era praticamente obbligato.
Kevin Gamble “Oscar”
Ecco uno dei parti della mente perversa di Danny Ainge: quando giocava a baseball coi Toronto Blue Jays ebbe modo di conoscere Oscar Gamble, il
pittoresco esterno dei New York Yankees famoso oltre a tutto per un clamoroso “afro” che schizzava fuori dal cappellino come nei cartoni di
“Napo Orso Capo”. Quando ai Celtics arrivò Kevin Gamble, Danny notò un’improbabile somiglianza e lo “battezzò immediatamente…
Kevin “Chuck” ConnorsDagli anni Cinquanta Kevin Connors diventò famoso ad Hollywood interpretando il ruolo di Lucas McCain nella fortunata serie televisiva “The Rifleman” e facendo parte del cast di molti film di cassetta, compreso il grande affresco wyleriano “The Big Country”. Prima però aveva provato a far fortuna negli sport professionistici risultando un discreto prima base nel “farm system” dei Brooklyn Dodgers ed un passabile centro nei Celtics dei primi, difficili anni. Il suo soprannome lo eredita proprio dal baseball: per mettere “out” gli avversari che correvano verso la sua prima base Kevin era solito invitare i compagni in possesso di palla con un perentorio “Chuck it to me”, “Tira qua”. Da quell’invito al “nickname” per tutta la vita il passo fu breve, ed i produttori di Hollywood trovarono “Chuck” più “televisivo” del vero nome che Connors avrebbe voluto usare nel mondo della celluloide… Alla fine, una stella sulla “Walk of Fame” di Hollywood Boulevard testimonia il successo di quest’uomo che nella vita ha fatto praticamente di tutto: dal chierichetto al carrista, dal professionista di basket e baseball all’attore. Niente male…
Larry Siegfried “Siggy” e “Telstar”
Siegfried si era complicato la carriera NBA dal primo giorno, quando aveva rifiutato di giocare per i Cincinnati Royals ricordando la sconfitta della sua Ohio State contro i Cincinnati Bearcats. E così “l’innesco” di Jerry Lucas e John Havlicek finì nella moritura American Basketball League, dove con i Cleveland Pipers vinse il titolo nell’unico anno di vita della lega. Quando l’ABL chiuse non gli restò che tornare all’NBA col cappello in mano: i St.Louis Hawks gli diedero una possibilità ma lo tagliarono immediatamente. Havlicek convinse Auerbach a “firmarlo”, e per lungo tempo
non se ne sarebbe pentito. Dopo un inizio traballante, il suo tiro e la sua difesa divennero un’arma in più per i Celtics che nei finali con fallo
sistematico poterono anche contare sulla sua precisione dalla lunetta (fu il miglior tiratore di liberi della lega nel 1966 e nel 1969). Cinque titoli testimoniano la sua importanza in quei Celtics guidati da Bill Russell, mentre il suo caratterino è testimoniato da un gustoso aneddoto. Una sera un reporter domandò ad Auerbach come mai Siegfried non avesse effettuato un tiro nelle ultime cinque partite, e Red rispose: “Perché gli ho detto che non mi erano piaciute le sue scelte di tiro nell’ultimo quarto di una gara, e lui ha pensato di darmi una lezione”. A volte Larry volava in un mondo tutto suo, insomma, ecco perché al “Siggy” derivante dal suo cognome Russell aggiunse il “nickname” di “Telstar”, il satellite che nei primi anni ’60 per primo era stato utilizzato per ripetere i segnali televisivi.
Bob Brannum “The Tank”
Altro Celtic “d’antan”, Robert Warren Brannum venne definito da Red Auerbach “il Celtic più duro che abbia mai fatto parte di una mia squadra”. Non vi basta? Sentite questa: nel 1952 il diretto concorrente di Brannum per un posto da centro dei Celtics era Francis Mahoney, giocatore tecnicamente più dotato di Bob. Bene, in pre-season Bob continuò a “stendere” Mahoney ogni volta che questo andava in entrata, finchè alla fine il povero Francis si limitò a tirare da fuori. Oh, e per chi fosse rapidamente arrivato alla (errata) conclusione che Mahoney fosse un coniglio, ricorderemo solo che
aveva combattuto nelle trincee della Guerra di Corea dal 1950 al 1952. Ma evidentemente i fanti cinesi erano meno pericolosi del “Tank”, “Il Carro
Armato”…





Commenti
Per quanto riguarda KC Jones, McHale e Ramsey sapevo solo di "case", "the black hole" e "rams".
Ovviamente ne mancano parecchi ("chief", "legend", "truth", "big ticket / revolution", "Jesus", "Hondo"...) e deduco ci sarà un seguito che spero egualmente interesante.
ancora complimenti
Un articolo del genere dimostra che questo sito non morirà mai come del resto i Boston Celtics che di argomenti da cui attingere ne forniscono tantissimi, poi a dire il vero ci vogliono persone competenti e intelligenti per sfornarceli puntualmente.
Bello!
ma di nevernervous? non vogliamo parlarne? gin baker?
ok non alziamo il sipario del secondo fascicolo....
Aspetta a leggere le parte 2 e 3 ......
Scherzi a parte, ringraziando Fabio di questo ennesimo sforzo (poi lo abbiamo mandato in ferie per ricaricarsi e tornare di nuovo pronto a scrivere), l'idea della redazione è che l'estate sia il momento migliore per leggere qualcosa di diverso dalla solta attualità delle partite o dalle chiacchiere a volte stucchevoli su chi potrebbe arrivare.
Dopo oltre 250 articoli tra gare di RS e PO, storia, approfondimenti, mercato e altro, qualcosa di più leggero ed estivo non fa male.
Grazie per le incredibili storie che ci raccontate , questo è più di un sito è una banca dati on-line dei Celtics......
Fabio
...solo un dubbio...
ma gamble non arrivò a boston quando ainge se ne era già andato da qualche anno?????
Da
Personalmente mi piace molto il mondo dei soprannomi sportivi, aspetto quindi la parte seguente per saperne un po' di più.
Siccome rivedo on line il Legend, faccio subito la spia... dico il peccato ma non il peccatore... vedere commento 9
Godibilissimo articolo, denghiu veri mach! Non il più bello dell'anno però, sminuirebbe troppo tutti gli altri, compresi quelli della collana storica...
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