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Approfondimenti
Tutti lo ricorderanno come uno dei protagonisti della bella cavalcata nei playoffs 2002, qualcuno avrà ancora un po’ di amaro in bocca per come era arrivato, come contropartita dello scambio che aveva mandato a Phoenix Joe Johnson. Qualcuno avrà l’amaro in bocca per come subito dopo venne lasciato andare dalla proprietà “sparagnina” di Paul Gaston, per finire ai Nets, diretti avversari. Ma chi ne capisce di canestri non potrà negare che c’era tanto basket in quelle mani.
Nella sua vita non c’era mai stata troppa fortuna. Il padre Willie Wadsworth aveva lasciato Durham e la famiglia molto presto, ed era morto in Texas quando Rod aveva solo otto anni. Il fratello Stacy è sordo, la madre Estella Rogers nel 1988 è stata vittima di un incidente stradale, rimanendo in coma per due mesi, e l’altro fratello Stanley si è fatto dieci anni di galera per rapina a mano armata. Basta? Non proprio: il padre adottivo James Spencer, l’unico uomo che Rodney abbia mai chiamato “papà”, morì di cancro ai polmoni nel 1990. C’era insomma di che pianificare un pellegrinaggio familiare a Medjugorie, Lourdes e Santiago de Compostela… Rodney però era venuto su bene, nonostante tutto. Etica di lavoro di prima classe, un carattere fantastico: alla Hillside High School non c’era una persona che non lo adorasse anche senza il condizionamento delle vagonate di punti segnati da quelle manone dolcissime ed al titolo di “Mister Basketball”
del North Carolina nel 1990. Spalle poderose, braccia da camionista e piedi da ballerino, ad inizio anni Novanta aveva fatto “onde” tra i “Demon Deacons” di Wake Forest, tanto da guadagnarsi il titolo di MVP della Atlantic Coast Conference nel 1993. Cosa non da poco, visto che da quelle parti evoluiscono squadrette come Duke, North Carolina, Maryland e Florida State. Nona scelta al draft di quell’anno e due stagioni ai Denver Nuggets. Poi una vita da zingaro dei canestri: nel 1995 passa ai Clippers, nel 1999 firma come free agent per i Suns, il 20 febbraio 2002 viene spedito ai Celtics. Il “braccino corto” dell’ owner Paul Gaston fa il resto, e dopo soli otto mesi sono gli avversari dei Celtics nella Finale di Conference, i Nets, a firmarlo come free agent. La carriera volge al termine tra infortuni assortiti, firma un contratto annuale con gli Hornets e poi passa ai Sixers per le ultime sette gare della sua esperienza NBA. Che si chiude in modo lusinghiero: 10.9 punti di media in carriera, 4.5 rimbalzi in 25.3 minuti di utilizzo medio. Oltre 940 partite giocate tra regular season e playoffs, quasi il 34% da tre, un premio come Sesto Uomo dell’anno nel 2000, quasi 28 milioni di dollari incassati e gestiti con attenzione: milioni che lo rendono un uomo ricco e potrebbero indurlo nella tentazione di restare a pancia all’aria da qui all’Eternità. E invece no.
Rodney è fatto di pasta diversa, e male si adatta alla vita dorata di Paradise Valley, Arizona. Il matrimonio con Tisa White fallisce, ed entrambi tornano nel North Carolina, seppur in case diverse. Rodney non può continuare a stare con le mani in mano, il figlio Rodney II e le figlie Roddreka e Rydeiah (complimenti vivissimi) stanno crescendo e papà non vuol dare loro l’ impressione che la vita sia una scatola di cioccolatini. Così cerca lavoro e lo trova come camionista del Dipartimento Lavori Pubblici, ed è pure bravo visto che nel giro di due anni è già “supervisor”. Non gli dispiace fare le “levatacce” e spesso parte da casa alle 3:30 del mattino per accollarsi i turni più pesanti a bordo di quei camion enormi. Che passione, i motori: da sempre tifoso delle gare NASCAR, si diverte a bordo di motociclette, camion, ATV e quant’altro. Un amore per gli spazi aperti, per la pesca e la caccia, per le cavalcate, che quando coniugato con quello per le due ruote lo porta all’ acquisto di una moto da cross. E’ a cavalcioni di una di queste che la vita si riprende in un attimo tutto quello che gli aveva regalato. Il 28 novembre 2008, nella contea rurale di Vance a pochi chilometri da Raleigh, North Carolina, il suo veicolo lanciato a tutto gas finisce in un fossato, e Rodney viene catapulato in avanti. Atterra nel peggiore dei modi, sulla testa, ed in un attimo perde la possibilità di controllare i suoi piedi da ballerino, le sue braccia da camionista e le sue mani dolcissime. I 28 milioni di dollari ed il titolo di Sesto Uomo NBA sono solo carta straccia di fronte alla prospettiva di passare il resto della vita ingabbiato nel corpo di un pupo dai fili spezzati.
L’amore per gli spazi aperti, per la natura, per l’attività fisica sono troppo forti per restare imprigionati: riuscirà Rodney a tramutarli in voglia di vivere, in una ragione per farlo? Viene elitrasportato al Duke University Medical Center, e cinque giorni dopo parte in eli-ambulanza alla volta dello Shepherd Center di Atlanta, Georgia, ospedale specializzato nel recupero e nella riabilitazione di quanti hanno subito danni alla spina dorsale. I medici non sono ottimisti, e gli forniscono l’amara verità in termini di percentuale.
Per uno che tirava da tre col 35%, su azione col 45% ed i “liberi” col 69%, quanto vale il 5% di possibilità di tornare a camminare?
Spazio alle recriminazioni, al sesto senso della sua nuova compagna Faye Suggs che gli aveva chiesto di non andare a correre, quella mattina? O al fatto che aveva sempre pensato di comprare una protezione per il collo, ma per pigrizia non l’aveva mai fatto? O tempo di rimpianti, come quello di non poter più allenare la squadretta di basket delle ragazzine? Faye gli sorride mentre lo lava, lo nutre, lo veste o semplicemente controlla con frequenza maniacale il funzionamento del respiratore, senza il quale Rodney morirebbe asfissiato. “Lui lo avrebbe fatto per me, ed io lo faccio per lui”, dichiara sicura di sé. Che il suo superman si potesse in un attimo ridurre ad un bambolotto di pezza di oltre due metri è una di quelle sfide che la vita, fantastica e bastarda, a volte ti costringe ad accettare.
Rodney però non ha perso la speranza di tornare a camminare, ad riprendere tra le mani una vita che si è capovolta come la sua moto in quel maledetto fosso del North Carolina. “Non voglio essere trattato in modo diverso rispetto a prima, né essere compatito. Anche se sono su una sedia a rotelle, sono sempre Rodney”. E pur essendo completamente dipendente dalle cure di Faye, non ha perso l’occasione per dimostrare la sua forza, il 19 settembre 2009. Al BB & T Stadium di Winston-Salem, North Carolina, i 31,454 tifosi accorsi a vedere la squadra di football americano di Wake Forest affrontare Elon, hanno scorto una figura seduta sulla sedia a rotelle in prossimità del “gate” dal quale la squadra di casa irrompe prima di ogni gara interna. La figura, vestita con una maglia nera dei “Demon Deacons”, era quella di Rodney Rogers e mentre sul mega- schermo scorrevano gli “highlights” della sua carriera, il pubblico è esploso in una clamorosa ovazione. Poi i giocatori con casco e protezioni sono apparsi, circondando lo sfortunato atleta, ricoprendolo di attenzioni ed augurandogli la guarigione. Rodney ha sorriso di un sorriso umile, velato di tristezza ma ricco di determinazione. Un sorriso umile, dicevamo, quello di chi torna a lavorare anche dopo aver incamerato 27 milioni di dollari, quello di chi sa che la vita non finisce a trent’anni solo perchè hai giocato nell’NBA.
Qualche settimana fa, il 20 giugno, Rodney Ray Rogers ha compiuto 39 anni e nella sua condizione di tetraplegico sa che potrebbero non essere rimaste molte candeline su cui soffiare. Eppure, anche se certi giorni sono difficili, anche se a volte ti verrebbe voglia di dire basta, il verbo “mollare” semplicemente non fa parte del suo vocabolario. Ha lavorato sodo da ragazzino per emergere, ha continuato a darci dentro a Wake Forest, non ha smesso di migliorarsi nell’ NBA, non ha smesso di lavorare una volta terminata la sua esperienza di cestista professionista. Non smette di lavorare neppure oggi, nel difficile tentativo di riguadagnare almeno un pezzetto della libertà che ha perso.
Ci sarebbe piaciuto vederti indossare quel numero 54 biancoverde più a lungo, signor Rogers. 27 partite di regular season e 16 di playoffs sono troppo poche per conoscere un uomo del tuo calibro. Ma sufficienti per volerti bene e per continuare a fare il tifo per te, adesso.





Commenti
Poche parole dopo una storia simile, davvero bisogna regolarsi sempre quando si impreca contro la sfortuna per stupidaggini!
Vorrei un miracolo per lui.
babymanPensiamo positivamente.
Che dire?
Bisogna avere le palle per sopportare una vita come quella del povero Rodeney.
Capitano, riposa in pace.
Aveva poco più di quarant'anni, lascia sei figli
Numero 35 Reggie Lewis ... ero a Santa Monica quel giorno maledetto
Citazione giancleto83:
Grandissimo Reggie Lewis
Dispiace anche per Lorenzen ovviamente.
Ricordo ancora il dolore lancinante che provai quando seppi la notizia.
Ero in spiaggia, un mio amico aveva comprato la gazzetta dello sport e mi disse che era morto un giocatore dei Celtics... lessi la notizia e mi sentii salire un groppo in gola.
Nel 2008, dopo la vittoria di quel titolo che ci sfuggì a lungo anche perchè Reggie se ne andò troppo presto, ho pensato al 35 appeso al tetto del TD e mi piace immaginare che lui, Red, Dennis Johnson e altri stessero in quel momento festeggiando con noi.
Ammetto, invece, che non sapevo niente della storia di Ray Rogers e quello che ho letto mi ha lasciato senza parole, semplicemente.
Si, perchè i due sono stati compagni di squadra in un'edizione dei Clippers che parrebbe perseguitata dalla malasorte.
Non ci credete? Beh, tra i compagni di squadra di quella stagione 1996/97, oltre ai due, c'erano Malik Sealy (serve scrivere altro?), Kevin Duckworth, che è morto nel 2008 a soli 44 anni per un problema cardiaco, e Dwayne Schintzius, che pare da poco aver superato problemi di leucemia dopo un trapianto.
Gli altri del roster? I più noti sono Brent Barry, Bo Outlaw, Loy Vaught e Darrick Martin, il coach era il nostro ex Bill Fitch.
Una storia triste, un grande uomo.
Un grande applauso a Fabio Anderle per avercela raccontata con il solito piglio emozionante.
Un ultimo saluto anche a Lorenzen Wright tragicamente scomparso, lo ricordo come un elettrizzante giocatore al college a Memphis tre lustri fa, come un solido NBA player, e come un personale compagno di tanti anelli vinti dal sottoscritto a NBA Live, nel mio roster Lorenzen c'era sempre ! RIP.
a lorenzen wright che e' successo?
Wright era sparito da circa una settimana ed è poi stato trovato in un bosco alla periferia di Memphis, dove lui risiedeva, morto: la polizia ritiene che sia stato ucciso con un'arma da fuoco da sconosciuti.
Qualche settimana fa, erano entrati in casa della moglie alcuni personaggi armati che lo cercavano (Lorenzen era separato), minacciandola in caso avesse raccontato a lui o alla polizia la cosa.
Storia per ora molto oscura, il giocatore è descritto come un'ottima persona, ma la sua fine è almeno misteriosa: l'unica cosa certa è che lascia sei figli
Non so se Lorenzen fosse finito in una brutta spirale, ma resta il fatto che era - o era stato - un uomo buono. E quando se ne va uno buono lascia sempre un vuoto a quelli che restano.
Adesso nelle chat siamo in molti di più, ma anche allora una ventina di tifosi tifava online... pelle d'oca! Ecco una delle cento ragioni per cui mi è impossibile non volere bene a Rodney.
Ho letto l'articolo (stampato) in spiaggia, tutto d'un fiato... il sole cocente è stata una scusa credibile per le guance umide.
Un abbraccio a Rodney, una persona immensa.
Miri
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