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Approfondimenti
Domenica, 24 Febbraio 2010, Dallas Cowboys New Stadium, Arlington (Tx). Tra poche ore andrà in scena l' appuntamento più atteso del "Week End delle Stelle": James contro Bryant, Garnett contro Duncan, poi Stoudemire, Howard, Anthony, Wade, Nash, e ancora Pierce e Rondo, per solleticare il palato dei tifosi del Trifoglio. Davvero uno spettacolo da seguire, per una volta senza preoccupazioni legate al risultato. Solo puro spettacolo, per la cinquantanovesima volta dal 1951. Ma qual'è la genesi, quale la storia di questo rituale appuntamento? E in che modo si intreccia con gli uomini che hanno vestito di biancoverde tutta o una parte della propria vita sportiva? Facciamo un salto indietro nel tempo...
Correva l'anno di grazia 1950...oddio, "grazia" sarebbe dire troppo. La neonata lega professionistica di basket, appena passata dall'originaria BAA alla più familiare NBA si barcamenava tra mille difficoltà nel tentativo di mantenersi a galla: il gioco era ancora agli albori, l'assenza dei 24 secondi lo rendeva spesso noioso, specie rispetto a Football e Hockey. Insomma, il pubblico arrivava ai palazzetti con il contagocce, diverse franchigie aprivano e chiudevano i battenti nel giro di una o due stagioni e anche quelle che sopravvivevano erano costrette a tirare la cinghia: basti pensare che i Knicks, una delle squadre più seguite, non raggiunse quell'anno i 5500 spettatori paganti di media, e si parla di New York; Boston si fermò a 3500 scarsi. Immaginatevi cosa potevano racimolare gli Sheboygan Red Skins (Wisconsin) o i Waterloo Hawks (Iowa). Mai sentiti? Appunto...
E' in questa situazione magmatica che un gruppo di visionari decise di inventarsi un mezzo pubblicitario per rilanciare la traballante immagine della palla a spicchi made in USA; a capo di questo manipolo di valorosi era Walter Brown. L' owner dei Celtics si battè duramente per convincere lega e proprietari ad allestire una partita dove i tifosi avrebbero potuto ammirare, divisi tra Est e Ovest, tutti i migliori interpreti del Gioco. Nasceva così l'idea dell' All Star Game, idea che si sarebbe tramutata in realtà l'anno successivo, proprio a Boston in onore di colui che più fortemente l'aveva voluta. Non fu una passeggiata: lo stesso Podoloff, allora commissioner, fino alla settimana precedente l'evento continuò a consigliare a Brown di non farne nulla, tanto era convinto che sarebbe stato un flop. Il testardo irlandese, che aveva promesso di coprire tutte le spese e anche le eventuali perdite se ce ne fossero state, rifiutò con fermezza e il resto è storia.
Destino volle che il 1951 fu anche l'anno della svolta per il Trifoglio: dopo una serie di stagioni perdenti, infatti, beantown diventò il fatale approdo di Auerbach, Cousy e Macauley. Proprio i due giocatori, il 2 Marzo del 1951 furono selezionati per partecipare al nuovo evento. D'altronde "Cooz", un rookie, si era proposto come il playmaker più spettacolare dell'intero panorama e "Easy Ed" come il lungo più prolifico ad est del Mississippi con 20 punti abbondanti messi in carniere per ogni partita giocata. Più di 10000 spettatori (un risultato straordinario per l'epoca) assieparono le tribune del vecchio Garden e non furono delusi: tra il tripudio generale l'Ovest fu sconfitto con un agevole 111-94. Non solo: Macauley, grazie a una prestazione stratosferica da 20 punti e 6 rimbalzi, nonchè a una difesa solidissima sulla superstar Geeorge Mikan (tenuto a un miserrimo 4/17 dal campo), fu insignito del primo titolo di MVP. Non altrettanto bene si comportò Cousy (2/12, anche se sfornò 8 assist), ma il franco/newyorchese avrebbe avuto tempo e modo di rifarsi.
Ah, per la serie "usanze di un tempo" è curioso notare come la "pausa dell' All Star Game" non era allora un concetto propriamente acquisito: basti pensare che i Celtics non solo giocarono il giorno prima e il giorno dopo (1 e 3 Marzo), ma anche il 4, 6 e 7, prima di avere ben (sic!) 4 giorni di riposo.
L'anno successivo la storia si ripetè (quasi) pedissequamente: stesso il palazzetto (il Garden), stesso esorbitante numero di tifosi, stesso risultato (vittoria dell' est), stessi protagonisti (Cousy e Macauley). La gara fu equilibrata fino a pochi minuti dal termine, quando Arizin guidò i suoi a un parziale di 16-3 che decise la contesa. L'uomo dei Warriors conquistò il titolo di MVP, ma i due trifogli si difesero con onore, l'uno primeggiando con 13 assist serviti ai compagni (nonostante un'altra prestazione balistica mediocre) , l'altro mettendo a referto 15 punti, secondo solo allo stesso Arizin.
Nel 1953 un'altra supernova esplose nel cielo di Boston, quel Bill Sharman che dopo un primo anno di attesa si guadagnò a suon di canestri la via verso la convocazione completando il primo "big three" della storia biancoverde: questa volta, a Fort Wayne, fu l'Ovest a passare (79-75) ma Sharman-Cousy-Macauley misero a segno 44 dei 75 punti totali della squadra, contribuendo a mantenere la gara sul filo del rasoio fino all'ultimo secondo. "Cooz", in particolare, aveva ormai raggiunto livelli di gioco immaginifici e dodici mesi dopo fu l'assoluto protagonista della prima, grande impresa che l' All Star Game ricordi.
Il palcoscenico era ideale, il Madison Square Garden, e la partita fu tiratissima: alla fine dei tempi regolamentari il risultato era 84-82 per i "padroni di casa", ma Mikan con due liberi portò l' Ovest sulla parità proprio allo scadere; al momento le votazioni per l' MVP erano già state effettuate e Jim Pollard, compagno di Mikan ai Lakers aveva conquistato la maggioranza delle preferenze. Sta di fatto che all' Overtime Cousy decise che non si era divertito abbastanza (10 punti sino a quel momento): schiaffò dentro il piazzato dell' 86-84, poi un'altro, poi sei liberi consecutivi...fatto il calcolo? Sono 10 punti sui 14 totali della squadra per il 98-93 finale. I giudici stracciarono le vecchie schede e compilarono quelle nuove: superfluo dire chi fu nominato MVP senza la minima discussione.
E proseguiamo questa carrellata con il 1955, l'anno di Danny Biasone e della "shot clock era": ancora una volta si giocò a New York e ancora una volta la Grande Mela portò fortuna a Boston, per il terzo anno consecutivo rappresentata dal trio delle meraviglie Cousy-Macauley-Sharman. Bill era l'unico a non aver mai avuto l'onore di essere scelto come migliore in campo ma a quei tempi tutto ciò che era bianco e verde si trasformava in oro sul parquet e anche quella partita non fece eccezione: il numero 21 dei Celtics giocò solo 18 minuti e segnò 15 punti, un buon bottino ma non memorabile se paragonato ai 20, 9 rimbalzi e 5 assist di Cousy...senonchè riuscì nell'impresa di metterne a referto 10 nel quarto periodo, spezzando l'equilibrio di una partita che si era giocata punto a punto sino alla sirena del terzo.
Dopo un 1956 in cui a Rochester l'Ovest si impose facilmente grazie a un sontuoso Bob Pettit con pochi segni di vita da parte dei soliti tre Celtics (un 5/25 totale non esattamente trionfale), eccoci catapultati nei fasti della dinastia, con una squadra che quell'anno avrebbe conquistato il primo di una infinita serie di titoli: la partita si giocò per la terza volta a Boston e, guidati per la prima volta in panchina da Auerbach, ancora tre furono gli alfieri del trifoglio: Heinsohn sostituì Macauley, passato quell'anno nelle fila di St. Louis e dell' Ovest. Sharman e Cousy, come da gradevole e consolidata abitudine furono protagonisti assoluti.
Il primo realizzò dodici punti (al pari del rookie "Tommy Gun"), ma soprattutto nel primo periodo mise a segno il canestro più "lungo" della storia dell' All Star Game, un "baseball pass" di 70 piedi destinato a "Cooz" che si spense nella retina avversaria. Fu memorabile la chiosa del playmaker: "Ma non la passi proprio mai?".
Questi, peraltro, guidò la sua squadra con 28 minuti di spettacolo allo stato puro, nei quali si sbizzarrì con tutto il suo miglior repertorio: 7 assist, transizioni fulminee, dribbling dietro la schiena e altre magie che gli valsero per la seconda volta in carriera il titolo di MVP.
Quello del 1958 fu l'ottavo All Star Game per Cousy, il sesto per Sharman e il primo per Russell, per la seconda volta con "Red" a dare disposizioni dalla panchina: nonostante un Pettit strabordante (28 punti, premiato come migliore in campo) l'Est ebbe la meglio, anche grazie al solito Cousy (20 punti e 10 assist). Il 1959 e il 1960 passarono senza acuti biancoverdi (fatti salvi i 17 punti di Sharman nel 1960, alla sua ottava e ultima partecipazione).
Ed eccoci agli straordinari anni 60, in cui i Celtics dettarono legge in maniera tirannica e durante i quali, comprensibilmente, si sprecarono le convocazioni a quello che era ormai diventato un appuntamento irrinunciabile per ogni tifoso di basket degli Stati Uniti: Cousy, Russell, Heinsohn, Sam Jones, poi Havlicek furono ospiti fissi dell' happening annuale, che ruotò fino al ritiro del grande Bill attorno al dualismo con l'altro fenomeno Chamberlain: fino al 1962 furono compagni di squadra, poi, dopo i trasferimenti di Wilt a San Francisco e ai Lakers si trovarono l'uno di fronte all'altro per tre anni, e poi ancora nel 1969. Nel 1962 "The Stilt" ne mise 42 ma a Los Angeles nel 1963 a prendersene cura c'era forse il miglior difensore di tutti i tempi e Russell vinse il duello a mani basse, sia alla voce punti (19-17) sia a quella rimbalzi (24-19), portando la compagine dell' Est alla vittoria (115-108). Abbastanza per il titolo di MVP? I votanti ne convenirono.
Anche dopo il ritiro di un mostro sacro come il numero 14 biancoverde (permettetemi di non scriverne il nome, diamine) che salutò proprio in quell'occasione la combriccola concludendo con la tredicesima apparizione consecutiva, la presenza del Trifoglio fu sempre compatta e significativa: 3 giocatori garantiti per un decennio filato ("solo" 2 nel 1969) dai 16 punti di Sam Jones nel '64, secondo marcatore dopo il grande Oscar Robertson, ai 17 di Russell del '65 quando Heinsohn fu selezionato per la quinta ed ultima volta non potendo però entrare in campo causa infortunio, fino ai 18 di Havlicek nel 1966...insomma, i tifosi dei Celtics non ebbero mai di che lamentarsi. A proposito di Havlicek: nonostante la stellare carriera costellata di vittorie e onorificenze non riuscì mai a fregiarsi del titolo di MVP dell' All Star Game. Ci andò vicinissimo nel 1968 ma il fatto di essere il miglior marcatore ( ne infilò 26, e aggiungiamoci 5 rimbalzi e 4 assist) non bastò perchè Hal Greer proprio quella sera frantumò il record di punti segnati in un quarto, 19 nel terzo, record che rimase imbattuto per 30 anni. Purtroppo, per Hondo non ci fu nulla da fare.
Dopo il ritiro di Russell (11 presenze) e Sam Jones (6), la dinastia finì ufficialmente, ma già da subito Auerbach (a proposito, per lui le panchine alla guida dell' Est furono ben 11 consecutive, dal 1957 fino al ritiro nel 1967) pescò dal cilindro in stretta successione Jo Jo White e Dave Cowens, che hanno decisamente voce in capitolo in questa sede.
Prova ne è che, dopo soli tre anni i Celtics alla partita delle stelle erano di nuovo 3 e già il sottodimensionato ma talentuoso (e grintosissimo) centro biancoverde iniziò le prove per il titolo di MVP della manifestazione: a Los Angeles nel 1972 fu Jerry West a spuntarla in virtù della giocata che diede la vittoria all' Ovest, un tiro da 7 metri sulla sirena che fissò il risultato sul 112-110, ma la prestazione dell' ex Florida State fu clamorosa: guidato in panchina da Tom Heinsohn, fece registrare 14 punti compreso il piazzato da fuori che aveva impattato il risultato sul 110-110, conditi da 20 mostruosi rimbalzi, dove i suoi avversari Jabbar e Chamberlain (non Gianni e Pinotto) arrivarono a 17 in due. l' "ingiustizia" fu celermente vendicata a Chicago l'anno successivo, quando Cowens (15 e 13 carambole), ben coadiuvato dal solito Havlicek costrinse l'Ovest alla sconfitta per 104-84, meritandosi il riconoscimento inopinatamente sfuggitogli solo 12 mesi prima.
Nel 1976 "Tommy Gun" vestì per l'ultima di quattro occasioni la divisa del coach e tra il 1977 e il 1978 prima White, poi Hondo e Cowens diedero l'addio all' All Star Game, dopo 27 cumulative apparizioni.
La conseguenza fu che il 4 Febbraio 1979, a Detroit, l'Est schierò un quintetto composto da Jabbar, Marques Johnson, George McGinnis, Paul Westphal e David Thompson...no, non avreste scovato giocatori dei Celtics nemmeno sul "pino", e fu la prima volta dal 1951.
Poco male: già dal 1980 un giovanotto dalle campagne dell' Indiana fece il suo debutto; di fronte un'altro ragazzo da Los Angeles, Earvin "Magic" Johnson. Molti tra gli addetti ai lavori storsero il naso di fronte alla convocazione dei due, in fondo erano solo due rookies, per quanto talentuosi. Eppure quello fu il battesimo per una delle rivalità più sentite dell' NBA dai primordi fino ad oggi e "Larry Legend", nonostante i 7 punti totali trovò comunque il modo di scrivere un pezzetto di storia, mettendo a segno all'overtime la prima tripla della storia all' All Star Game, impresa che permise di fatto all'Est di prendere il largo per agguantare la vittoria.
In attesa della definitiva esplosione di Bird ci pensò Archibald, alla seconda presenza con la maglia biancoverde dei Celtics, ad aggiudicarsi il titolo di MVP nel 1981, all'interno della gara che vide l'esordio di un altro mostro sacro, Robert Parish. "Tiny" mise a referto solo 9 punti ma entusiasmò la platea con 9 spettacolari assist.
Ma ora giù il cappello, perchè dopo il dovuto periodo di acclimatamento il 33 di Boston cominciò ad uscire sovente nella ruota della partita delle stelle: iniziò con il botto nel 1982 aggiudicandosi il titolo di MVP con 12 rimbalzi e 19 punti, 12 dei quali nei 6 minuti finali. Come se non bastasse anche Parish diede il meglio con 9/12 dal campo e 21 punti. A completare il trionfo bostoniano i 7 assist di Archibald e la presenza di coach Fitch in panchina per quello che fu probabilmente l' All Star game più biancoverde della storia.
Fino al 1990 il Trifoglio fu tra le squadre più rappresentate, con Bird, Parish e Mc Hale a farla da padroni, occasionalmente accompagnati da Dennis Johnson (1985) e Danny Ainge (1988) con coach K.C. Jones a dirigere le operazioni dal 1984 all'86. Proprio nell' 86 venne introdotta la gara del tiro da tre e Bird, of course, vinse a mani basse per la prima di tre occasioni consecutive (memorabile la battuta negli spogliatoi indirizzata agli avversari prima di quell'ultimo trionfo: "Ragazzi, allora, chi arriva seondo stasera?"). Inoltre, durante l' evento clou si tolse lo sfizio di incantare la platea con 23 punti, 8 ribalzi, 5 assist e il record tuttora imbattuto di 5 rubate in un quarto.
La Leggenda si congedò nel 1990 dopo 10 presenze, anche se fu convocato anche nei due anni successivi marcando visita perchè infortunato; Mc Hale (7 "gettoni")e Parish (9) salutarono un anno dopo e il povero Reggie Lewis nel 1992 a Orlando, nella storica sconfitta dell'est patita con 40 punti di margine (153-113), diventò l'ultimo Celtic ad essere convocato per la manifestazione sino al 1998 quando Antoine Walker fece una comparsata da 15 minuti e 4 punti. La morte dello stesso Lewis e della grande speranza Bias, una serie di scelte e vicissitudini societarie non felicissime e la discussa e discutibile esperienza-Pitino portarono Boston lontano dalla ribalta, e il tutto si riflettè ovviamente nelle convocazioni per l' appuntamento di metà anno.
Nel 2002 ci dovette pensare Paul Pierce, che avrebbe chiuso la stagione regolare con 26 punti abbondanti di media, a far compagnia a "The Genius", e fece decisamente bella figura mettendo a referto la miglior prestazione in carriera con 19 punti, secondo marcatore dopo Tracy McGrady (24). "The Truth", ma questa è storia recente, ha rappresentato ininterrottamente (con l'unica pausa del disgraziatissimo 2007) i Celtics da allora e fino ad oggi. Da quando la squadra si è riguadagnata un ruolo da big, ovvero dall'arrivo di Garnett e Ray Allen il Capitano non è più solo: nel 2008, con Doc Rivers a comandare le operazioni dalla panchina, KG dovette marcare visita a causa di uno stiramento addominale e Ray, chiamato a sua volta per rimpiazzare l'infotunato Caron Butler si rese protagonista di una prestazione da MVP, anchse se i giudici scelsero la più popllare alternativa rappresentata da LeBron James: fu infatti capace di infilare tre triple consecutive negli ultimi 3 minuti per 28 punti totali spingendo l'Est alla vittoria per vendicare il sonoro 153-132 subito l'anno precedente.
L'anno scorso a Phoenix anche Garnett si aggiunse ai due compagni, con la compagine dell' Ovest a vincere piuttosto facilmente nonostante il buon apporto di Pierce, autore di 18 punti (secondo marcatore di squadra dopo il solito James).
Quest'anno, pur tra mille acciacchi, saranno ancora tre i protagonisti del Trifoglio a dar battaglia e la presenza della new entry Rajon Rondo offre ulteriori spunti di interesse...che si possa scrivere un'altra pagina di storia?
Nell'attesa, buon All Star Game a tutti!





Commenti
Da
Come sempre stupendo articolo: complimenti!
Stoudmaire molto, molto vicino ai Cavs!!!! Se vai in porto, cambia tutto anche in prospettiva Estate 2010. Per quest'anno da favoriti, diventano stra-favoriti e poi con l'innesto di uno come Stoudmaire oggettivamente i Cavs diventano la migliore delle squadre possibili per Lebron per rincorrere titoli oggi, domani e dopo-domani.
bah... chi vivrà vedrà!
Mi sfugge perchè i Suns dovrebbero cedere Amare solo per contratti in scadenza senza incamerare sceltie o giovani di buon valore, allora tanto vale si tengano Amare fino a giugno e poi lo lasciano andare.
Io credo che è più plausibile che alla fine a Cleveland ci vada uno tra Jamison e Murphy. Casomai attenzione a Miami in ottica Stoudemire che oltre a mettere in piazza il contrattone in scadenza di JO potrebbero metterci insieme Beasley che sarà pure un testa calda, ma rimane pur sempre una seconda scelta assoluta di un anno e mezzo fa.
Intanto le foto di Bird in rosso stonano proprio, sono troppo abituato a vederlo con altri colori, eppoi è chiaro che i tanti cambiamenti nella lega con regole e criteri di selezione diversi hanno cambiato il modo in cui avviene la selezione.
In ogni caso, l'augurio è di vedere poco più di dieci minuti di Garnett e Pierce, mentre per Rondo tutto va bene.
Let's go Celtics anche stanotte? Si, let's go ai nostri tre rappresentanti
Sul ASG io l'ho sempre pensata come Larry Bird, che ci andava un pò controvoglia per il fatto che "non faceva classifica", ma visto che in ogni caso doveva "timbrare il cartellino" ecco che un anno ti prende il trofeo di MVP e poi ti sbanca per un triennio il nuovo "3 point shooting contest" (eh, ma qui c'erano in ballo i soldi...ed al contadino di French Lick non pareva vero di guadagnare quattrini "facili" tirando un pallone a canestro...che elemento...
Ormai è qualche anno che "snobbo" la partita delle stelle, anche perchè bisogna approffittare di questo periodo per riposare...comunque son sempre contento quando vedo che i colori celtici son ben rappresentati ma sono ancora più felice nel rilevare che la partecipazione dei nostri è stata molto ridotta. Spero che abbiano avuto il tempo per ricaricare le pile, visto che li aspetta un'impresa da qui alla fine...
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